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mercoledì 18 aprile 2018

LA BREVE FELICE CARRIERA DI GIGGINO


Litiga con Salvini, ma non sa che Renzi lo aspetta dietro la porta.  
GIUSEPPE TURANI | 17/04/2018
Ho sempre sostenuto che gli strateghi della Casaleggio (inutile parlare di Di Maio) capiscano poco o niente di politica (ma molto di marketing). Adesso hanno fatto dire al loro candidato che si appresta a chiudere un forno (quello del Centrodestra) e che quindi rimarrà aperto solo il forno del Pd (che Di Maio e i 5 stelle non li vogliono vedere nemmeno in fotografia).
Però la politica è bizzarra e quindi non si sa mai. Un accorato appello del capo dello Stato, qualche urgenza internazionale e magari il governo Pd-5 stelle prende corpo davvero. Per ora si tratta quasi solo di fantasie di cronisti che non sanno che cosa scrivere. Ma è evidente che i 5 stelle stiano infilando la testa in un sacco senza sapere che gli andrà malissimo.
Non serve essere dei geni della politica per capire che, se la Casaleggio chiude il forno Salvini e lascia aperto solo quello Pd, di fatto si consegna mani e piedi legati al “perdente” delle ultime elezioni.
Secondo certe indiscrezioni (probabilmente inventate) sembra che Renzi non stia aspettando altro: “A Di Maio gli porto via anche la cravatta”.
Infatti, se mai dovesse accadere, è ovvio che il Pd, a quel punto unico possibile sostengo di un governo che veda impegnati i 5 stelle, chiederebbe dei prezzi altissimi:
1- No Di Maio presidente, ma personalità terza, magari anche più vicina al Pd che ai 5 stelle.
2- Vicepresidenza, Interni, Economia e Esteri al Pd.
3- Il programma dei 5 stelle (che cambia ogni due giorni e che contiene tutto e il contrario di tutto) viene spedito direttamente nel cestino della carta straccia e Calenda scrive il nuovo programma: prendere o lasciare.
In sostanza, il governo dei vincitori, a quel punto, sarebbe un governo a trazione Pd e a Di Maio rimarrebbero le inaugurazioni e il taglio dei nastri nelle fiere di paese.
Ma, ripeto, si tratta quasi solo di fantasie. Come quelle altre che vedono Berlusconi e i suoi uomini alla caccia di grillini insicuri e incerti sul proprio destino. Ne basterebbero qualche dozzina per fare un governo di Centrodestra (senza grillini) e magari con l’appoggio esterno del Pd o con il Pd che esce tatticamente dall’aula nel momento del voto di fiducia. In questo caso, Di Maio alla finestra a contare le pecore.
Insomma, i giochi non sono ancora fatti e per ora quello che si capisce è che il “vincitore” Di Maio non è messo bene. Ostenta sicurezza e arroganza, ma sta per andare a sbattere contro la realtà e la realtà dice che non può fare un governo da solo: a qualunque forno si rivolga dovrà pagare un prezzo elevatissimo: e la prima cosa che tutti chiederanno sarà la sua testa, un po’ perché sta antipatico (persino a quella brava persona di Mattarella) e un po’ perché è veramente ignorante.
Insomma, lui va dalla Gruber e parla come se già fosse presidente del Consiglio. Invece i suoi giorni di gloria sono quasi alla fine. E gli toccherà fare i conti con i suoi personali fantasmi: Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, che gli daranno il benservito. A casa, insomma.
La breve felice carriera del guappo napoletano.

lunedì 20 novembre 2017

la rivoluzione...può attendere


1 - MDP (articolo 1)
2 - Sinistra Italiana (ex SEL)
3 - Lista altra Europa con Tsipras
4 - Possibile di Civati
5 - Campo Progressista di Pisapia
6 - Partito Comunista di Rizzo
7 - Partito Comunista Italiano (con simbolo di Guttuso) di Alboresi
8 - Essere Comunisti di Grassi
9 - Partito Rifondazione Comunista di Maurizio Acerbo (subentrato a Ferrero)
10 - Partito Comunista dei lavoratori di Ferrando
11 - Partito Comunista d'Italia marxista leninista di Savio
12 - Partito Marxista leninista di Scuderi
13 - Partito di alternativa Comunista di Lotito
14 - Azione Civile di Ingroia
15 - Verdi di Covatta
16 - Lotta Comunista
17 - Comitati d'appoggio alla Resistenza
18 - Partito Comunista (Marxista-Leninista) Italiano.
19 - Partito Comunista d'Italia (marxista-leninista)
20 - Partito Comunista dei Lavoratori.
21 - Partito Comunista di Sardegna.
22 - Partito Comunista Internazionalista.
23 - Partito della Rifondazione Comunista. Sinistra Europea
24 - Partito di Unità Proletaria per il Comunismo.
25 - Rete dei Comunisti
26 - Demagistris Sindaco - Più che un partito un programma
27 - Sinistra Critica di Marco Rizzo, col simbolo quadrato così che non possa esser messo sulle schede elettorali, purtroppo si scinde dopo meno di 20 mesi dalla sua fondazione in due tronconi:
27bis - Sinistra anticapitalista
27tris - Solidarietà Internazionalista di cui ci piace citare alcuni convegni significativi come MARX RELOADED
28 - Libertà e Giustizia
29 - Alleanza popolare per la democrazia e l'eguaglianza (quelli del Brancaccio)
29bis - (Falcone x nuovo soggetto politico)
29tris - (Montanari x nuovo soggetto politico)
30 - Diem25 (quelli di Varoufakis)
31 - La mossa del cavallo (Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia)

mercoledì 31 maggio 2017

Riusciranno i nostri eroi a superare il 5%?


Mario Lavia
L'Unità 31 maggio 2017
L’obiettivo di un listone: ma guidato da chi e per fare cosa?
Deponendo per un attimo la bottiglia dell’olio di ricino per i giornalisti che non la pensano come lui, oggi Andrea Scanzi scrive una cosa sensata, pur in un profluvio di banalità (per gli aficionados del vecchio settimanale per ragazzi Il Monello, ecco il pezzo).
Scrive bene Scanzi: “La storia della sinistra è piena di casi in cui 2+2 non ha fatto 4 ma molto meno. Vedi Sinistra Arcobaleno. Quindi, se Bersani si unisse a Civati e Fratoianni, e non li vedo granché vogliosi, magari si eliderebbero a vicenda”.
Per questa e altre ragioni, l’ospite fisso di Otto e mezzo boccia la suggestione del super-ospite della medesima trasmissione, Marco Travaglio, che aveva proposto un’alleanza post-voto fra sinistra eM5S (proposta che sinora nessuno ha preso in considerazione, tranne l’amico Scanzi che l’ha bocciata: un trionfo).
In effetti l’improvvisa accelerazione sul sistema tedesco, soprattutto per via del maledetto sbarramento al 5%, pone alla sinistra radicale l’annoso interrogativo – che fare? – tenendo presente che in politica la somma non fa il totale: sommare pezzo a pezzo va bene con il Lego, ma elettoralmente può rivelarsi una tragedia.
Il 5% non è poco. Speravano in un più abbordabile 3%, soprattutto Bersani e i suoi quando si scissero dal Pd. Adesso bisogna rifare i conti.
Ma qual è il quadro a sinistra, oggi? Quante possibilità ci sono per fare un listone a sinistra del Pd? E guidato da chi? E per fare che cosa?
Tutti – da Nicola Fratoianni a Pier Luigi Bersani, da Massimo D’Alema a Pippo Civati fino ai “civici” – di cui diremo – sanno che solo un listone può salvarli. E non sarebbe comunque impresa facile.
I soggetti in campo sono principalmente tre: Sinistra Italiana (Fratoianni, Vendola, Fassina – mettiamo in quest’area anche Civati; Articolo 1-Ndp (Bersani, D’Alema, Speranza, Scotto); Campo progressista (Pisapia). A questi si andrà ad aggiungere, in forma che ancora non si conoscono, un’aggregazione “civica”: intellettuali d’area (persone molto mobilitate per il No al referendum del 4 dicembre tipo Tomaso Montanari, Gustavo Zagrebelsky, Anna Falcone). Più sullo sfondo, c’è Rifondazione comunista di Paolo Ferrero, ormai politicamente indistinguibile da Sinistra Italiana.
Già da questo elenco emerge una certa eterogeneità della figure e delle posizioni ma diciamo che l’antirenzismo può essere un collante efficace. Sempre ammesso – e soprattutto non concesso – che un uomo come Giuliano Pisapia voglia giocare a fare l’anti-Renzi, in una sorta di remake del film horror recitato da Antonio Ingroia e non invece quello, più consono a una figura del suo livello, di contrappeso di sinistra ad un Pd considerato moderato.
Pisapia, già. Sta diventando lui l’oggetto del desiderio di quest’area. Il federatore. Il leader (già, e che fine fanno gli altri?).
Ma non allo stesso modo: il partito di Fratoianni non ha sciolto i dubbi sul tasso di antirenzismo dell’ex sindaco di Milano, e in generale soffre la possibile egemonia di Campo progressista nella sua area. Bersani, più pragmatico, è pronto a saldare Mdp con Si e con altri soggetti della piccola galassia di sinistra radicale; e lo stesso dicasi di D’Alema, il quale però è malvisto dagli uomini di Ferrero che non gli hanno mai perdonato cosa tipo Kosovo o Bicamerale; ed effettivamente la presenza di Rifondazione comunista può essere un problema anche per Mdp o Pisapia.
Il giurista milanese per il momento gioca sul filo dell’equilibrio per non rompere con nessuno, nemmeno con il Pd. Perché il problema strategico è appunto questo. Con il proporzionale ognuno gioca per sé, ma dopo? Mentre per Fratoianni un’intesa con Renzi è impensabile, per Pisapia questo dilemma non è stato ancora sciolto.
Al segretario di Si il proporzionale piace perché lo libera dall’incubo della coalizione: “Mi pare che i Prodi, i Monaco, i Pisapia facciano molto fatica ad accettare che una fase della vita politica della nostra Italia si è chiusa con la sconfitta del centro-sinistra nel 2013″, ha scritto Fratoianni evocando la necessità di “una sinistra che in Italia non c’è ancora, talmente forte da mettere in discussione con il proprio consenso e i propri voti l’asse su cui si orientano le forze centriste come il Pd di Renzi”.
Nelle prossime settimane si discuterà, nell’area. Ai primi di luglio si tireranno le somme. E buona fortuna.

giovedì 2 marzo 2017

L’inchiesta Consip finirà nel nulla ma Travaglio già sentenzia


Fabrizio Rondolino
L'Unità 2 marzo 2017
Il “metodo Travaglio” è già stato condannato dalla Corte di Strasburgo
Per commentare il Fatto di oggi, interamente dedicato a “babbo Renzi” in un crescendo di insinuazioni, allusioni, manipolazioni, è sufficiente ricordare una recentissima sentenza della Corte di Strasburgo – naturalmente ignorata dal Fatto e dunque ignota ai suoi lettori – che chiarisce oltre ogni ragionevole dubbio come funziona il “metodo Travaglio” e perché quel metodo costituisca un reato.
Nel 2008 e nel 2010 il Direttore di Bronzo fu condannato per aver diffamanto Cesare Previti in un articolo, pubblicato sull’Espresso nel 2002, che riportava soltanto una parte delle dichiarazioni del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, “generando così nel lettore – scrive la Corte – l’impressione che il ‘signor P.’ fosse presente e coinvolto negli incontri riportati nell’articolo”. Spiega la Corte: “Come stabilito dai tribunali nazionali [Travaglio era già stato condannato in primo e in secondo grado, Ndr], tale allusione era essenzialmente fuorviante e confutata nel resto della dichiarazione non inclusa nell’articolo”.
E’ significativo che sia stato lo stesso Travaglio a ricorrere a Strasburgo rivendicando il diritto alla libertà d’espressione (non per caso è il Direttore di Bronzo): ma la libertà d’espressione, com’è noto a chiunque tranne che a Travaglio, non è libertà di diffamazione.
Prendere una frase a piacere, decontestualizzarla, omettere tutto ciò che contraddice la propria tesi e amplificare un frammento a scapito dell’insieme, così da costruire una “verità alternativa” – questa l’opinione dei giudici europei – non c’entra niente con la libertà di espressione, e anzi ne è in un certo senso il rovescio. In buona sostanza, è una bugia. E come tale va giustamente sanzionata.
Vedremo come andrà a finire l’inchiesta Consip nella parte che sembra coinvolgere Tiziano Renzi e Luca Lotti: con ogni probabilità, nel nulla. Il presunto reato (“traffico di influenze”) è a dir poco gassoso, prove non ce ne sono, le testimonianze sono frammentarie e contraddittorie, di pagamenti e tangenti non c’è la minima traccia. Ma per il Fatto non ci sono dubbi: “Tangenti a Consip e 30mila euro al mese promessi a babbo Renzi” è il titolone di prima pagina.
Siamo da capo: l’importante è sputtanare, distruggere la reputazione, attivare la macchinetta del fango. Fino alla prossima condanna – di Travaglio, naturalmente.

sabato 21 gennaio 2017

Perché Macron vola e i socialisti arrancano


Mario Lavia
L'Unità 20 gennaio 2017
Domenica il primo turno delle primarie di socialisti e alleati. Ségolène con il riformista indipendente
La Storia dirà se la sinistra francese avrà commesso la follia più grande del suo lungo percorso. Fatto sta che dinanzi alla irresistibile ascesa delle due destre – con i volti di François Fillon e quello di Marine Le Pen – quel che resta del socialismo francese e dell’arrugginita gauche si va a contare nei freddi seggi delle primarie più vane della storia, una gauche che rischia alla fine di restare fuori dalla gara per l’Eliseo.
Tutto è possibile, certo. Anche che a votare domenica per il primo turno delle primarie della Belle alliance populaire (“nipotina” della gauche, socialisti più vari gruppi di sinistra) ci vada molta gente. Anzi, sicuramente sarà così. Non è che il popolo non esista più, anzi, esiste pure troppo: nel senso che appena può si fa sentire in ogni modo. Il punto non è questo.
Il punto è che sono primarie senza speranza. Chi le vincerà – probabilmente Manuel Valls (essere primo ministro aiuta, no?), o l’ex ministro dell’economia Arnaud Montebourg o l’ex ministro dell’istruzione Benoît Hamon – i due frondeurs detestati da Valls – non avrà possibilità alcuna non solo di arrivare all’Eliseo ma nemmeno di andare al secondo turno delle presidenziali. D’altra parte – è stato detto ad abudantiam – il fatto che per la prima volta nella storia della V Repubblica un presidente della Repubblica non si sia ricandidato è non solo e non tanto il segno del crollo politico e umano di François Hollande quanto l’emblema della fine del “terzo tempo” del socialismo francese – dopo il primo, quello glorioso di Mitterrand, e il secondo, quello, insperato, di Hollande.
Gli altri candidati alle primarie non hanno alcuna velleità, se non la ricerca di una visibilità buona per il “dopo”. Cosa che probabilmente è anche all’origine della candidatura di Valls, il quale intende mettere fieno in cascina sperando che la nottata socialista passi.
Intanto sale la stella di Emmanuel Macron. La grande carta della sinistra riformista francese che, insofferente dell’avvitamento su se stesso di quest’ultima, se n’è andato e si è messo a correre per conto suo. E’ lui la novità della politica d’Oltralpe.
Gli ultimi sondaggi  lo vedono stabilmente in terza posizione, dietro Fillon e la Le Pen. Adesso la speranza di un ballottaggio fra un conservatore e un progressista moderato non è più solo nei sogni degli antipopulisti ma una possibilità. La sua organizzazione – En Marche! – aumenta gli iscritti e punta a diventare ago della bilancia in Parlamento (dopo le presidenziali si terranno le elezioni legislative). Dicono i giornali francesi che la gente affolla i suoi comizi. Alcuni socialisti, da Ségolène Royal (ci sarebbe stato un incontro fra i due) all’ex premier Jean-Marc Ayrault lo sostengono. Insomma, Macron piace alla gente che piace, come diceva un slogan pubblicitario. Ma non è detto che non riesca a sfondare anche nella Francia più profonda, tuttora attratta dalla destra.
Già si parla di lui come del prototipo di leader non solo post-ideologico ma anche post-partito, nel senso dell’incarnazione di un progetto e un soggetto politico “mobili”, adattabili alle situazioni, senza barriere e preclusioni verso altre forze e altre idee. Non si tratta solo di mero pragmatismo. Ma di una visione pronta ad includere pezzi di politica che i soggetti tradizionali (a partire da quelli di sinistra) non riescono più a rendere coerenti e compatibili con i problemi del nostro tempo. Un politico flessibile, ai limiti del cinismo – se si vuole – in qualche modo simbolo di una società in movimento, o meglio, che ha voglia di rimettersi in movimento dopo la stagnazione di questi ultimi 15 anni.
Di Macron recentemente si è scritto molto e molto si scriverà nel prossimo futuro (qui un bel pezzo di Huffington Post).
Macron è dunque molto più avanti del legnoso socialismo francese. Pur considerando che i paragoni sono sempre da prendere con le molle, viene da domandarsi se in tutti questi lunghi anni di jospinismo e hollandismo che hanno accompagnato il declino generale della Francia, per i socialisti non sarebbe stato più serio porsi il problema della rifondazione del Ps magari ipotizzando qualcosa di più largo e innovativo. per giungere ad una sorta di Partito democratico francese in grado di tenere insieme Valls e Macron.
Ora invece incombe lo spettro di un ballottaggio fra Fillon e Marine Le Pen, anche a causa della dispersione di voti fra le varie sinistre (dove è ancora forte il “duro” Jean-Luc Mélenchon) e Macron. Sarebbe un esito drammatico.
Domenica, comunque, la parola al popolo socialista di Francia. Per Manuel Valls è un’opportunità ma anche un rischio: su di lui potrebbero piovere i detriti del diffuso anti-hollandismo che circola nel Paese e nell’elettorato del partito socialista, E un Valls debole – chissà -potrebbe favorire ancor di più le chances di Emmanuel Macron, l’uomo nuovo.

lunedì 9 gennaio 2017

Cardini: l’Islam non è una minaccia


Il vero nemico da battere, le strategie del Signori della Paura, il ruolo dei cristiani: Cristina Uguccioni intervista con lo storico fiorentino
Vatican Insider 3 gennaio 2017
Questa Europa «stanca e invecchiata» (come l’ha definita papa Francesco), minata da una pervasiva dissoluzione del legame sociale, insidiata da un dilagante individualismo autoreferenziale e governata dalla religione globale del denaro (fenomeno decisivo per comprenderne le dinamiche), da alcuni decenni si trova alle prese con l’Islam. È un termine, questo, rispetto al quale nessun europeo si sente ormai estraneo e intorno al quale si accendono discussioni pubbliche che spesso assumono toni scomposti, persino violenti. E tratti molto superficiali. In questo passaggio d’epoca urgono riflessioni pensate e pacate, conoscenze storiche e religiose corrette, analisi accurate, capacità di visione, cuore saldo nella compassione (indispensabile affinché ogni comunità umana resti “comunità” e “umana”): un lavoro non frettoloso, che si mostri in grado di far fronte con intelligenza e sensibilità ai molti mutamenti in atto e agli interrogativi che si levano nella società europea.  
Sull’Islam abbiamo rivolto alcune domande allo storico Franco Cardini, autore del volume di recente pubblicazione “L’islam è una minaccia? [Falso!]” (Laterza). Già docente di Storia medioevale all’Università di Firenze e in altri atenei europei ed extraeuropei, Cardini attualmente è membro del Consiglio direttivo dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e professore emerito dell’Istituto di Scienze Umane e Sociali annesso alla Scuola Normale Superiore.  
Può illustrare brevemente la tesi centrale del suo volume?  
«L’Islam è una religione che conta oltre un miliardo e mezzo di fedeli ed è quindi la seconda religione più diffusa al mondo, dato che i cristiani ammontano a poco più di due miliardi. I musulmani nella stragrande maggioranza sono insediati tra l’Africa occidentale e il Sud-est asiatico (nel senso della longitudine) e tra Caucaso, Asia centrale e Corno d’Africa (in quello della latitudine). Essi fanno parte, nella quasi totalità, di quell’85-90% del genere umano che, secondo i dati più recenti diffusi dall’ONU, vive gestendo appena il 10-15% delle ricchezze mondiali. E qui sta il punto. A mio giudizio nella nostra epoca il vero nemico da battere non è l’Islam (che oggi è realtà polimorfa e in cammino per superare alcune contraddizioni) e neppure la sua tragica e brutale deformazione, il fondamentalismo islamico (che, ovviamente, va contrastato).  
Il vero nemico, il verme che sta corrompendo la terra è l’ingiusta ripartizione delle ricchezze del pianeta, l’assurdo, osceno squilibrio di una umanità divisa tra pochi ricchi e una sterminata moltitudine di poveri. Papa Francesco non perde occasione di ricordarcelo: l’Enciclica Laudato si’, sotto questo profilo, è esemplare. La nostra economia uccide e occorre perseguire la giustizia, che non consiste solo in una equa distribuzione delle risorse ma passa attraverso un mutamento radicale di valori e stili di vita. E, aggiungo, attraverso, ad esempio, il rispetto del diritto internazionale». 
A cosa si riferisce in particolare?  
«Mi riferisco a quel comma importantissimo e sempre disatteso secondo il quale le ricchezze del suolo e del sottosuolo di una determinata area appartengono a coloro che lì sono insediati. Da quando, mezzo millennio orsono, è iniziato il colonialismo e quindi la globalizzazione (perché essa è iniziata allora) questo principio è stato costantemente violato. Ora siamo arrivati alla fase del redde rationem e l’imponente afflusso di migranti nel ricco Occidente ne è una delle espressioni più vistose. Il nemico da battere, lo ripeto, è questo ingiusto sistema economico: esso ha innegabilmente reso prospero l’Occidente, ma ha generato uno squilibrio che è ormai improscrastinabile curare, anche nel nostro stesso interesse. Invece, in Occidente, ci siamo concentrati di volta in volta su altri nemici che ci hanno distratto da quello più feroce: dapprima, tutto il male del mondo era causato dal nazismo e dal fascismo, poi, caduti quei regimi, tutte le colpe furono dell’Unione Sovietica e del comunismo; finito l’impero sovietico e il tramontato il comunismo, ora si è passati al fondamentalismo islamico (fingendo di non sapere che è stato tenuto a battesimo dalle potenze occidentali) e, più in generale, all’Islam.  
Che l’Islam sia una minaccia sta ormai diventando un dogma laico, diffuso dai Signori della Paura, i quali – per fini economici, ma anche in vista di vantaggi politici ed elettorali – sfruttano le insicurezze e i timori delle persone istigando all’odio. I loro metodi vanno smascherati». 
Nel volume lei afferma che al fine di far apparire effettivo, vero, reale, irrefutabile alla luce della ragione questo dogma laico «si tende a rivestirlo di prove o di qualcosa che loro somiglia». Può illustrare come avviene questo processo?  
«Le tecniche di questi Signori paiono ispirate al romanzo “Il montaggio” di Vladimir Volkoff: si spigola fra i fatti di cronaca mettendo in fila eventi orribili, snocciolando uno dopo l’altro nomi, fatti, date così da dare l’impressione che i musulmani siano ovunque e sempre una minaccia. Ogni fatto di cronaca nera, anche minimo, il cui protagonista è un musulmano, viene ingigantito e proposto a modello. Si passa quindi senza scrupolo alcuno dalla presentazione analitica e casistica, fondata magari su un numero circoscritto di episodi, a un’indebita generalizzazione sulla base di una arbitraria selezione degli eventi proposti come esemplari: si descrive un albero ma lo si presenta come fosse uno qualunque di una foresta di centomila alberi tutti uguali. E così non si riconoscono, consapevolmente e colpevolmente, le migliaia di casi di onesti musulmani che vivono pacificamente nelle nostre città e che stanno cercando (concediamo del tempo) o hanno già trovato il modo di essere bravi musulmani non solo in Europa, ma d’Europa. Queste migliaia di persone inappuntabili non fanno notizia, si parla pochissimo di loro. Eppure esistono! Così come esistono, ma sono quasi del tutto trascurati, i molti pronunciamenti, incontri, documenti in cui i musulmani condannano apertamente l’uso della violenza in nome di Dio e prendono le distanze dal terrorismo. I mass media hanno una responsabilità enorme. La disinformazione genera squilibri gravi che danneggiano la democrazia».  
Europa e Islam sono nemici da sempre: questa è una delle affermazioni che circolano con maggior insistenza; ma, lei afferma, non è fondata.  
«Persino non pochi libri di storia in uso nelle nostre scuole sostengono questa tesi. È falsa. Quello compreso tra il 1200 e il 1500, pur segnato da numerose guerre, è stato uno dei periodi più gloriosi della civiltà europea. È stato il tempo delle grandi cattedrali, della nascita delle università, di importantissime acquisizioni scientifiche, di uno straordinario sviluppo dell’arte. Tutto ciò avvenne grazie a una grande floridezza economica che, nata sotto l’impulso operoso dei comuni, delle repubbliche marinare, delle città mercantili europee, fu determinata in gran parte dai costanti, intensi traffici con il vicino Oriente musulmano».  
In questo contesto, che rilevanza ebbero le crociate?  
«L’immensa ricchezza duecentesca dell’area mediterranea fu dovuta al commercio tra i paesi cristiani e musulmani e questo fenomeno macroscopico, quasi del tutto ignorato da molti media e da non pochi insegnanti, è ben più rilevante delle crociate che si possono considerare punture di spillo. L’Islam, nel suo complesso, non si è veramente reso conto di quanto era accaduto sino all’Ottocento, tanto che non esisteva neppure un termine arabo per definire le crociate. Nell’Ottocento i musulmani utilizzarono un neologismo (“hurub as-salibyya”, “guerre della croce”) quando dovettero tradurre i testi scolastici che le potenze coloniali imponevano di adottare. Le crociate – considerate come difesa contro un Islam aggressivo e sanguinario – vennero usate dagli occidentali quasi come antefatto giustificativo del loro dominio, ossia per dare giustificazione morale al colonialismo. Giova però ricordare che la prima grande espansione musulmana, iniziata nel VII secolo – contrariamente a quanto molti credono – si verificò con pochissima violenza (come ho diffusamente spiegato nel mio libro): i popoli si lasciarono conquistare, l’Islam ebbe vita facile nella sua espansione a causa della debolezza dell’impero persiano e di quello bizantino il quale, pur glorioso, a quell’epoca era in forte crisi. Bisogna inoltre rammentare che talora i cristiani imposero il proprio credo con la spada: si pensi a Carlo Magno o all’Ordine Teutonico dell’Europa nordorientale del medioevo. In conclusione, chi sostiene che Europa e Islam siano da sempre nemici e che ciò sia sempre avvenuto per colpa totale o prevalente dell’Islam mostra di conoscere assai poco la storia».  
Che ha molto da insegnare.  
«Certo, se si accetta di ascoltarla. Ai cristiani, ai musulmani, agli uomini di buona volontà la storia fornisce il modello di tempi nei quali la convivenza era non solo possibile ma anche franca e cordiale: si pensi ad esempio all’impero mongolo o al sultanato di al-Akbar nell’India moghul tra XVI e XVII secolo. Ma i modelli storici restano lettera morta se non si afferma la volontà di seguirne i suggerimenti, di far vivere il seme che essi hanno piantato. Questa è, a mio avviso, la sostanza della sfida odierna». 
In questo passaggio d’epoca, quale dovrebbe essere a suo giudizio il compito dei cristiani?  
«Le imponenti migrazioni degli ultimi anni stanno creando in moltissimi italiani ed europei un forte senso di disagio e insicurezza: sottovalutarlo e non farsene carico sarebbe un errore. Ma sarebbe ancor più sbagliato alimentarlo. Papa Francesco ci sta dando l’esempio, sia distinguendo la fede islamica dal terrorismo fondamentalista, sia incoraggiando tutti a costruire vita buona con le disperate genti che giungono in Europa, anche con quelle musulmane. Penso che un cristiano dovrebbe sentire in modo speciale il dovere di aiutare chi è più vulnerabile e abbia anche il dovere di andare controcorrente affermando con un po’ di coraggio civile, se occorre, alcune verità scomode rispetto al mainstream attuale.  
Non possiamo nascondere che vi sono obiettive difficoltà teoriche e concettuali nel dialogo tra cristiani e musulmani che non si possono aggirare né in nome dell’ottimismo del cuore, né in quello della retorica irenistico-ecumenica. Tuttavia il dialogo prosegue in modo proficuo e, nella pratica, nella vita di tutti i giorni, la convivenza pacifica si rivela possibile e infatti esiste. La Chiesa, con parole e opere concrete, sta indicando a tutti la strada con grande chiarezza. L’edificazione di legami buoni nella quotidianità passa attraverso un lavoro artigianale: e il primo mattone è la comprensione reciproca, che è arte difficile. L’immigrato musulmano fa paura, ma se quel volto anonimo comincia ad avere un nome, se scopriamo che anche lui, come noi, ha figli da mandare a scuola, genitori da accudire, problemi di salute, sogni e preoccupazioni, allora le cose possono iniziare a cambiare. Certo, bisogna impegnarsi. Penso che nella quotidianità i cristiani debbano continuare a promuovere e favorire buone pratiche di incontro e integrazione, costruendo dalla base ciò che le istituzioni, in larga misura, paiono esitanti a progettare. È quanto anch’io cerco di fare».  
Vuole illustrare il suo impegno?  
«Nel piccolo paese dove vivo, Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze, sono giunte alcune famiglie senegalesi, una trentina di persone inclusi bambini e anziani. Il loro arrivo ha scatenato molte proteste: da parte mia, insieme ad alcuni amici, ho voluto conoscere le ragioni di tutti e sto cercando di organizzare incontri tra i residenti e i migranti affinché si conoscano, coinvolgendo in quest’opera il parroco, il sindaco e altri rappresentanti delle istituzioni. Mi sono rivolto per questo al presidente della Regione, che conosco: per rispetto dell’autorità costituita, aspetto un suo cenno prima di procedere in modo che quanto riusciremo a fare appaia come un atto che ha la legittimazione istituzionale e non solo come un gesto frutto della buona volontà di qualche privato cittadino. 
In Italia sono moltissime le persone che stanno lavorando per costruire buona convivenza, ma quest’opera sarebbe più efficace se fosse maggiormente e più organicamente sostenuta dalle istituzioni locali e nazionali. I sindaci, ad esempio, dovrebbero promuovere periodici momenti di incontro tra italiani e migranti appena giunti, avvalendosi di mediatori culturali che facciano da interprete. E invece, in molti casi, si limitano a protestare per “l’invasione”».  

sabato 31 dicembre 2016

Non voterò più


Enrico Capizzi
L'Unità 8 dicembre 2016
Sono stanco di perdere, dopo una giovinezza passata ad assistere alle vittorie della Dc credevo di aver trovato con Matteo Renzi un leader concreto, ma evidentemente alla maggioranza degli italiani questo non piace
Ho deciso: non voterò più. E questo è il sentimento anche dei miei familiari. Sono talmente deluso da stare male. Ho rivissuto le nottate passate da giovane alla Sezione del Partito, davanti ad un vecchio televisore .Immancabilmente vinceva la DC e noi a rosicare, nonostante l’impegno, la campagna elettorale porta a porta. Ma allora ero giovane ed era più facile digerire le sconfitte. Adesso non più.
Renzi mi aveva ridato entusiasmo, vedevo una politica concreta, che decideva. Evidentemente alla maggioranza degli italiani non piace. Ed allora non voterò più: not in my name. Per prima cosa non voterò più alle Primarie del PD. Pensavo di aver contribuito ad eleggere un segretario ed una classe dirigente che guidassero un Partito unito, coeso, teso agli stessi  obiettivi. Ed invece no.
La parte che ha perso il Congresso ha cominciato, da subito, a  seminare di mine il percorso, sperando che su una di queste mine il Segretario saltasse per aria. Ha cominciato da subito l’azione di logoramento, a rosicchiare il cranio (la  sindrome da Conte Ugolino) del Segretario. Credo che siano stati loro i primi a parlare di “uomo solo  al comando” ,uno dei principali argomenti usati dal Fronte del No per terrorizzare la gente (ho sentito personalmente qualcuno sostenere che “se vince il Sì arriva la  dittatura”).
Com’era prevedibile, la vittoria del  No viene ascritta a Grillo, a Salvini, in parte a Berlusconi (che probabilmente ha impedito la frana verso il Sì di quel che resta del suo partito, pur sempre vicino al 15%). Del resto, basta fare i conti: insieme sommano circa il 60% dei votanti, esattamente la percentuale di coloro che hanno scelto il No.
Gli elettori di Sinistra italiana e quelli del PD che hanno seguito Bersani, sono stati semplicemente sostitutivi di quelli dei predetti tre partiti che invece hanno scelto il Sì. Cioè, non determinanti: ed  infatti nessuno li considera fra i vincitori.
Ed anche la narrazione sull’arroganza di Renzi ha origini interne: ricordo  ancora la Direzione del PD  durante la quale Cuperlo lo accusò di “coltivare l’arroganza del Capo”. Renzi è arrogante? Certo, nessuno può sostenere che sia umile, che abbia una personalità arrendevole. Ma, vivaddio, ha le qualità del leader, di un leader che decide, che rifugge le mediazioni infinite, le discussioni senza fine, autoreferenziali, di chi si guarda  l’ombelico.
Del resto, se non  fosse uno che decide, si sarebbero, in mille giorni, approvate tutte le leggi e le riforme che il Parlamento ha approvato? La sinistra interna, si guardi l’elenco, con onestà intellettuale. Quali sono le leggi che la sinistra dem considera “in continuità con la politica di Berlusconi”? Forse gli ecoreati? Le unioni civili? lo spreco alimentare? il caporalato? la pubblica amministrazione? il terzo settore? l’autismo? il dopo di noi? la parziale modifica della legge Fornero?
E’ necessario   continuare? Non credo. Bersani e Speranza si riguardino la lunghissima lista di tutto quello che nei
passati mille giorni questo Premier “arrogante”e”uomo solo al comando” è stato in grado di fare approvare. Lo so, loro ribattono con il mercato del lavoro e la buona scuola. Io non sono d’accordo con le  loro valutazioni, ma un discorso approfondito sarebbe troppo lungo. Alcune  “scene” mi hanno particolarmente infastidito durante e dopo la campagna referendaria.
Due di queste riguardano Roberto Speranza, l’aspirante leader senza quid.
1) La partecipazione ad una manifestazione per il No con De Magistris. Proprio lui, il Masaniello de noantri, quello che considera Renzi un nemico da abbattere, il raffinatissimo ex PM (che orrore i giudici e gli ex giudici che si comportano da ultra del calcio) che con raffinata eleganza ha minacciato più volte Renzi, intimandogli di non andare a Napoli (tutti ricordiamo il “si deve cagare addosso”), il fomentatore di centri sociali e cobas violenti contro il Premier che andava ad avviare il risanamento di Bagnoli. Proprio con lui Speranza doveva manifestare per il No?
2) I sorrisi e gli abbracci di trionfo con D’Alema ( che, nell’ebrezza del trionfo ha chiaramente espresso uno dei motivi di risentimento, nei confronti di Renzi: dopo una decina di legislature, la colla e la voglia di poltrone erano ancora troppo  solide ) dopo la vittoria del No.
Mai visto che una parte del Partito facesse campagna contro la posizione ufficialmente espressa (e ancora non ho capito i motivi di dissenso sul merito della riforma) e che festeggiassero così la sconfitta del proprio Segretario. Io penso che la minoranza di Bersani, in realtà, volesse pesarsi alle urne (suggerimento dello stratega D’Alema?) in vista di una eventuale scissione o per contare di più nella battaglia interna in attesa del prossimo Congresso.
L’esito non dovrebbe essere brillantissimo se è vera l’analisi dei flussi che ritiene che solo l’8% degli elettori
PD abbia votato  contro (ed in gran parte, penso, più per amore verso la vigente Costituzione che per assecondare i giochetti di corrente).
Ed allora, considerato che votare per le Primarie è inutile, perché il Congresso del Partito non finisce mai,
non voterò più alle Primarie. E non voterò neanche alle Politiche. Il Popolo italiano vuole tenersi il bicameralismo paritario? Vuole tenersi il caos dei rapporti con le Regioni? Vuole tenersi i 63 Consiglieri del CNEL? Vuole tenersi 315 Senatori con le stesse funzioni dei Deputati? Vuole tenersi i finanziamenti dei Gruppi al Senato e nei Consigli regionali? Vuole tenersi gli stipendi sproporzionati dei Consiglieri regionali? Va bene così, ma poi non voglio sentir parlar male nessuno di quelli che hanno votato No delle suddette cose.
Il Popolo  italiano pensa che sia in grado di governare il Paese una banda di furbi incompetenti, telecomandati da un Comico ( che spaccava a martellate i computer prima che qualcuno  gli facesse capire che la rete poteva essere un miniera d’oro) e da una Società immersa nell’opacità (altro che uno vale uno, altro che trasparenza) ?  Va bene così, ma non per conto mio, not in my name.
Il Popolo italiano pensa che possa fare il Presidente del Consiglio un giovanotto senza arte né parte, mediocre studente universitario, che oltre allo staff della comunicazione necessiterebbe di avere accanto una maestra che gli spieghi la coniugazione e l’uso del congiuntivo e la differenza tra verbi transitivi ed intransitivi? Va bene così e buon divertimento.
Il Popolo italiano è così immaturo da farsi abbindolare dalla propaganda che vuole fare considerare establishement e casta uno che è appena arrivato e non è neanche parlamentare? Va bene così, evviva il Popolo sovrano.
Il popolo italiano è così irriconoscente da dimenticare così in fretta i benefici, in tema di diritti sociali ed in termini economici (basti pensare agli 80 euro,all’abolizione della TASI, ai posti di lavoro creati, ai centomila insegannti in ruolo, al PIL tornato positivo, allo sviluppo del turismo e delle esportazioni, a quello che si sta realizzando nel campo dei beni culturali (alla faccia degli storici dell’arte ed archeologi improvvisatisi costituzionalisti), a tutte le leggi sui diritti sociali e civili ? Va bene così, ma non  in mio nome.
Il Popolo italiano ritiene che debba andare a casa un Premier che sta conducendo tenaci battaglie in Europa e che ha ridato dignità al nostro Paese nei rapporti internazionali? Va bene così. Ma non in mio nome.
Matteo non mollare, se tu non molli, chissà, forse potrei anche ripensarci e tornare a votare.

venerdì 23 dicembre 2016

Renzi e “l’accozzaglia”, oggi. I numeri e la politica


Fabrizio Rondolino
L'Unità 23 dicembre 2016
Il voto referendario sembra dunque aver congelato gli schieramenti in campo: e il suo risultato ha confermato nelle proprie convinzioni la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica
Il referendum del 4 dicembre ha davvero rivoluzionato il paesaggio politico italiano, rilanciando la corsa del Movimento 5 stelle verso il governo e lesionando gravemente la figura e il potenziale elettorale di Matteo Renzi? Nonostante le analisi – o gli auspici – di qualche frettoloso commentatore, sembrerebbe proprio di no.
“Sorprende un poco, anzi, non poco, questo sondaggio – scriveva Ilvo Diamanti ieri su Repubblica commentando l’ultimo sondaggio Demos –, perché, dai dati delle interviste, non sembra sia cambiato molto, nell’orientamento degli elettori. Verso il governo, verso i partiti, verso lo stesso Renzi. Nonostante le grandi polemiche e le mobilitazioni che, negli ultimi mesi, hanno opposto il ‘fronte del Sì’ e il ‘fronte del No’, le stime di voto non mostrano cambiamenti significativi rispetto alle settimane prima del referendum. Il Pd – malgrado la ‘sconfitta personale’ del leader – risulta stabile, primo partito, appena sopra il 30%. Seguito dal M5S, quasi 2 punti sotto. In calo di poco più di un punto”. Neppure il gradimento di Renzi ha subito scosse: anzi, secondo i dati raccolti da Diamanti sarebbe addirittura salito di un punto, al 44%, mentre Beppe Grillo resta lontano al 31%.
Il voto referendario sembra dunque aver congelato gli schieramenti in campo: e il suo risultato ha confermato nelle proprie convinzioni la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica. Vista da punto di vista di Renzi, la situazione è senz’altro di grande interesse. A leggere i giornali e a guardare i talk show, infatti, l’ex presidente del Consiglio appare circondato da una generale ostilità, la sua parabola politica si sarebbe già ingloriosamente conclusa, e le possibilità di ritorno sulla scena sarebbero assai limitate. Al contrario, lo studio di Diamanti dimostra che il consenso di Renzi è rimasto intatto e che il suo partito gode della fiducia di poco meno di un terzo dell’elettorato.
L’idea di abbattere il renzismo per via referendaria, accarezzata tanto da Grillo e dalla Lega quanto dalla minoranza del Pd, sembra dunque rivelarsi illusoria. Renzi ha perso consenso nel corso dell’ultimo anno e mezzo – e infatti ha perso il referendum –, ma lo “zoccolo duro” di cui dispone, probabilmente galvanizzato proprio dalla sconfitta, lo colloca tuttora al centro del paesaggio politico. In queste condizioni, e tanto più se si dovesse votare con una legge di impianto proporzionale, la prossima legislatura ricomincerebbe là dove si è interrotta: con una forza politicamente omogenea, guidata da un leader riconosciuto, che gode del consenso della maggioranza relativa dell’elettorato, e un’“accozzaglia” numericamente forte ma politicamente debolissima e strutturalmente incapace di offrire un’alternativa di governo.

venerdì 2 dicembre 2016

Il bipolarismo psicologico: il Sì è ottimista, il No pessimista


Fabrizio Rondolino
L'Unità 2 dicembre 2016
Alla fine, si vota sulle due narrazioni di Renzi e di Grillo
Stasera scenderà sull’Italia il silenzio elettorale – anche se, c’è da giurarci, sulla Rete sarà rumorosissimo – e, proprio come accade al calar del sole, c’è un po’ di tempo per riflettere sulla giornata appena trascorsa e per immaginarsi quella che verrà.
E’ stato detto che questa è la campagna elettorale più brutta di sempre, la più violenta e la più esagerata, se non la più ridicola. D’accordo, è grottesco accusare la riforma di innescare una “deriva autoritaria”, o paventare l’uscita dell’Italia dall’euro nel caso di una sua bocciatura: ma le campagne elettorali sono sempre esagerate, ridicole e violente, e lamentarsene scandalizzati fa parte del rituale preelettorale, tanto quanto l’orgia dei sondaggi (che vengono scrutati compulsivamente, salvo subito precisare che non valgono nulla) o la simulata preoccupazione per il “Paese diviso” – dimenticando che le votazioni si fanno precisamente allo scopo di dividersi, contarsi e poi decidere.
Al netto della retorica, dei rituali e delle sciocchezze, e al netto anche del merito della riforma – a proposito: di merito si è parlato molto, su entrambi i fronti, imponendo agli elettori chissà quanto entusiasti un corso accelerato di diritto costituzionale: e questa è una buona cosa –, l’aspetto simbolico che più colpisce nell’appuntamento referendario di domenica sta proprio nella semplicità, e nella radicalità, dell’opzione sottoposta al voto – Sì oppure No.
E cioè un’affermazione – la più ampia, le più indefinita fra tutte – contrapposta ad una negazione – la più radicale, la più esclusiva.
Il Sì è un’apertura, il No è una chiusura: il primo apre un ventaglio ampio, e potenzialmente infinito, di possibilità; il secondo ostruisce, sbarra, resiste.
Dire di sì – assentire – significa dichiararsi pronti a ciò che verrà; dire di no – negare – vuol dire ripiegarsi su ciò che già c’è.
Il punto, qui, non è l’esaltazione aprioristica e pregiudiziale del “nuovo” (perché è verissimo che nuovo non significa di per sé migliore), ma l’atteggiamento, la tonalità emotiva, la predisposizione nei confronti del futuro.
In altre parole, l’ottimista dice Sì e il pessimista dice No.
Che entrambi abbiano le stesse possibilità di aver ragione non è qui importante: quando si sceglie, quando si guarda al domani, quando si immagina il futuro nessuno sa veramente che cosa accadrà. La scommessa che facciamo si basa certo sul ragionamento, sull’analisi dei fatti, persino sull’indagine empirica: ma la spinta decisiva a scegliere – proprio perché non sappiamo veramente che cosa accadrà – ci viene dal nostro stato d’animo, dalla nostra temperatura emotiva, dal nostro carattere.
Ciò che vale per gli individui vale anche, entro certi limiti, per le comunità, i gruppi e l’intero corpo elettorale. Il referendum di domenica chiama i cittadini a votare su un nuovo assetto istituzionale, più snello, più efficiente e meno costoso: ma mai come in questa occasione il cuore dello scontro – simbolico, e dunque politico – è fra ottimismo e pessimismo, fra fiducia e paura, fra speranza e delusione.
Di questo, del resto, hanno parlato in questi anni le due narrazioni egemoni: quella renziana ha sempre puntato sulla fiducia nel futuro, sulla capacità di rialzarsi e ricominciare, sull’ottimismo della ragione e della volontà, sulla possibilità di cambiare e migliorare; la narrazione grillina, al contrario, ha giocato tutte le sue carte sulla delusione, sulla rabbia, sul crollo della fiducia negli altri e nel “sistema”, desolatamente giudicato compromesso per sempre e ormai inemendabile.
Di questo bipolarismo simbolico, sentimentale e culturale si occupa il referendum di domenica: di questo rende conto alla politica e a noi stessi. E’ come se sulla scheda ci fosse scritto: “Sei ottimista?”

giovedì 1 dicembre 2016

Il Fatto, monumento alla malafede di Travaglio. Ecco tutte le bugie di oggi


Fabrizio Rondolino
L'Unità 1 dicembre 2016
Il numero di oggi è un’enciclopedia di castronerie tipo “Se vince il No è un favore a Renzi”
Un numero da collezione: il Fatto di oggi è una specie di enciclopedia del Noismo, è un livido sabba antirenziano, è una meravigliosa cartolina da un mondo che domenica ci lasceremo alle spalle, è un monumento alla crisi terminale del giornalismo in Italia, ed è anche, last but not least, una spassosa antologia di castronerie destinata ad intasare persino la fantasia complottarda del grillino più sprovveduto.
Dar conto nei dettagli del monumento eretto oggi da Marco Travaglio alla propria malafede è impresa improba, e forse persino inutile: basterà un veloce florilegio per rendere l’idea, allietarci la giornata e indurci serenamente a votare Sì.
Cominciamo dall’editoriale, che al punto 5 – Travaglio oramai procede per editti, bolle e decreti – spiega che “bisogna votare No” per fare un favore a Renzi.
Non è un refuso, avete letto bene: “Se vince il No, non è affatto detto che le prossime elezioni le vincano i 5Stelle. Anzi, paradossalmente è più improbaile”, spiega il direttore, perché senza Italicum Grillo si scorda Palazzo Chigi. E “non è neppure detto che il No farà perdere le elezioni a Renzi: nel 2006 B. perse il referendum e nel 2008 stravinse le elezioni”.
Bisogna dunque votare No per impedire ai grillini di andare al governo e per aiutare Renzi a vincere le prossime elezioni: forse perché se così non fosse, se Renzi malauguratamente dovesse rititarsi dalla vita politica, che ne sarebbe del povero Travaglio e del suo brillante fatturato? Chi lo inviterebbe più in tv, chi andrebbe a teatro ad applaudirne le invettive rabbiose?
Ma è il punto 1 dell’editoriale-editto che merita una particolare attenzione, perché riassume in una sola frase la davvero invidiabile malafede del fronte noista: “Essendo un referendum costituzionale, l’unica cosa che conta è la legge costituzionale: si vota Sì o No alla riforma”. Ma davvero?
Decine di articoli sul Fatto di oggi testimoniano l’esatto contrario: non una parola sulla riforma costituzionale, e fiumi d’inchiostro su qualunque argomento sia venuto in mente ai redattori del giornalino per denigrare il presidente del Consiglio anche, e anzi soprattutto, quando non c’entra nulla.
“Le quattro Italia tradite da Renzi pronte a punirlo col referendum” è infatti il titolo d’apertura: “terremotati, vittime dell’Ilva, delle banche e delle tv” dovrebbero votare No perché il premier li ha “traditi”. Seguono, nelle pagine interne, illuminanti approfondimenti dalla realtà parallela in cui s’è rinchiuso Travaglio.
Marco Palombi scrive ben due articoli per sfogare tutta la sua rabbia contro l’accordo che il governo ha raggiunto con la famiglia Riva e che porterà all’Ilva di Taranto, per il risanamento, poco meno di un miliardo e mezzo di euro.
L’idea che Renzi sia stato capace di far rientrare in azienda (oggi sotto il controllo dello Stato) una somma così imponente manda letteralmente fuori di testa il redattore del giornalino, che prima sostiene l’inesistenza dell’accordo e poi minaccioso si chiede “in cambio di cosa” è stato stipulato.
Enrico Fierro “inviato a Norcia” racconta le difficoltà del dopo-terremoto, ben attento ad ignorare tutto ciò che è stato fatto, per riconoscimento unanime delle popolazioni e delle  istituzioni locali, in aiuto dei terremotati e in risposta alla tragedia. Il suo problema è il signor Romano Regoli, che “ha speso una decina di migliaia di euro per una casetta di legno e due container”. Il che dimostrerebbe che “tra gelo e bugie” i terremotati sono stati “illusi da Renzi”.
Dove? Quando? Il pezzo naturalmente non lo dice: lo sciacallaggio sulle tragedie altrui non prevede l’onere della prova.
Stefano Feltri e Carlo Tecce ricostruiscono con un po’ di fantasia e molta approssimazione le spese sostenute dalla campagna per il Sì: “Il comitato ha soltanto un milione di euro ma il Pd ne sta spendendo più di 10”. Vero, falso? Chi può dirlo: e soprattutto, che importa?
L’essenziale è seminare il dubbio, insinuare l’esistenza di finanziamenti occulti o illeciti, dipingere un partito spendaccione e potenzialmente criminale. “La legge – scrive scandalizzato il Fatto – ci vieta di sapere chi investe milioni per il Sì”. E chi li investe per il No i soldi li ha trovati sotto una zucca?
“Statali, 85 euro giusto prima del voto” è invece il titolo dell’articolo – cinque colonnine in fondo alla pagina 3, nella speranza che nessuno se ne accorga – con cui Luciano Cerasa racconta l’accordo fra governo e sindacati per il rinnovo (dopo sette anni) del contratto del pubblico impiego. Che alcuni milioni di statali abbiano finalmente un nuovo contratto, salutato con entusiasmo da tutte le organizzazioni sindacali, è un’offesa personale di Renzi che gli elettori di certo non dimenticheranno.
Virginia Della Sala denuncia scandalizzata la presenza del premier in tv (“Renzi in onda a reti unificate per il Sì: così il premier straborda nei tg di tutti i canali”) e cita a conferma dello scandalo una ricerca condotta dall’Osservatorio Mediamonitor Politica della Sapienza. Peccato che la ricerca abbia riscontrato un sostanziale equilibrio nell’informazione televisiva, rilevando come la maggiore presenza di Renzi rispetto agli altri leader dipenda dal fatto che Renzi è il presidente del Consiglio, e dunque in tv parla anche dei provvedimenti del governo. Possibile che al Fatto non sappiano chi siede a Palazzo Chigi?
La pagina dei commenti ospita una ponderata riflessione del pittoresco Antonio Ingroia (“Uno solo al comando è un favore alle mafie”) e una pacata analisi del non meno pittoresco Maurizio Viroli (“Se vincerà il Sì avremo un padrone della Repubblica sostenuto da illusi, da servi volontari, da cortigiani astuti”). Nessun pesce vorrà mai farsi incartare da una simile pagina.
A seguire, un’ampia intervista di Alessandro Ferrucci a Sabrina Ferilli: “Sono dei piazzisti di pentole che hanno promesso di tutto”. Ma lei, Miss Noista, non si dà per vinta: “Ho troppa paura che possa vincere il Sì, meglio non mollare a costo di prendere altri insulti”. Non è chiaro chi abbia insultato la Miss: di certo, ogni riga del Fatto è un insulto al buonsenso.
Infine, non poteva mancare Banca Etruria. E qui Travaglio, come prevedibile, riesce a dare il meglio di sé. In prima pagina il richiamo alla banca è tutto in chiave antirenziana: “Assolti gli ex vertici. Ma anche i vigilanti, cioè la Banca d’Italia, non pagheranno. Il conto è arrivato solo ai risparmiatori falliti”. Veramente? E chi lo sa: la notizia è un’altra.
E cioè, come scrive Giorgio Meletti, che l’ex presidente di Banca Etruria, Giuseppe Fornasari, è stato assolto dall’accusa di “ostacolo alla vigilanza”. Ma Fornasari non c’entra niente con il governo, né con il fallimento della banca, né con la gestione successiva, né con la presunta truffa agli investitori.
Esausti, posiamo il Fatto e ci guardiamo rasserenati intorno: l’Italia è proprio un’altra cosa.