venerdì 24 aprile 2015

GIOVANNI MORTO QUATTRO VOLTE.


Corriere della Sera 24/04/15
Beppe Severgnini
Giovanni Lo Porto è morto quattro volte. Quando è stato rapito, quando è stato dimenticato, quando è stato colpito, quando la notizia della sua uccisione è stata nascosta. Per quattro mesi, non per quarantotto ore in attesa di verifiche.

La pubblica ammissione del presidente Obama — straordinaria per il contenuto, irrituale per il tono — tempera, in parte, l’amarezza? Forse. Ma non cancella l’orrore né lo stupore.

Guido Olimpio e Paolo Valentino, sul Corriere , spiegano cosa è probabilmente accaduto. L’operazione è stata condotta dai droni e si è basata sulle informazioni raccolte nell’area tribale pachistana. Secondo la ricostruzione ufficiale, l’intelligence Usa non ha mai saputo della presenza degli ostaggi nell’edificio usato dai qaedisti. Mancanza di informazioni: è accaduto altre volte in Afghanistan, in Yemen e in Pakistan. E così due innocenti sono stati spazzati via, insieme ai loro aguzzini.

Lo sappiamo, ma è bene ricordarlo. In molte parti del mondo l’altruismo è diventato un rischio letale. Fare il proprio mestiere, una provocazione inaccettabile, per gli umanoidi del terrore. E quando la morte arriva, non siamo più capaci di ammetterla, di raccontarla, di onorarla.

Ci sono voluti centoventi giorni per
sapere che il 38enne italiano era stato
ucciso dai droni,
insieme a un ostaggio americano, Warren Weinstein.

Ma questa è, davvero,
 solo una delle morti di
un giovane siciliano
generoso. Il suo rapimento
è avvenuto tre anni fa.
Se ne è parlato, certo,
c’è stata una campagna
per liberarlo. L’unità di
crisi della Farnesina ha
fatto il possibile ed è stata vicina alla famiglia. I giornali, compreso il Corriere , si
sono occupati del caso. Ma
diciamo la verità: quanti
conoscevano il nome e
la storia di Giovanni Lo Porto?
Quanti hanno speso un
pensiero, due parole in
pubblico, una ricerca su
Google?

Volontari, cooperanti,
 anche giornalisti: fino
all’avvento di Al Qaeda
e Isis, tutti costoro hanno
goduto di una condizione
ufficiosa di neutralità,
anche nei conflitti più cruenti. Oggi, dall’Afghanistan
all’Atlantico, sono diventati bersagli. Perché l’orrore dei nuovi mostri islamisti è anche vigliacco: se la prende con
chi non può — anzi, non vuole — difendersi. E diventa così un obiettivo: remunerativo, vulnerabile, facile. L’elenco
è lungo e tocca molti Paesi. Alcuni tra i nostri
connazionali sono tornati, come Domenico Quirico,
Greta e Vanessa, Rossella
Urru. Altri, come Giovanni Lo Porto, non torneranno.

Smettiamola di dire — o di pensare, e non è meno grave — che queste persone «se la sono andata a cercare». Non è vero. Cercavano di vivere dignitosamente, non di morire malamente. Conoscevano i rischi, certo. Giovanni Lo Porto non aveva bisogno delle 
attenuanti dell’incoscienza
o dell’entusiasmo, come
le due ragazze lombarde
liberate in gennaio. Era un professionista del settore:
aveva alle spalle missioni
in Centroafrica, Haiti, 
Pakistan. Un professionista che ha pagato per il suo
servizio agli altri. Ed è stato ucciso.

Ucciso — ripetiamolo — più volte: dalla ferocia disumana dei rapitori, dalla nostra distrazione, da una bomba dal cielo, dal segreto militare.

Un’assurdità progressiva, un orrore a puntate. Il riassunto di anni forsennati che ancora non capiamo del tutto. Forse è meglio così: ci farebbero troppa paura.

IL SEGNALE ATTESO SUI MIGRANTI 
CHE È ARRIVATO A METÀ.


Corriere della Sera 24/04/15
Franco Venturini
L’Europa non ha capito fino in fondo, ieri a Bruxelles, che il Mediterraneo trasformato in fossa comune metteva in gioco la sua legittimità morale e dunque politica. Non ha capito che la tragedia in corso, dopo tanta retorica, esigeva una risposta forte e solidale in armonia con i suoi valori. E così dal vertice straordinario è uscita una Europa ordinaria, capace sì di prendere alcune decisioni importanti («clamorose» le ha definite Renzi) ma già divisa sulla loro applicazione. 

Consapevole sì dell’enormità della posta in gioco ma egoista fino all’inverosimile nel difendere interessi nazionali, sensibilità delle opinioni pubbliche o elezioni prossime.

 Sappiamo bene che i flussi dei migranti, e dietro di loro la questione libica, pongono problemi di enorme complessità. Ma questo non può alleggerire la coscienza di una Europa chiamata a dar prova di sé davanti a una ecatombe che non finirà in assenza di iniziative sollecite e coraggiose. Ebbene l’Unione, allineando la solidarietà umanitaria con quella spesso centellinata nelle crisi finanziarie, ha fatto a metà. Ha triplicato la dotazione finanziaria dell’operazione Triton e di quella Poseidon, arrivando a quei nove milioni mensili che la sola Italia spendeva lo scorso anno con l’iniziativa Mare Nostrum. Ha moltiplicato le navi impegnate nel pattugliamento grazie agli impegni presi da Gran Bretagna (una portaelicotteri e due unità minori), Germania (tre fregate), Francia, Belgio, Irlanda. Ma ha lasciato alla discrezione di ogni comandante la possibilità di spingersi oltre le 30 miglia dalle coste italiane, che restano il limite della missione e riducono così la sua capacità di condurre operazioni di ricerca e salvataggio. Il premier britannico Cameron, a due settimane dalla prova delle urne, ha difeso una posizione che esemplifica bene il tenore del dibattito di ieri: diamo tre navi a Triton e speriamo di contribuire a salvare vite, ma le persone prese a bordo devono essere portate nel Paese più vicino cioè in Italia, non in Gran Bretagna. Il che oltretutto sembra contraddire gli accordi di Dublino, visto che una nave è territorio del Paese di cui batte bandiera. 

Renzi è parso soddisfatto perché l’Europa si è data per la prima volta una strategia in materia di migrazioni. In parte ha ragione, visto che ci saranno più soldi, più navi, più iniziative di cooperazione con l’Africa (si terrà un vertice euro-africano a Malta) e soprattutto, come ha assicurato la Merkel, è stato avviato un percorso per cambiare la distribuzione dei profughi. Ma è anche vero che nella confusione dei dati che esiste anche in Italia alcuni tra i 28 hanno potuto sostenere nuovamente una tesi smentita dalle cifre e cioè che Triton deve evitare di costituire, come avrebbe fatto lo scorso anno Mare Nostrum, un incoraggiamento alle migrazioni offrendo soccorsi solleciti e maggiori probabilità di salvare la pelle. La verità è che i movimenti dei disperati che fuggono dalle guerre, queste sì sempre più numerose e crudeli, sono invece cresciuti dopo la fine di Mare Nostrum e soprattutto si sono moltiplicate le perdite di vite (circa mille contro 17 nel 2014, negli stessi mesi) . Ambiguo è anche il programma su base volontaria per accogliere cinquemila profughi in Paesi che non ne ospitano o ne ospitano pochi. E Renzi si è trovato talvolta quasi isolato nelle sue battaglie, con l’appoggio soltanto di Malta e Grecia perché persino la Spagna non voleva che la Ue mettesse il naso nei suoi metodi e la Francia appariva troppo timida o troppo preoccupata dal terrorismo che le cresce in casa. L’Europa dei piccoli passi non poteva però non affrontare l’altra faccia del «che fare», quella che contempla a titolo di ipotesi la distruzione dei barconi degli scafisti con «azioni mirate», l’individuazione e la cattura dei loro capi grazie al supporto dell’intelligence e a possibili azioni lampo, in una parola la guerra al «business dei migranti». La responsabile della politica estera della Ue, Federica Mogherini, è stata incaricata di approfondire simili possibilità anche dal punto di vista legale: serve prima una risoluzione dell’Onu, si può agire in assenza di una richiesta libica (da Tripoli è invece giunta una minacciosa contrarietà), chi parteciperebbe e chi no tra gli europei e tra gli altri? Compito arduo e forse non breve. E lo stesso si può dire dell’idea di esaminare le credenziali per l’asilo in Stati amici e vicini: chi accetterebbe di creare campi di rifugiati sul proprio territorio in attesa della sentenza dei funzionari, e dove andrebbe chi avesse superato l’esame? Forse in Germania, che accoglie già un terzo di tutti i rifugiati? Altro tempo, molto tempo, mentre il tempo non c’è. L’Europa ha forse preso coscienza ieri di almeno una parte degli orrori mediterranei che esigono una sua risposta il più possibile unitaria, alta e decisa. Non basta, se vuole salvare quel tanto di identità che le resta. Il primo passo ne esige altri.

giovedì 23 aprile 2015

Roberto Speranza smemorato


Caro Onorevole Speranza,
Nella sua intervista a Repubblica di oggi 23 aprile lei fa delle affermazioni che non danno nessun aiuto alla comprensione della vicenda politica di questi giorni e che a chi scrive sembrano molto gravi.
Innanzitutto lei ripete l’accusa nei confronti delle riforme costituzionali, proposte dal governo e votate a larghissima maggioranza dal suo partito, di rappresentare una minaccia per la democrazia – caspita, che stima della propria formazione politica! Mi scusi la franchezza, senza la quale perdiamo troppo tempo: questa storia della democrazia posta in pericolo dalle riforme è semplicemente una colossale sciocchezza. Lasci fare queste affermazioni al capogruppo di FI o ai membri del M5S o ai radical chic come Scalfari e Annunziata.
Le leggi elettorali maggioritarie esistono in moltissimi paesi di solida democrazia, e il bicameralismo perfetto, in Europa, solo in Romania. Si ciancia di democrazia minacciata, ma chiunque rifletta un istante senza estremi pregiudizi ha la chiarissima percezione che gli argomenti opposti alla larga maggioranza del suo partito siano speciosi e strumentali. Senza parlare della questione delle preferenze contro le quali il suo partito si è a lungo battuto. Lei capisce che questi voltafaccia squalificano ancor più la già screditata classe politica (se non si fida dei professori, può chiedere al suo collega Dario Parrini – gli esperti ce li avete in casa se solo voi li stesse a sentire), con danno, questo sì, per la democrazia nel nostro paese.
E’, in realtà, la minoranza del PD che rappresenta una minaccia per la vita del nostro paese. Attaccare in questo momento Renzi – il leader del partito che vi siete scelti e che avete portato al governo – è uno dei segni costanti della mania autolesionista della sinistra italiana. Se questo governo cade voi – la minoranza del PD – vi prendete il lusso sfrenato, contro noi cittadini, di riconsegnare il paese alla destra con la quale sarà inevitabile governare, se si va alle elezioni senza un sistema come quello che il partito ha votato, prima di scoprire che era antidemocratico (come ha fatto di recente insieme a voi Silvio Berlusconi, convertiti tutti improvvisamente dai sermoni domenicali di un cattivo maestro come Scalfari). Può darsi che lei abbia fatto bene a dimettersi, perché questo sembra un gruppo parlamentare infestato da matti.
Lei dice che il rapporto di Renzi con la minoranza interna al partito è una questione “politica”. E che vuol dire? Che la minoranza che ora si scopre sanior pars deve poter imporre le sue posizioni e le sue idee alla maggioranza? Che dopo defatiganti mediazioni, negoziazioni, emendamenti la minoranza ha il controllo ed il potere sui tempi se non sui contenuti delle decisioni comuni? Già nel medio evo gli ordini mendicanti avevano abbandonato l’idea del potere della sanior pars. Vuole che torniamo al regime delle aristocrazie di sangue? A sistemi di partito dove chi perde (Bersani) vince e chi vince (tutti quelli che sostengono il governo nel suo partito) perde? Di che specie di democrazia stiamo parlando?
Lei presenta l’accusa di leso mandato libero in occasione della sostituzione di alcuni membri della Commissione affari costituzionali. Ma che idea si fa del gruppo parlamentare che fino a poco fa lei ha guidato, quella di un gruppo di cani sciolti? Lei pensa che la democrazia sia un governo di notabili in cui ciascuno si muove come il rappresentante dei suoi elettori personali? Invece che essere l’eletto di un partito in cui si discute, si dibatte, si è in disaccordo, ma si accettano le posizioni della maggioranza. Altrimenti uno se ne va. Si dimette dal Parlamento, come ha fatto E. Letta, non sta nel partito come un nemico in casa.
Le riforme si fanno a maggioranza! Ma se l’è guardata la costituzione più bella del mondo che dice che se l’opposizione in Parlamento non è d’accordo con le riforme proposte dalla sola maggioranza è il popolo sovrano che decide sulla riforma costituzionale votata da questa? Vedi art. 138.
Quando Renzi cercava di tenere dentro il processo di riforma l’opposizione cioè la destra, FI, molti fra quelli che invocano oggi nel PD (ignorando la costituzione) che la riforma venga fatta sulla base di larghe maggioranze, si stracciavano le vesti. E’ larga maggioranza fare la riforma col Sel che non la vuole fare? Certo se la minoranza del PD, il partito del “partito preso” che si rifiuta di discutere (nessuno di voi è venuto ieri alla riunione dei deputati PD organizzata alla Camera e alla quale tutti erano stati invitati!) fa ostruzione forse riuscite a riconsegnare il paese al caos politico uscito dalle urne nel febbraio del 2013. Certo le sorti della democrazia in Italia stanno anche nelle vostre mani. Voi rischiate veramente di sfasciarla. Auguri.
Pasquale Pasquino
New York University

destinazione Enrico Letta

Caro Enrico,
i mezzi di informazione danno oggi risalto a Tue perplessità sull’approvazione dell’Italicum. Non conosciamo le motivazioni politiche di questa Tua posizione, che naturalmente rispettiamo.
Ci teniamo comunque a sottolineare che le linee principali di detta riforma (premio di maggioranza al 40%, ballottaggio fra le due prime liste, liste bloccate corte in alternativa però a possibili voti di preferenza ) riflettono le conclusioni della Commissione dei 35 esperti da Te fortemente voluta e insediata (capitolo V, punti 7 e 8, della Relazione finale , ma anche importante il capitolo IV punto 4), sotto l’efficace regia del Ministro Quagliariello e di Luciano Violante, con il solo dissenso dei colleghi Cheli, Onida, Dogliani, Olivetti. L’unica differenza riguarda i destinatari del premio che la Commissione individuava non solo nella lista più votata ma anche in una possibile coalizione di liste. Siamo sicuri che non sia questo il principale motivo di dissenso avendoti visto fra i firmatari del referendum Guzzetta nel 2007 (svoltosi poi nel 2009) che tendeva a riservare il premio alla lista più votata (e anche Tu avrai sofferto, anche più di tutti noi, visto che svolgevi il ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nel vedere all’azione con il governo Prodi II una coalizione che andava da Mastella a Turigliatto). Anche la riforma costituzionale del resto riprende , come sai, nelle grandi linee le conclusioni – sia pure a maggioranza – della Commissione Letta, che anzi erano addirittura più ampie ed incisive.
Conoscendoci reciprocamente da tempo, siamo sicuri che non avrai difficoltà nel consentirci di diffondere questa nostra lettera
Ti salutiamo molto cordialmente
Augusto Barbera/Stefano Ceccanti/Francesco Clementi

25 aprile 2015

Giachetti: «Enrico è rimasto appeso 
a quella campanella riconsegnata».


Corriere della Sera 23/04/15
Daria Gorodiskj
Roberto Giachetti, classe 1961 e in politica da sempre: prima i movimenti studenteschi, a 18 anni radicale, poi verde, poi capo di Gabinetto di Rutelli sindaco di Roma, poi Margherita e quindi Pd, di cui è deputato e vice presidente della Camera. Super-renziano, commenta così le dichiarazioni di Enrico Letta a Radio 24.


«Mi sembra che Letta sia rimasto ancora appeso a quella campanella che ha dovuto consegnare a Matteo Renzi. Il suo tasso di rancore si nota, ma è anche comprensibile: non deve aver digerito il passaggio delle chiavi di Palazzo Chigi».

 Secondo Letta, «Renzi racconta un Paese che non c’è» e questo «non aiuta a stare meglio, è metadone»...

«Forse avrebbe fatto meglio a scegliere altri paragoni. Quando si toccano certi argomenti bisognerebbe essere cauti: c’è gente che al metadone deve ricorrere. A parte questo, le ultime elezioni hanno dimostrato che il Paese è in sintonia con Renzi, a prescindere da quanto lo sia qualche parlamentare».

 Poi ha parlato di legge elettorale, invocando «una maggioranza larga» per la sua approvazione.
 «Questa è un’enormità. Proprio lui, che ha creato con nomina governativa il Comitato dei saggi; lui che ha modificato l’articolo 138 della Costituzione; e sempre lui che ha preteso che il Pd bocciasse la mozione per il ritorno al Mattarellum che impegnava la Camera… Poteva proprio risparmiarsele queste affermazioni, c’è un limite a tutto».

 
Letta sostiene, inoltre, che se si votasse subito dopo aver approvato l’Italicum «sarebbe una sconfitta per tutti». 

«E infatti nella maggioranza non c’è proprio nessuna intenzione di andare a elezioni prima della scadenza naturale della legislatura. Forse dovrebbe piuttosto rivolgersi a quanti nel Pd sono in sintonia con lui nel criticare il governo».

 Anche il Jobs act viene definito «insufficiente».
 «Naturalmente si può sempre migliorare. Però anche Letta riconosce che rappresenta un passo avanti. Quel primo passo che non è mai stato fatto in passato».

 
Infine, Letta ha ricordato che «da presidente non eletto» si è sentito «a disagio»: come a richiamare il fatto che Renzi non è mai stato eletto neppure in Parlamento. 

«Già, un disagio che però proprio non si è avvertito mentre era presidente del Consiglio. Anzi, quando ha dovuto passare le consegne a Renzi sembrava piuttosto affezionato a ciò che stava lasciando».

 
Sommando il tutto, comprese le sue annunciate dimissioni dal Parlamento, crede che Letta prepari un progetto politico futuro?
 
«Ma no, non penso a nessun complotto. Certo, questa coincidenza di attacchi al segretario possono creare un problema per gli elettori e i militanti del Pd. Però anche il governo Letta, a suo tempo, ha ricevuto le critiche di Renzi. Sono dinamiche politiche».




Scelto da Bersani, in missione per Renzi. 
«A Pier Luigi chiedo responsabilità».


Corriere della Sera 23/04/15
Alessandro Tirocino
«Sì, mi ha messo in lista Bersani. Ma le regole di ingaggio erano chiare: io sono leale ma indipendente, in questo caso ho fatto una scelta di buon senso. E spero che anche Pier Luigi dimostri senso di responsabilità». Giampaolo Galli, ex direttore generale di Confindustria, è uno dei dieci deputati del Pd chiamati a subentrare in Commissione agli esponenti della minoranza contrari a questa legge elettorale.

La minoranza considera grave questa sostituzione.
«Veramente questa ipotesi l’aveva offerta da tempo, come via di uscita, lo stesso Cuperlo. E poi l’alternativa sarebbe tornare a una situazione politico-istituzionale grave, drammatica. Provi a immaginare cosa succederebbe se si votasse con il Consultellum: è possibile che né Pd né FI avrebbero la maggioranza e sarebbero costretti a imbarcare pezzi di Lega o di Fratelli d’Italia. Ci sarebbero effetti sulla ripresa, sullo spread. La tenuta sociale dell’Italia sarebbe a rischio».

Era proprio necessaria questa sostituzione?
«Ha reso più semplice alla minoranza mantenere le proprie posizioni».

Quindi Renzi avrebbe fatto un favore alla minoranza?
«Non voglio mettere le parole in bocca a Renzi. Ma io mi sento di dire che il grosso della minoranza, a cominciare da Bersani, sa cos’è la responsabilità verso la nazione. Lo ha praticato per anni, sostenendo Monti, la riforma Fornero e il pareggio di bilancio. Tutte cose che non erano nelle corde della sinistra. Mi stupirei se venissero meno quella ragionevolezza e il senso di responsabilità».

Ha parlato con Bersani?
«In questi giorni no, ma prima spesso. E l’ho implorato di essere un elemento di moderazione, non di tensione. Non posso pensare che persone di questa levatura morale e politica accelerino la crisi».

Una parte del Pd accusa Renzi di autoritarismo.
«Invece sono colpito dall’intensità del dialogo che intrattiene con il gruppo. Ma il dialogo non esclude determinazione. Ricordiamoci che anche le riforme facevano parte di impegni con l’Europa».

Renzi non ha troppa fretta?
«La maggior parte dei commentatori, compreso Draghi, tendono a dire che andiamo troppo piano. Renzi ha ragione ad accelerare».

Altri ci hanno provato.
«Ho un’enorme stima per Letta, ma abbiamo visto che non ce l’ha fatta. Certo, allora c’era una maggioranza più complessa. Persino Monti si arenò nei primi mesi. Per farcela ci vuole una marcia in più. E Renzi ce l’ha».

La minoranza non sopporta questa legge o Renzi?
«Molti vogliono indebolire Renzi. È la vecchia idea: nessuno deve governare così governiamo tutti. Io vengo dal mondo dell’impresa e non l’accetto. Non sono esperto di storia della sinistra, ma Renzi ha portato a conclusione un cambiamento dentro la sinistra che i socialdemocratici tedeschi hanno fatto qualche decennio fa. Una rottura radicale con il passato».

Qualcuno dice una rottura con la sinistra.
«L’hanno detto, a torto, anche di Schröder, Blair e Clinton. Renzi ha fatto molte cose per l’equità sociale».

Lei si definisce di sinistra?
«No, farei fatica a definirmi tale. Ho aderito perché vedevo e vedo nel Pd un senso di responsabilità verso il Paese che non vedo negli altri partiti. È il partito di Prodi, dell’europeismo, il partito che ha sostenuto Monti, il partito del risanamento dei conti con Ciampi».

La legge elettorale le piace?
«Io l’avrei fatta diversamente. Non sopporto le preferenze: sono il peggio del peggio, una delle degenerazioni della Prima Repubblica. E avrei preferito una soglia per ballottaggio al 50 per cento. Ognuno ha la sua legge, ma una legge serve».

È fiducioso?
«Quando mi chiamano gli investitori, gli dico che la mia previsione da economista sui fatti politici è che passeranno Italicum e riforma costituzionale, magari con qualche cambiamento. L’alternativa sarebbe il disastro. Non credo che lo vogliano neanche Lega e Forza Italia, figuriamoci la minoranza del Pd. Anche per questo si drammatizza e si fa teatro. Ma alla fine il senso di responsabilità prevarrà».

Lettera al Presidente della Repubblica


Caro Signor Presidente Sergio Mattarella,
siamo un gruppo di lavoratori del Circolo Acli dell’Iveco di Brescia, alcuni già in pensione ma costantemente impegnati in politica (DC e PD) e nel sindacato (FLM e Fim Cisl).
Vogliamo anzitutto rivolgerle un grande augurio di buon lavoro, ma anche una sollecitazione sui temi della disoccupazione e della disuguaglianza.
Il sociologo bresciano Guido Baglioni ha scritto nel suo ultimo libro che nel secolo scorso la questione sociale coincideva con la questione operaia. E noi lo sappiamo perché la cultura di classe ci ha impegnato nella contrattazione e nelle lotte sindacali in fabbrica per dare dignità al lavoro.
Oggi invece – continua Baglioni – la questione sociale riguarda la disoccupazione e l’economista Stefano Zamagni arriva a dire che la globalizzazione potrebbe farci convivere a lungo con il 20% di disoccupati. E, a volte, quale occupazione! “Undici ore di lavoro per seicento euro al mese e senza contributi per la pensione è schiavitù”, ha detto Papa Francesco nel quartiere napoletano di Scampia. Un sistema economico che «scarta i giovani e li priva del lavoro, della possibilità di portare il pane a casa, ruba la dignità». 
Ben venga quindi la riforma del lavoro, il contratto a tutele crescenti e la nuova rete di protezione per chi perde il posto di lavoro e rischia di cadere nella più nera povertà.
Il movimento trasversale “Alleanza contro la povertà” ha proposto al sottosegretario Del Rio l’introduzione del “Reddito di inclusione sociale”. Noi sosteniamo questo progetto, ma non può reggere da solo di fronte ai privilegi e alle scandalose differenze sociali.
Negli anni ’70 Ermanno Gorrieri denunciava la giungla retributiva e i sindacati riuscivano a contenere il divario tra il salario dell’operaio e quello dei dirigenti. In seguito la situazione è peggiorata e le disuguaglianze sono diventate scandalose. Il 10% delle famiglie detiene il 47% della ricchezza nazionale. Sei milioni di italiani sono in povertà assoluta.
Il malessere diffuso pretende urgenti segnali di equità sociale. Non solo all’interno delle imprese e della finanza, ma anche dell’alta burocrazia statale. Senza dimenticare i dovere dei parlamentari di non farsi ricordare per privilegi, vitalizi e reversibilità. Ben vengano quindi le limitazioni poste dal governo Renzi agli stipendi dei dirigenti pubblici e dei consiglieri regionali, ma c’è ancora tanto da fare.
Siamo contenti per il suo tempestivo annuncio di riduzione della sede quirinalizia a favore di ambienti destinati alla promozione dell’arte. Ma troppo alti sono ancora i costi complessivi del Quirinale confrontati con i palazzi presidenziali degli altri Paesi europei.
Il Quirinale ha già comunicato che «sono state poste le premesse per la conseguente realizzazione di ulteriori economie negli anni successivi». Bene. Ora tocca a lei l’onere di premere sull’acceleratore. Buon lavoro presidente.
Per il Circolo Acli Iveco Brescia
Santo Minessi, Aliberto Taglietti, Giovanni Landi
Gianluigi Parolini, Eugenia Salvi, Renzo Mazzetti
Lorenzo Paletti, Francesco Gaia, Giuseppe Frattini
Andrea Taglietti, G.Battista Brivio, Franco Gheza
Mario Fappani, Riccardo Imberti

Brescia, 3 aprile 2015