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lunedì 23 novembre 2020

Papa Francesco ai giovani

Cari giovani, buon pomeriggio! 
Grazie per essere lì, per tutto il lavoro che avete fatto, per l’impegno di questi mesi, malgrado i cambi di programma. Non vi siete scoraggiati, anzi, ho conosciuto il livello di riflessione, la qualità, la serietà e la responsabilità con cui avete lavorato: non avete tralasciato nulla di ciò che vi dà gioia, vi preoccupa, vi indigna e vi spinge a cambiare. L’idea originaria era di incontrarci ad Assisi per ispirarci sulle orme di San Francesco. Dal Crocifisso di San Damiano e da tanti altri volti – come quello del lebbroso – il Signore gli è andato incontro, lo ha chiamato e gli ha affidato una missione; lo ha spogliato degli idoli che lo isolavano, delle perplessità che lo paralizzavano e lo chiudevano nella solita debolezza del “si è sempre fatto così” – questa è una debolezza! – o della tristezza dolciastra e insoddisfatta di quelli che vivono solo per sé stessi e gli ha regalato la capacità di intonare un canto di lode, espressione di gioia, libertà e dono di sé. Perciò, questo incontro virtuale ad Assisi per me non è un punto di arrivo ma la spinta iniziale di un processo che siamo invitati a vivere come vocazione, come cultura e come patto. La vocazione di Assisi “Francesco va’, ripara la mia casa che, come vedi, è in rovina”. Queste furono le parole che smossero il giovane Francesco e che diventano un appello speciale per ognuno di noi. Quando vi sentite chiamati, coinvolti e protagonisti della “normalità” da costruire, voi sapete dire “sì”, e questo dà speranza. So che avete accettato immediatamente questa convocazione, perché siete in grado di vedere, analizzare e sperimentare che non possiamo andare avanti in questo modo: lo ha mostrato chiaramente il livello di adesione, di iscrizione e di partecipazione a questo patto, che è andato oltre le capacità. Voi manifestate una sensibilità e una preoccupazione speciali per identificare le questioni cruciali che ci interpellano. L’avete fatto da una prospettiva particolare: l’economia, che è il vostro ambito di ricerca, di studio e di lavoro. Sapete che urge una diversa narrazione economica, urge prendere atto responsabilmente del fatto che «l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista»[1] e colpisce nostra sorella terra, tanto gravemente maltrattata e spogliata, e insieme i più poveri e gli esclusi. Vanno insieme: tu spogli la terra e ci sono tanti poveri esclusi. Essi sono i primi danneggiati… e anche i primi dimenticati. Attenzione però a non lasciarsi convincere che questo sia solo un ricorrente luogo comune. Voi siete molto più di un “rumore” superficiale e passeggero che si può addormentare e narcotizzare con il tempo. Se non vogliamo che questo succeda, siete chiamati a incidere concretamente nelle vostre città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti, negli uffici pubblici e privati con intelligenza, impegno e convinzione, per arrivare al nucleo e al cuore dove si elaborano e si decidono i temi e i paradigmi.[2] Tutto ciò mi ha spinto a invitarvi a realizzare questo patto. La gravità della situazione attuale, che la pandemia del Covid ha fatto risaltare ancora di più, esige una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori sociali, di tutti noi, tra i quali voi avete un ruolo primario: le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra. Una nuova cultura Abbiamo bisogno di un cambiamento, vogliamo un cambiamento, cerchiamo un cambiamento.[3] Il problema nasce quando ci accorgiamo che, per molte delle difficoltà che ci assillano, non possediamo risposte adeguate e inclusive; anzi, risentiamo di una frammentazione nelle analisi e nelle diagnosi che finisce per bloccare ogni possibile soluzione. In fondo, ci manca la cultura necessaria per consentire e stimolare l’apertura di visioni diverse, improntate a un tipo di pensiero, di politica, di programmi educativi, e anche di spiritualità che non si lasci rinchiudere da un’unica logica dominante.[4] Se è urgente trovare risposte, è indispensabile far crescere e sostenere gruppi dirigenti capaci di elaborare cultura, avviare processi – non dimenticatevi questa parola: avviare processi – tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenze… Ogni sforzo per amministrare, curare e migliorare la nostra casa comune, se vuole essere significativo, richiede di cambiare «gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società».[5] Senza fare questo, non farete nulla. Abbiamo bisogno di gruppi dirigenti comunitari e istituzionali che possano farsi carico dei problemi senza restare prigionieri di essi e delle proprie insoddisfazioni, e così sfidare la sottomissione – spesso inconsapevole – a certe logiche (ideologiche) che finiscono per giustificare e paralizzare ogni azione di fronte alle ingiustizie. Ricordiamo, ad esempio, come bene osservò Benedetto XVI, che la fame «non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale».[6] Se voi sarete capaci di risolvere questo, avrete la via aperta per il futuro. Ripeto il pensiero di Papa Benedetto: la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale. La crisi sociale ed economica, che molti patiscono nella propria carne e che sta ipotecando il presente e il futuro nell’abbandono e nell’esclusione di tanti bambini e adolescenti e di intere famiglie, non tollera che privilegiamo gli interessi settoriali a scapito del bene comune. Dobbiamo ritornare un po’ alla mistica [allo spirito] del bene comune. In questo senso, permettetemi di rilevare un esercizio che avete sperimentato come metodologia per una sana e rivoluzionaria risoluzione dei conflitti. Durante questi mesi avete condiviso varie riflessioni e importanti quadri teorici. Siete stati capaci di incontrarvi su 12 tematiche (i “villaggi”, voi li avete chiamati): 12 tematiche per dibattere, discutere e individuare vie praticabili. Avete vissuto la tanto necessaria cultura dell’incontro, che è l’opposto della cultura dello scarto, che è alla moda. E questa cultura dell’incontro permette a molte voci di stare intorno a uno stesso tavolo per dialogare, pensare, discutere e creare, secondo una prospettiva poliedrica, le diverse dimensioni e risposte ai problemi globali che riguardano i nostri popoli e le nostre democrazie.[7] Com’è difficile progredire verso soluzioni reali quando si è screditato, calunniato e decontestualizzato l’interlocutore che non la pensa come noi! Questo screditare, calunniare o decontestualizzare l’interlocutore che non la pensa come noi è un modo di difendersi codardamente dalle decisioni che io dovrei assumere per risolvere tanti problemi. Non dimentichiamo mai che «il tutto è più delle parti, ed è anche più della loro semplice somma»[8], e che «la mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità».[9] Questo esercizio di incontrarsi al di là di tutte le legittime differenze è il passo fondamentale per qualsiasi trasformazione che aiuti a dar vita a una nuova mentalità culturale e, quindi, economica, politica e sociale; perché non sarà possibile impegnarsi in grandi cose solo secondo una prospettiva teorica o individuale senza uno spirito che vi animi, senza alcune motivazioni interiori che diano senso, senza un’appartenenza e un radicamento che diano respiro all’azione personale e comunitaria.[10] Così il futuro sarà un tempo speciale, in cui ci sentiamo chiamati a riconoscere l’urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta. Un tempo che ci ricorda che non siamo condannati a modelli economici che concentrino il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura e sulla ricerca di politiche pubbliche simili che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale.[11] Come se potessimo contare su una disponibilità assoluta, illimitata o neutra delle risorse. No, non siamo costretti a continuare ad ammettere e tollerare in silenzio nei nostri comportamenti «che alcuni si sentano più umani di altri, come se fossero nati con maggiori diritti»[12] o privilegi per il godimento garantito di determinati beni o servizi essenziali.[13] Non basta neppure puntare sulla ricerca di palliativi nel terzo settore o in modelli filantropici. Benché la loro opera sia cruciale, non sempre sono capaci di affrontare strutturalmente gli attuali squilibri che colpiscono i più esclusi e, senza volerlo, perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare. Infatti, non si tratta solo o esclusivamente di sovvenire alle necessità più essenziali dei nostri fratelli. Occorre accettare strutturalmente che i poveri hanno la dignità sufficiente per sedersi ai nostri incontri, partecipare alle nostre discussioni e portare il pane alle loro case. E questo è molto più che assistenzialismo: stiamo parlando di una conversione e trasformazione delle nostre priorità e del posto dell’altro nelle nostre politiche e nell’ordine sociale. In pieno secolo XXI, «non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori».[14] State attenti a questo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. È la cultura dello scarto, che non solamente scarta, bensì obbliga a vivere nel proprio scarto, resi invisibili al di là del muro dell’indifferenza e del confort. Io ricordo la prima volta che ho visto un quartiere chiuso: non sapevo che esistessero. È stato nel 1970. Sono dovuto andare a visitare dei noviziati della Compagnia, e sono arrivato in un Paese, e poi, andando per la città, mi hanno detto: “No, da quella parte non si può andare, perché quello è un quartiere chiuso”. Dentro c’erano dei muri, e dentro c’erano le case, le strade, ma chiuso: cioè un quartiere che viveva nell’indifferenza. A me colpì tanto vedere questo. Ma poi questo è cresciuto, cresciuto, cresciuto…, ed era dappertutto. Ma io ti domando: il tuo cuore è come un quartiere chiuso? Il patto di Assisi Non possiamo permetterci di continuare a rimandare alcune questioni. Questo enorme e improrogabile compito richiede un impegno generoso nell’ambito culturale, nella formazione accademica e nella ricerca scientifica, senza perdersi in mode intellettuali o pose ideologiche – che sono isole –, che ci isolino dalla vita e dalla sofferenza concreta della gente.[15] È tempo, cari giovani economisti, imprenditori, lavoratori e dirigenti d’azienda, è tempo di osare il rischio di favorire e stimolare modelli di sviluppo, di progresso e di sostenibilità in cui le persone, e specialmente gli esclusi (e tra questi anche sorella terra), cessino di essere – nel migliore dei casi – una presenza meramente nominale, tecnica o funzionale per diventare protagonisti della loro vita come dell’intero tessuto sociale. Questo non sia una cosa nominale: esistono i poveri, gli esclusi… No, no, che quella presenza non sia nominale, non sia tecnica, non funzionale. È tempo che diventino protagonisti della loro vita come dell’intero tessuto sociale. Non pensiamo per loro, pensiamo con loro. Ricordatevi l’eredità dell’illuminismo, delle élites illuminate. Tutto per il popolo, niente con il popolo. E questo non va. Non pensiamo per loro, pensiamo con loro. E da loro impariamo a far avanzare modelli economici che andranno a vantaggio di tutti, perché l’impostazione strutturale e decisionale sarà determinata dallo sviluppo umano integrale, così ben elaborato dalla dottrina sociale della Chiesa. La politica e l’economia non devono «sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana».[16] Senza questa centralità e questo orientamento rimarremo prigionieri di una circolarità alienante che perpetuerà soltanto dinamiche di degrado, esclusione, violenza e polarizzazione: «Ogni programma, elaborato per aumentare la produzione, non ha in definitiva altra ragion d’essere che il servizio della persona. La sua funzione è di ridurre le disuguaglianze, combattere le discriminazioni, liberare l’uomo dalle sue servitù. […] Non basta accrescere la ricchezza comune perché sia equamente ripartita – no, non basta questo –, non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi più umana da abitare»[17]. Neppure questo basta. La prospettiva dello sviluppo umano integrale è una buona notizia da profetizzare e da attuare – e questi non sono sogni: questa è la strada – , una buona notizia da profetizzare e da attuare, perché ci propone di ritrovarci come umanità sulla base del meglio di noi stessi: il sogno di Dio che impariamo a farci carico del fratello, e del fratello più vulnerabile (cfr Gen 4,9). «La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente – la misura dell’umanità –. Questo vale per il singolo come per la società»;[18] misura che deve incarnarsi anche nelle nostre decisioni e nei modelli economici. Come fa bene lasciar risuonare le parole di San Paolo VI, quando, nel desiderio che il messaggio evangelico permeasse e guidasse tutte le realtà umane, scriveva: «Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. […] – ogni uomo e tutto l’uomo! –. Noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera».[19] In questo senso, molti di voi avranno la possibilità di agire e di incidere su decisioni macroeconomiche, dove si gioca il destino di molte nazioni. Anche questi scenari hanno bisogno di persone preparate, «prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16), capaci di «vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile dei Paesi e per evitare l’asfissiante sottomissione di tali Paesi a sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso, sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà, esclusione e dipendenza».[20] I sistemi creditizi da soli sono una strada per la povertà e la dipendenza. Questa legittima protesta chiede di suscitare e accompagnare un modello di solidarietà internazionale che riconosca e rispetti l’interdipendenza tra le nazioni e favorisca i meccanismi di controllo capaci di evitare ogni tipo di sottomissione, come pure vigilare sulla promozione dei Paesi più svantaggiati e in via di sviluppo; ogni popolo è chiamato a rendersi artefice del proprio destino e di quello del mondo intero.[21] Cari giovani, «oggi siamo di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli, di essere altri buoni samaritani che prendono su di sé il dolore dei fallimenti, invece di fomentare odi e risentimenti».[22] Un futuro imprevedibile è già in gestazione; ciascuno di voi, a partire dal posto in cui opera e decide, può fare molto; non scegliete le scorciatoie, che seducono e vi impediscono di mescolarvi per essere lievito lì dove vi trovate (cfr Lc 13,20-21). Niente scorciatoie, lievito, sporcarsi le mani. Passata la crisi sanitaria che stiamo attraversando, la peggiore reazione sarebbe di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di autoprotezione egoistica. Non dimenticatevi, da una crisi mai si esce uguali: usciamo meglio o peggio. Facciamo crescere ciò che è buono, cogliamo l’opportunità e mettiamoci tutti al servizio del bene comune. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma che impariamo a maturare uno stile di vita in cui sappiamo dire “noi”.[23] Ma un “noi” grande, non un “noi” piccolino e poi “gli altri”, no, questo non va. La storia ci insegna che non ci sono sistemi né crisi in grado di annullare completamente la capacità, l’ingegno e la creatività che Dio non cessa di suscitare nei cuori. Con dedizione e fedeltà ai vostri popoli, al vostro presente e al vostro futuro, voi potete unirvi ad altri per tessere un nuovo modo di fare la storia. Non temete di coinvolgervi e di toccare l’anima delle città con lo sguardo di Gesù; non temete di abitare coraggiosamente i conflitti e i crocevia della storia per ungerli con l’aroma delle Beatitudini. Non temete, perché nessuno si salva da solo. Nessuno si salva da solo. A voi giovani, provenienti da 115 Paesi, rivolgo l’invito a riconoscere che abbiamo bisogno gli uni degli altri per dar vita a questa cultura economica, capace di «far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani, e ispiri ai giovani – a tutti i giovani, nessuno escluso – la visione di un futuro ricolmo della gioia del Vangelo».[24] Grazie!

martedì 12 maggio 2020

Far politica nella tempesta, alle radici della Liberazione


Domenico Palermo
Città Nuova
Nel giorno deI 75 anni della Liberazione, pubblichiamo l’anticipazione dell’intervista alla biografa di Tina Anselmi, staffetta partigiana a 17 anni, esempio di impegno nella costruzione della Repubblica. Perché è attuale il percorso della prima donna ministro in Italia e alla quale dobbiamo l’introduzione del Sistema sanitario nazionale
La centralità del Servizio sanitario pubblico davanti all’avanzare della pandemia da Covid-19 ha fatto riscoprire l’opera di Tina Anselmi (1927-2016), ministro della Sanità che introdusse il Ssn in Italia nel 1978. Una donna che ha attraversato le tempeste del suo tempo. Tina Anselmi, seconda da sx, archivio AV Dalla scelta di entrare nella Resistenza a 17 anni davanti alla strage nazista dei giovani impiccati per le strade nel paese dove frequentava la scuola superiore (Bassano del Grappa), fino alla presidenza (1981-1984) della Commissione bicamerale di inchiesta sulla Loggia massonica P2 di Licio Gelli, dove ha combattuto contro le trame occulte che minacciano l’esistenza stessa della nostra Repubblica. Per avvicinarci a tale figura abbiamo intervistato Anna Vinci, scrittrice e saggista. Coautrice del libro autobiografico della Anselmi, Storia di una passione politica (Sperling & Kupfer, 2016), e del libro La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi (Chiarelettere, 2014). La nostra Costituzione è il frutto di una ribellione morale che ha portato molti giovani dell’epoca a partecipare alla Resistenza. Cosa ha significato per Tina Anselmi? Parlerei di una passione per la verità. La sua vita è stata sempre guidata da una capacità di tradurre il pensiero in fatti. Il suo modo di vivere la fede, assieme ai suoi valori, la guidarono a questa scelta, drammatica e dolorosa, della resistenza al nazifascismo. Da che formazione proveniva? Hanno marcato la sua formazione, più di altri pur importanti, la nonna e il padre. La prima, vedova a 24 anni, gestiva un’osteria, era molto attiva e presente. Il papà era un socialista legato alla figura di Matteotti. La scelta della Anselmi di stare dalla parte delle vittime è stata molto chiara. Diceva che se non scegli, se non prendi una parte, finisci per sostenere il carnefice. Una cattolica democratica formatasi nell’Azione Cattolica, leggendo Maritain e i filosofi francesi all’epoca vietati in Italia. Colpisce, nella sua vita, l’amore della sua giovinezza rimasto intatto nel tempo... Aveva un profondo senso di rispetto per la sua vita privata. Era severa, in primis con se stessa, ma capace di tenerezza, che si manifestava in famiglia, con le nipotine amate, con gli amici e le amiche di una vita. Lei si innamorò di un giovane partigiano, Nino, che morì in sanatorio subito dopo la guerra. L’amore a cui rimase legata tutta la
vita. Infatti portò con sé nella tomba il rosario, un fiore del suo giardino e la foto di Nino. Da sindacalista delle lavoratrici delle filande, la Anselmi ha affrontato i problemi dello sfruttamento del lavoro. Cosa dice oggi ai lavoratori precari e sfruttati? Aveva una sensibilità curiosa e attenta agli altri, un “talento” raffinato dalla fede senza orpelli. Riuscì ad avvicinare le lavoratrici grazie a una loro collega e sua amica, Francesca Meneghin. Era naturalmente empatica con i lavoratori e in grado di cogliere la sudditanza femminile dell’epoca nei confronti dei datori di lavoro, padroni in fabbrica e dei “padroni” nelle case, padri, mariti, fratelli. Le donne all’epoca erano sottomesse non solo dal punto di vista psicologico ed economico, ma anche giuridico. Era in grado di cogliere quel dettaglio in grado di fare la differenza, come le mani “lessate” delle lavoratrici delle filande. Quanto incise questo impegno nella sua successiva azione politica? Al primo posto poneva le necessità degli altri. Appena arrivò al ministero della Sanità fu attenta a tenere le distanze, togliendo, con garbo e decisione, potere ai corrotti e riuscendo a istituire il Sistema sanitario nazionale la cui realizzazione aspettava da 14 anni per i troppi “interessi” che giravano
intorno. Durante un viaggio di scambio fra giovani democratici di Europa e Stati Uniti, fu ricevuta alla Casa Bianca, dove incontrò il presidente John Fitzgerald Kennedy e suo fratello Robert. Cosa si dissero? I fratelli Kennedy volevano sapere il perché delle riserve dei giovani
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europei verso la democrazia statunitense. Tina rispose sinceramente che non potevano essere attratti da un sistema dove i Rockefeller e gli altri imprenditori americani finanziavano eserciti per reprimere le lotte sociali. Tina Anselmi archivio vdp Come poteva la Anselmi far politica in un partito dalle tante contraddizioni come la Dc? A questa domanda avrebbe risposto con un sorriso ironico. Poi avrebbe detto che la Democrazia cristiana nella quale si era iscritta era quella che guidò, non certo da sola, il Paese fino alla morte di Aldo Moro. Evento che ha segnato la fine di un progetto politico decisivo per la crescita della democrazia in Italia. Dagli inizi degli anni ’80, la Dc si trasformò in altro, ma Tina rimase fedele alla sua appartenenza cercando di tradurre la sua moralità in azione e contribuire a cambiare l’Italia. Ancora oggi, con tutti gli attacchi verso la sanità pubblica,
l’impalcatura disegnata dalla Anselmi regge anche di fronte al coronavirus. Negli anni ’80 guidò la commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 e nel 1992 non fu ricandidata nel suo collegio di Venezia-Treviso. Una persona del genere doveva essere nominata almeno senatrice a vita. E invece cosa è accaduto? Ha pagato la sua azione forte contro la P2. Andò fino in fondo, contro un muro di potere maschile che metteva insieme pezzi dello Stato, banche, potere dello Ior sotto la guida di Marcinkus e molto altro. Con i servizi segreti “devianti”, non deviati. Questo lavoro contraddistinse la sua tenuta morale fondata sulla lotta partigiana, impegno che ha pagato, come tanti eroi borghesi. Tina diceva che per capire le radici della Repubblica bisogna leggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza e il loro amore per la vita. LaPresse - P.G
La folla nell'ultimo saluto alla Anselmi nel 2016 Un anno fa è uscita la notizia della realizzazione del film sulla vita di Tina Anselmi con Rai Fiction. A che punto è? I grandi progetti hanno spesso bisogno di lunghi tempi. Raccontare la sua vita vuol dire rivivere una parte della storia d’Italia. Le sorelle, Maria Teresa e Gianna Anselmi, io stessa, coloro che si riconoscono nella storia, non solo politica ma umana di Tina, i cittadini di Castelfranco, noi tutti abbiamo una grande fiducia in Rai Fiction e rispetto nei confronti della sua direttrice, Eleonora Andreatta. Tina Anselmi si ritroverebbe, certo, in un film che narra la sua vita con “carne”, passione e ironia. Non amava la retorica né “i santini”.

sabato 9 maggio 2020

Moro, l’inattualità attualissima della sua lezione


Sono passati 42 anni dall’assassinio dello statista democristiano. Una vicenda ancora parzialmente oscura, ma che ha offuscato la parabola di un uomo che è stato il vero perno dell’evoluzione politica della Repubblica in Italia
di Guido FORMIGONI
Docente di Storia contemporanea - Prorettore Iulm
La vicenda ancora parzialmente oscura del sequestro e dell’assassinio di Moro, di cui ricordiamo in questo periodo i 42 anni, ha oscurato per molto tempo la sua parabola di politico e di statista. Nella memoria degli italiani resta la R4 amaranto con il suo mesto carico, non un percorso di vent’anni in cui Aldo Moro fu il vero perno dell’evoluzione politica della Repubblica in Italia. La sua morte tragica ha dato il suggello definitivo a un ruolo storico che egli pensava nel senso dell’evoluzione, della crescita, del pacifico e ordinato movimento verso obiettivi condivisi. E che invece è stato segnato dalla contrapposizione aspra e dall’incomprensione sul fronte esterno, ma anche da una interna tensione e da una drammaticità esistenziale crescente, di cui abbiamo la possibilità di cogliere solo alcuni bagliori.
Il giudizio sugli esiti della sua parabola esistenziale può essere anche molto diverso a seconda dei punti di vista e dei giudizi storici, ma questo non dovrebbe impedire di considerare né l’originalità delle sue intenzioni e delle sue motivazioni, né gli esiti di questo impegno. In termini di progetto, il suo pervicace tentativo fu quello di rendere la «Repubblica dei partiti» capace di realizzare quel modello ideale che restò sempre la sua stella polare: lo Stato democratico-sociale avanzato delineato nella prima parte della Costituzione del 1948. Lo perseguì costruendo le strategie del primo centro-sinistra e poi della «solidarietà nazionale» degli anni 1976-’78: allargare a sinistra il consenso, quindi, tentando però di evitare che si creassero contraccolpi e rotture. Egli riteneva indispensabile che non si divaricasse dal governo del Paese il peso di quel moderatismo italiano che era a rischio di involuzioni destrorse e financo autoritarie: per questo fu un sostenitore continuo dell’unità della Dc. In termini di risultati, siamo sempre più consapevoli che la sua scomparsa coincise con la fine di un periodo tutto sommato evolutivo della storia repubblicana, cui fece seguito una crisi sempre più grave della politica, precipitata infine nel baratro di Tangentopoli.
Cosa resta ai giorni nostri di quella esperienza e della lezione di quell’impegno? Il suo magistero intellettuale è vasto. Si tratta di scritti tutt’affatto che difficili e oscuri (come una certa retorica polemica è usa a dire), magari un po’ lenti e noiosi per i ritmi moderni, ma molto logici e addirittura pedagogici nei loro contenuti.
Certamente, a tratti sembra di essere ormai troppo lontani dai suoi giorni per poter parlare di una lezione viva. Anche perché purtroppo la brusca troncatura della sua presenza non ha aiutato una possibile continuità delle sue intuizioni, dei suoi metodi e della sua ispirazione. E ancor di più, perciò, molta parte delle lezioni che scaturiscono dalla sua vita ci sembrano segnate dall’inattualità di una stagione molto lontana. Non ci sono più i riferimenti vitali della politica di Moro: il quadro internazionale della guerra fredda, i partiti di massa, una Chiesa capillarmente viva negli strati popolari, una società in tumultuoso e ottimistico sviluppo.
Ma credo senz’altro che la società e la politica attuale potrebbero imparare parecchio proprio da questa inattualità: confrontarsi con qualcosa di totalmente diverso dovrebbe aiutare a comprendere i limiti del presente. Pensiamo alla sua capacità di intuire i grandi problemi storici senza farsi condizionare troppo dall’attualità contingente, alla fiducia nella lentezza dei processi più che nell’apparente rottura del decisionismo astratto, all’uso mite della parola e della ragione per ricondurre sempre le tensioni su un terreno di dialogo civile, all’arte della mediazione non finalizzata semplicemente alla propria sopravvivenza ma all’evoluzione lenta di un sistema fragile come la democrazia italiana, alla sua tensione interiore nell’essere fedeli al  Vangelo assumendo la responsabilità di scegliere nella storia i passi ad esso coerenti (in una sorta di permanente «principio di non appagamento» verso una meta di giustizia e di libertà). Sono elementi del passato? Forse, ma quanto potrebbero insegnare all’oggi!

Il giorno della memoria


Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

«Nel "Giorno della Memoria", che il Parlamento italiano ha voluto dedicare alle vittime del terrorismo, la Repubblica si inchina davanti alle vite spezzate dal fanatismo politico, dalle violenze di gruppi brigatisti e neofascisti, dagli assalti eversivi alle istituzioni democratiche e alla convivenza civile.
Tragicamente lunga è la sequela delle persone uccise negli anni di piombo: servitori dello Stato, donne e uomini eletti a simbolo di funzioni pubbliche, cittadini impegnati nella vita sociale, testimoni coerenti che non hanno ceduto al ricatto. Il legame della memoria rinnova e rafforza il sentimento di solidarietà con i familiari, ma richiama anche un impegno che vale per l'intera comunità.
Ricordare è un dovere. Ricordare le strategie e le trame ordite per destabilizzare l'assetto costituzionale, le complicità e le deviazioni di soggetti infedeli negli apparati dello Stato, le debolezze di coloro che tardarono a prendere le distanze dalle degenerazioni ideologiche e dall'espandersi del clima di violenza. Ed è giusto ricordare il coraggio di chi non si è piegato, di chi ha continuato a difendere la libertà conquistata, il diritto e la legalità, le istituzioni che presidiano la vita democratica. Il terrorismo è stato sconfitto grazie al sacrificio e alla rettitudine di molti, e grazie all'unità che il popolo italiano ha saputo esprimere in difesa dei valori più profondi della propria civiltà. La storia ci ha dimostrato che l'unità e la coesione degli italiani sono gli strumenti più efficaci di fronte ai pericoli più gravi.
Nel tempo sono state accertate responsabilità dirette e indirette. Gli autori dei delitti sono stati sottoposti a processi e condanne. Ma non ovunque è stata fatta piena luce. La verità resta un diritto, oltre che un dovere per le istituzioni. Terrorismo ed eversione sono stati battuti con gli strumenti della democrazia e della Costituzione: la ricerca della verità, dunque, deve continuare laddove persistono lacune e punti oscuri.
Il 9 maggio è il giorno in cui Aldo Moro venne ucciso. La barbarie brigatista giunse allora all'apice dell'aggressione allo Stato democratico. Lo straziante supplizio a cui Moro venne sottoposto resterà una ferita insanabile nella nostra storia democratica. Respinta la minaccia terroristica, oggi ancor più sentiamo il dovere di liberare Moro e ogni altra vittima da un ricordo esclusivamente legato alle azioni criminali dei loro assassini. Nel riscoprire il pensiero, l'azione, gli insegnamenti di Moro e di tanti altri giusti che hanno pagato il prezzo della vita, ritroveremo anche talune radici che possono essere preziose per affrontare il futuro».

70 anni...festa dell'Europa

Marco Bentivogli
Oggi ricorrono 70 anni dalla Dichiarazione Schuman, ideata con Jean Monnet. È l’inizio di un percorso che porterà alla firma del trattato della CECA dando inizio al processo di integrazione europea. La Fim è e sarà sempre europeista.
Razzismo, neofascismo e populismo saranno sempre inconciliabili col sindacato.
Oggi il sentimento antieuropeista va di pari passo con quello populista che ci ha abituati alla dialettica dell’odio, a cercare sempre un nemico all’esterno per poter risolvere i nostri problemi: l’immigrato, il cinese, il lombardo, l’Europa. Quello di cui non si parla è che Commissione e Parlamento Europeo hanno ben poco potere rispetto al Consiglio, per cui il potere decisionale è nelle mani dei singoli stati membri e non dell’Unione Europea.
Da una parte c’è disinformazione sul funzionamento delle istituzioni, dall’altra, se l’UE non si evolverà verso una maggiore integrazione politica, gli interessi particolaristici prevarranno sempre all’esterno per nascondere le nostre responsabilità.

venerdì 1 maggio 2020

primo maggio



Il 1 maggio del 2020 non è una giornata di mobilitazione, i lavoratori non hanno riempito le piazze; spero sia stata una giornata di riflessione sui radicali cambiamenti imposti dall'epidemia che ha colpito anche il mondo del lavoro. Nel suo messaggio, il Presidente della Repubblica ha notato che ci aspetta un futuro in cui "nulla sarà come prima". Non si tratta di una semplice svolta, ma di un cambiamento profondo nella vita della società, che dobbiamo prepararci ad affrontare con scelte lungimiranti. "riprogettando" il nostro futuro. Nella consapevolezza che per consolidare i risultati - certo non definitivi - ottenuti nella lotta contro il virus , dobbiamo evitare che la ripresa, inevitabilmente difficile, sia paralizzata da contrasti politici, mentre è necessaria la massima unità.
Anche Massimo Cacciari, che nei dibattiti televisivi è diventato un forte riferimento, concorda nel ritenere il coronavirus "un incredibile acceleratore del cambiamento", ma è pessimista sul futuro, poichè ritiene che "questa volta la rivoluzione riguarderà l'essenza del capitalismo", cioè del sistema economico e delle regole che lo caratterizzano, e la crisi sociale metterà alla prova la stessa democrazia. E guardando le piazze vuote del 1 maggio, si chiede se "con i lavoratori a casa da soli, anche il sindacato non rischi di sparire". Cacciari ricorre spesso ad immagini forti, ma in questo caso mette giustamente in discussione la formula "dopo niente sarà come prima".
Ascoltando l'ultimo dibattito parlamentare, anch'io sono tentato da un pessimismo che non riguarda la possibilità di vincere la sfida della vita e poi l'esito della ripresa economica: il comportamento degli italiani -in questa prima fase - dice che l'Italia ce la può fare; ma il fatto che la politica sembra no comprendere l'importanza di una rinascita dei valori cui facciamo riferimento, quando confrontiamo "questo dopo guerra", con quello caratterizzato dal 25 aprile del '45, dalla Costituzione del '48., dalla rinascita del paese.
Dopo aver ascoltato la relazione di Conte, e poi gli interventi della Meloni, di Renzi e di Salvini , ho avuto l'impressione che la politica sia rinchiusa in un labirinto dal quale non riesce ad uscire...Che sia afferrata dalle polemiche del passato, prigioniera della contesa sui "pieni poteri". Chi sogna per se' il potere, chi teme che il virus stia favorendo Conte, la sua popolarità, e nello stesso tempo lo considera il "Re Tentenna", sta assumendosi pesanti responsabilità, mentre - come ha esortato a fare anche Francesco, bisogna porre al centro di ogni decisione, il bene comune. Di una situazione simile ha scritto alcune rime satiriche Giuseppe Giusti, alla fine dell''800 . Rileggiamole. Dobbiamo uscire da questo incubo.
Deve esserci un Dopo, che sia caratterizzato da una rinascita democratica, un Dopo anche per la politica.

Buon primo maggio


L'unico modo di fare un ottimo lavoro è amare quello che fai. Se non hai ancora trovato ciò che fa per te, continua a cercare, non fermarti, come capita per le faccende di cuore, saprai di averlo trovato non appena ce l'avrai davanti. E, come le grandi storie d'amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continua a cercare finché non lo troverai. Non accontentarti. Sii affamato. Sii folle.
Steve Jobs

domenica 26 aprile 2020

Onorare i padri l'impegno per questo 25 aprile

Antonio Trebeschi 
Sindaco di Collebeato (BS)
25 aprile 2020
“Onorare i padri” è il titolo di una raccolta di scritti di protagonisti della Resistenza pubblicata dall’Associazione Fiamme Verdi “per mantenere viva la fiaccola della libertà che i nostri Padri ci hanno affidato”.
In rete si trova una bella poesia di Fulvio Marcellitti dedicata ai tanti padri e madri di un tempo, oggi nonni, che nei giorni di questa pandemia ci hanno lasciato.
“Se ne vanno. Mesti, silenziosi, come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni, tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi. Se ne vanno… visi segnati da rughe profonde… Mani che hanno spostato macerie…
Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario… con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati. Se ne vanno senza una carezza, senza che nessuno gli stringesse la mano, senza neanche un ultimo bacio. Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro Paese, patrimonio della intera umanità.
L’Italia intera deve dirvi GRAZIE e accompagnarvi in quest’ultimo viaggio con 60 milioni di carezze…”.
In questi giorni militari dell’Armata Russa [Giornale di Brescia 22/04/2020], affiancati da militari italiani con il supporto logistico degli alpini in congedo, sono entrati in azione sul territorio bresciano. Per un mese opereranno sull’intera provincia alla disinfezione delle case di riposo e delle residenze sanitarie per disabili, compresa la scuola Nikolajewka di Brescia, circostanza dal grande valore simbolico, pensando alla drammatica battaglia che gli alpini italiani combatterono nel 1943 contro i reparti dell’Armata Rossa.
Questa pandemia ha sovvertito e sta sovvertendo tante condizioni che abbiamo dato troppo spesso per scontate, acquisite per sempre – magari solo per una parte, ma la cosa non ci preoccupava più di tanto. C’è chi dice che niente potrà più essere lo stesso.
Certamente non potrà tornare chi ci ha lasciato e la crisi profonda che sta travolgendo interi settori dell’economia non sarà facile da superare.
Il blocco di gran parte delle attività ed di ogni tipo di contatto umano, la scoperta di una vulnerabilità dalla quale nessuno ha potuto ritenersi indenne, ci deve portare ad una riflessione che in questi anni di frenetica corsa abbiamo, per lo più, superficialmente accantonato.
Una riflessione sul nostro rapporto con l’ambiente e con gli altri, una riflessione sulle priorità della vita, una riflessione sul corretto uso delle risorse.
Con la consueta lucidità Papa Francesco sollecita questa riflessione.
“Le frontiere cadono, i muri crollano e tutti i discorsi integralisti si dissolvono dinanzi a una presenza quasi impercettibile che manifesta la fragilità di cui siamo fatti. Saremo capaci di agire responsabilmente di fronte alla fame che patiscono tanti, sapendo che c’è cibo per tutti? Continueremo a guardare dall’altra parte con un silenzio complice dinanzi a quelle guerre alimentate da desideri di dominio e di potere? Saremo disposti a cambiare gli stili di vita che subissano tanti nella povertà, promuovendo e trovando il coraggio di condurre una vita più austera e umana che renda possibile una ripartizione equa delle risorse? Adotteremo, come comunità internazionale, le misure necessarie per frenare la devastazione dell’ambiente o continueremo a negare l’evidenza? La globalizzazione dell’indifferenza continuerà a minacciare e a tentare il nostro cammino?”.
Penso che questa celebrazione possa essere una buona opportunità per andare a ritrovare validi riferimenti, forse dimenticati o, comunque, mai abbastanza fatti propri.
Il 25 Aprile, Festa della Liberazione, è la data che rappresenta uno spartiacque nella storia del nostro Paese. La fine della tragedia della guerra e della dittatura fascista, con la sua politica fondata su superiorità, discriminazione, separazione e autoritarismo, che faceva leva sulla minaccia, sulla paura e sulla delazione.
I valori e gli ideali che unirono le varie anime della Resistenza vennero espressi nella Carta Costituzionale dove, nella ferma volontà di tradurre in precise disposizioni le speranze e le attese per un profondo cambiamento dello Stato e della società, vennero posti tra i principi fondamentali Diritti Inviolabili e Doveri Inderogabili per ogni cittadino:
“Doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale [art. 2]; pari dignità sociale e uguaglianza davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali [art.3]; il diritto al lavoro e il dovere di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società [art.4]; il diritto d’asilo allo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche [art. 10]”;
E ancora: “il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi [art. 17]; di associarsi liberamente [art. 18]; di professare liberamente la propria fede religiosa [art. 19]; di manifestare liberamente il proprio pensiero [art. 21]; il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del proprio lavoro [art. 36]; al mantenimento e all’assistenza sociale per chi è inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere  [art. 38]; il diritto di sciopero [art. 40]; il sacro dovere di difendere la Patria [art. 52]; il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi e, per i cittadini cui sono affidate le funzioni pubbliche, il dovere di adempierle con disciplina e onore [art. 54]”.
Un dettato costituzionale e i suoi ideali ispiratori che non solo caratterizzano la netta cesura con il sistema di violenza e terrore nazifascista, ma costituiscono il solido riferimento del nostro sistema democratico. E a questi  contenuti dobbiamo guardare non come vessillo da sbandierare o brandire contro gli avversari politici quando fa comodo, magari senza neppure conoscerli, ma come reale fondamento per le nostre scelte.
Lionello Levi Sandri che guidò i partigiani nelle battaglie del Mortirolo e, dopo la guerra, fu consigliere comunale a Brescia, Commissario europeo e presidente del Consiglio di Stato, ai comandanti partigiani, a Bassano del Grappa nel 1984, ricordava che:
“la Resistenza e gli ideali che l’hanno ispirata possono ancora incidere ed essere vivi nella nostra società… solo se saremo capaci di alimentare ancora la nostra rivolta morale, se saremo decisi a non accettare le ingiustizie e le prepotenze e a non essere di fronte ad esse sordi ed inerti; se rimarremo ribelli ad ogni forma di ingiustizia, di sopraffazione, di iniquità, comunque essa si manifesti”.
Mentre per lo storico Pietro Scoppola:
“Il processo di liberazione non è mai compiuto: non è compiuto nelle coscienze dei singoli, non lo è nella vita sociale. La liberazione dell’uomo, di tutti gli uomini, dall’oppressione, dalla miseria, dall’ignoranza, dalla paura… è un obiettivo sempre valido, sempre necessario e sempre aperto.
Celebrare il 25 aprile significa … aprirsi alla cultura della liberazione, all’idea di traguardi più avanzati di dignità e di libertà umana, a una idea di democrazia che coniuga tensione utopica e ricerca di adeguati strumenti istituzionali; significa aprirsi alla prospettiva di una lotta per la liberazione che continua oggi e deve continuare domani”.
Pertanto se davvero vogliamo “Onorare i Padri” a 75 anni dalla Liberazione, “mantenere viva la fiaccola della libertà che ci hanno affidato”  e, soprattutto, intraprendere un serio cammino per superare la crisi della pandemia verso una condizione di maggiore equità e giustizia, dovremo essere capaci di seguire il loro insegnamento e il loro esempio.
La ricostruzione dalle macerie della guerra è stato frutto di concordia ed unità d’intenti, competenza, coraggio, lungimiranza ed anche attenzione ai più deboli.
Basta allora sterili battibecchi tra tifoserie politiche, che non guardano ai contenuti ma soltanto alla visibilità. Basta superficialità e improvvisazione. Ciascuno dia il proprio contributo in modo onesto e costruttivo. Le risorse a disposizione devono essere indirizzate alle reali necessità, attraverso valutazioni serie, guardando ad un orizzonte che vada al di là della ricerca del consenso immediato.
Il sacro dovere di difendere la Patria si dovrà tradurre nel potenziamento – finanziamenti e strategie organizzative – della ricerca, della sanità, delle politiche sociali, della scuola, del sistema di accoglienza, della messa in sicurezza di strutture e territorio. Basta muri, separazioni, discriminazioni, furbizie, evasione fiscale. Che, finalmente, il Parlamento abbia il coraggio di ridurre significativamente le spese per gli armamenti e eliminare i decreti sicurezza. Non è davvero più pensabile che si investano ogni anno decine di miliardi di euro per cacciabombardieri nucleari e altre armi da guerra e ci siano leggi che alimentano l’irregolarità e la discriminazione.
Aldo Moro nel 1944 scriveva: “Ora dobbiamo percorrere una lunga e difficile strada: dobbiamo appunto ricostruire. Cominciamo di qui. Rimettiamoci tutti a fare con semplicità il nostro dovere… Chi ha da studiare, studi. Chi ha da insegnare, insegni. Chi ha da lavorare, lavori. Chi ha da combattere, combatta. Chi ha da fare della politica attiva, la faccia, con la stessa semplicità di cuore con la quale si fa ogni lavoro quotidiano. Madri e padri attendano ad educare i loro figlioli. E nessuno pretenda di fare più o meglio di questo. Perché questo è veramente amare la Patria e l’umanità”.
Concludo con le parole pronunciate i giorni scorsi da Papa Francesco:
“Se abbiamo potuto imparare qualcosa in tutto questo tempo è che nessuno si salva da solo… Ogni azione individuale non è un’azione isolata, nel bene o nel male. Ha conseguenze per gli altri, perché tutto è interconnesso.
Questo è il tempo… che ci chiede di non conformarci né accontentarci, e tanto meno di giustificarci con logiche sostitutive o palliative, che impediscono di sostenere l’impatto e le gravi conseguenze di ciò che stiamo vivendo. Questo è il tempo propizio per trovare il coraggio di una nuova immaginazione del possibile.
Che ci trovi con gli anticorpi necessari della giustizia, della carità e della solidarietà.  Non possiamo permetterci di scrivere la storia presente e futura voltando le spalle alla sofferenza di tanti.
Non dobbiamo aver paura di vivere l’alternativa della civiltà dell’amore, che è “una civiltà della speranza: contro l’angoscia e la paura, la tristezza e lo sconforto, la passività e la stanchezza. La civiltà dell’amore si costruisce quotidianamente, ininterrottamente. Presuppone uno sforzo impegnato di tutti. Presuppone, per questo, una comunità impegnata di fratelli”.

mercoledì 22 aprile 2020

La cura della casa comune


Catechesi in occasione della 50ª Giornata Mondiale della Terra
Papa Francesco
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi celebriamo la 50ª Giornata Mondiale della Terra. È un’opportunità per rinnovare il nostro impegno ad amare la nostra casa comune e prenderci cura di essa e dei membri più deboli della nostra famiglia. Come la tragica pandemia di coronavirus ci sta dimostrando, soltanto insieme e facendoci carico dei più fragili possiamo vincere le sfide globali. La Lettera Enciclica Laudato si’ ha proprio questo sottotitolo: “sulla cura della casa comune”. Oggi rifletteremo un po’ insieme su questa responsabilità che caratterizza il «nostro passaggio su questa terra» (LS, 160). Dobbiamo crescere nella coscienza della cura della casa comune.
Siamo fatti di materia terrestre, e i frutti della terra sostengono la nostra vita. Ma, come ci ricorda il libro della Genesi, non siamo semplicemente “terrestri”: portiamo in noi anche il soffio vitale che viene da Dio (cfr Gen 2,4-7). Viviamo quindi nella casa comune come un’unica famiglia umana e nella biodiversità con le altre creature di Dio. Come imago Dei, immagine di Dio, siamo chiamati ad avere cura e rispetto per tutte le creature e a nutrire amore e compassione per i nostri fratelli e sorelle, specialmente i più deboli, a imitazione dell’amore di Dio per noi, manifestato nel suo Figlio Gesù, che si è fatto uomo per condividere con noi questa situazione e salvarci.
A causa dell’egoismo siamo venuti meno alla nostra responsabilità di custodi e amministratori della terra. «Basta guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune» (ibid., 61). L’abbiamo inquinata, l’abbiamo depredata, mettendo in pericolo la nostra stessa vita. Per questo, si sono formati vari movimenti internazionali e locali per risvegliare le coscienze. Apprezzo sinceramente queste iniziative, e sarà ancora necessario che i nostri figli scendano in strada per insegnarci ciò che è ovvio, vale a dire che non c’è futuro per noi se distruggiamo l’ambiente che ci sostiene.
Abbiamo mancato nel custodire la terra, nostra casa-giardino, e nel custodire i nostri fratelli. Abbiamo peccato contro la terra, contro il nostro prossimo e, in definitiva, contro il Creatore, il Padre buono che provvede a ciascuno e vuole che viviamo insieme in comunione e prosperità. E come reagisce la terra? C’è un detto spagnolo che è molto chiaro, in questo, e dice così: “Dio perdona sempre; noi uomini perdoniamo alcune volte sì alcune volte no; la terra non perdona mai”. La terra non perdona: se noi abbiamo deteriorato la terra, la risposta sarà molto brutta.
Come possiamo ripristinare un rapporto armonioso con la terra e il resto dell’umanità? Un rapporto armonioso … Tante volte perdiamo la visione della armonia: l’armonia è opera dello Spirito Santo. Anche nella casa comune, nella terra, anche nel nostro rapporto con la gente, con il prossimo, con i più poveri, come possiamo ripristinare questa armonia? Abbiamo bisogno di un modo nuovo di guardare la nostra casa comune. Intendiamoci: essa non è un deposito di risorse da sfruttare. Per noi credenti il mondo naturale è il “Vangelo della Creazione”, che esprime la potenza creatrice di Dio nel plasmare la vita umana e nel far esistere il mondo insieme a quanto contiene per sostenere l’umanità. Il racconto biblico della creazione si conclude così: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). Quando vediamo queste tragedie naturali che sono la risposta della terra al nostro maltrattamento, io penso: “Se io chiedo adesso al Signore cosa ne pensa, non credo che mi dica che è una cosa molto buona”. Siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore!
Nel celebrare oggi la Giornata Mondiale della Terra, siamo chiamati a ritrovare il senso del sacro rispetto per la terra, perché essa non è soltanto casa nostra, ma anche casa di Dio. Da ciò scaturisce in noi la consapevolezza di stare su una terra sacra!
Cari fratelli e sorelle, «risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi» (Esort. ap. postsin. Querida Amazonia, 56). La profezia della contemplazione è qualcosa che apprendiamo soprattutto dai popoli originari, i quali ci insegnano che non possiamo curare la terra se non l’amiamo e non la rispettiamo. Loro hanno quella saggezza del “buon vivere”, non nel senso di passarsela bene, no: ma del vivere in armonia con la terra. Loro chiamano “il buon vivere” questa armonia.
Nello stesso tempo, abbiamo bisogno di una conversione ecologica che si esprima in azioni concrete. Come famiglia unica e interdipendente, necessitiamo di un piano condiviso per scongiurare le minacce contro la nostra casa comune. «L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune» (LS, 164). Siamo consapevoli dell’importanza di collaborare come comunità internazionale per la protezione della nostra casa comune. Esorto quanti hanno autorità a guidare il processo che condurrà a due importanti Conferenze internazionali: la COP15 sulla Biodiversità a Kunming (Cina) e la COP26 sui Cambiamenti Climatici a Glasgow (Regno Unito). Questi due incontri sono importantissimi.
Vorrei incoraggiare a organizzare interventi concertati anche a livello nazionale e locale. È bene convergere insieme da ogni condizione sociale e dare vita anche a un movimento popolare “dal basso”. La stessa Giornata Mondiale della Terra, che celebriamo oggi, è nata proprio così. Ciascuno di noi può dare il proprio piccolo contributo: «Non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, perché provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente» (LS, 212).
In questo tempo pasquale di rinnovamento, impegniamoci ad amare e apprezzare il magnifico dono della terra, nostra casa comune, e a prenderci cura di tutti i membri della famiglia umana. Come fratelli e sorelle quali siamo, supplichiamo insieme il nostro Padre celeste: “Manda il tuo Spirito e rinnova la faccia della terra” (cfr Sal 104,30).

Il nostro grande esodo dal deserto del fascismo

Discorso di Aldo Moro pronunciato a Bari per il trentennale della Resistenza
(21 dicembre 1975)
L’Italia rivive cosi una drammatica ma esaltante esperienza ed approfondisce la sua identità nazionale. Quella identità nazionale appunto che si rivela in momenti di svolta, destinati ad esercitare una decisiva influenza nella storia dei popoli.
La Resistenza fu uno di questi momenti. Ad essa dunque, ancora oggi, facciamo riferimento. Ad essa ci rivolgiamo come al luminoso passato, sul quale è fondato il nostro presente ed il nostro avvenire.
La Resistenza fu lo scatto ribelle di un popolo oppresso, teso alla conquista della sua libertà. Ma essa non fu solo un moto patriottico-militare contro l’occupante tedesco, destinato, perciò, ad esaurirsi con la fine del conflitto mondiale. La Resistenza viene da lontano e va lontano. Affonda le sue radici nella storia del nostro Stato risorgimentale. E’ destinata a caratterizzare l’epoca della rinnovata democrazia italiana. Un dato storico è da mettere in rilievo: alla Resistenza parteciparono, spontaneamente, larghe forze popolari, e non solo urbane, ma della campagna e della montagna. Furono coinvolti ad un tempo il proletariato di fabbrica, che difendeva gli strumenti essenziali del suo lavoro, e la realtà contadina. Alle azioni gloriose delle formazioni partigiane e del nostro corpo di liberazione, schierati in battaglia, si accompagnò un’infinità di episodi spontanei, il più delle volte oscuri o poco noti, che rappresentarono l’immediata risposta delle popolazioni alle sopraffazioni delle brigate nere o dell’esercito nazista, una risposta data anche fuori dai centri urbani, nei più sperduti paesi rurali, nelle zone collinari e pedemontane. Questa Resistenza più ramificata e diffusa, che non è stata classificata tra le operazioni delle divisioni partigiane direttamente impegnate nello scontro armato, si è collegata molto spesso al ricordo delle lotte lunghe e tenaci che le leghe, contadine avevano condotto in tante regioni: dal Veneto alla Toscana, all’Emilia, alle Puglie, contro lo squadrismo agrario e le violenze nazionalistiche o fascistiche degli anni venti e anche oltre. Ma non era mero ricordo, bensì un dato vitale, una sorta di impegno civile, che ha immesso nella Resistenza fattori sociali connessi con la storia delle grandi masse popolari, a lungo escluse dalla partecipazione alla vita dello Stato unitario. La Resistenza supera cosi il limite di una guerra patriottico-militare, di un semplice movimento di restaurazione prefascista, come pure da talune parti si sarebbe allora desiderato. Diventa un fatto sociale di rilevante importanza.
A lungo si è ripetuto che alla piena esplicazione della Resistenza ha nociuto il peso negativo rappresentato dal Mezzogiorno, che non ha compiuto l’esperienza della lotta partigiana del Nord Italia. Gli storici tendono ora a correggere questa visione dualistica, di un Nord, proiettato verso una peraltro indefinita rivoluzione, e un Sud, ancora una volta “palla al piede” dello sviluppo italiano. Il rapporto tra Mezzogiorno e Resistenza è complesso. Non va dimenticato, nello sfondo, ciò che pagarono le campagne del Mezzogiorno al fascismo. E’ vero, fu avviata una politica di bonifiche che consentì in un secondo tempo la formazione di ceti agrari più progrediti, meno attaccati alla esclusiva conservazione della rendita. Ma quel poco che si fece sotto il fascismo per il Sud, ebbe come corrispettivo il blocco dell’emigrazione interna, una politica di bassi salari, sperequazioni tributarie e pesanti vincoli contrattuali nelle campagne. Il programma fascista di un’Italia rurale ed eroica portò in realtà ad un eccesso di popolazione contadina, costretta a vivere entro strutture economiche rimaste arcaiche e statiche e perciò prive, di impulsi creativi. Crollato il fascismo e liberato il Mezzogiorno dalle truppe alleate, non per caso ancora una volta furono le campagne a muoversi. Si trattava della lotta al latifondo e della riforma agraria, cioè di una delle esperienze più significative di questo dopoguerra, che ha consentito lo svilupparsi di un grande movimento contadino nel Sud ed ha impegnato i governi in un notevole sforzo, nel suo insieme positivo. Ma, tornando agli anni cruciali che vanno dalla fine del ’43 a tutto il ’45, non ci sembra si possa dire che il Mezzogiorno fu una remora alla realizzazione degli ideali della Resistenza. Non vanno dimenticati gli intellettuali meridionali schierati sul fronte della libertà. Eppoi parlano le cose. Il Sud ha dato con profonda convinzione il suo apporto alla guerra di liberazione e ai primi atti dei governi della coalizione antifascista; ha contribuito al crollo degli eserciti nazifascisti, facilitando l’avanzata di quelli alleati; ha visto la nascita e l’affermarsi delle prime libere manifestazioni politiche dei partiti antifascisti; ha scritto con la insurrezione napoletana una tra le pagine più belle della Resistenza. (…)
Si è anche talvolta affermato che la Resistenza sarebbe stata tradita nel suo significato più autentico e che il graduale ritorno alle vecchie strutture dello stato prefascista avrebbe sancito una continuità statale di vecchio tipo. Se la polemica non fa velo, credo possa apparire evidente a tutti il grande salto di qualità che si è compiuto passando dallo Stato prefascista a quello nato dalla Resistenza sotto il profilo sia della struttura sia dei fini istituzionali. Non sono differenze di superficie, ma di sostanza, che riguardano anzitutto il processo di formazione e articolazione della volontà politica nazionale attraverso i partiti di massa, la consistenza democratica di base dello Stato, il suo ruolo di propulsione e di guida nella vita economica e sociale. Se vi furono aspetti di restaurazione, se vi furono remore e momenti anche di arresto nella realizzazione delle premesse ideali della Resistenza, ciò non può farci dimenticare il progresso compiuto e il senso storico-culturale della opzione politica in favore della democrazia che fu alle origini della fondazione del nuovo Stato. (…)
Con tutte le cautele e le gradualità imposte dalle esigenze della strategia alleata e dalla crescente diffidenza che divise ben presto le potenze occidentali dall’Unione Sovietica, la Resistenza fu indubbiamente molto di più di una operazione patriottico-militare. Essa agì in profondità nella vita politica del nostro Paese, dando una nuova dimensione allo Stato, arricchendo la vita democratica e creando una originale mentalità antifascista, la quale superò quella formale e parlamentaristica che aveva in certo modo caratterizzato in precedenza la opposizione al fascismo.
Lo Stato al quale i partiti democratici hanno dato vita è lo Stato che lo spirito della Resistenza e le circostanze oggettive hanno reso possibile in una valutazione globale di tutti gli interessi del Paese, interessi nazionali ed internazionali, immediati e in prospettiva. E certo occorreva uno Stato nel quale si riconoscesse il maggior numero possibile di cittadini, che fosse capace, su questa base, di ricostruire l’Italia, dandole un assetto stabile di libertà e di giustizia.
Sono questi, che ho appena ricordati, momenti della nostra vicenda trentennale sui quali è ancora aperto il giudizio storico, aperta la valutazione politica. Credo tuttavia che, pur partendo da punti di vista diversi e nella comprensibile divergenza d’opinioni sulle strade seguite e sulle soluzioni date in alcuni stretti passaggi della nostra vicenda nazionale, una cosa si possa dire e cioè che i partiti i quali si richiamano alla Resistenza e si riconoscono nella Costituzione repubblicana, ciascuno secondo la propria responsabilità ed il proprio ruolo, hanno guardato alle istituzioni democratiche, da presidiare ed accreditare nella coscienza del Paese. Via via, nel corso di questi trent’anni, un sempre maggior numero di cittadini e gruppi sociali, attraverso la mediazione dei partiti e delle grandi organizzazioni di massa che animano la vita della nostra società, ha accettato lo Stato nato dalla Resistenza. Si sono conciliati alla democrazia ceti tentati talvolta da suggestioni autoritarie e chiusure classiste. Ma, soprattutto, sono entrati a pieno titolo nella vita dello Stato ceti lungamente esclusi. Grandi masse di popolo guidate dai partiti, dai sindacati, da molteplici organizzazioni sociali, oggi garantiscono esse stesse quello Stato che un giorno considerarono con ostilità quale irriducibile oppressore. Se tutto questo è avvenuto nella lotta, nel sacrificio, è merito della Resistenza, di un movimento cioè che si è mosso nel senso della storia, mettendo ai margini l’opposizione antidemocratica e facendo spazio alle forze emergenti e vive della nuova società.
Certo, l’acquisizione della democrazia non è qualche cosa di fermo e di stabile che si possa considerare raggiunta una volta per tutte. Bisogna garantirla e difenderla, approfondendo quei valori di libertà e di giustizia che sono la grande aspirazione popolare consacrata dalla Resistenza.
Il nostro antifascismo non è dunque solo una nobilissima affermazione ideale, ma un indirizzo di vita, un principio di comportamenti coerenti. Non è solo un dato della coscienza, il risultato di una riflessione storica; ma è componente essenziale della nostra intuizione politica, destinata a stabilire il confine tra ciò che costituisce novità e progresso e ciò che significa, sul terreno sociale come su quello politico, conservazione e reazione.
Intorno all’antifascismo è possibile e doverosa l’unità popolare, senza compromettere d’altra parte la varietà e la ricchezza della comunità nazionale, il pluralismo sociale e politico, la libera e mutevole articolazione delle maggioranze e delle minoranze nel gioco democratico.
In questo ambito ed in questo spirito è responsabilità politica dei partiti l’effettuare quelle scelte di indirizzi, di contenuti e di schieramenti ritenuti meglio rispondenti agli interessi del Paese.
Trent’anni fa, uomini di diversa età ed anche giovanissimi, di diversa origine ideologica, culturale, politica, sociale; provenienti sovente dall’esilio, dalla prigione, dall’isolamento; ciascuno portando il patrimonio della propria esperienza, hanno combattuto, per restituire all’Italia l’indipendenza nazionale e la libertà.
Questo è stato il nostro grande esodo dal deserto del fascismo; questa è stata la nostra lunga marcia verso la democrazia.

Convegno Bachelet 27 maggio


di Stefano Ceccanti

Il professor Lanchester ci chiede come abbiamo vissuto il sacrificio di Vittorio Bachelet nel 1980 per condividere alcuni elementi di memoria.
Quello era il mio ultimo anno di liceo e l’omicidio di Bachelet veniva dopo anni tormentati; in particolare era ancora dentro di noi il terribile ricordo dei cinquantacinque giorni del rapimento di Aldo Moro e della sua uccisione.
Quel cognome mi era noto per due degli ambienti che allora con alcuni altri coetanei frequentavo assiduamente: il Movimento Studenti di Azione Cattolica e il gruppo locale Jacques Maritain federato alla Lega Democratica di Pietro Scoppola, Achille Ardigò e Paolo Giuntella.
Dal primo avevo imparato il senso non intimistico della cosiddetta scelta religiosa implementata pochi anni prima da Bachelet, che portava con sé la necessità di conoscere approfonditamente i documenti del Concilio e la Costituzione, distinguendo ma unendo in una doppia fedeltà il ruolo di credenti e quello di cittadini.
Dal secondo, soprattutto dallo splendido libro di Pietro Scoppola “La proposta politica di De Gasperi”, uscito nel 1977, avevamo colto alla luce del passato il senso degli anni della solidarietà nazionale: la collaborazione resistenziale era durata troppo poco, lacerata allora dalla Guerra Fredda, e c’era bisogno di un lavoro comune, non solo di Governo, ma anche molecolare, per dare spessore a una base condivisa, emersa positivamente nel riconoscimento di tutte le principali forze politiche della collocazione atlantica e di quella europea, che consentisse l’alternanza. Quella che Scoppola chiamava la “cultura dell’intesa”. Nel 1979 ad Arezzo si era svolto il convegno della Lega democratica su “La terza fase e le istituzioni” che aveva prospettato anche l’esigenza di accompagnare la possibile alternanza con riforme della Seconda Parte della Costituzione.
Il senso di parole come distinzione, mediazione (nel doppio significato verticale, tra principi e realtà, e orizzontale, tra posizioni diverse), che segnano come spiegava Scoppola la liberazione umana come processo aperto, dialogico si pensi alle belle pagine del volumetto successivo sul 25 aprile), non era però del tutto condiviso. Proprio nel 1977 si era sviluppato un eterogeneo movimento di protesta, che portava con sé esigenze ambigue, alcune positive in chiave libertaria contro gli eccessi delle culture doveristiche tradizionali che avevano strutturato il Paese, altre però distruttive che avevano portato consenso alle frange terroristiche residue. Gruppi che si ispiravano alla cultura della Rivoluzione, intesa come un punto fisso di arrivo, da raggiungere a tutti i costi per via di imposizione, l’esatto contrario del processo aperto di liberazione. Come ha spiegato Micheal Walzer in “Esodo e rivoluzione” ci sono due modelli politici e teologici diversi a seconda che si consideri la terra promessa da raggiungere come pura, o, viceversa, da scegliere solo perché migliore di quella presente, senza pretesa di perfezione. La violenza tendeva a opporre la Rivoluzione agli uomini che col proprio riformismo incarnavano davvero la possibilità di Liberazione. Negando la Liberazione dentro il sistema si illudevano di imporre la Rivoluzione. All’idea di Costituente incompiuta, di un Governo delle forze popolari troppo presto interrotto nel 1947 e da riprendere trent’anni dopo per consentire un’alternanza non traumatica si opponeva il mito della Resistenza tradita che poteva compiersi solo con la Rivoluzione di una parte che si imponeva all’altra.
In qualche modo, però, la contestazione alle idee di distinzione, di mediazione, di doppia fedeltà era contestata anche nella Chiesa. Quel cattolicesimo impersonato da Moro e Bachelet ad alcuni sembrava datato, troppo elaborato, e non nel senso scontato in cui ovviamente nessuna eredità non può essere solo passivamente ripetuta. Cosicché quando qualche settimana dopo l’omicidio, per l’appunto a Pisa, il 24 e 25 maggio, esattamente quarant’anni fa, in un convegno nazionale dei giovani della Lega Democratica che presero il nome della “Rosa Bianca”, l’allora presidente della Fuci Giorgio Tonini usò come parole chiave “mediazione culturale”, si ingenerò una dura polemica ecclesiale sull’opportunità o meno di archiviare per intero quell’eredità in nome di un approccio più immediato all’opzione religiosa, teso a svalutare anche la stagione della solidarietà nazionale e l’appartenenza comune alla Costituzione.. Come nella contestazione terroristica riviveva la teoria della “Resistenza tradita” e la polemica estremista contro le forze di sinistra che avevano progressivamente accettato la collocazione europea ed atlantica, così nella Chiesa rivivevano alcune delle pulsioni intransigenti che si erano manifestate al momento dell’approvazione della Costituzione, vista come un cedimento ad altre impostazioni, delle elezioni municipali di Roma del 1952 con la cosiddetta operazione Sturzo, nelle dure opposizioni al primo centro-sinistra e nelle riserve verso lo stesso Concilio. Giacché i piani sono distinti, ma la connessione è sempre forte.
Due opposizioni del tutto diverse, niente affatto assimilabili, ma entrambe tese a polarizzare, a privilegiare l’immediatezza sulla mediazione, la propria Rivoluzione alla Liberazione comune, la propria esperienza religiosa come contrapposta alla cittadinanza comune.
A tanti anni di distanza credo si possa legittimamente rivendicare che invece quella via di Liberazione, nel segno della mediazione e del riformismo, fosse l’unica portatrice di futuro, al netto della capacità di ciascuno di noi di saperla rinnovare costantemente.

lunedì 20 aprile 2020

La politica indichi come ripartire


Guido Bodrato
19 aprile 2020

Tra pochi giorni, ricorderemo il 25 aprile, festa della Liberazione, "costretti" in casa da quasi due mesi. Per chi ha la mia età, scrivono i quotidiani, questa "condanna" potrebbe trasformarsi "a vita"..Stiamo frenando il dilagare del contagio, ma non vincendo questo Virus.. Il Coronavirus sembra invincibile, siamo in guerra. La linea che quotidianamente ha registrato l'andamento dei contagi (e delle morti) dopo aver raggiunto "il picco" ha iniziato a scendere; ma la discesa è rallentata negli ultimi giorni; ed è cresciuto il timore che un ritorno alle attività, anche se graduale, possa favorire un riaccendersi del contagio..
E si è riaccesa la polemica tra Regioni e governo, prima sulle responsabilità dei "ritardi", e subito dopo sulla decisione da assumere sulla "riapertura" Su questa decisione si è delineato un contrasto tra Nord e Sud, tra Confindustria e sindacati.
Eppure chi ha la responsabilità di decidere, dovrà farlo, sapendo che in ogni caso si sbaglia: dovrà mettere al primo posto la salute, ma dovrà anche correre i rischi per una apertura graduale delle fabbriche..Dovrà decidere questa strategia chi ha la responsabilità del governo, dovrà decidere il parlamento..ed è già evidente che su questa questione l'opposizione cerca di fare implodere la maggioranza; Salvini e Meloni considerano più importante tagliare la testa a Conte, il resto verrà...
Questa situazione dice che il "Dopo" sarà caratterizzato da un conflitto per il potere più aspro di quello che abbiamo sperimentato; che l'appello di Mattarella per un'unità che permetta di affrontare in modo più efficace questa straordinaria ed imprevista crisi, mettendo al primo posto l'Italia, resterà un auspicio. E' tramontata ogni speranza?
Bisogna ascoltare gli scienziati e investire di più sulla sanità pubblica e sulla ricerca, ma non si potranno scaricare sui "consulenti" i limiti delle scelte compiute nella prima e nella seconda fase di questa difficilissima vicenda.
Ed è sbagliato avviare processi sulle responsabilità, è sbagliato ed inaccettabile, come ha giustamente e ripetutamente scritto Mattia Feltri su La Stampa, cercare un capro espiatorio; e chi li fa' si assume una pesante responsabilità Come chi soffia sul fuoco, sulla protesta, mentre sta emergendo una comprensibile stanchezza nell'opinione pubblica, mentre cresce il numero di chi è senza lavoro, senza reddito, ed è spinto alla disperazione dal protrarsi dell'emergenza e dalle incertezze di chi ha la gestione sociale e politica della crisi.
Un'altra linea di tensione riguarda i rapporti con l'Unione Europea:
anche in questo caso, si è riproposto, in termini sempre più radicali lo scontro tra europeisti e sovranisti. Eppure dovrebbero essere evidenti due questioni: la prima, che la crisi economica che stiamo attraversando, per la sua natura e per la sua dimensione, richiede per l'Italia e per l'Europa, una strategia quale quella delineata da Draghi; la seconda, che questa strategia si fonda su un rilancio dell'europeismo, non su una uscita dall'Europa. Dove porterebbe i paesi europei, la disgregazione dell'Unione' ? Sbagliano gli egoisti del Nord, sbagliano i sovranisti dell'Est, Dobbiamo, con tenacia rilanciare i valori del federalismo europeo: quella storia non è finita. E' incomprensibile, in questo orizzonte, l'opposizione pregiudiziale al Mes, quando i finanziamenti disponibili per le infrastrutture sanitarie non comportano alcuna condizione...
Tutti riconoscono l'eroismo delle persone che contrastano, in prima linea e con grande generosità, il virus: medici, infermieri, forze dell'ordine e volontari; tutti dovrebbero riconoscere che nella guerra alla pandemia l'arma più importante è l'isolamento del visus. E quest'arma è nelle mani di tutti i cittadini: sono i loro comportamenti a decidere l'esito dello scontro..
Però se queste questioni reali diventano "pretesti" per assaltare il Palazzo d'Inverno, per fare cadere il governo, dobbiamo chiederci: dove porta questa "rivoluzione", dov'è il nuovo Lenin ?
Anche questa volta, è l'imprevisto a condizionare la politica, Ed in politica, per la rinascita della politica dopo la notte dell'antipolitica, diventa sempre più importante avere un progetto, un'idea della società che dobbiamo ricostruire, rendere evidenti i valori cui ispirarsi: solidarietà e responsabilità, generosità e coraggio.