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venerdì 8 gennaio 2016

2016.....si riparte


Riccardo Imberti
Finite le Feste, si ritorna al lavoro come sempre con notizie buone e notizie proeccupanti.
Ci giungono dati sulla disoccupazione del nostro Paese, dati positivi perchè la disoccupazione continua a scendere toccando i minimi da 3 anni a questa parte (11,3%) pure in un clima di instabilità crescente per il mondo e per l’Europa.
Infatti, la pesante caduta delle Borse asiatiche, l'alta tensione tra Arabia Saudita e Iran, il manifestarsi di azioni terroristiche, il test della bomba della Corea del Nord, il flusso interminabile di profughi dalle zone di guerra, sono i segni di una instabilità diffusa che si riflette in maniera pesante nel cuore della nostra Europa, dove Svezia e Danimarca hanno reintrodotto i controlli ai confini nazionali portando un altro duro colpo al principio di libera circolazione delle persone. Insomma, comincia male questo 2016 per il mondo. Mentre l’Italia sembra ripartire, in Europa si va diffondendo un clima di paura preoccupante.
Come nel passato, tocca ancora all'Italia proporre al vecchio continente una via di uscita alla instabilità e alla paura. L'Europa delle frontiere fai da te è morta. Così come miope è la facile opzione dei nuovi costruttori di muri.
Lo spirito di Schengen è l'essenza del progetto europeo: non possiamo rinunciare a questo risultato costruito con fatica e dedizione. Tornare indietro da Schengen non e' solo un fallimento politico e di progetto ma è rinnegare l'idea stessa di Europa cancellando la propria storia. Il nostro governo deve riportare il confronto europeo sui temi dello sviluppo economico e della competizione, ma al tempo stesso è chiamato a riaffermare la necessità di una visione comune e coraggiosa sulla questione dei migranti. Un tema delicato e complesso che richiede ancora più che nel passato azioni mirate, il superamento delle divisioni interne che portano sempre alcuni Paesi a protendere per soluzioni estreme, come il ripristino delle frontiere nazionali. Mi auguro che l'Europa possa, al contrario, rilanciare quell'azione unitaria volta ad affrontare questioni di straordinaria difficoltà in modo più strutturale ed efficiente. Chi pensa di salvarsi da solo dal pantano, affonderà solo un po’ più tardi degli altri. Serve coraggio, lucidità e lungimiranza per far fronte a questioni di portata epocale e sono convinto che ce la possiamo fare.




giovedì 19 novembre 2015

Parigi

Riccardo Imberti
In questi giorni, con gli accadimenti di Parigi, i fatti di casa nostra passano in secondo piano. La Francia, ma più in generale tutta l'Europa, è attraversata da un sentimento di paura senza precedenti. I fatti accaduti a Parigi ci dicono che la minaccia del terrorismo è palpabile e che ogni Paese Europeo può essere preso di mira. Il terrorismo può colpire nei luoghi più svariati e quindi difficili da tutelare. 
La reazione del mondo non si è fatta attendere e, a partire dal G20 in Turchia, pare che si stiano riallacciando i rapporti fra Usa e Russia e questo può essere un processo utile a sconfiggere la grave minaccia dell'Isis.
Ragionando a voce alta e a caldo credo che la reazione della Francia sia comprensibile, ma occorra di più e altro rispetto all'uso della forza. Basta guardare indietro per capirlo. In questi difficili anni l'Iraq, l'Afganistan, la Libia, per citare i casi più conosciuti, dopo i bombardamenti che hanno scalzato e ucciso i dittatori, sono diventati una polveriera. Ciò che emerge con tutta evidenza è che la cacciata del despota non basta. Quei fatti ci suggeriscono di non commettere gli stessi errori, di comprendere che la situazione è molto complessa e proprio per questo esige una riflessione approfondita su quale possa essere la strada più efficace per far fronte a questa terribile ondata di terrore.
La prima questione riguarda ciò che è avvenuto in questi anni con le esportazioni di armi convenzionali da parte dell'occidente, Francia e Italia compresi, verso gli Emirati Arabi Uniti. In soli dieci anni sono passati da irrilevanti a quasi cinque miliardi di dollari. Tagliare al più presto questo commercio può essere una questione dirimente per contenere i conflitti in Siria e in Iraq. In secondo luogo si devono trovare le alleanze politiche in grado di  costruire percorsi positivi sui processi di governance nei singoli paesi. In terzo luogo vanno richiamate le comunità arabe presenti in tutti i paesi europei perché escano dall'ambiguità dei loro comportamenti. La formula della condanna attraverso i comunicati stampa non basta. Devono essere richiamati a una responsabilità maggiore per denunciare ciò che accade dentro le loro comunità. La loro predicazione, dentro e fuori i luoghi di culto, non deve prestarsi ad ambiguità.
Sono riflessioni di buonsenso e bisogna credere possibile una alternativa all'uso spropositato delle armi che negli anni recenti hanno prodotto solo mostri. In questo senso l'atteggiamento del nostro Governo e di Matteo Renzi mi paiono assolutamente condivisibili sperando che, come in occasione del fenomeno migratorio, sappiano permeare anche il resto dell'Europa.

martedì 22 settembre 2015

....dalla Grecia...


Riccardo Imberti
L'esito elettorale della Grecia di ieri, con le dovute cautele, qualche indicazione la dà anche alla politica nel nostro Paese. 
La vittoria di Tsipras non era affatto scontata. I pronostici, davano Syriza e l’opposizione di Nea Dimokratia testa a testa. Il partito di Tsipras ha stravinto superando il 35%, staccando i conservatori di oltre sette punti. (è da tempo che i sondaggi non ci azzeccano).
In queste seconde elezioni politiche in un anno oltre all'astensione (un greco su due non è andato a votare), c'è anche un altro segnale da non sottovalutare: i greci hanno voluto voltare pagina, il vecchio quadro politico dominato per trent’anni da Nea Dimokratia e Pasok (i socialisti si fermano sotto il 7%) pare appartenere al passato. Agli scissionisti della sinistra i risultati parlano di una sonora batosta. Sono usciti dal Parlamento: si sono fermati sotto la soglia di sbarramento del 3 per cento. A proposito di scissionisti è curioso guardare la tabella dei risultati reali di queste elezioni. Fatto salvo il risultato del KKE, il partito comunista greco che porta in parlamento 15 parlamentari con il 5,55% del consenso,  vi sono otto liste che si richiamano alla sinistra che, a partire dall'unità popolare di Panagiotis Lafazanis con il 2,86%, arrivano allo 0,04% del partito per l'organizzazione della ricostruzione del partito comunista. Una bella gara!
Naturalmente i nostri, non avendo partecipato alla campagna elettorale, forse perchè hanno visto in Tsipras troppe giravolte o perchè hanno un nuovo riferimento europeo nella persona del leader del Labour,  Jeremy Corbyn, alias il «rosso», hanno rinunciato a dare una lettura a questo esito elettorale. Una ennesima occasione perduta per comprendere che la forza del riformismo non è la sistematica frammentazione per chi è solo orgoglioso di essere più a sinistra.
Mi auguro che Tsipras sappia rimettere sui binari giusti la Grecia, un Paese che ha rischiato di uscire di carreggiata trascinando con se il senso e il valore dell'Europa. Questo lo può fare se sceglie di allearsi con chi intende rafforzare la scelta europea dello sviluppo e non solo del rigore,  rendendo questa strada la strada di tutti.

 

martedì 8 settembre 2015

Se tutti pensassero un poco di più al bene del Paese...


Riccardo Imberti
8 settembre 2015
In questi giorni è stato diffuso il dato sul versamento volontario del 2 per mille e la bella sorpresa è stata che 549.196 Italiani hanno scelto di destinarlo al partito democratico.
Naturalmente c'è stato chi nel partito anche su questo ha trovato modo di fare polemica contro la segreteria: non ci facciamo mancare proprio nulla. Ancora, nei giorni scorsi D'Alema in un intervista al Corriere della Sera, ha denunciato lo scollamento tra iscritti ed elettori dal Pd dichiarando che con l'avvento di Matteo Renzi: “è avvenuta una cosa più grave di una rottura politica; una rottura sentimentale” intendendo che il segretario resta un corpo estraneo alla tradizione della “ditta”.
Poi mi è capitato di partecipare alla chiusura della festa nazionale del partito, domenica a Milano e la numerosa folla presente, non solo ha manifestato nei confronti di Matteo Renzi un consenso indiscutibile, ma nei passaggi in cui richiamava il ruolo del partito e la necessità di una maggiore responsabilità da parte del gruppo dirigente il consenso si è trasformato in ovazione.
Certo, in questa occasione, il segretario ha voluto parlare al cuore dei dirigenti, militanti e iscritti in maniera diretta, come suo uso, senza allusioni ma in modo schietto, come ormai ci ha abituato da tempo, ma certamente, con il discorso di domenica, se ce ne fosse stato bisogno, ha riconfermato che il pd a guida renziana si colloca a tutto tondo nella tradizione del centro sinistra italiano. Dall’appoggio senza riserve al terzo settore alla lotta senza quartiere al caporalato, dalle politiche di accoglienza alla cooperazione internazionale, dai diritti civili alla cultura e alla formazione, non c’è tema tradizionalmente di sinistra che Renzi non abbia affrontato, fatto proprio e indicato come priorità di governo nel quadro più generale della modernizzazione e della ripartenza dell’Italia.
Questioni che da anni attendono risposte e che nessuno prima di lui ha voluto o saputo affrontare non solo da parte dei governi di centrodestra ma, purtroppo anche da quelli di centrosinistra.
Nel momento in cui l'Italia, dopo anni, sta dando segni seppure ancora deboli, di ripresa vi è chi ancora fatica a digerire l'esito di un congresso e anziché contribuire al rafforzamento dell'opera riformista in tutti i modi cerca di ostacolarne il cammino, arrivando a teorizzare persino la scissione del Pd.
Come ho avuto modo di esprimere in tante occasioni, il partito non è un atto di fede, ma bensì uno strumento e come tale non deve rappresentare un dogma, ma quando non si tratta di questioni riconducibili alla coscienza, il rispetto delle regole diventa un fatto necessario che richiama ognuno alla propria responsabilità anche quando le scelte della maggioranza non sono condivise.
Prima, durante e alla ripresa della stagione politica, dopo che Civati, Fassina e per ultimo Casson, se ne sono andati si è aperta con due anni di anticipo la stagione congressuale. Almeno così pare di fronte al fiorire delle candidature. Sono usciti alcuni nomi di persone che, non contente della gestione del partito e del Governo, vogliono sfidare Matteo Renzi. Roberto Speranza ex Capogruppo alla Camera, Enrico Rossi Presidente della Regione Toscana, Michele Emiliano Presidente della Puglia, Nicola Zingaretti Presidente della Regione Lazio.
In attesa che l'elenco si allunghi c'è da sperare che ognuno nel frattempo faccia al meglio il lavoro per il quale è stato eletto perchè anche questo contribuisce ad accrescere il consenso al Partito Democratico anche se, resto convinto, che il grande valore aggiunto in questa stagione difficilissima per il nostro Paese, sia rappresentato dalla determinazione e dalla carica impressa in questo anno e mezzo di governo dal nostro segretario nazionale.

martedì 4 agosto 2015

Professor Corsini....quanta arroganza..


Riccardo Imberti
4 agosto 2015
L’”involuzione democratica” affermata da Paolo Corsini nell’intervista al Corriere della sera di domenica 2 aprile è prodotta anche dal distacco dei senatori dai problemi del loro collegio elettorale.
Perché i cittadini dovrebbero seguire le idee – molto opinabili – del senatore e non essere ascoltati?
Prima di incassare, con ampio scarto di voti, l’imprimatur del Senato sulla RAI, gli avversari interni del premier sono apparsi “come quei calciatori più bravi nel rilasciare le interviste pre partita che nel farsi valere nelle mischie sottoporta”. Questo il giudizio di Dario Di Vico sul Corriere.
Paolo Corsini e gli altri 18 senatori che sulla Rai “hanno voluto dare un segnale” a Renzi sono usciti dai temi che giustificano il voto di coscienza. Il vero segnale che dovrebbero dare sarebbe quello di restituire al Senato – con ben altri comportamenti – la credibilità che fanno perdere ai cittadini, senza della quale anche la migliore legge elettorale fallisce. Un Senato che si comporta come una “armata brancaleone” dà ragione al “minor male” del decisionismo governativo.
Sulla ben più seria riforma del Senato Paolo Corsini ha contribuito a scrivere un documento, firmato da altri 24 senatori dem. Esiste una versione breve, ma anche nella versione lunga della “narrazione” non è facile cogliere le priorità da condividere per un miglioramento della legge.
La riforma costituzionale avviata è veramente complessa e tocca 41 articoli. Come cittadini avevamo avuto la sensazione che il problema più importante fosse quello dell’elezione diretta dei senatori. L’elezione di consiglieri regionali in un listino ad hoc sarebbe stata una facile mediazione per ritrovare l’unità. Ma non sembra questo l’interesse della minoranza. I problemi delicati riguardano le competenze di confine tra lo Stato e le Regioni. Con la complicazione delle Regioni a statuto speciale. Queste avrebbero potuto essere meglio definite, sostiene il costituzionalista Ugo De Siervo. Ad ascoltarlo a Brescia c’era solo Franco Tolotti, invitato da Corsini a lasciargli il seggio in Parlamento.
Dopo aver fatto per 12 anni il Sindaco di Brescia e dopo tre legislature in Parlamento, il ritorno agli amati studi storici poteva essere anticipato anziché far rimpiangere senatori come Guido Carli o Mino Martinazzoli. 
Esperto di opere di misericordia corporale (Voce del Popolo di Brescia), Paolo Corsini dovrebbe aiutarci a praticare con più facilità l’opera spirituale di sopportare pazientemente le persone moleste.


giovedì 30 luglio 2015

Coerenze


Riccardo Imberti
30 luglio 2015 
Mentre si assiste all'instancabile polverizzazione della “sinistra sinistra” italiana con i vari Fassina, Civati e Cofferati impegnati a far nascere per ognuno una forza politica, al Senato della Repubblica abbiamo assistito al respingimento degli arresti domiciliari del senatore Azzollini, ennesimo gesto di tutela che altro non fa che male alla politica.
Gli anni che ci stanno alle spalle hanno visto sicuramente un eccesso di protagonismo della Magistratura con comportamenti plateali e con denunce che spesso sono state contraddette dai fatti. Per quanto mi riguarda, quindi, devo confessare di avere modificato le mie convinzioni riguardo all'insindacabilità dei provvedimenti e ad alcune scelte dei magistrati. Ma rimango convinto che, per ristabilire l’autorevolezza della politica, questa non può agire di rimessa ai provvedimenti giudiziari, ma, al contrario, deve intervenire laddove si manifestino fenomeni di corruzione e di malaffare e, attraverso gesti coerenti, allontani e/o sospenda in via cautelativa chi non serve con onore il proprio Paese. Solo in questo modo si potrà ricostruire un tasso di credibilità sufficiente dei cittadini nella politica.
Il caso Azzollini rappresenta un passaggio di grande rilievo. C’è chi ha dichiarato di aver respinto la richiesta di arresto domiciliare perché Azzolini andrà comunque sotto processo e, se sarà condannato, finirà in prigione. Ma una domanda mi sorge spontanea: quale trattamento sarebbe riservato ad un cittadino comune? Tutti sanno la risposta. Tra i sostenitori delle garanzie per Azzollini non sono molti quelli che si battono per le garanzie dei poveri cristi, dei migranti, dei profughi e delle persone prive di tutele. Il mio giudizio diviene ancor più negativo su tanti senatori del mio partito che mi sembra incoerente con il significato che tanti amici danno l'impegno politico: la politica come servizio al Paese, come dovere di ogni cittadino, ma anche un privilegio che va ripagato con la coerenza e con il rigore dei comportamenti. Questo mi hanno insegnato i miei maestri. E continuo a ritenere un errore - e un danno alla sua credibilità - quando la politica interviene dopo i provvedimenti della magistratura, quando dovrebbe prevenire i fatti di corruzione e allontanare chi ne è responsabile.

sabato 27 giugno 2015

Se ne vanno...

Riccardo Imberti 
27 giugno 2015
Dopo le elezioni amministrative succede che personaggi che hanno criticato pesantemente Renzi e il nuovo corso del PD si stiano sfilando. Certo se il risultato delle amministrative fosse stato diverso sono convinto che ciò non sarebbe successo.
Ogni volta che qualcuno se ne va non è un bel segno. Ma leggendo le motivazioni di Fassina ho capito che per lui la nascita del PD doveva essere la continuità delle sigle e non la creazione di una nuova esperienza politica che, facendo tesoro della storia dei partiti di provenienza, avesse il compito di superare le esperienze precedenti per creare un nuovo partito capace di affrontare le sfide del terzo millennio, superando i limiti della cultura politica del '900.
Anche altri non erano convinti dell'operazione, ma, vista la crisi del consenso tradizionale, se ne fecero una ragione e si adeguarono. Fermandosi allo slogan di superare la "fusione a freddo". Dopo la prima fase a guida Veltroni tante energie nuove, che avevano condiviso la scelta del PD come forza riformista, si sono allontanate perché le facce non cambiavano e nei territori e nei circoli dominava la spartizione delle cariche tra DS e Margherita.
Anche il PD di Veltroni non ha raggiungo risultati immediati, facendo svanire molti consensi interni. I deludenti risultati delle elezioni politiche del 2013 hanno confermato che si rendeva necessario un cambiamento alla stessa guida di Bersani, un cambiamento radicale. Il congresso ha assegnato a Matteo Renzi un suffragio larghissimo per la sua determinazione al cambiamento. 
Ora, dopo un anno e più di governo, Renzi sta mettendo in pratica le cose che aveva detto di fare, ma sembra che le riforme nel nostro Paese siano tabù. Qualsiasi comparto intendi riformare oppone una accanita resistenza, senza parlare dei sindacati - in particolare della CGIL - specializzati nel dire di no. 
Un amico in questi giorni mi diceva che Renzi fa bene a forzare la mano sulle riforme perché questo Paese rischia di morire. Il problema - continuava l’amico - è che deve trovare il coraggio di pensare al futuro dell'Italia e non alle prossime scadenze elettorali. Renzi in qualche modo sta procedendo in questa direzione, visto che ha fatto più cose lui in questo anno e mezzo di quanti lo hanno preceduto in venti anni, ma pare che ciò non basti. 
La questione è anche legata al fatto che le cose cambiate non producono risultati immediati e la gente vuole vederli.
Per queste ragioni i “partiti contro” stanno aumentando i loro consensi, ma basterebbe volgere lo sguardo alla Grecia per capire che la strada del no è strettissima.  Pare che circa la metà del partito del leader greco contesti la bozza di programma base per l’accordo in Europa. Il tandem che contesta oggi Tsipras, Lafazanis-Lapavitsas, preferirebbe uscire dall’euro piuttosto che chiedere altri sacrifici ai greci. Altro che alzare l’Iva e prelevare una percentuale dalle pensioni e dagli stipendi superiori ai trentamila euro. Non si voleva assicurae la fine dell’austerità? Una cosa sono le promesse elettorali, altra la realtà, come sanno bene tutti i governanti d’Europa. Il contesto europeo e internazionale hanno regole che vanno tenute di conto per mantenere la credibilità del proprio Paese.
Le sfide per noi sono ancora grandi: il terrorismo, l'immigrazione con gli sbarchi quotidiani e la moltitudine di disperati che arrivano da noi,  la questione morale e la corruzione che tarda ad essere fermata, l'economia che troppo debolmente sta riprendendo.
Il PD e Renzi non intendono rinunciare a cambiare questo Paese, al contrario paiono determinati ad  esercitare fino in fondo la responsabilità che gli italiani  hanno loro assegnato; se saranno in grado di farlo, come io mi auguro, allora l'uscita di Civati e Fassina, per quanto spiacevole, assume la dimensione che  merita, indipendentemente da qualche titolo di prima pagina in ossequio alla polemica di qualche giornalista.

mercoledì 10 giugno 2015

Ci risiamo...

Riccardo Imberti
10 giugno 2015
In attesa dei ballottaggi di domenica prossima, dopo aver seguito la direzione del Partito Democratico di ieri sera (lunedì 8 giugno), posso dire con serenità e convinzione, che tanto di quanto è accaduto prima del voto, aveva un vizio di fondo: la minoranza del PD, voleva cogliere l'occasione delle regionali, per interrompere in qualche modo l'operato di Renzi. 
La conferma l'ho avuta ascoltando gli interventi in direzione degli amici e compagni della "sinistra" del PD nel giudizio sulla tornata delle elezioni regionali. Argomentazioni che individuavano in Renzi e la sua cocciuttagine sulle scelte fatte, il responsabile di tutti i guai dell'esito negativo delle elezioni, e la necessità di riprendere la strada dell'unità del partito tornando a guardare alla sua sinistra, al popolo di sinistra del Paese, qualcuno financo spingendosi a suggerire un occhio di attenzione all'area sociale di Landini (Sic!!!).
Ho pubblicato sul Blog, il contributo dell'amico Dario Ballini, dal titolo "Le praterie della sinistra alla sinistra del PD" di cui consiglio la lettura perchè emerge chiaramente di cosa si parla, quando si pensa alla sinistra in Italia.
Tornando alla direzione Nazionale, devo dire che Matteo ha fatto una relazione introduttiva molto interessante ed efficace, non priva di aperture per l'unità del partito, ma al tempo stesso, non disponibile a rinchiudersi in un recinto tutto interno al PD e alle sue componenti, quanto invece, orientato a rafforzare la determinazione di fare presto e al meglio le riforma di cui il Paese ha bisogno. 
Al di la degli irriducibili Fassina e Dattorre, mi pare che il messaggio sia stato apprezzato e adesso aspettiamoci comportamenti conseguenti, evitando di accampare la libertà di coscienza su materie che interessano la coscienza come i cavoli a merenda.
Il segretario, come sua abitudine, si è assunto la responsabilità della sconfitta ligure, sottolineando al tempo stesso, l'immaturità e l'irresponsabilità, di parte del gruppo dirigente che troppo spesso, nei giorni precedenti l'elezione, anzichè mettere in evidenza le cose buone fatte dal governo, di sono scatenati nel sottolinearne a dismisura le difficoltà e i limiti. In particolare, sulla sentenza della corte dei conti sulle pensioni e sulla riforma della buona scuola, senza mancare di riprendere la polemica sul Jobs Act, sulla riforma elettorale e quella costituzionale. Senza parlare poi di ciò che la Bindi, Presidente della commissione antimafia, con l'azzardo della pubblicazione della lista di impresentabili un giorno prima del voto.
Quello che salta all'occhio è il persistere di polemiche aspre, che in taluni momenti superano quelle più comprensibili di chi fa opposizione al PD e al Governo. Si tratta di una situazione che va affrontata seriamente nei modi e nelle forme che merita. Da quando è nato il PD ha vissuto momenti di difficoltà, ma la regola della maggioranza rappresenta il minimo comune denominatore per ognuno che intende appartenere a una storia sia essa di associazione e di partito. Senza questo atteggiamento, sempre rispettanto fin dalla nascita del PD, è difficile comprendere il senso di appartenenza ad una storia politica. Anche gli attacchi, spesso strumentali di alcuni parlamentari al segretario devono rimanere dentro un dissenso legittimo, non possono spingersi al dileggio o peggio all'insulto. Io mi auguro che i segnali di apertura di Matteo Renzi producano risultati positivi altrimenti si aprirà una stagione complicata per l'unica forza riformista del Paese. 

giovedì 28 maggio 2015

Elezioni Regionali: imperativo.... vincere


Riccardo Imberti
Mai come in questi giorni lo scenario che ci si presenta risulta confuso al limite del caos. A tre giorni dalla tornata elettorale si stanno manifestando segnali di grande preoccupazione e le buone e tante cose finora realizzate dal Governo a guida PD, paiono lasciare il posto ad una guerra più che a una normale competizione democratica. 

Cercando di dare la giusta misura alle cose mi pare d'obbligo sottolineare come, ancora una volta, lo scontro che dovrebbe interessare le regioni che vanno al voto, i programmi di chi si candida a guidarle, i volti presentabili e non, sono passati in secondo piano e hanno lasciato il posto alla politica nazionale. L'obbiettivo dichiarato è quello di indebolire il governo e in particolare Matteo Renzi reo di essere decisionista e quindi da fermare. 

Certo non è che il Partito Democratico sia immune da responsabilità. Se pensiamo a ciò che sta avvenendo in Campania credo che qualche sforzo di più si poteva e doveva fare per evitare la candidatura tanto discussa come De Luca. Certo ha vinto le primarie, ma allo stesso tempo ha in corso un processo e condannato in primo grado per abuso di ufficio. L'annullamento delle primarie avrebbe sicuramente favorito un immagine meno discutibile del partito. Al di la dei sondaggi e del risultato della prossima domenica, resta sullo sfondo la questione morale e la capacità dei gruppi dirigenti nazionali di porre mano alle periferie, laddove fatica a farsi strada una pratica politica capace di affermare, trasparenza, pulizia e  rinnovamento, oltre che delle facce, anche nei metodi del fare politica. 

Se andiamo al nord la Liguria presenta un'altra situazione al limite della sopportabilità. Anche in questa regione le primarie sono state l'elemento scatenante e anche qui, forse è il caso di mettere mano a regole condivise, a partire da un registro  dei votanti che ponga fine a comportamenti inaccettabili quali quelli del signor Cofferati. Perse le primarie con la new entry Paita, ha cercato in tutti i modi di vendicarsi dello sfregio della sconfitta inaspettata e con l'aiuto di Civati è riuscito a candidare Pastorino, parlamentare europeo del PD, che naturalmente non si dimette dal suo scranno e pur non avendo alcuna possibilità di riuscita, l'unico risultato di questa operazione sarà quello di far perdere voti al centrosinistra, confermando il comportamento masochista  delle "sinistre" italiane. In questo modo daranno un grosso contributo a resuscitare un centrodestra ovunque moribondo, come si è visto nei risultati delle elezioni trentine ma,  reso ancor  più visibile dalle immagini cartapecorite del ritorno in campo del suo padre padrone Silvio Berlusconi. I signori Cofferati e Civati rischiano con la loro scelta, di consegnare la Liguria al duo Toti-Salvini.

In questo clima rimane sullo sfondo quanto di buono è stato fatto in questi anni dalla classe dirigente amministrativa che per la sua qualità diffusa, rappresenta l'ossatura del nostro sistema democratico, contro il populismo dilagante e l'antipolitica. 

L'auspicio è che il risultato di domenica sappia consegnarci un segnale che consolidi il consenso al Partito Democratico che resta, nonostante le difficoltà e qualche incertezza, l'unica forza capace di assecondare i piccoli segnali di ripresa registrati in questi giorni, per farci uscire finalmente da una crisi che dura da troppo tempo e che ci ha relegato nella parte bassa dei paesi dell'Unione Europea.



mercoledì 6 maggio 2015

non sò dire altro....che pena

Riccardo Imberti
L'Italicum è stato approvato. Il Presidente della Repubblica ha posto la sua firma, il nostro Paese ha una nuova legge elettorale. Dopo anni di interminabili discussioni e fallimenti, la determinazione di Matteo Renzi ha finalmente cancellato il cosiddetto porcellum e ha approvato un testo di riforma che garantirà nella sua applicazione la governabilità a questo nostro disastrato Paese.
Sì, disastrato, perché nonostante abbia le risorse e le qualità umane per competere con gli altri paesi europei o del mondo, tende sempre a vedere il bicchiere mezzo vuoto.
Ciò che più fa specie comunque è che ogni iniziativa che viene presa trova sempre chi, per ragioni non sempre nobili, mette in evidenza gli aspetti negativi.
Quando ciò avviene da parte dell'opposizione è comprensibile, anche se capire il voltafaccia di Forza Italia alla Camera richiede uno sforzo sovrumano. Quando invece a fare le barricate ci si mette una parte della maggioranza tutto diventa incomprensibile. 
La maggioranza parlamentare comunque ha retto e la legge è approvata.
Un altro aspetto  incomprensibile da parte della cosiddetta sinistra del PD e del “ricomparso” Letta è stato il linguaggio usato nella definizione di un testo già modificato e approvato al Senato.
Oggi Civati, dopo tanti annunci, ha preso la decisione di lasciare il PD, per Renzi resta comunque un grosso problema con il quale dovrà fare i conti. La "vecchia guardia" e i suoi figliocci continua sistematicamente a votare contro le riforme che Renzi aveva annunciato di voler fare fin dalla primarie per la segreteria, vinte alla grande.
Questi "dirigenti" confermano con i loro comportamenti (che non accettavano quando comandavano loro) di non aver ancora digerito la sconfitta democratica e si comportano spesso come se appartenessero ad un altro partito. Il Job Act, la riforma elettorale, quella della scuola, ecc.
Il gruppo dirigente, con in testa Renzi, dichiara in ogni occasione che nessuno verrà espulso. Io sono d'accordo, ma se il comportamento di questi compagni continuerà nei modi finora assunti, come potrà il governo realizzare le riforme necessarie al Paese? Quando manca il buon senso e la coerenza, come può reggere il PD alle grandi sfide di questo nostro affannato Paese?
Qualsiasi soggetto politico non reggerebbe questo stress e non vorrei che al fondo di questi comportamenti vi fosse l'obbiettivo di "ripristinare" la vecchia “ditta” con le stanche liturgie del passato, con i caminetti di una classe dirigente che ha fatto il suo tempo e che anche nei comportamenti risulta inadatta a far fronte alle gradi sfide del nostro tempo e a rappresentare la speranza di tanti giovani e tante famiglie italiane.

lunedì 13 aprile 2015

La riforma storica del Jobs act.


Franco Gheza
Dice il presidente del consiglio Matteo Renzi: col Jobs Act noi rottamiamo e superiamo un certo modello di diritto del lavoro.
In Italia da molti anni era diventato normale assumere con tutte le forme di contratto meno il contratto a tempo indeterminato. La scommessa – aggiunge il ministro del lavoro Giuliano Poletti – è rovesciare questo fatto, la normalità sia l'assunzione a tempo indeterminato.
Per la prima volta c'è una generazione che vede finalmente riconosciuto il proprio diritto ad avere tutele maggiori – continua Renzi –, parole come mutuo, ferie, buonuscita, diritti entrano nel vocabolario di una generazione fino ad ora esclusa.
Pubblicato in Gazzetta Ufficiale del 6 marzo 2015, il Decreto Legislativo attuativo del Jobs Act dà il via al nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Questo significa che la nuova normativa si applica a tutti i contratti stipulati dal 7 marzo 2015 in poi, mentre per i rapporti di lavoro già in essere resta valido il vecchio contratto.
Dallo scorso 7 marzo è ufficialmente in vigore anche la Riforma degli ammortizzatori sociali. Storica anche questa se si ricorda che già negli anni ’80 un ministro “concreto” come Giovanni Marcora aveva cercato di trasformare la Cassa integrazione in incentivi per l’impiego. Le novità assomigliano molto al reddito di inserimento e sono la Naspi (la nuova assicurazione sociale per l'impiego) modulata in base alla storia contributiva del lavoratore, l'Asdi (l’assegno di disoccupazione per chi non trova lavoro dopo la scadenza della Naspi), la Dis-Coll (cioè il trattamento di disoccupazione per i parasubordinati) oltre al Contratto di Ricollocazione.
L’ossessione del segretario della Fiom Maurizio Landini per l’art. 18 non gli ha permesso di tenere ben distinte le riforme giuridiche del lavoro dagli incentivi introdotti dalla Legge di Stabilità 2015 per le nuove assunzioni con contratto di lavoro a tempo indeterminato che decorrono dal 1° gennaio di quest’anno. Si tratta dell'esonero totale dai contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo massimo di 36 mesi e un importo massimo pari a 8.060 euro annui.
Cara lavoratrice, caro lavoratore – scrive la Cisl di Brescia in un volantino - se sei stata/o assunta/o o stai per essere assunta/o con il nuovo contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act, devi sapere innanzitutto che la sola differenza rispetto al contratto a tempo indeterminato che sei abituato a conoscere (o che forse non conosci perché sinora hai avuto solo contratti precari, ma di cui almeno hai sentito parlare), sta nella sanzione che viene imposta al datore di lavoro in caso di licenziamento illegittimo.
E’ vero che vi è il rischio, per come è scritto il decreto, che le mancanze disciplinari siano trattate tutte allo stesso modo, senza riguardo alla loro reale gravità. Ma devi sapere che i contratti collettivi nazionali di lavoro contengono un codice disciplinare che regolamenta la corrispondenza tra mancanze e sanzioni. La Cisl si sta già muovendo perché nei contratti questo sia meglio strutturato.
Come sindacato Cisl ci siamo battuti perché nel testo definitivo del decreto che regolamenta il nuovo contratto a tutele crescenti fossero eliminati alcuni aspetti pericolosi, come la possibilità di licenziare per scarso rendimento o in caso di fatti insussistenti, che avrebbero dato strumenti ingiusti al datore di lavoro. E ci siamo riusciti!
Buon lavoro dalla CISL

lunedì 30 marzo 2015

Arroganza...

Riccardo Imberti

Quando accade qualcosa di strano e inaspettato da noi si ricorda il detto: "el ghera resù chel là de mia morer" (aveva ragione quell'uomo a non voler morire) sottintendendo che vale la pena di vivere solo perchè non si è mai finito di assistere a fatti quantomeno originali se non incredibili. Il detto mi è venuto alla mente sentendo le dichiarazioni di D'Alema all'incontro della sinistra dem di questi giorni sull'aroganza di Renzi. D'Alema si proprio lui. E la sala tutta ad applaudire. 
Che brutti scherzi fa lo smarrimento della memoria e il nostro Paese pare proprio averla smarrita se guardiamo al consenso che sta avendo Salvini, dopo che per vent'anni, oltre ad avere distratto allegramente con i suoi compari di merenda, i soldi pubblici del finanziamento pubblico alla Lega, ha governato con Berlusconi consegnadoci un Paese sull'orlo del fallimento.
Tornando a D'Alema è proprio vero che l'indigestione è proprio una brutta bestia! Se poi è causata da una sconfitta poltica di chi per tanti anni, ha pensato di essere il migliore e ha cambiato sigla ma poco la sua cultura politica diviene ancora più comprensibile questo astio verso Renzi.
Ma il tempo scorre e presto anche questa parentesi rancorosa passerà. Almeno spero!
Certo è che se guardiamo le diverse trasmissioni televisive di intrattenimento scopriamo che c'è ancora la tendenza a spargere sfiducia a piene mani. La prova l'ho avuta la settimana scorsa in occasione della trasmissione della Gruber con la partecipazione di Farinetti, Scanzi e Buttafuoco.  Mentre Farinetti  sosteneva che Renzi, pur tra mille difficoltà, sta facendo cose  che per 20 anni non si sono fatte. Scanzi e Buttafuoco con il solito atteggiamento saccente, davano un'interpretazione a dir poco faziosa di ciò che Renzi sta facendo: il job act è fatto per licenziare non per assumere; la lotta alla corruzione è solo di facciata; gli 80 euro non sono serviti, riforma elettorale e senato sono attacco alla democrazia e così via. A me pare che a questi "intellettuali" Renzi dia parecchio fastidio perché cerca di togliere l'Italia dal pantano. Infatti credo che persone ti tale arroganza (questi sì) se il Paese esce dal tunnel non avrebbero più argomenti per i quali scrivere o parlare. Infatti questa genia di giornalisti sono abituati a fare dei guasti italiani la loro fortuna, un filone aureo che in questi anni ha avuto molto successo e ha creato leader di carta o di celluloide. Questa gente diffonde sfiducia e pessimismo a piene mani e crede in questo modo di contribuire alla nascita di una leadership a loro gradita, magari di sinistra. Una sinistra che con i toni di Landini è destinata alla sconfitta da qui all'eternità. 

mercoledì 18 marzo 2015

Il rammendo delle periferie anche a Brescia


Franco Gheza 
Secondo la ricerca de Il Sole 24 Ore Ravenna sarebbe la città ideale per la qualità della vita. Brescia viene al 26° posto. Milano all’ottavo, anche se non ne sono convinti gli abitanti delle zone sud della città, dove molti appartamenti vengono occupati abusivamente. C’è sofferenza e insofferenza nelle periferie delle grandi città. I focolai della “nuova guerra civile” si moltiplicano nelle periferie di Torino in via Chiesa della Salute, nel quartiere Tor Sapienza a Roma, nel quartiere Scampia a Napoli. Da tempo l’architetto Renzo Piano ripete l’appello per il recupero delle periferie urbane. Pianificare le periferie dovrebbe essere una costante preoccupazione amministrativa, con uguale responsabilità pubblica e privata. A cominciare dalla prima industrializzazione Brescia ne è stata un esempio. Lo testimoniano le centinai di alloggi popolari in Campo Fera, quelli delle Congreghe in via Mazzucchelli, quelli delle fabbriche Beretta e Niggeler & Küpfer in provincia. Si era ben lontani dallo standard ideale di una stanza per persona, ma le periferie di Brescia sono cresciute sui valori della famiglia e del lavoro. Negli anni ’50 don Vender ha pensato ai profughi e agli sfrattati, negli anni ’60 padre Marcolini ha pensato ai flussi di operai che venivano dalla campagna e dal sud per lavorare all’OM. A Brescia i casermoni delle periferie di Milano hanno preso il volto dei villaggi delle periferie dove a tutt’oggi è possibile integrarsi e prevenire la criminalità. Anche da noi le potenzialità del ghetto non sono mancate. Se ti rubavano la bicicletta la trovavi al Carmine. L’ultimo cinema a luci rosse è stato chiuso in via Elia Capriolo. Più recentemente, in via Borgondio, per andare alla sede dei corsi di formazione, i docenti e gli impiegati comunali passavano sotto gli occhi curiosi dalle residue prostitute del vicolo. Nei decenni dell’immigrazione impetuosa il ghetto del Carmine si sarebbe consolidato se gli assessori e i sindaci che si sono succeduti, Bazoli, Papetti, Padula, Martinazzoli, Corsini non vi avessero portato l’Università e incentivato i privati a rammendare e a risanare. A questo obiettivo sono stati dedicati i migliori dirigenti del Comune come Roberto Moreni e Daria Rossi. Ora Del Bono deve stare attento a Via Milano, perché non basta bonificare il terreno della Caffaro senza prevenire il disagio sociale e favorire la società multietnica. Vedendo gli scontri di Tor Sapienza a Roma Papa Francesco invita a discutere, anche negli oratori, non a scontrarsi. “Le città italiane – sottolinea Renzo Piano – sono splendide ma fragili: hanno bisogno di essere protette, come il paesaggio. Il progetto su cui posso lavorare non è tanto per la città storica, che fortunatamente è già protetta, ma per la città che sarà”. Piano si riferisce alle periferie, “bisogna cucirle, bisogna fertilizzarle con strutture pubbliche, bisogna completare le ex aree industriali”; il tutto “senza espandersi ancora sul territorio, che è fragilissimo, anche dal punto di vista sismico e idrogeologico”. La politica è un’arte, conclude Piano intervistato da Fazio, “io penso sempre al giuramento della Polis, in cui i politici giuravano di consegnare al termine del mandato un’Atene migliore di quella che avevano ricevuto”.

venerdì 13 marzo 2015

Penultimatum


Riccardo Imberti
La Camera dei deputati ha approvato la riforma costituzionale, con 357 sì, 125 no e 7 astenuti, chiudendo il cerchio sulla prima lettura del ddl Boschi che tornerà a Palazzo Madama per avviare l'iter della seconda lettura, come prescrive l'articolo 138 della Costituzione sulle modifiche della Carta.
Punti principali della riforma: Senato composto da 100 senatori eletti dai Consigli regionali, con meno poteri nell’esame delle leggi; nuovo Federalismo, con abolizione delle materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni e alcune competenze strategiche riportate in capo allo Stato.
Nonostante il ripetersi delle voci contrarie alle riforme, nei passaggi che si sono susseguiti in questo periodo la maggioranza ha tenuto. Il quadro politico resta comunque incerto e le cose da fare ancora molte. Passo dopo passo, lo slogan lanciato dal premier sembra funzionare e le opposizioni interne ed esterne non paiono in grado di proporre alternative convincenti. La minoranza del PD sembra sempre in procinto di fare lo sgambetto a Renzi ma sul filo di lana si divide e, a parte gli irriducibili noti, torna a votare le proposte del segretario e del governo. Certo è che il clima di penultimatum che si respira lascia sempre l'amaro in bocca.
Nel momento in cui le opposizioni Lega, Forza Italia e Movimento 5 Stelle mostrano di attraversare una stagione di grosse difficoltà, una persona normale immagina che il PD faccia ogni sforzo possibile per mostrarsi come l'unica realtà che di fronte ai segnali positivi che iniziano a manifestarsi, sa dare stabilità al quadro politico e in questo modo, far uscire il Paese dalla crisi. Così non è e ogni passaggio diventa faticoso e a rischio.
Intanto il Jobs Act sembra dare i primi risultati, l'occupazione da segnali di ripresa e il nostro Paese ha riacquistato credibilità in Europa e nel Mondo.
Sono segnali ancora deboli ma pare che la strada imboccata sia quella giusta e questo induce ad un discreto ottimismo. Nell'agenda del governo vi sono ancora questioni rilevanti, in particolare la riforma della scuola e quella della Rai. Due temi delicatissimi e strategici che rappresentano scommesse alte.
Quello che posso dire con certezza è che dopo un anno di governo le cose che sono state fatte sono state parecchie al di là di coloro che ad ogni piè sospinto tentano di negarlo. La stampa in particolare e l'informazione in generale ad ogni passaggio manifesta i suoi limiti e spesso dimentica quello che non è stato fatto negli ultimi 20 anni; così facendo alimenta una grave mancanza di memoria del nostro Paese.
L'accelerazione impressa dal governo Renzi ha messo in scacco le tradizionali abitudini del sistema, in particolare il sindacato che sui temi del lavoro tende a manifestare i vecchi vizi che lo allontanano sempre più dal paese reale e soprattutto dai giovani.
C'è da augurarsi che la trasformazione in atto ricrei un clima di fiducia, che la legislatura possa durare fino al termine e che la stabilità seppur difficile possa contribuire alla rinascita del nostro Paese che ha tutti i numeri per riuscire.

martedì 24 febbraio 2015

Il dado è tratto?

Riccardo Imberti
Il dado è tratto....il signor Landini ha dichiarato (e poi smentito) di candidarsi in politica per contrastare Renzi. Nella storia politica del nostro Paese non è il primo. Negli anni tanti sono stati i dirigenti sindacali che hanno imboccato la strada della politica e a parte qualche raro caso, non ricordo di risultati eccellenti riguardo al consenso e non solo. Quella di Landini quindi non è una novità. 
Cos'ha fatto il Landini finora? E' andato in piazza ed nei salotti televisivi, a dire quello che deve  e non deve fare il governo su quasi tutto. Ora, forse, (vista la polemica con Travaglio di queste ore), la cosa la vuole portare più a fondo, senza però avere il coraggio di confrontarsi nelle urne e preferisce stare in una cosa indefinita, a largo raggio, credendo di avere grande seguito. Dice Landini in un passaggio della sua intervista al Fatto Quotidaino: "Il sindacato si deve porre il problema di una coalizione sociale più larga e aprirsi a una rappresentanza anche politica. ....Dobbiamo rivolgerci a tutto ciò che è rappresentanza sociale, non solo i lavoratori. C’è tutto un mondo che si deve porre il problema di come affrontare questo nuovo quadro". A dire il vero ciò che è avvenuto nei giorni scorsi a Melfi con il 2,8 per cento di adesione allo sciopero e a Pomigliano pochi giorni prima, con 5 adesioni allo sciopero della Fiom, contro i tre sabato di straordinari previsti nello stabilimento campano, non va nella direzione sperata dal novello Masaniello. Sicuramente ha giocato la paura della crisi nell'esito, ma come non vedere che  i tempi e i modi del lavoro sono profondamente cambiati e il Jobs Act ne sancisce la presa di coscienza e a questi si adatta, non cambia perciò una realtà attuale, ma prende atto del cambiamento epocale del mondo del lavoro. 
Landini prescinde da tutto ciò e sa, che in questi anni, persone sconosciute sono diventate famose grazie ai salotti televisivi di Santoro e Floris, Polverini docet. In effetti vi è una smaniosa ricerca anche da parte dei talk-show di figure da contrapporre a Renzi, ma anche queste trasmissioni non paiono riscuotere il consenso di qualche tempo fa.  
Un amico in questi giorni mi chiedeva se non era il caso di riprendere i temi della giustizia sociale, della questione legata alle disparità di trattamento economico tra fasce di popolazione. Vedere che c'è chi non riesce arrivare a fine mese e chi ha stipendi 4/500 volte superiori a un salario medio, effettivamente fa arrabbiare. Il sindacato dovrebbe impegnarsi nel formulare proposte capaci di colmare questo gap insopportabile e uscire da atteggiamenti conservativi che rischiano di marginalizzare il suo ruolo, soprattutto in una stagione di profondi cambiamenti.


martedì 17 febbraio 2015

Una stagione senza tregua


Riccardo Imberti
La vicenda di queste ore, riguardo alle riforme, suscita molta preoccupazione perchè rischia di far precipitare la situazione politica, nel momento in cui tutti gli indicatori ci dicono che l'Italia ce la può fare ad uscire dal tunnel della crisi interminabile di questi anni. 
Dopo che il patto del Nazareno è saltato, a seguito dell'elezione del presidente della Repubblica, Forza Italia ha inteso dare un duro segnale a Matteo Renzi, rinnegando tutto ciò che fino a quel momento aveva condiviso. La Camera dei Deputati ha vissuto una notte di scontri gravi,  le forze di opposizione hanno messo in atto tutto ciò che era possibile per creare bagarre con l'intento di bloccare i lavori fino all'abbandono della camera, lasciando, alla sola maggioranza, la responsabilità di procedere ad approvare gli emendamenti al testo di riforma. 
Ancora una volta Renzi ha dimostrato determinazione e il partito ha risposto unito, a parte i soliti Fassina e Civati, ma al tempo stesso, lo scenario che si presenta comporta per il futuro pesanti rischi di balcanizzazione del confronto parlamentare.
In una situazione di questo genere non è escluso che la legislatura possa interrompersi e il ricorso a nuove elezioni non sia una previsione lontana. Dal mio punto di vista sarebbe un bel guaio soprattutto perchè si cominciano a vedere i risultati del governo di Renzi, che in un solo anno, ha messo in moto provvedimenti che da troppo tempo il Paese aspettava.
Certo l'elezione del nuovo presidente della Repubblica, come è stato riconosciuto da molti, è stato un capolavoro politico e ha riparato le gravi ferite di due anni fa.
C'è da augurarsi che vi sia un ripensamento delle forze politiche e che si torni ad un confronto seppure aspro per trovare la più ampia condivisione sulla riscrizione delle regole democratiche. Purchè, come ha detto Renzi, non persista l'atteggiamento di chiusura, di ostruzionismo e di ricatto messo in campo in queste ore.
Questo è a maggior ragione necessario di fronte ai pericoli che la situazione internazionale pone al nostro Paese, che sta vivendo con apprensione le vicende della vicina Libia. Il richiamo dei nostri diplomatici rappresenta da solo un elemento che conferma la pericolosità di quel territorio, il continuo arrivo di migranti è anch'esso il segno di un paese allo sbando alla mercé dell'Isis. Quello che non serve in questo momento è affidare alle armi la risposta. La situazione attuale è in parte dovuta a ciò che l'occidente ha fatto quattro anni fa con l'eliminazione di Gheddafi e gli errori non vanno ripetuti. Il richiamo al ruolo dell'Onu e la disponibilità dell'Italia ad assumersi le proprie responsabilità sono all'interno di questo quadro, mi pare una cosa sensata. Renzi ha dichiarato che è necessario innanzitutto  un lavoro diplomatico prima che militare. questa scelta serve a tutti per comprendere la situazione ed è la sola che può impedire di fare precipitare la situazione e imboccare una via pericolosa non solo per il nostro Paese.  

giovedì 5 febbraio 2015

Una settimana politica importante

Riccardo Imberti
Quella che si è chiusa sabato scorso è stata una settimana politica importante. E' stato eletto, con un consenso molto ampio, Sergio Mattarella a nuovo Presidente della Repubblica.
Un risultato significativo dopo che nei giorni precedenti, gli organi di informazione esprimevano pessimismo e alcune forze politiche, non parevano aver gradito il metodo e la proposta di Matteo Renzi, e di tutto il Partito Democratico, nell'indicare la persona chiamata a sostituire Giorgio Napolitano.
E' stata sicuramente un'operazione di grande  rilievo politico che ha dimostrato, se ancora ve ne fosse bisogno, la capacità e la qualità politica del segretario-presidente. 
Renzi ha indicato il nome del presidente, ha ottenuto il consenso di tutto il partito democratico, ha sgonfiato il significato negativo dato da molti al Patto del Nazareno, dimostrando che Berlusconi non è indispensabile e il suo candidato a presidente della repubblica, ha ottenuto tanti voti, quasi sufficienti per eleggerlo al primo turno. Tutto questo è avvenuto lontano anni luce dalle analisi diffuse a man bassa dai politologi sui media. 
Sergio Mattarella in poco meno di 35 minuti, ha tracciato le linee programmatiche del proprio mandato. Davanti ai parlamentari, dopo aver rivendicato con forza il suo ruolo di garante della Costituzione, ha parlato di mafia e di corruzione. “La corruzione ha raggiunto livello inaccettabile divora risorse che potrebbero essere destinate ai cittadini, impedisce la corretta esplicazione delle regole del mercato, favorisce le consorterie e penalizza gli onesti ed i capaci”.  “E’ allarmante la diffusione delle mafie, antiche e nuove un cancro pervasivo che distrugge speranze, impone gioghi e sopraffazioni, calpesta diritti. Garantire la Costituzione significa assicurare la legalità con la lotta alla mafia, penso a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino“.

Ha elencato le difficili sfide che la politica è chiamata ad affrontare: "La lunga crisi, prolungatasi oltre ogni limite, ha inferto ferite al tessuto sociale del nostro Paese e ha messo a dura prova la tenuta del suo sistema produttivo. Ha aumentato le ingiustizie. Ha generato nuove povertà. Ha prodotto emarginazione e solitudine. Le angosce si annidano in tante famiglie per le difficoltà che sottraggono il futuro alle ragazze e ai ragazzi. Il lavoro che manca per tanti giovani, specialmente nel Mezzogiorno, la perdita di occupazione, l'esclusione, le difficoltà che si incontrano nel garantire diritti e servizi sociali fondamentali". “Garantire la Costituzione significa garantire il diritto allo studio dei nostri ragazzi in una scuola moderna in ambienti sicuri, è garantire il loro diritto al futuro. Riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro. Significa promuovere la cultura diffusa e la ricerca di eccellenza, anche utilizzando le nuove tecnologie e superando il divario digitale. Significa amare i nostri tesori ambientali e artistici. Significa ripudiare la guerra e promuovere la pace”. “Le donne non devono avere paura di violenze e discriminazioni” e occorre “rimuovere ogni barriera che limiti i diritti delle persone con disabilità“.
Buon lavoro Presidente

mercoledì 21 gennaio 2015

Dimissioni

I giorni scorsi sono stati caratterizzati da dimissioni.
Dimissioni 1.
Il nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha deciso di lasciare la carica, a dir suo, per raggiunti limiti di età. A Napolitano è toccato di gestire una fase difficilissima della vita politica del nostro Paese e lo ha saputo fare con grande equilibrio e saggezza.  In tante occasioni ha dimostrato di essere arbitro di un Paese in profonda crisi economica e politica, riuscendo a mantenere  la credibilità dell'Italia nei confronti del mondo. Ha saputo gestire un quadro politico confuso e difficile da comporre e  spesso inascoltato, ha richiamato più volte le forze politiche alle proprie responsabilità. Certamente avrà commesso errori, ma in complesso mi sento di dire positivo. 
A seguito delle sue dimissioni non sono mancate voci critiche del suo operato. Nulla di nuovo da parte dei 5 stelle che ad ogni pié sospinto hanno accusato Napolitano di essere responsabile principale di tutti i mali del Paese. Molto meno giustificate sono state le critiche di Berlusconi che, al contrario, dovrebbe ringraziare Napolitano non solo per la moderazione con la quale ha trattato il suo caso giudiziario, ma anche perchè quando il condannato, ha dovuto dare le dimissioni, non ha sciolto il Parlamento affidando a Monti l'incarico di governo. Questa scelta è stata forse la più controversa e qualche eccesso di incertezza e di prudenza c'è stato. Forse sarebbe stato meglio sciogliere le Camere. Non averlo fatto  non ha consentito la probabile vittoria del centrosinistra. Ma così è stato. 
Infine, ha accettato di essere riconfermato a Presidente, per la prima volta nella storia repubblicana, a seguito del disastro della gestione Bersani e del PD, nell'elezione del suo successore. 
Ora tutto è nelle mani del parlamento, quello dei 101franchi tiratori e c'è da augurarsi, che non si ripeta quel brutto film. Purtroppo, visto quello che sta accadendo in queste ore al senato, i segnali ci sono tutti, personaggi riconducibili alla minoranza interna al PD, che non paiono avere ancora superato lo shoc della sconfitta congressuale e ad ogni pié sospinto, con ogni mezzo, tentano la rivincita.
 
Dimissioni 2.
Nelle primarie in Liguria qualche scorrettezza sicuramente c'è stata. Il collegio dei garanti ha rilevato delle irregolarità e ha annullato l'esito del voto in 13 seggi, 8 vinti dalla Paita e 5 vinti da Cofferati. Nonostante questo intervento dei garanti, Cofferati ha perso. Da come ha reagito  pare che non ci sia abituato.  Sarà la scuola CGIL, sarà la sua abitudine a sentirsi indispensabile, sta di fatto che dopo l'esito ligure ha deciso di andarsene dal Partito Democratico con toni di sfida. In futuro si vedrà.
Ho riflettuto su questa vicenda e sul personaggio e dico subito che, se io fossi stato un cittadino ligure, non l'avrei votato. Non l'avrei votato e credo non sarei stato il solo. Da qualche anno a questa parte la sua storia è quanto di più inaccettabile esista per chi crede nella politica come servizio e sulla necesità di modificare i comportamenti dei suoi rappresentanti. 
Cofferati eletto Sindaco di Bologna, al termine del primo mandato aveva deciso e dichiarato di volersi ritirare, per dedicare il suo tempo alla famiglia. Ma appena è capitata l'occasione, alle elezioni Europee ha sentito che non poteva mancare all'appuntamento e si è candidato in Lombardia. Ma a Bruxelles deve essersi annoiato quasi subito e ha pensato di rientrare nel suo Paese e nella sua Liguria. E' andata male, pensava di stravincere, non è successo e quindi si è dimesso dal partito. Forse nesuno gli ha detto che ha perso anche per questa sua presunzione. Peccato. Chissà che farà ora che se ne andato: diventerà lo Tsipras italiano con Landini, Camusso e Vendola, per l'ennesima nuova sinistra? Un deja vu per chi conosce la nostra storia con risultati a dir poco fallimentari, spesso causa di sconfitte pesanti. L'importante è la lotta, la piazza e dire no ad ogni pié sospinto. Così va il mondo.
 

martedì 13 gennaio 2015

Un brutto inizio d'anno...


Riccardo Imberti
I fatti drammatici della strage di Parigi segnano un inizio anno a dir poco preoccupante. L'azione terroristica  ha riaperto con forza la polemica sull'immigrazione e richiano di accrescere il timore, da parte dei cittadini europei e perciò italiani, della paura del diverso. Ancora una volta dopo fatti di questo genere si riapre la polemica tra coloro che dichiarano l'Islam ispirazione e fonte di violenza e chi ritiene, al contrario, che la stragrande maggioranza di quel popolo sia per la pace. Chi crede necessario chiedere a questa maggioranza che deve farsi carico di contribuire alla sconfitta delle frange criminali. Senza dimenticare anche le tesi di complottismo che ogni volta accadono fatti di questa natura non trovano di meglio che  individuare nei servizi segreti  i protagonisti dei misfatti del mondo.
Di tutto questo in questi giorni abbiamo visto e ascoltato. Naturalmente ognuno si è fatto una propria idea su ciò che sta accadendo grazie ai network che ormai da tempo ci aggiornano in tempo reale.
A seguito dei fatti di Parigi, alcuni amici hanno riconsiderato le ultime fatiche di Oriana Fallaci come profetiche riguardo all'Islam. Proprio da qui voglio partire per  esprimere il mio modesto pensiero. 
Scriveva la Fallaci nel suo libro "La rabbia e l'orgoglio": "...Sto parlando alle persone che pur non essendo stupide o cattive, si cullano ancora nella prudenza e nel dubbio. E a loro dico: sveglia, gente, sveglia! Intimiditi come siete dalla paura d' andar contro corrente cioè d' apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione, forse, comunque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All' annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci...". 
Affermazioni durissime che, in momenti come questi, fanno breccia anche tra coloro che nella loro vita si sono distinti per essere persone tolleranti, capaci di capire le difficoltà e le ragioni degli altri. 
Io credo che sul piano politico i Paesi democratici debbano coordinarsi per metter in atto, il meglio della propria intelligence e tutto quanto si rende necessario per fermare questi criminali fanatici, ma sò anche che nella storia, la forza da sola, non è mai stata sufficiente a fermare i crimini. Oggi, viste le caratteristiche di queste cellule terroristiche, la forza da sola rischia di allargare i conflitti tra i cittadini, aumentare l'odio e  rendere tutti più insicuri.  Accanto alla forza, serve capire il mondo che cambia, riprendere il dialogo con tutti gli uomini di buona volontà, pretendere la condanna della violenza da parte di tutte le grandi religioni e fare della libertà di pensiero e di culto, il discrimine principale della convivenza.
Proprio questa mia convinzione mi ha portato a condividere un passo importante della risposta che diede allora Tiziano Terzani alla Fallaci. Scriveva Terzani: 
"...L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E un momento anche di enorme responsabilità perchè certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. “Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me”, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. Ed aggiungeva: “Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza”.
E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, “Libertà duratura”. O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa....".
Nelle ore drammatiche e difficili di questi giorni, queste e non altre, sono le parole che devono guidare i nostri comportamenti.