GOFFREDO DE MARCHIS
La Repubblica – 3/10/14
I dati shock di settembre. In Sicilia,
Basilicata, Molise, Sardegna e Puglia il reclutamento non è
praticamente partito. Mentre aumentano gli elettori, nei 7.200
circoli la militanza langue. È la mutazione genetica del partito,
sempre più simile al modello Usa
Nel Pd è sparita la base. Gli
iscritti, i militanti, quelli che si facevano autografare la tessera
plastificata dal segretario e dai dirigenti alle feste dell’Unità.
Gli elettori ci sono, tantissimi, fino a raggiungere la cifra record
del 40,8 per cento delle Europee. Le tessere non più. L’allarme è
scattato dopo il flop di affluenza alle primarie dell’Emilia
Romagna, la storica regione rossa: solo 58 mila elettori ai gazebo.
Ma il dato non ha sorpreso chi conosce i numeri segreti del Nazareno:
siamo sotto quota 100 mila iscritti in tutta Italia, 5 volte meno del
2013 quando i tesserati erano 539.354. Nei corridoi, forse per colpa
del panico, si diffondono voci ancora più catastrofiche. Qualcuno
parla infatti di 60 mila iscritti. Significherebbe che poco più di
un militante su 10 ha rinnovato la sua fede nel Partito democratico.
Come dire: la spina dorsale del Pd non esiste più.
Il quadro, regione per regione,
presenta alcuni buchi neri assoluti. Il tesseramento non è
praticamente partito in Sicilia, Basilicata, Molise, Sardegna,
Puglia. E mancano solo tre mesi alla fine dell’anno. In Campania
idem. Nel 2013 Napoli e le altre province contavano 70 mila iscritti.
Oggi le tessere, raccontano, si possono calcolare nell’ordine delle
centinaia, nemmeno migliaia. Qualcuna nel capoluogo, qualcun’altra
a Salerno dove l’attivismo dell’eterno sindaco Vincenzo De Luca
mette una pezza. Fine. I circoli sono tristemente deserti anche nei
quartieri delle percentuali bulgare per Valenzi e Bassolino:
Ponticelli, Barra, San Giovanni. Era molto affollata invece la
Fonderia delle idee, un’iniziativa organizzata lo scorso week end
dall’eurodeputata Pina Picierno per lanciare la sua candidatura
alla regione. Però in quella sede non compariva un solo simbolo del
Pd. Neanche piccolo piccolo.
La mutazione genetica del partito nasce
così. Ci si apre alla società, ma i circoli (7200 in Italia, 89
all’estero) languono e la militanza scompare. Un modello che a
destra conoscono bene, dalla discesa in campo di Berlusconi. Ma che
per l’altra parte rappresenta ancora uno choc. La “base” è
stata la storia e la memoria della sinistra, come raccontò
l’indimenticabile documentario di Nanni Moretti La Cosa ( 1990).
Adesso non più. È l’altra faccia dell’effetto Renzi. Il leader
carismatico, attivissimo, presente su tutti i media compresi i
social, capace di traghettare i democratici al record del 41 per
cento ha come contraltare la debolezza della struttura. La ditta ha
molti clienti ma un solo poliforme trascinatore. E le tessere
crollano.
A Torino e provincia gli iscritti erano
10 mila lo scorso anno, oggi sono appena 3000. A Venezia
partecipavano all’attività delle sezioni 5500 persone nel 2013,
scese a 2000 nel 2014. In Umbria si è passati da 14 mila tesserati a
poco meno della metà, anche se le stime sono molto provvisorie. Se
tutto va bene, dicono a Perugia, si toccherà il traguardo dei 10
mila prima di dicembre, il 40 per cento. Soffrono anche i luoghi
dello zoccolo duro, dove la sinistra non perdeva mai iscritti.
Altri tempi, certo. E la crisi delle
“vocazioni” a sinistra non è una novità dell’ultimo anno. In
fondo, il partito liquido è un’idea di Walter Veltroni datata
2007, ormai 7 anni fa. Ma il dato di 100 mila fa lo stesso
impressione. Matteo Renzi ha un modello di partito completamente
diverso dal passato. La Fonderia delle idee non è altro che
l’epigono meridionale della Leopolda, l’appuntamento dei renziani
a Firenze, anche quello rigorosamente svuotato dalle simbologie del
Pd. Anche quest’anno il premier risponderà alla manifestazione dei
sindacati sull’articolo 18 dalla Leopolda anziché da una barbosa
conferenza sul lavoro targata Partito democratico. L’identificazione
presidente del Consiglio- segretario porta poi il primo a oscurare il
secondo. Il capo temporaneo accentra su di sé attenzioni e
responsabilità mentre la macchina partitica passa decisamente in
secondo piano. Se il crollo degli iscritti non è voluto, è dunque
messo nel conto, sviluppo naturale di un’idea diversa della
rappresentanza politica, forse più al passo della storia. Semmai gli
oppositori osservano: «Non c’è più il partito, ma c’è la
disciplina di partito». Oppure: «Se chi vuole discutere è sempre
un gufo o un rosicone, i circoli si svuotano». I renziani obiettano:
«Ma le urne sono piene» e lo testimoniano gli 11 milioni e 200 mila
voti delle Europee.
Le primarie in Emilia, il tonfo del
tesseramento sono però i sintomi di un problema, che coinvolge
identità e ruolo del Pd, dei partiti in generale. Tanto più quando
la crisi della militanza si accompagna alla progressiva morte del
finanziamento pubblico. Il Pd riceverà nel 2014 12,8 milioni. Nel
2011 erano 60. Le casse quindi sono in sofferenza. Ieri il tesoriere
Francesco Bonifazi ha spedito una mail a tutti i parlamentari
settentrionali. Oggetto: “Cena del Nord”. Ognuno deve portare 5
imprenditori, che pagheranno 1000 euro a testa, a un evento in
programma a novembre. Dove la star ovviamente sarà Renzi. Obiettivo:
raccogliere 1 milione. Si chiama fundraising, il modello sono gli
Usa, Obama. La rottamazione è anche di sistema, non solo delle
persone.
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