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lunedì 14 marzo 2016

Il caos libico e le domande difficili


Guido Formigoni
Finalmente il ministro degli Esteri Gentiloni è intervenuto a chiarire quello che stava diventando un vero e proprio mistero politico: quello dell’intervento militare italiano in Libia. Le sue parole sono state apparentemente rassicuranti: sull’attesa di una «eventuale richiesta di sicurezza del governo libico», sulla necessità quindi di un interlocutore locale unitario e credibile, sulla volontà di coinvolgere il parlamento su ogni decisione e sul rispetto della costituzione italiana. Certo che una settimana di voci e indiscrezioni delle più autorevoli testate informative europee e internazionali difficilmente possono essere derubricate a gossip giornalistici di una stampa scorretta che abbia qualcosa contro il manovratore. L’ipotesi che nelle cancellerie internazionali i discorsi preparatori e la progettazione molto più specifica in tema militare siano comunque molto avanzati non è affatto da escludere, anche dopo questa precisazione, che allenta almeno la preoccupazione immediata e la nebbia informativa.
La vicenda libica è una delle più controverse e pasticciate degli ultimi anni. L’intervento militare internazionale del 2011 fortemente voluto dai francesi (e accettato da Obama, che ora mostra resipiscenza) ha scoperchiato un vaso di Pandora di violenze, divisioni, milizie, tribù, che il pugno di ferro e la visione politica di Gheddafi aveva tenuto insieme per quarant’anni. La disinvolta teoria neocon, per cui bastasse far cadere un dittatore e convocare elezioni per avviare i paesi mediorientali sulla via della pace e della democrazia si è rivelata del tutto infondata: non bisognava essere dei Machiavelli per poterlo capire già prima, ma in quel caso ne abbiamo avuto ulteriore prova provata. Il disastro umanitario della disseminazione di decine di migliaia di lavoratori stranieri in Libia, preda delle bande degli scafisti e riversatisi in Europa è sotto gli occhi di tutti. Il caso dei tecnici italiani rapiti con le vicende oscure e le conseguenze tragiche per due di loro è solo la conferma di una situazione totalmente fuori controllo.
Ora la preoccupazione occidentale si è impennata, perché qualche signore della guerra locale si è messo sotto le insegne di quel nuovo brand del terrorismo globale in franchising che risponde al nome di Islamic State (Is). Siccome mediaticamente questa vicenda fa molto effetto, perché la loro strategia comunicativa a base di video e di sgozzamenti colpisce molto l’immaginario occidentale, si è innalzata la soglia dell’attenzione e sembra si siano pianificati – da quello che appunto è trapelato – nuovi interventi militari. Indiscrezioni della stampa internazionale e relazioni di esperti dicono che sul campo ci sono già le forze speciali francesi nel sud del Fezzan, quelle britanniche e i corpi d’élite statunitensi. Che il governo italiano sia stato solo a guardare è improbabile, anche per una sorta di volontà di presenza che sul caso libico può forse anche essere giustificata, ma che – più in generale – fa parte di una politica molto attenta all’immagine e alla relativa risposta nei borsini dei sondaggi.
Il problema resta quello di identificare una strategia complessiva credibile, che come al solito non può essere vincolata esclusivamente all’emergenza e non può essere solo militare. Come se bastasse spazzar via qualche banda estremista (peraltro ben armata) per risolvere il problema. Occorrerebbe invece un attento monitoraggio della situazione interna dal punto di vista politico e sociale. Occorrerebbe conoscenza, capacità di dialogo, costruzione di interlocuzioni continue e prudenti con i veri punti di riferimento sul terreno che siano interessati a un dialogo e a una convergenza politica stabile. Sono le tribù di cui storicamente Gheddafi si è avvalso nel proprio gioco di federatore autoritario? Sono nuove autorità locali? Sono capi religiosi che siano anche autorità sociali (più difficile, nel mondo sunnita, ma non impossibile)? Questo tipo di impegno è ovviamente più complesso del mitragliamento compiuto da qualche drone o della pianificazione di interventi dei navy seals. Implica l’aiuto a processi di stabilizzazione politica molto lenti e complessi, soprattutto dopo che è subentrato il primato della guerra, con tutte le sue conseguenze. Comprende una dimensione economica cruciale, spesso invece banalizzata: come creare convenienze comuni, innescare processi di sviluppo sostenibile in cambio di garanzie sulle esportazioni energetiche, predisporre affari condivisi (e non solo tutelare gli interessi di alcuni grandi investitori europei e italiani)? Come avviare percorsi di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni, tali da condurle a sostenere la nuova politica democratica? Queste sono le prime domande cui un governo serio dei problemi dovrebbe almeno tentare di rispondere. Prima di qualsiasi «armiamoci e partite».



giovedì 7 gennaio 2016

Arabia Saudita e Iran, l'ultima farsa dell'Onu


Fulvio Scaglione
Famiglia Cristiana 6 gennaio 2016
Da quello di organizzazione impotente a tutto, le Nazioni Unite stanno scivolando verso lo status di teatrino dei pupi. Non contenta del nulla finora prodotto su tutte le maggiori crisi internazionali (dalla Siria ai rapporti tra Israele e Palestina fino alla tragedia delle migrazioni), l’ Onu è riuscita a schierarsi nel contrasto tra Arabia Saudita e Iran, mettendosi senza pudore e senza timore per le conseguenze  dalla parte dei sauditi.
Abbiamo visto come sono andate le cose. L’ Arabia Saudita ha giustiziato 47 persone in un giorno, tra le quali lo sceicco sciita Nimr al-Nimr e altri prigionieri responsabili di essere oppositori del regime. L’ Iran ha protestato e, a Teheran, la folla ha dato l’ assalto all’ ambasciata dell’ Arabia Saudita nella capitale a un consolato nella città di Mashad. Le autorità iraniane hanno arrestato a Teheran 40 persone e hanno pubblicamente detto di non voler tollerare altre manifestazioni. Nondimeno, l’ Arabia Saudita ha rotto i rapporti diplomatici, subito seguita nella decisione dal Bahrein, mentre il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti hanno sospeso i rapporti politici con la Repubblica degli ayatollah.
Rispetto a tutto questo le Nazioni Unite e il loro Segretario Generale, che pure hanno ricevuto lettere di spiegazione dai Governi di Arabia Saudita e Iran, hanno pensato bene di reagire con il solito doppio standard. All’ Iran, colpevole di non aver protetto le sedi diplomatiche saudite, una mozione ufficiale di condanna firmata dai quindici Paesi del Consiglio di Sicurezza, che al momento sono: Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna (membri permanenti) più Angola, Malesia, Nuova Zelanda, Spagna, Venezuela, Egitto, Giappone, Senegal, Ucraina e Uruguay (membri non permanenti). Non una parola, in questa mozione, sulle 47 condanne a morte né sulla decapitazione degli oppositori.
Sulle azioni dell’ Arabia Saudita, al contrario, solo un patetico belato di Ban Ki-moon sul tema dei diritti umani. Resta così agli atti della comunità internazionale una ricostruzione dei fatti secondo cui una folla di iraniani avrebbe attaccato le rappresentanze saudite… senza motivo, forse in preda a un raptus.
Nel frattempo in Bahrein restano in carcere duemila oppositori politici e domani, se nulla cambia, andrà sotto processo Mohammed al-Maskati, fondatore della Lega Giovanile per i Diritti Umani, tre anni fa accusato di “partecipazione a una riunione illegale” e da allora perseguitato con campagne diffamatorie, minacce di morte e arresti. La famosa “riunione illegale” era un incontro pubblico a Ginevra, a margine della riunione del Consiglio Onu dei diritti umani, in cui aveva denunciato la repressione della Primavera del Bahrein nel febbraio del 2011.
A proposito di Consiglio Onu dei diritti umani: il suo comitato consultivo, dal settembre scorso, è presieduto da Faisal bin Hassan Thad, ambasciatore dell’ Arabia Saudita presso le Nazioni Unite. Il quale, grazie alla carica ottenuta soprattutto per il voto favorevole dei Paesi musulmani (sunniti) dell’ Asia, potrà scegliere gli esperti chiamati a pronunciarsi sui diritti umani.
Non vediamo l’ ora di capire quali saranno gli esperti interpellati dal diplomatico del Paese delle decapitazioni, dei 30 mila detenuti politici, dei bombardamenti sulle città e i villaggi dello Yemen, del sostegno ai jihadisti che combattono in Siria, dei carri armati mandati in Bahrein a soffocare nel sangue la Primavera del 2011. Dall’ ambasciatore dello stesso Paese che ha concesso l’ ingresso agli esperti Onu sui diritti umani (gli stessi che ora sceglie e presiede) nel 2008 e da allora tiene in sospeso (in sostanza, boicotta) altre otto richieste di visita da parte dell’ Onu.
Nella lettere con cui la rappresentanza all’ Onu dell’ Arabia Saudita avanzava la candidatura di Faisal bin Hassan Thad, c’ era scritto, forse a titolo di garanzia, che “agendo sulla base della legislazione saudita, che deriva dalla shari’ a (legge islamica, n.d.r) che garantisce i diritti umani di tutti, e sulla base della costante dedizione dell’ Arabia Saudita per i diritti umani e del dovere dello Stato di rendere effettivi e proteggere tali diritti in accordo con i trattati internazionali, il Governo ha stabilito la Commissione per i diritti umani”.
Per quanto il regime iraniano sia repressivo la sua parte e non possa far prediche a quello saudita, questa è una colossale presa in giro che l’ Onu, peraltro, si merita. L'Iran è tenuto sotto controllo da decenni, ai sauditi tutto è permesso, con i risultati che vediamo in tutto il Medio Oriente. E per quelli come Alì Mohammed al-Nimr, nipote dello sceicco decapitato, arrestato a 17 anni per le proteste della Primavera del 2011 e condannato a morte a 20 anni, è un ultimo sputo in faccia.

giovedì 17 dicembre 2015

Firmata l’intesa per il governo di unità nazionale in Libia


guido ruotolo
La Stampa 16 dicembre 2015
Gettate le basi per un nuovo inizio nel processo di transizione democratica
In Libia è stata firmata l’intesa decisiva per il governo di unità nazionale. «Questa è una giornata storica» ha detto l’inviato speciale dell’Onu, Martin Kobler, parlando a Skhirat, in Marocco, durante la cerimonia. «Firmando questo accordo politico - ha affermato il diplomatico tedesco - state portando a termine un processo, state voltando pagina». «In Libia - ha continuato Kobler, rivolgendosi ai firmatari - siete personaggi politici importanti e la vostra presenza qui dimostra il vostro impegno a far ripartire la transizione democratica in Libia».
La Libia che nel febbraio del 2011 si liberò del dittatore, del colonnello Muammar Gheddafi, dopo cinque anni di guerra civile strisciante, prova a dare vita a una svolta, sottoscrivendo l’accordo proposto dal mediatore delle Nazioni Unite. 
E’ un giorno storico. Esponenti del Parlamento di Tobruk e del Congresso nazionale di Tripoli, l’Alleanza delle forze nazionali e i Fratelli Musulmani, singole personalità ed esponenti della società libica, delle municipalità più significative, come Misurata e Zintan, hanno sfidato quelle forze che da anni si oppongono alla transizione democratica. 
In questi ultimi anni, la guerra tra le diverse milizie, tra gli schieramenti radicali islamisti ha dovuto fare i conti anche con la penetrazione di centinaia di militanti dell’Isis che hanno conquistato territori e città, nella Cirenaica spingendosi fino a Sirte, ma essendo presente anche a Tripoli e sulla costa confinante con la Tunisia (Sabratha). 
Paesi confinanti e importanti del mondo arabo ma non solo, in questi anni hanno «sponsorizzato» milizie e partiti, gruppi e associazioni con armi e soldi. E ancora oggi ci sono Paesi e forze che perseguono obiettivi di divisione della Libia. C’è ancora chi insegue il sogno di un ritorno al passato con la Libia divisa tra Cirenaica, Fezzan e Tripolitania. 
Quaranta giorni di tempo, ha chiesto il consigliere militare del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, il generale Paolo Serra, per mettere in sicurezza la capitale, Tripoli, con l’aiuto di forze di polizia internazionale che l’Italia e l’Inghilterra dovrebbero garantire.  
Si parla di migliaia di uomini che insieme alle milizie lealiste con le quali ha dialogato in queste settimane il generale Serra, dovranno garantire la sicurezza a Tripoli, intanto delle ambasciate straniere e dei siti sensibili, come le rappresentanze istituzionali libiche (sede del governo, dei ministeri, del Parlamento), gli aeroporti, le arterie di comunicazione. 
Ma prima che tutto questo diventi operativo ci sarà bisogno di alcuni passaggi decisivi. Già domani si dovrebbe riunire il Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite (il nostro ministro degli Esteri, Gentiloni, volerà a New York dopo la firma dell’accordo) che dovrà approvare una risoluzione che potrebbe autorizzare l’uso di contingenti di polizia e di addestratori. Molto dipenderà, naturalmente, dalle richieste libiche, del nuovo presidente del Consiglio Presidenziale, Serraj Faiez, che sarà anche il presidente del consiglio dei ministri. 

martedì 24 novembre 2015

A Betlemme in arrivo un nuovo muro: a rischio il vigneto più antico


ANTONIO MASCOLO
La Repubblica 24 novembre 2015
Non c'è atmosfera natalizia nel cuore della cristianità, tra la crisi e la paura dell'intifada dei coltelli ed una nuova separazione alta 8 metri:  dividerà dalla Palestina i vigneti del Cremisan definiti i più antichi del mondo e gestiti in un convento di salesiani dal 1885.
E' quasi Natale ma non sembra. I restauratori italiani della Basilica della Natività, lavorano tranquilli. Non ci sono masse di turisti a curiosare tra colonne "ingessate" col legno, tra mosaici che tornano al loro splendore. I restauratori della Piacenti, a un mese dal 25 dicembre, lavorano senza quelle piccole continue interruzioni che dovrebbero essere tipiche dei luoghi turistici di livello mondiale. Qualche luminaria c'è, anche Babbi Natale di plastica, ma i negozi di souvenirs sono atrocemente vuoti.
Anche al Caritas Baby Hospital proprio sotto il muro di Betlemme, l'unico ospedale pediatrico della zona,  ci sono meno bambini e non che le patologie siano diminuite in Palestina. E' l'effetto della paura e della "intifada dei coltelli", delle violenze quotidiane.
Dice suor Donatella Lessio delle elisabettine che da 10 anni tutti i venerdì celebra un rosario sotto il Muro che divide Betlemme da Gerusalemme: "Bisogna aver speranza anche se è sempre più difficile per i ragazzi di qua che ormai ogni pomeriggio disperati, annoiati, vanno con le fionde a lanciare innocui  sassi contro il muro e vengono contrastati con lacrimogeni , gas urticanti, con la forza militare.Eppure per i pellegrini non ci sono pericoli, venite in questa terra martoriata"
Rony Tabash  è un personaggio, ha una  voce straordinaria, ha cantato davanti al Papa e ha un negozio a fianco della Grotta dove è nato Gesù: "Guardiamo al futuro non può essere peggio del presente". Ibrahim Faltas il francescano della Custodia di TerraSanta , venne anche sequestrato anni fa nell'assalto alla Basilica di Betlemme, si limita a dire: "Qui la gente sta veramente male, rischiamo di essere dimenticati dal mondo e da troppi". Già ora tutti guardano all'Is e si scordano questo scontro antico che ormai viaggia verso i 70 anni di battaglie quotidiane.
Come se non bastasse, questo Natale sta portando avanti un altro pezzo di Muro, è il caso di dirlo, nel cuore della cristianità. Il Patriarcato latino di Gerusalemme ha definito il Muro che sta per essere terminato nella valle del Cremisan  "un insulto alla pace". Sono stati sradicati ulivi centenari a Bir Onah, costruite superstrade a tempo di record ancora prima del pronunciamento della Corte suprema che autorizzava in via definitiva i lavori. La casa di un contadino, ad esempio, è stata di fatto "sepolta" e solo dopo le proteste è stato costruito un tunnel che permette agli abitanti di uscire dalla loro abitazione e dalla loro terra ( vedi foto).
La valle del Cremisan è un luogo particolare tra Beit Jala e la biblica Har Gillo. Qui dal 1895 i salesiani producono un vino grazie alle vigne, oggi di una cinquantina di contadini. Un vino non solo da Messa (nome di una bottiglia che va per la maggiore), un vino importante che negli anni ha richiamato l'attenzione anche dell'enologo  Riccardo Cotarella. "Produciamo 150 mila bottiglie l'anno -spiega il direttore della cantina Ziad Giorgio Bitar- abbiamo ridotto  il numero per premiare la qualità e puntare anche alla esportazione". Questo del Cremisan da molti viene chiamato il vigneto più antico del mondo. Per questo fazzoletto di terra ci sono state decine di manifestazioni, il Vaticano per anni ha  impiegato i migliori avvocati italiani e non solo.Gli appezzammenti da palestinesi diventeranno israeliani.
Di fatto da agosto c'è il via libera  dell'Alta corte israeliana per la costruzione del Muro  sulle vigne del Cremisan. Una struttura alta 8 metri più filo spinato, torrette, luci, telecamere check-point. Per il vescovo William Shomali , vicario del Patriarcato latino di Gerusalemme: "L'impressione - ha dichiarato alla agenzia Fides- che non si sia mai rinunciato ad appropriarsi di quei terreni del Cremisan, per avere un'area in cui potere allargare gli insediamenti israeliani di Gillo e Har Gillo costruiti anch'essi su terre sottratte alla città palestinese di Beit Jala, Questa era  l'intenzione fin dall'inizio, l'obiettivo cui si mirava anche prima dei pronunciamenti della Corte e a questo si è arrivati ad ogni costo" .
Non c'è pace tra le vigne e gli ulivi della Palestina. In quella che viene chiamata "Terra santa" se le danno di.. santa ragione anche nelle aule dei tribunali. Da un parte le ragioni di sicurezza , dall'altra la sopravvivenza e l'essere invasi.
Arriva il Natale e nemmeno il vino della messa è fuori dalla guerra tra due popoli
 

venerdì 9 ottobre 2015

Israele, ucciso un palestinese. Quattro arabi palestinesi accoltellati


La Repubblica 9 ottobre 2015
La polizia ha ucciso un uomo che aveva assalito un agente con un coltello vicino a Hebron. I quattro feriti sarebbero stati colpiti dallo stesso assalitore. Netanyahu condanna: "Colpevoli saranno perseguiti". Un 14enne israeliano accoltellato a Gerusalemme. Una troupe televisiva aggredita ad Afouna, scontri anche a Tel Aviv.
Resta altissima la tensione in Israele. Dopo gli scontri e le aggressioni dei giorni scorsi, un palestinese è stato ucciso in Cisgiordania. L'uomo aveva aggredito e accoltellato un agente della guardia di frontiera  nella colonia di Kiryat Arba, nei pressi di Hebron, tentando di impossesarsi della sua pistola. L'agente è rimasto leggermente ferito. Nel frattempo, aggiorna Radio Gerusalemme, gruppi di coloni stanno cercando di raggiungere Hebron, ma l'esercito israeliano è finora riuscito a sbarrare loro la strada.
Un grave incidente è accaduto anche ad Afula, nel nord del paese: una donna ha aggredito con un coltello un agente di sicurezza nei pressi della stazione dei bus. Secondo il portavoce della polizia, la donna avrebbe provato a colpire l'agente che ha aperto il fuoco ferendola. Proprio ad Afula, giovedì sera, un palestinese ha ferito a coltellate un soldato israeliano.
Stamattina quattro persone, due beduini cittadini di Israele e due palestinesi, sono state accoltellate oggi a Dimona (Neghev), nel sud del paese, presumibilmente dallo stesso assalitore. Secondo la polizia israeliana si tratta in apparenza di un attacco "nazionalistico" di un abitante di Dimona in ritorsione agli attacchi palestinesi dei giorni scorsi. Gli aggrediti sono un netturbino e tre muratori. Uno dei feriti, 35enne, ha riportato lievi lesioni, mentre altri due 50enni sono rimasti appena feriti.
I tre sono stati tutti pugnalati nelle vicinanze di una scuola locale. Poco prima era stato ferito un altro uomo, al torace, anche lui non gravemente. La polizia ha fermato un israeliano ritenuto responsabile sicuramente della prima aggressione: il sindaco di Dimona, Benny Biton, ha riferito a Radio Israele che il sospettato era un residente della città già "noto alla polizia". Due delle vittime sono riuscite a recarsi loro stesse al commissariato locale per denunciare l'accaduto.
Ma l'escalation di violenza assume proprorzioni sempre più preoccupanti. Un quattordicenne israeliano è stato accoltellato, per fortuna in modo leggero, da parte di un palestinese nel centro di Gerusalemme. L'assalitore è stato arrestato.
Netanyahu. Benyamin Netanyahu ha ufficialmente condannato l'aggressione : "Il primo ministro - afferma un comunicato del suo ufficio - condanna con forza l'attacco a persone innocenti.
Israele - è stato aggiunto - è uno Stato di diritto. Quanti ricorrono alla violenza saranno perseguiti per legge, chiunque essi siano".
Assalti a troupe e giornalisti. L'episodio avviene in un clima tesissimo in tutto Israele, dove ci sono state sette aggressioni in due giorni, con 'lupi solitari' palestinesi armati di coltello che colpiscono i passanti. Ma la tensione dilaga in tutto il paese. Una troupe delle televisione commerciale israeliana Canale 2 è stata attaccata la scorsa notte dalla folla ad Afula (nel nord di Israele), poco dopo l'accoltellamento di un soldato da parte di un palestinese. In particolare è stato aggredito dei passanti il giornalista dalla emittente, Forat Nassar, che è arabo. Anche un tecnico ebreo è rimasto contuso. Passanti arabi sono stati attaccati la scorsa notte a Natanya (a Nord di Tel Aviv) e a Gerusalemme, dove centinaia di estremisti di destra hanno inscenato una manifestazione di carattere xenofobo. Un loro esponente è stato arrestato dalla polizia.
Intanto si è appreso che sabato un giornalista sportivo ebreo è stato malmenato da tifosi arabi nello stadio di Sakhnin (Galilea) dove si disputava la partita fra la squadra locale e il Beitar Gerusalemme. Il cronista è uscito  dallo stadio scortato da otto agenti di sicurezza.
Spianata blindata. Le forze di sicurezza israeliane continuano a presidiare la città di Gerusalemme, mantenendo una forte presenza soprattutto intorno alla Città Vecchia dove centinaia di palestinesi stanno partecipando alla consueta preghiera del venerdì. Nella giornata di ieri la polizia ha annunciato restrizioni all'ingresso della Spianata delle Moschee, che è consentito solo agli uomini oltre i 45 anni e le donne di ogni età. "La polizia e le forze della Guardia di frontiera sono schierati dalle prime ore del mattino intorno al centro storico e le vie adiacenti al Muro Occidentale della Spianata per mantenere l'ordine e la sicurezza", si legge in una nota della polizia. "Interverremo con forza contro ogni tentativo di attacco".
Ramallah. Le autorità israeliane temono scontri anche a Ramallah, dove questa mattina è stata restituita la salma di Mohammeed Halabi, il palestinese di 19 anni che il 4 ottobre uccise a coltellate due israeliani nella città vecchia di Gerusalemme e fu a sua volta ucciso dalla reazione della polizia. I funerali si stanno svolgendoad Al-Bireh (Ramallah) e la polizia è in massima allerta.
L'appello del Papa. Un appello per "la riconciliazione e la pace in Medio Oriente" è stato lanciato oggi dal Papa durante il Sinodo. "Siamo dolorosamente colpiti e seguiamo con profonda preoccupazione quanto sta avvenendo in Siria, in Iraq, a Gerusalemme e in Cisgiordania, dove assistiamo ad una escalation della violenza che coinvolge civili innocenti".

giovedì 8 ottobre 2015

Nuovi attacchi in Israele, non si ferma l’Intifada dei coltelli


Maurizio Molinari
La Stampa 8 ottobre 2015
Sette feriti. Il sindaco di Gerusalemme: “Uscite di casa armati per difendervi”. Netanyahu sotto accusa per la scelta di proibire ai membri del governo l’accesso al Monte del Tempio.
Nuova ondata di attacchi palestinesi con il coltello contro cittadini israeliani: almeno 7 i feriti, di cui uno versa in gravi condizioni. Gli episodi sono avvenuti a Tel Aviv, Gerusalemme e Kyriat Arba. A Tel Aviv i feriti sono 5. L’aggressore si è avventato contro una soldatessa, ferendola, nei pressi della sede del ministero della Difesa, in uno dei luoghi più trafficati della città. A pochi metri di distanza dalla redazione del quotidiano “Yedioth Aharonot”. L’autore è un palestinese che ha rubato l’arma alla soldatessa ed ha ferito altri 4 passanti, dandosi alla fuga prima di essere abbattuto da un agente della sicurezza. L’episodio segue di 48 ore le violenze avvenute a Jaffa, il quartiere arabo a Sud di Tel Aviv, e lascia intendere che l’ondata di attacchi palestinesi si sta ora estendendo alla metropoli israeliana. Poco prima, nella mattinata, un altro episodio violento era avvenuto a Gerusalemme, ad una fermata del tram leggero nei pressi della sede della polizia, quando un palestinese di 19 anni di Shoafat, Subhi Ibrahim Mohammed Abu Khalifa, ha accoltellato uno studente di 25 anni conficcandogli la lama nel collo.  
L’aggressore è stato fermato. Nel pomeriggio si è verificato l’attentato a Kyriat Arba, l’insediamento ebraico alle porte di Hebron in Cisgiordania, ed è qui che si è verificato l’episodio più grave: c’è un ferito israeliano ricoverato in condizioni critiche. Siamo alla terza settimana di attacchi, con il coltello o con armi da fuoco, che hanno causato la morte di cinque israeliani. Negli scontri in Cisgiordania sono stati uccisi dai soldati 4 palestinesi. Il sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, si è rivolto ai cittadini suggerendogli di “uscire armati da casa al mattino” al fine di poter reagire in caso di attacchi terroristici. Intanto, sul fronte politico il premier Benjamin Netanyahu è criticato da più parti.  
Ministri e leader dei partiti dell’ala destra della coalizione condannano la sua decisione di proibire ai membri del governo l’accesso al Monte del Tempio, dove sorge la moschea di Al Aqsa considerata dai musulmani il terzo luogo più sacro dell’Islam. Per il viceministro degli Esteri, Tzipi Hotovely: “È un grave errore, gli ebrei devono avere diritto di salirvi, come tutte le altre persone, indipendentemente dalla loro fede”. Il leader laburista Isaac Herzog rimprovera invece a Netanyahu carenti risultati nella risposta alle violenze palestinesi: “L’unica cosa che il governo riesce a controllare è Facebook”.

martedì 29 settembre 2015

Cosa sta succedendo in Afghanistan, dove la pace non è mai arrivata


Rudy Francesco Calvo
L'Unità 29 settembre 2015
Un raid aereo degli Usa sostiene la controffensiva del governo locale, dopo la conquista da parte dei Talebani della città di Kunduz. Mentre l’Isis avanza anche qui
La missione compiuta in Afghanistan era solo una finta. Dopo l’Iraq, dopo la Libia, ancora una volta la comunità internazionale si trova a fare i conti con una polveriera rimasta tale anche dopo la fine dei bombardamenti, dopo che le truppe hanno lasciato quelle valli infernali, dopo che i media hanno ritirato gli inviati e staccato le telecamere.
Il rientro in patria dei militari occidentali, salutato con gioia dall’oltranzismo pacifista, ha lasciato infatti un Paese tutt’altro che pacificato, con il governo del presidente Ghani ancora non in grado di gestire la situazione e forze di polizia che faticano non poco a mantenere la sicurezza. Il tentativo di intavolare una trattativa ufficiale con i Talebani, se possibile, ha esacerbato ancora di più la situazione: se da una parte il mullah Mansour (successore di Bin Laden alla guida dei fondamentalisti) ha accettato di sedersi al tavolo, dall’altra i suoi uomini hanno aumentato e reso più cruenti i loro attacchi, per acquisire più forza diplomatica.
La conquista ieri della città di Kunduz, in una delle province afghane in cui è più radicata la presenza talebana, ha segnato l’apice della loro offensiva, la prima vera e più grande vittoria sul campo da quando gli Usa e gli alleati hanno iniziato la guerra, come reazione all’attentato dell’11 settembre. La controffensiva delle forze governative è già partita, per provare a riconquistare la città, con il supporto di un raid compiuto in mattinata dalla forze aeree statunitensi.
Un intervento che arriva a pochi giorni dall’appuntamento già fissato per la prossima settimana al Senato di Washington per decidere cosa fare dei 10mila soldati Usa ancora presenti sul territorio. Nell’ambito della missione Isaf della Nato, rimangono ancora in Afghanistan anche 750 militari italiani, con tanto di mezzi di manovra, di supporto, di aerei da trasporto e di alcuni elicotteri.​ Il loro compito è quello di assistere le istituzioni politiche provvisorie afghane nel mantenimento di una sicurezza, che in realtà non c’è mai stata.
A complicare ancora di più la situazione, si è aggiunta l’avanzata dell’Isis, che secondo un recente report delle Nazioni Unite sarebbe ormai presente con propri nuclei combattenti in 25 delle 34 province afghane, tra le forze giunte da Siria e Iraq e quelle autoctone. Un radicamento che pone i militanti del Califfato in concorrenza anche con gli stessi Talebani, tra i quali starebbero però conquistando in parte simpatie e forze. Al centro della contesa c’è il controllo della coltivazione e dell’esportazione illecita dell’oppio, altro problema mai debellato in questo Paese.

mercoledì 2 settembre 2015

Pechino, la parata più pazza del mondo. Sfilano carri armati, falchi e macachi.


Corriere della Sera 02/09/15
Guido Santevecchi.
Se si odiano cannoni, lanciamissili, carri armati, bombardieri e soldati in marcia con passo rigido, Pechino non è il posto dove essere in questi giorni. Domani, per la grande parata dei 70 anni dalla «Vittoria della resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese e nella guerra antifascista» (questa la denominazione ufficiale) di soldati ne sfileranno 12 mila, accompagnati dai cori di 2.400 cantanti militari, dal rumore di centinaia di carri armati, sovrastati dal rombo di 200 aerei. Perché il messaggio di potenza bellica sia forte e chiaro, gli organizzatori hanno annunciato che l’84 per cento degli armamenti portati in Piazza Tienanmen non sono mai stati visti in pubblico: una vetrina per il made in China bellico. 
 Ci sono altri motivi per sconsigliare una visita turistica nella capitale, questa settimana: sotto la cappa di nuvole cariche di pioggia c’è poco da vedere, con Tienanmen che sarà chiusa al pubblico, come la Città Proibita, il Museo Nazionale, il Mausoleo di Mao. Gli alberghi della zona non accettano turisti fino a venerdì: il Grand Hotel Beijing, il Peninsula e il Grand Hyatt sono dedicati ai veterani e agli ospiti ufficiali, trasformati in centri logistici per l’evento che nelle speranze della leadership cinese deve cancellare i disastri della Borsa, la debolezza dello yuan e i segnali di un’economia in frenata continua. Chiudono le banche e le piazze finanziarie di Shanghai e Shenzhen, in modo da evitare nuovi crolli imbarazzanti. Vacanza a scuola per la nuova festa nazionale. E tutte queste serrate, almeno, un effetto positivo lo hanno avuto, perché è scomparso il traffico, anche grazie al divieto di circolazione a targhe alterne. 
 E poi c’è in azione l’arma segreta: gli strateghi dell’Esercito popolare di liberazione hanno arruolato una squadra speciale di scimmie, pazientemente addestrate per mesi a dare la caccia ai nidi e far sloggiare gli uccelli tutto intorno alle basi dell’aeronautica da cui decolleranno i 200 apparecchi, compresi 9 bombardieri strategici che voleranno sulla Tienanmen. Si tratta di cinque «macachi mulatti» con la missione di evitare che i pennuti si scontrino con i preziosi apparecchi durante le evoluzioni a bassa quota. Con la tecnica del condizionamento, i macachi hanno imparato a eseguire gli ordini, arrampicarsi sugli alberi e distruggere i nidi degli uccelli, ha detto con orgoglio alla stampa un ufficiale. «Nessun soldato può salire su un albero alto trenta metri con la rapidità di una scimmia; e anche usando i fucili, sarebbe servito un caricatore per abbattere un paio di nidi, stesso risultato con un cannone ad acqua, spreco di energia e risorse umane», ha sottolineato il comandante Wang Mingzhi. Il commissario politico Hang Bing, da una base aerea di Pechino, dice che l’impiego dei macachi anti-uccello è una prima mondiale ed è un sistema ecologico. I giornali pubblicano la foto di una scimmia al guinzaglio che fa il saluto militare. 
 Gli aeroporti sono pattugliati da soldati falconieri per sgomberare i piccioni (temuti non solo perché rappresentano un pericolo per i motori degli aerei, ma perché potrebbero bombardare di escrementi la tribuna dei dignitari in piazza). 
 Per evitare che qualche umano sfidi l’ordine marziale, oltre alla polizia in armi, sono stati mobilitati 850 mila cittadini volontari, con fascia rossa al braccio. Alla gente dei palazzi che danno sui viali dove sfileranno le truppe è stato ordinato di chiudere i balconi e non affacciarsi. 
 Sono stati giorni e settimane di duro addestramento per le truppe. I 50 generali alla guida dei blocchi di reparti, nelle marce di prova estenuanti, nel caldo umido, hanno perso in media cinque chili di peso. I soldati hanno avuto forniture supplementari di stivali, perché le suole con il passo cadenzato che ricorda quello dell’oca si consumano rapidamente. E le 51 soldatesse della guardia d’onore, età non superiore ai 22 anni e statura non inferiore a 1,78, confessano di soffrire di vesciche ai piedi e spalle indolenzite dal peso dei fucili (3,8 chili). Tutto questo per 70 minuti di sfilata patriottica.

mercoledì 19 agosto 2015

Libia, la Lega araba divisa Intervento militare rinviato. E l’Isis continua ad avanzare.


Corriere della Sera 19/08/15
Lorenzo Cremonesi
Libia, ancora rinvii. Si conclude con un nulla di fatto la riunione straordinaria della Lega araba al Cairo, che doveva discutere una strategia comune contro la diffusione di Isis a quattro anni dalla defenestrazione del regime di Gheddafi. Ieri per un attimo i riflettori si sono accesi sulla capitale egiziana. In cantiere c’era l’ipotesi della costituzione di una «forza militare araba» destinata a combattere le milizie del Califfato, che negli ultimi giorni hanno conquistato con minacce e violenze larga parte della zona urbana di Sirte, nel mezzo della regione costiera libica ed ex roccaforte della dittatura del Colonnello. Ma alla fine sono tornate a prevalere le divisioni interne e i temporeggiamenti. Fumose promesse e nulla di fatto. «C’è urgente bisogno di una strategia araba contro il terrorismo e la sua diffusione sul territorio», si legge nel comunicato conclusivo. Dove però non è specificata alcuna azione concreta. Se non la promessa di una nuova riunione il 27 agosto, ancora alla sede centrale della Lega al Cairo. 
 «Nulla di strano. Vince l’impotenza. Da sempre la Lega araba non decide nulla e fa nulla. In Libia arriva l'Isis e loro guardano all’altra parte», tuonano da Tripoli e Tobruk i media e i social network. La disillusione sui siti libici è palpabile. Nasce tra l’altro dalla consapevolezza delle profonde divisioni cresciute nel mondo arabo. Con una parte delle monarchie del Golfo e l’Arabia Saudita poco favorevoli a un’azione muscolare contro l’Isis (visto comunque come un alleato nella lotta contro gli sciiti schierati con l’Iran). E invece il fronte facente capo all’Egitto già impegnato a sostenere militarmente il governo di Tobruk e il suo ministro della Difesa, il generale Khalifa Haftar, contro gli estremisti islamici e i nuovi volontari del Califfato. Le conseguenze sono così riemerse evidenti ieri. A poco sono serviti gli appelli del ministro degli Esteri del Parlamento di Tobruk, Mohamed Al-Dayri, il quale di fronte ai rappresentanti dei «Paesi fratelli» ha ripetutamente chiesto «aiuti militari immediati». «La nostra aviazione dispone al momento di soli due aerei in grado di combattere. Uno a Derna e l’altro a Bengasi. A Sirte siamo fortemente limitati», ha specificato. Va però aggiunto che anche i due governi a Tobruk e Tripoli restano radicalmente lontani. Nonostante la paziente mediazione per la creazione di un governo di unità nazionale dell’inviato delle Nazioni Unite, il diplomatico europeo Bernardino León, la Libia continua a essere dominata dall’anarchia e dalla totale assenza di un’autorità centrale. Da Sirte giungono nel frattempo notizie drammatiche. Nelle ultime 48 ore le milizie dell'Isis sono infatti riuscite a conquistare il «quartiere numero tre», che era conteso da diverse settimane. In questo modo si sono impadronite di una trentina di chilometri di costa che comprende tra l’altro la zona portuale. Sono segnalati oltre 2.000 profughi. Una parte sono fuggiti verso la cittadina di Marj, oltre Bengasi e all’inizio della zona montagnosa della Cirenaica dove sono attestate le truppe del generale Haftar. Altri hanno invece raggiunto Misurata. Si calcola che al momento oltre il 70 per cento di Sirte sia sotto controllo dei jihadisti. Fonti locali riportano la devastazione del palazzo del tribunale, dove, come avvenuto anche in Siria e Iraq, l'Isis ha immediatamente approntato «corti islamiche». I suoi dirigenti starebbero inoltre già imponendo nuovi programmi nelle scuole, con la netta divisione tra maschi e femmine.

sabato 8 agosto 2015

In Siria il dovere di proteggere i cristiani perseguitati dallo stato islamico.


Corriere della Sera 08/08/15
Andrea Riccardi
Qaryatain è una cittadina, trovatasi a contatto con i territori dal sedicente califfato, dopo la presa di Palmira. Qui risiedeva una cospicua comunità cristiana di tutte le confessioni, ma soprattutto appartenenti alla Chiesa siriaca (del gruppo unito a Roma). In Siria, nonostante le differenze di tradizione e confessione, da secoli i cristiani non solo vivono tra loro, ma anche assieme ai musulmani negli stessi quartieri o villaggi. Il «califfato» ha cominciato a imporre la Sharia con durezza ai cristiani, discriminandoli e imponendo loro di pagare una tassa speciale. Anche la condizione di dhimmi , che riduce i cristiani a cittadini di serie B, non dà nessuna sicurezza di vita. Quindi, con l’estendersi della guerra, i cristiani sono assediati nelle città come Aleppo e hanno cominciato a muoversi dai villaggi. Non è facile orientarsi nell’intrico della guerra, tra mutevoli organizzazioni, nello spostamento delle aree di controllo, in un quadro di estrema violenza. Chi poteva ha abbandonato la Siria. Oggi però il Libano (che ha chiuso le frontiere ai profughi) smantella vari campi, lasciando all’aperto i rifugiati, musulmani o cristiani. Chi fugge non sa più dove andare. 
 I cristiani sono considerati «nemici» dagli estremisti islamici. E’ chiaro anche nel caso di Al Qaryatain. Gli uomini del «califfato» li hanno ricercati, casa per casa, seguendo una lista, come complici del regime alauita di Assad. Di fronte al caos della guerra, le autorità cristiane hanno guardato al regime come l’unica protezione possibile, criticando l’ostilità occidentale ad esso. Del resto, anche una personalità cristiana di altro sentire, come il gesuita Paolo Dall’Oglio, ostile al regime, è stata rapita dagli oppositori. Un altro sacerdote legato a Dall’Oglio, Jacques Murad, che risiedeva in un monastero vicino a Al Qaryatain (e lavorava per aiutare gli sfollati da Palmira), è stato rapito tre mesi fa. Da più di due anni non si hanno più notizie dei vescovi Mar Gregorios Ibrahim e Bulos Yazigi, che guidavano i cristiani siriaci e ortodossi ad Aleppo. Erano rispettati dal governo e avevano un’autorità morale nella regione. Sono scomparsi nel nulla. Altri religiosi, rimasti tra la gente, sono stati rapiti o uccisi. Sembra ormai impossibile o molto difficile per i cristiani vivere in larga parte della Siria. La loro condizione (e quella del Paese) pone alla comunità internazionale il problema della pacificazione, come un obiettivo prioritario su cui concentrare l’attenzione, al di là della ritualità degli incontri internazionali e delle azioni dell’Onu. 
 Esiste una seconda questione che i Paesi europei devono affrontare nel caso che la guerra si protragga: il futuro dei cristiani. Dove possono andare? Non riescono a sopravvivere nelle regioni controllate dalle organizzazioni islamiste. Ieri papa Francesco, in un messaggio ai cristiani del Medio Oriente, ha avuto parole forti: «La comunità internazionale non assista muta e inerte di fronte a tale inaccettabile crimine». Non c’è un dovere verso di loro? E’ vero: molti musulmani siriani e iracheni soffrono. Ma, per i cristiani, c’è una vera impossibilità a sopravvivere in terra islamista. La Francia ha accolto, lo scorso anno, alcuni cristiani iracheni. Il Belgio, recentemente, ha ricevuto 244 cristiani, trasferendoli da Aleppo. La solidarietà ai rifugiati cristiani è il minimo che si possa fare. E’ una domanda anche all’Italia.

lunedì 27 luglio 2015

La nuova strategia contro il Califfato.


Corriere della Sera 25/07/15
Guido Olimpo
Un attentato ambiguo. Come è sempre stata ambigua la Turchia nella lotta ai jihadisti, convinta di poterli usare per i suoi giochi in Siria finalizzati alla sconfitta di Assad e come bastione per arginare i curdi. Eppure la strage di Suruc, attribuita all’Isis, può cambiare il quadro. Con un’avvertenza. Ankara ogni volta che si muove non è mai completamente sincera. 
 Gli obblighi verso l’alleanza sono annacquati dai disegni del Sultano Erdogan, in concorrenza con altri attori regionali, dai sauditi al Qatar, ognuno con le sue carte nascoste . 
La base
 I turchi, finalmente, hanno concesso al Pentagono l’utilizzo della base di Incirlik per le azioni anti Isis. Droni e caccia americani arriveranno più rapidamente sui target e resteranno maggior tempo in zona d’operazioni. Un aspetto non da poco che potrebbe assumere maggiore significato se Ankara userà il suo apparato possente per colpire i jihadisti del Califfo. Punto sul quale non tutti sono convinti. 
 L’apertura del fronte turco è destinata ad aumentare la cadenza delle incursioni della coalizione. La media recente è stata di 29-30 raid quotidiani così divisi: 46% in Kurdistan, 6% in Siria, il resto in Iraq. Gli attacchi hanno aperto vuoti importanti, si parla di oltre 10-16 mila militanti uccisi (a seconda delle fonti), molti gli «ufficiali» eliminati. Numeri che però non soddisfano i critici. Per molti il contenimento scelto da Obama — perché di questo si tratta — è appena sufficiente . 
Cosa serve
 Gli esperti ribadiscono: per fermare l’Isis servono forze speciali al fianco dei locali, una campagna aerea massiccia e soprattutto soldati che «illuminino» da terra i bersagli. Senza la loro presenza i bombardamenti hanno un impatto limitato, visto che spesso gli F18 sono tornati indietro senza aver sganciato gli ordigni per la difficoltà di individuare l’avversario. Quanto è avvenuto a Kobane, la città curda dove lo Stato Islamico ha patito la sua prima vera sconfitta, lo ha dimostrato. Grazie alla collaborazione tra insorti YPG e Comando centrale, con un flusso continuo di informazioni precise, la coalizione ha falciato i mujaheddin. Ora si ipotizza che i pochi ribelli siriani addestrati dalla Cia possano presto assumere il ruolo di «designatori». 
 Andando oltre la componente «aviazione», è necessario avere una forza agile, mobile, non dipendente da grandi basi. Il Pentagono deve uscire — indicano gli analisti — dalla tagliola logistica che porta ad avere tre elementi d’appoggio per ogni soldato che spara. Allora piccoli avamposti, magari con nuclei di elicotteri, unità scelte libere di agire. Non solo per distruggere, ma anche per creare insicurezza nel campo nemico. Al momento gli Stati Uniti hanno schierato circa 4 mila uomini in Iraq ai quali si aggiungono probabilmente i soldati segreti, quelle delle missioni inconfessabili. Costo dell’intervento: oltre 3 miliardi di dollari. Non poco . 
Il nemico
 Ad un anno dalla nascita del Califfato, lo Stato Islamico è diventato Stato. Regna su 82.940 chilometri quadrati, ha perso circa il 10% del territorio, tiene città importanti come Mosul e Ramadi in Iraq, Raqqa e Palmira in Siria. Ha dovuto battere in ritirata davanti ai curdi siriani dell’YPG a Kobane e Tal Abyad, non ha sfondato a nord di Aleppo. Nel frattempo ha proclamato 33 «wilaya» — province — dal Nord Africa all’Afghanistan: in alcune la presenza è reale (come nel Sinai), in altre ha radici poco profonde. 
 Molti pensavano che la cura brutale imposta da Al Baghdadi avrebbe provocato reazioni popolari. Invece l’Isis governa, gestisce servizi, garantisce — a suo modo — l’ordine. Le sue casse sono riempite dai traffici del petrolio, dalle tasse imposte e dalle estorsioni. La sua economia resiste. Qualsiasi forma di opposizione è repressa nel sangue. 
 La strategia è sempre quella del «rimanere ed espandersi» secondo tre cerchi: il primo è quello siro-iracheno, poi c’è l’area mediorientale, infine il resto. La sua propaganda si è rivelata molto efficace ed oggi la percezione è che sia in espansione. Sul piano militare può contare su quasi 60 mila militanti, divisi tra locali e i «muhajireen», i volontari venuti dall’estero. 
 Fondamentale il travaso di forze sull’asse Siria-Iraq così come le tattiche duttili: veicoli bomba con kamikaze per attaccare e difendersi; accerchiamento delle basi nemiche; infiltrazione affidata ai «inghemasiyoun», gli invisibili, i militanti responsabili di target killing e attentati dietro le linee, stragismo per indebolire, dispersione per sottrarsi ai raid. 
 Infine una struttura gerarchica con sottocapi e dirigenti locali per sopravvivere all’eventuale morte del leader. Tutti paiono rassegnati ad una lunga guerra . 


giovedì 16 luglio 2015

Iran. L’ora decisiva per i riformisti.


Corriere della Sera 16/07/15
corriere.it
Nelle edicole della Repubblica Islamica, ieri, l’unico giornale critico dell’accordo nucleare era l’ultraconservatore Kayhan. Ma in un video della festa, i giovani lo deridevano mettendolo sullo stesso piano di Netanyahu: «Condoglianze Israele, condoglianze Kayhan». 
 Oggi gli eroi della piazza sono il presidente Rouhani e il ministro degli Esteri Zarif — e lo sono con il pieno appoggio della Guida Suprema Ali Khamenei. Ma anche altri due nomi erano sulla bocca dei giovani ieri: Mir Hossein Mousavi, leader del Movimento Verde del 2009, e l’ex presidente riformista Khatami — benché il primo sia agli arresti domiciliari e il secondo non possa essere nominato dai giornali. Così all’indomani dell’apertura al mondo, molti iraniani si chiedono cosa cambierà negli equilibri di potere e nelle libertà personali all’interno del Paese. 
 Un test importante saranno le elezioni di febbraio. Si sceglierà il nuovo parlamento e si prospetta già un’alleanza tra moderati e riformisti per porre fine alla maggioranza ultraconservatrice. «Ora Rouhani e Zarif sono più popolari che mai. Alcuni politici vicini a loro si preparano a lanciare una lista per le elezioni», spiega Farahmand Alipour, esule riformista già membro della campagna elettorale di Karroubi, l’altro leader del Movimento Verde. «Il governo di Rouhani non è riformista come Khatami o come i leader del 2009, ma sono tecnocrati che conoscono il mondo e l’economia, per cui noi riformisti li appoggiamo. In più noi chiediamo maggiori libertà sociali e culturali». 
 Ci sono anche due nuovi partiti riformisti sulla scena: uno è Ettehad Mellat (Unità nazionale iraniana) e include diversi membri del riformista Mosharekat (Partecipazione) bandito dopo il 2009. L’altro è Nedaye Iranian (Voce degli iraniani) di Sadegh Kharazi, ex ambasciatore a Parigi vicino alla Guida Suprema (suo zio è stato ministro degli Esteri, sua sorella è sposata con uno dei figli di Khamenei). «Ahmadinejad è finito, è un pezzo di storia ormai, ma la sua scuola di pensiero vive ancora, e dobbiamo annientarli», ci ha detto ricevendoci nel suo ufficio a Teheran. «Sì, è vero, ci sono ancora molte persone in prigione», ha ammesso. «Ma confidiamo in questo governo. La Guida Suprema è una persona aperta, ma siamo un Paese metà tra tradizione e modernità, i cambiamenti bruschi portano al collasso». 
 C’è chi ha detto al Financial Times che «per evitare l’ascesa di movimenti riformisti con una forte base sociale, il regime ha capito che è meglio autorizzare partiti domabili, in modo da incanalare così la richiesta di cambiamento. È come un vaccino per rendere il regime immune da una ribellione riformista considerata pericolosa come l’Ebola». Le elezioni di febbraio saranno importanti anche perché si eleggerà l’Assemblea degli Esperti, l’organo che nominerà la prossima Guida Suprema dopo la morte del 76enne Khamenei. I candidati, come pure quelli per il parlamento, devono essere approvati dal Consiglio dei Guardiani (per metà direttamente nominato dalla stessa Guida). 
 Di certo l’apertura al mondo ha riacceso la speranza. «Da ieri tantissime cose sono cambiate — dice Alipour — e non solo nelle relazioni tra l’Iran e l’estero. Nel discorso di ieri di Rouhani c’era un messaggio chiaro. Ha parlato chiaramente contro i conservatori: ha detto che possono criticare l’accordo ma non permetterà che tolgano la speranza alla gente. Per due anni i riformisti hanno lamentato che si è occupato solo del nucleare e si è dimenticato delle altre promesse. Ieri ha fatto capire che adesso si comincia sul fronte interno. D’altra parte, se siamo stati in grado di parlare con gli Stati Uniti, che sono stati i nostri nemici per 35 anni, perché non possiamo farlo tra di noi?». Rouhani si troverà al centro tra i progressisti che chiedono maggiori diritti e gli ultraconservatori che considerano anche le donne negli stadi una minaccia alla sopravvivenza del regime. Non sarà facile. 


martedì 7 luglio 2015

L’impatto devastante sui bambini della guerra di Gaza, un anno fa


Ilaria Pedrali
Blog: Bergamo,Post 7 luglio 2015
L’8 luglio 2014, esattamente un anno fa, Israele lanciò su Gaza l’operazione Margine Protettivo. La causa che scatenò l’offensiva fu il ritrovamento, il 30 giugno, dei corpi di tre studenti coloni ebrei di una scuola rabbinica. I tre ragazzi erano stati rapiti il 18 giugno nei pressi di Hebron, in Cisgiordania, dove risiedevano con le famiglie in un insediamento. L’operazione dell’esercito israeliano fece seguito a una feroce rappresaglia in Cisgiordania, dove centinaia di palestinesi vennero arrestati. La guerra venne combattuta ad armi impari: da un lato i rudimentali missili sparati da Hamas dalla Striscia di Gaza verso il deserto del Negev, e dall’altra i mezzi corazzati e di altissima precisione dell’esercito di Tsahal.
Numeri spaventosi.  I dati aggiornati al 27 agosto, giorno in cui entrò in vigore il cessate il fuoco, parlano di 2.139 palestinesi morti, tra cui 490 bambini, e 8.600 feriti. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha), inoltre, sono almeno 500mila gli sfollati, 300mila i rifugiati nelle scuole dell’Agenzia per i rifugiati palestinesi (Unrwa) e del ministero dell’Istruzione o in altre strutture pubbliche. Almeno altre 200mila persone si sono rifugiate presso parenti e abitazioni private, oltre 20mila abitazioni sono state distrutte o rese inagibili e 10.600 abitanti di Gaza sono rimasti senza casa. Le Nazioni Unite hanno stimato che il 71 percento dei morti a Gaza sono civili, quasi la metà di loro donne e bambini. Un anno dopo l’inizio della guerra, Save the Children ha diffuso uno studio sui bambini della regione. L’89 percento di essi soffre ancora di forti paure e più del 70 percento teme un altro conflitto. Ancora: 7 bambini su 10 delle zone più colpite hanno incubi notturni, percentuale che raggiunge la quasi totalità nelle città di Beit Hanoun (96 percento) e Khuza (92 percento).
Il rapporto Onu. La ricostruzione, tanto annunciata, stenta a cominciare. Così come non sono ancora arrivati i soldi promessi dai Paesi arabi. Sul fronte israeliano sono stati uccisi 64 soldati, cinque civili e un cittadino thailandese. L’offensiva su Gaza, secondo l’Onu, ha visto crimini di guerra compiuti da entrambe le parti in causa e ha avuto un’ampiezza di devastazione e sofferenza umana senza precedenti, con un forte impatto sulle generazioni future. Da una parte Hamas, che ha lanciato verso Israele 4.881 razzi e 1.753 colpi di mortaio; dall’altra Israele che, mediante le tecnica del Roof Knocking, ha reso gli attacchi sui civili “altamente probabili”.
Il lavoro di Lyse Doucet. Lyse Doucet, giornalista di guerra, capo dei corrispondenti internazionali della Bbc, ha realizzato un documentario che è anche una chiave per leggere il conflitto a un anno di distanza. La giornalista, che copre gli eventi mediorientali da una ventina di anni, ha fatto un lavoro coi bambini, incontrandoli, parlando con loro, indagando e mostrando la loro vita nella Striscia, al confine con Israele. Ha condotto questo lavoro nel bel mezzo della guerra e nei mesi che sono seguiti. Dal documentario emerge come quasi tutti i bambini di Gaza abbiano perso una persona cara e, come al confine nel deserto del Negev, abbiano vissuto nel costante timore di attacchi di razzi. Una guerra, insomma, che, come quella che sta ancora insanguinando la Siria, ha avuto un impatto devastante sulle vite dei bambini e sul loro futuro. Ci sono bambini che in sei anni hanno visto tre guerre.    
Syed, unico sopravvissuto alla strage sulla spiaggia. Drammatica la testimonianza di Syed, 12 anni, unico bambino sopravvissuto all’attacco da parte dell’esercito israeliano che ha ucciso tre bambini che giocavano sulla spiaggia. Quel giorno di metà luglio, anche lui era con loro. All’improvviso un’esplosione. I bambini cercano di scappare: lui si salva, gli altri tre no. L’indagine condotta da Israele liquiderà la morte dei tre bambini come un “errore di identificazione”, insistendo sul fatto che il suo esercito non prende intenzionalmente di mira i civili. Per i bambini, a Gaza, non esiste un posto dove nascondersi. Se Israele li uccide per errore, Hamas e altri gruppi armati negano di usarli come scudi umani. Ma la realtà che si vede dal video è diversa. La Bbc trasmetterà il documentario l’8 luglio, per ricordare l’inizio di quella tragica guerra.

giovedì 25 giugno 2015

Profughi siriani in Libano. Un dramma che rischia di far saltare non solo il Libano ma anche l'Europa.


David Sassoli 
25 giugno 2015
A quaranta chilometri da Beirut va in scena una tragedia umanitaria che rischia di far saltare il Libano ed esplodere in Europa. Campi profughi nella Valle della Beqa' e altrove accolgono oltre un milione e mezzo di fuggiaschi siriani e iracheni. Sono famiglie, in gran parte classe media, fuggite dai territori incendiati dalla guerra. Un'onda che si riversa in un paese grande quando l'Abruzzo, con 4 milioni di abitanti. E cosa peggiore, si tratta di una bomba umanitaria a ridosso di un fronte di guerra. La tensione è altissima. E non si tratta di un caso isolato. La Giordania è nelle stesse condizioni e anche alla frontiera turca la pressione non accenna a diminuire. Trasferire qui a Beirut le riflessioni e le polemiche che si sviluppano in Europa sul numero dei migranti appare quantomeno stonato.
Incomprensibile ai più discutere di qualche decina di migliaia di rifugiati aventi diritto da proteggere fra 28 paesi. Anche perché in questa regione si ferma una grande quantità di persone che potrebbe arrivare in Europa. E con lo status di rifugiati c'è l'obbligo dell'accoglienza. Dove dirigersi, d'altronde? Dove cercare di andare, quando si scappa dalla Siria con moglie, figli da mettere al sicuro? Nei nostri confronti insomma, è attiva una forma di protezione che spesso ignoriamo e troppe volte consideriamo scontata. In ogni caso si tratta di valutazioni irresponsabili che contraddicono anche i toni di un dibattito che batte sul tasto di aiutare i paesi arabi per non far partire i migranti. Quante volte abbiamo sentito dire "aiutiamoli a casa loro"? Bene, in Libano, Giordania e Turchia la possibilità di sviluppare questo impegno concreto non manca. Ed è nel nostro interesse sostenerlo. Progetti di accoglienza e di assistenza corrono sullo stesso binario. In Libano ben 400mila giovani rifugiati sono senza occupazione e senza scuola. Le loro condizioni costituiscono una riserva di caccia per le formazioni jiadiste. Il pericolo è ben presente alle autorità libanesi impegnate nel contrasto con frazioni dell'Isis già presenti nel paese dei Cedri. È di pochi giorni fa la notizia di una importante postazione recuperata dai miliziani hezbollah proprio in territorio libanese, a un centinaio di chilometri da Beirut.
Di sicurezza nell'area del Mediterraneo si è parlato molto nel corso della Conferenza per la revisione della politica di vicinato, che si è svolta nella capitale libanese. A parte Turchia, Libia e Israele, tutti i paesi della sponda sud erano presenti a livello di ministri degli Esteri. "L'Europa può fare molto, se solo volesse", mi ha detto l'esperto segretario della Lega Araba, Nabil el-Araby. Il vento populista e islamofobico che scuote l'Unione viene seguito con grande attenzione. E preoccupa. "La crescita dell'estrema destra in Europa può rappresentare un pericolo per la democrazia nella regione", ha avvertito il ministro degli Esteri palestinese. Anche dai respon-sabili degli Esteri di Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto, Giordania é arrivato un forte richiamo per un vero rilancio della politica dell'Unione per il Mediterraneo. Una valutazione che non possiamo lasciar cadere e su cui dobbiamo investire. Ma è tutto nella disponibilità dell'Europa? Il mio invito è stato rivolto ai paesi arabi, a recuperare forme di dialogo fra loro in grado di superare i conflitti - vedi il caso Libia - e poter confrontarsi con l'Ue senza il peso di relazioni privilegiate con i singoli Stati europei. È nel loro interesse, d'altronde, esprimere valutazioni condivise. Le crisi, ancora una volta, possono aiutarci a voltare pagina e a intraprendere strade nuove. Quelle che finora i governi europei, per un miope interesse nazionale, non hanno voluto percorrere.


domenica 14 giugno 2015

Ciò che frena Hillary nel derby delle dinastie.


Corriere della Sera 14/06/15
Alan Friedman
La settimana scorsa, a cena a New York City, mia madre, che ha novant’anni e ha votato per tutta la sua vita per il Partito democratico, mi ha spiegato perché ha deciso di non dare la sua preferenza a Hillary Clinton nel 2016. Che la signora Clinton sarà il candidato dei Democrats è scontato, vista la mancanza di rivali credibili. La sua nomina, in America, è considerata inevitabile. Ma come mai mia madre e milioni di altri elettori democratici dicono che non voteranno per Hillary? 
 «È una persona fasulla, finta», spiega senza mezzi termini mia madre. La quale, in effetti, fa parte di quel 52 percento di americani che ha dichiarato, in un recente sondaggio Washington Post-Abc, che di Hillary non si fidano, che pensano che l’ex first lady non sia una persona onesta. L’ultimo sondaggio mostra un calo senza precedenti nei consensi. Solo il 41 percento degli americani pensa che Clinton sia onesta e affidabile. Quando si pone la stessa domanda riguardo a Jeb Bush, il fratello dell’ex presidente George W., che domani formalizzerà la sua candidatura, almeno il 45 percento crede che lui sia onesto. Eppure, quando si chiede chi dei due capisca meglio i problemi della gente comune, la risposta è favorevole a Hillary per il 49 per cento, e solo per il 35 al candidato dei Repubblicani. 
 Al di là dei numeri, con l’arrivo di Jeb Bush nella corsa per la Casa Bianca si rischia di alienare ancora di più elettori americani, che non gradiscono lo spettacolo di una gara tra le due dinastie dei Bush e Clinton. Negli Usa, i politologi la chiamano « Dynasty-fatigue », l’«affaticamento da dinastie». E anche nel Partito repubblicano c’è chi non vuole Jeb Bush — non a causa del suo cognome, ma perché non è considerato abbastanza di destra sulle questioni sociali. 
 Per Hillary, lo scetticismo è il risultato di diversi fattori: la sua percepita tergiversazione sulla pubblicazione delle email inviate mentre era segretaria di Stato è un elemento; il fatto che abbia votato a favore dell’invasione dell’Iraq rappresenta per lei un altro problema. I presunti contributi alla Clinton Foundation da parte di Qatar, Arabia Saudita e altri Paesi, e la sua spettacolare raccolta fondi da due miliardi di dollari suscitano sospetti. La nota prossimità tra la famiglia Clinton e i capi di Wall Street, poi, è un altro fatto che non aiuta. E c’è infine una questione di simpatia umana — o, nel caso dell’ex first lady , della sua mancanza. 
 Quando Hillary Clinton va in giro per la campagna elettorale, non c’è nulla di naturale o spontaneo. Persino la trattoria in Iowa dove si ferma per un panino è scelta con molta cura. Spesso, in persona e nei suoi video spot super patinati e costosamente prodotti, Hillary appare come una politica cinica, senza principi e disposta a dire qualsiasi cosa a qualunque lobby pur di farsi eleggere. La signora ha cercato di rendersi più simpatica ieri, ad una grande kermesse sulla Roosevelt Island, a New York City. Ha anche cercato di delineare una linea politica abbastanza semplice ma populista, predicando contro i privilegi per pochi e attaccando «i miliardari» e i banchieri di Wall Street che sono, tra l’altro, fra i suoi più grandi supporter. 
 La questione della simpatia non va sottovalutata. Jeb Bush è molto meno preparato ma è più simpatico. Hillary dà spesso l’idea di vivere la campagna elettorale come un calvario, un male necessario per arrivare alla Casa Bianca. Talvolta si vede bene che si sforza di sorridere. 
 L’antipatia suscitata da Hillary deriva anche dal fatto che sta raccogliendo quasi due miliardi per alimentare una macchina da guerra con pochi precedenti: la macchina elettorale della famiglia Clinton. Questi soldi verranno in gran parte raccolti da Wall Street e da quella che viene definita «Corporate America», e cioè da quasi tutti i settori industriali e finanziari degli Stati Uniti. Le critiche a Hillary su questo tema arrivano dalla sinistra del suo partito, per cui il suo momento di demagogia contro Wall Street ieri sembrava una mossa ben studiata. 
 Ora, poi, arriva Jeb. Nel Partito repubblicano, a oggi, non è affatto sicuro che il fratello di Bush vincerà le primarie. Il campo è pieno di candidati alternativi e forse più attraenti, come Marco Rubio, il senatore della Florida. Ma alla fine credo che la spunterà Bush, anche perché avrà più soldi da spendere nella campagna. 
 Mancano però ancora più di 500 giorni al voto del novembre 2016, quindi qualunque cosa può ancora accadere. 
 Se l’anno prossimo Jeb Bush dovesse emergere come il candidato repubblicano, credo che sarà comunque Hillary, simpatica o meno, a vincere la gara per la presidenza. Di poco, però: e in una « horse race », in un fotofinish della politica americana. Sarà una specie di Derby delle Dinastie. 


sabato 9 maggio 2015

Mosca, la parata della rivalsa sull’Occidente.


Corriere della Sera 09/05/15
Paolo Valentino
Sarà l’inestricabile racconto di due Russie, la Russia della memoria e la Russia della rivalsa. Sarà la celebrazione orgogliosa di una vittoria, che cambiò il corso della Storia e forgiò nel sangue di 27 milioni di vittime l’identità di un popolo. E sarà la proiezione assertiva e neo-nazionalista di un Paese, che si sente circondato da nemici e ripropone l’idea della propria forza e il mito della propria invincibilità. 
 Non ha lasciato nulla al caso, Vladimir Putin, nella sceneggiatura del settantesimo anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica, l’unica definizione che i russi posseggono per la Seconda Guerra Mondiale. Ogni dettaglio, ogni momento di questo 9 maggio sarà parte di un affresco collettivo, ricco di suggestioni e di messaggi sottotraccia. In fondo, perfino la diserzione di gran parte dei 68 capi di Stato e di governo invitati a partecipare alla cerimonia, soprattutto quella dei principali leader occidentali, alimenta la narrativa della fortezza assediata alimentata dallo dello Zar del Cremlino, che ostenta indifferenza, mentre accoglie i nuovi amici venuti da Oriente. 
 Alle 10 di stamane la Piazza Rossa, aggettivo che in russo antico vuol dire bella, sarà palcoscenico della più grande parata militare nella vicenda russa e sovietica: tra il museo storico e la cattedrale di San Basilio sfileranno più di 16 mila uomini, fra i quali 1300 soldati di unità speciali straniere, guardie d’elite serbe, granatieri indiani, guardie d’onore cinesi. E ancora 150 aerei da combattimento, più di 200 veicoli corazzati, fra i quali l’ultimo gioiello della difesa russa, l’Armata T-14, il micidiale carro armato di nuova generazione, assurto a simbolo del programma di riarmo da 650 miliardi di euro deciso da Putin. E a ricordare la parità strategica con gli Stati Uniti, ci saranno i nuovissimi RS-24 Yars, i missili intercontinentali che possono trasportare fino a 10 testate nucleari indipendenti. 
 Sul palco che nasconde il Mausoleo di Lenin, ci saranno il cinese Xi Jinping (con il quale ieri Putin ha firmato una serie di accordi economici) e l’indiano Modi, il presidente egiziano Al-Sisi e il leader di Cuba Raúl Castro. Assenti Obama, Hollande, Cameron e Renzi per protesta contro la politica di Putin in Ucraina, solo alla deposizione dei fiori sulla tomba del milite ignoto lo Zar verrà affiancato da alcuni ministri degli Esteri occidentali, il francese Laurent Fabius e il nostro Paolo Gentiloni. Diversa la scelta della Germania, che ha già mandato il capo della diplomazia, Frank-Walter Steinmeier, a Volgograd, già Stalingrado, teatro della battaglia che cambiò le sorti del conflitto. Angela Merkel verrà domani e tornerà con Putin sotto le mura del Cremlino, per rendere omaggio all’eroismo degli antichi nemici. A mezzogiorno, tutte le chiese di Mosca suoneranno a morto per 15 minuti. In ogni tempio ci sarà un de profundis. E’ la prima volta che la Chiesa ortodossa, pilastro del sistema putiniano, dedica una liturgia ai caduti nella Grande Guerra Patriottica. Diventerà tradizione. 
 Ma per quanti simbolismi e quanta volontà di potenza Vladimir Vladimirovich avvia voluto caricare nelle celebrazioni, nulla poteva essere aggiunto e nulla può considerarsi esagerato nella totale identificazione dei russi con questa ricorrenza. Non ci sarà nulla di forzato nel corteo dei familiari che porteranno i ritratti dei caduti lungo via Tverskaya per confluire sulla Piazza Rossa, o nei veterani che forse per l’ultima volta parteciperanno a un 9 maggio così significativo. Non c’è nulla di posticcio nella marea di popolo, che dalle prime ore del mattino inonderà come un mare calmo nel centro della capitale. 
 Certo l’umore sarà quello alimentato da mesi di retorica grande-russa e antioccidentale. Ma con o senza la propaganda del Cremlino, la Guerra Patriottica resta la placenta della memoria collettiva di un popolo, che come nessuno ha pagato nella lotta contro il nazismo: più della metà dei russi ha avuto un parente morto nel secondo conflitto mondiale. Perfino Putin, abbandonando la tradizionale immagine ferrigna, ha ricordato la lotta per la sopravvivenza dei suoi genitori nell’assedio di Leningrado. E’ stata la fugace concessione di un leader, che di regola preferisce il linguaggio della forza e la retorica dell’orgoglio nazionale.

sabato 4 aprile 2015

LA SCOMMESSA DI BARACK


VITTORIO ZUCCONI
La Repubblica  4 aprile 2015
Un uomo sempre più solo che combatte contro il tempo del potere che gli sta scadendo, Barack Obama ottiene dall’Iran una bozza d’accordo che abbatte un altro tabù della storia americana negli ultimi 50 anni, dopo Cuba nello scorso dicembre. Il “Grande Satana” e lo “Stato Canaglia” si sono incontrati, hanno trattato, hanno firmato. TRA ladiffidenza anche degli amici, l’ostilità ringhiosa dei nemici interni, la collera degli alleati sauditi e israeliani nella regione, il presidente che ricevette un Nobel per la Pace senza avere fatto nulla per meritarlo ora cerca, nel crepuscolo della propria stagione politica, di lasciare un’eredità che giustifichi, a posteriori, quel riconoscimento, che oggi anche il New York Times sarebbe disposto a dargli.Nel merito e nella natura del compromesso raggiunto fra il Segretario di Stato Kerry e Javad Zarif, il ministro degli Esteri iraniano, gli esperti, tanto quelli benevoli come Fareed Zakaria e David Ignatius come i nostalgici delle ingloriose guerre preventive come il neocon John Bolton, ex ambasciatore all’Onu, vedono ombre e ambiguità che si riassumono in un dettaglio importante: il testo che la delegazione americana ha letto è composto di quattordici pagine e ricco di precisazioni sui numeri, le ispezioni, le sanzioni in caso di violazione. Il documento che Zarif e Federica Mogherini, responsabile per la politica estera Ue, hanno letto insieme è una smilza pagina e mezzo. E il trattato vero e proprio non sarà firmato, si spera, che il 30 giugno. Ogni processo alle intenzioni è possibile, dunque, perché sono sempre le intenzioni reali e recondite dei firmatari, non la carta e l’inchiostro, ciò che rendono sostanziale un trattato. E il ricordo torna immediato al Patto di non aggressione fra Germania e Urss, nell’agosto del 1939, meno di due anni prima dell’aggressione tedesca all’Unione Sovietica, inarrivabile esempio di totale malafede e di inganno reciproco. Ma nella spinta quasi disperata che Obama ha impresso ai negoziati in Svizzera, costringendo Kerry a notti bianche ai tavoli con i formidabili avversari iraniani, nelle fretta con la quale il presidente si è fiondato da solo nel Giardino delle Rose dietro alla Casa Bianca per annunciare l’accordo senza la consueta coreografia di impiegati e funzionari plaudenti c’è l’ansia che consuma tutti i capi di Stato americani arrivati alle ultime pagine della propria avventura: il desiderio di lasciare un’eredità che segni la storia. Un fatto che leghi per sempre il loro nome a qualcosa di più profondo e duraturo di una legge per la costruzione di un ponte o di una riforma della assicurazione sanitaria. Anche presidenti giudicati mediocri o condannati dai contemporanei, come Carter e Nixon riuscirono a incidere il proprio nome nel marmo della storia del mondo, il primo con gli accordi di Camp David e la pace fra Egitto e Israele, Nixon con il riconoscimento della Cina e l’accettazione della sconfitta americana in Vietnam. Reagan, il crociato che era partito lancia in resta contro l’»Impero del Male» sovietico trovò poi in Gorbaciov il partner perfetto per liquidare la prima fase della Guerra Fredda, per trasformarsi da “guerrafondaio” a “peacemaker” e per ottenere l’abbattimento del muro. E Washington ricorda ancora la disperata, affannosa, vana maratona di Clinton negli ultimi mesi della propria presidenza insudiciata dall’affaire Lewinsky, per strappare a Ehud Barak e ad Arafat, sequestrati da lui per giorni a Camp David, l’accordo finale sui due stati. La fretta, l’ansia di scolpire il proprio nome sulla stele del tempo strappandolo alla sabbia della cronaca, è ciò che preoccupa di più i critici dell’accordo, guidati da un Netanyahu che anche ieri ha profetizzato l’apocalisse nucleare per Israele e per tutto l’Occidente parlando di «un pericolo mortale per il mondo intero». Obama sa bene che ormai il proprio destino è legato indissolubilmente a questo negoziato. Se il regime degli ayatollah dovesse barare al gioco, se si dovesse scoprire, chissà a quale prezzo, che gli iraniani hanno carte nascoste e sono riusciti a dotarsi di un arsenale nucleare (e dei mezzi per usarlo) invece della benedizione che spetta ai portatori di pace, il suo nome entrerebbe nella “Hall of shame”, nel tempio della vergogna, accanto a quello di Neville Chamberlain che credette, o finse di credere, alle buone intenzioni di Adolf Hitler a Monaco. Ma la voglia di pace, spesso dopo molta e inutile guerra, morde sempre i presidenti americani alla fine del proprio mandato, anche venandosi di quella utopia idealistica che ispirò Woodroow Wilson con la Società delle Nazioni dopo la Inutile Strage o Harry Truman con le Nazioni Unite dopo l’olocausto di Hiroshima e Nagasaki. La sostanza della nobile pulsione a fine partita riporta sempre al nodo cruciale di ogni negoziato e di ogni trattato: alle intenzioni di chi li conduce e alle spinte della popolazione nelle nazioni contraenti. E proprio qui, sotto la furia della opposizione politica negli Usa, esplosa nella demenziale lettera di senatori repubblicani a Teheran per ammonirli a non fidarsi di Obama e nel malumore nascosto degli avversari che sicuramente si nascondono fra i guardiani della Rivoluzione khomeinista in Iran, c’è l’indizio più incoraggiante per il futuro.Il 60% degli americani appoggia l’accordo con l’Iran. A Teheran, la notizia della fine dell’ostracismo occidentale contro quella nazione dove la gioventù anela a ritrovare un posto nel mondo contemporaneo ha portato migliaia di persone per le strade, in un carosello di gioia da finale di un campionato di calcio. Mentre i media ufficiali, guidati dal presidente Rouhani, lui stesso negoziatore capo alle trattative sul nucleare, esternavano soddisfazione, entusiasmo e lodi per l’ex Grande Satana. Un capovolgimento totale dalle giornate oscene degli ostaggi rinchiusi nell’ambasciata americana, nel 1979. Se anche questa giornata, come la fine dell’embargo a Cuba, la caduta del Muro, il ritiro dal Vietnam, i trattati con l’Urss per la limitazione degli arsenali nucleari, l’abbraccio fra Sadat e Begin sia la fine di un incubo e l’inizio di un altro, né le Cassandre né i Pangloss ottimisti possono dire con sicurezza obbiettiva. Nel crogiolo infernale del Medio Oriente, dove nemici dei nemici divengono amici e le alleanze di convenienza si ribaltano secondo la regione e la cancrena del fondamentalismo sunnita, nemico mortale dell’integralismo sciita iraniano, tutto è troppo angosciosamente fluido perché un pezzo di carta possa raffreddarlo. Ma Obama, il Nobel accidentale che ora vuole diventare reale, è rimasto, alla fine del proprio tragitto, fedele al principio enunciato all’inizio: si tratta con i nemici, purché siano nemici responsabili e razionali e non è la fede religiosa l’avversario da combattere, ma chi la usa per volgari intenti di potere militare e politico. E se i “boia chi molla” dell’interventismo militare, coloro che auspicano ancora bombardamenti sulle migliaia di impianti e laboratori nucleari in Iran, sognano guerre preventive, basterà mostrare loro le magnifiche sorti delle imprese militari in Afghanistan e in Iraq, per esportare la caricatura cruenta della democrazia.