sabato 6 settembre 2014

Renzi prepara la risposta a D’Alema e Bersani. Con un libretto

Rudy Francesco Calvo 
Europa  

Domani il leader dem chiuderà la Festa dell'Unità. Al centro del suo intervento (e di un opuscolo che sarà distribuito), la volontà di dimostrare che il partito ha una classe dirigente plurale, rispondendo alle accuse che sono arrivate nei giorni scorsi
Il Pd è un partito personalistico? Non c’è un gruppo dirigente, ma solo «persone che sono fiduciarie del presidente del consiglio»? Ecco che Matteo Renzi è pronto a dimostrare il contrario. Lo farà domani pomeriggio dal palco della Festa dell’Unità di Bologna, dopo un incontro con alcuni dei principali nuovi leader della sinistra europea. Alcune indiscrezioni, poi smentite, lasciavano presupporre perfino la nomina coram populo della nuova segreteria. Un passaggio che, invece, probabilmente dovrà attendere ancora.
Quel che è certo, intanto, è che Renzi ha voluto mettere nero su bianco non solo l’esistenza, ma anche la pluralità e la diversità al suo interno del gruppo dirigente del Pd. Lo ha fatto con un libretto che sarà distribuito domani alla festa e che si intitola 40,8% Lo scatto. In copertina, la foto divenuta celebre che ritrae al Nazareno tanti esponenti dem, di maggioranza e di minoranza, la sera del 25 maggio, dopo le elezioni europee. “Lo scatto” è quella foto, ma è anche lo scatto in avanti di un partito che in un anno cresce di oltre il 15 per cento, ridimensionando non solo la destra, ma anche il M5S. È, infine, lo scatto di un nuovo gruppo dirigente, che prende il posto di quello precedente.
Questo è il senso che Renzi ha voluto dare in questo libro, che raccoglie le testimonianze di tutti i protagonisti di quella foto, il loro ricordo di quella sera. Di tutti più uno: lui. Già, perché Renzi in quella foto non c’era. E nel libretto è Lorenzo Guerini a svelare il retroscena di cosa accadde: «Ad un certo punto della notte Matteo ci dice: “Chiamate tutti e andate su”. [...] “Tu non vieni?”, a chi gli sta accanto viene spontaneo. Quello era il momento. Il risultato era acquisito. 40.8. Avevamo vinto. Oltre ogni aspettativa. Su c’erano i giornalisti e le telecamere che aspettavano. E certamente aspettavano il segretario e le sue parole. “No. Chiamate tutti e andate”. Il tono non ammette repliche».
E in quella, foto, come nel libretto, ci sono tutti: renziani, bersaniani, turchi, dalemiani, franceschiniani, lettiani e via di corrente in corrente. Ci sono Luca Lotti e Nico Stumpo che escono dalla stessa stanza (lo stesso Stumpo al quale Renzi nel pomeriggio aveva mandato un sms per chiedergli: «Come la vedi Nico?»). Ci sono i capigruppo Luigi Zanda e Roberto Speranza. Ci sono ministri, parlamentari, dirigenti. Tutti (o quasi) della nuova generazione.
«Sbaglia di grosso – scrive Renzi nel suo intervento sul libro - chi continua a descriverci come uomini soli al comando: e lo dimostra proprio la foto delle europee. Donne e uomini insieme, una squadra al Nazareno come nel più piccolo dei comuni dove è stato costruito, con fatica e pazienza, questo successo. Da cui partiamo, nel quale non ci siamo crogiolati neanche un istante e che sta lì, non alle spalle, come un bel ricordo, ma davanti a noi, come un orizzonte comune, come una sfida, come una opportunità».
E se questa è la conclusione, viene proprio il sospetto che quello che è successo nei giorni scorsi qui alla Festa, con gli attacchi di Bersani e D’Alema, fosse davvero funzionale allo scopo di Renzi. Al voler dimostrare che il Pd un gruppo dirigente ce l’ha, solo che non è più quello di un tempo.
Sul piano del governo, poi, è il ministro dell’economia a replicare all’ex premier: «Se ho ben capito – ha detto Pier Carlo Padoan a margine del dibattito alla Festa – il presidente D’Alema ha detto che i risultati ancora non si vedono. Concordo, si vedranno presto».

Le Ferie troppo lunghe dei Magistrati 
e i Difetti di una Protesta impopolare.


Corriere della Sera 06/09/14
Pierluigi Battista

L’Associazione nazionale dei magistrati (Anm) svolge con molta combattività e determinazione la funzione sindacale che le è propria. Con un difetto: quello di voler nobilitare le rivendicazioni di categoria come se fossero valori assoluti e non negoziabili. Ora, per esempio, la riforma della giustizia prospettata dal ministro Orlando rischia di incagliarsi sulla proposta di ridurre considerevolmente i tempi delle ferie estive nei tribunali. Proprio così: non (per ora) su temi controversi come la responsabilità civile dei giudici, come i tempi della prescrizione o come l’inasprimento della disciplina del falso in bilancio. Ma sul monte ferie dei magistrati. Che protestano. Anche sfidando l’impopolarità.

I magistrati dicono che è troppo facile ridurre la questione alle ferie troppo lunghe. Ed esortano a non confondere il periodo pur sostanzioso delle loro ferie con i tempi di chiusura degli uffici giudiziari. Sarà. Ma è difficile negare che qualche nesso tra i tempi lunghi della giustizia e quelli lunghissimi di chiusura degli uffici giudiziari deve pur esserci. I cittadini non devono lamentarsi perché le udienze sono sospese per un tempo incredibilmente dilatato? I magistrati non sono d’accordo con questa misura minima, simbolica certo, di velocizzazione?

I magistrati hanno protestato quando il governo Renzi ha stabilito un tetto per i superstipendi. Non hanno protestato e basta. Hanno aggiunto che in questo modo, tagliando gli stipendi d’oro, si sarebbe pericolosamente violata la sfera di indipendenza e autonomia della magistratura. Avrebbero potuto evitare l’aggiunta. Anche quando il governo ha proposto il pensionamento dei magistrati che avessero raggiunto i 70 anni di età, i magistrati non si sono risparmiati l’aggiunta di una lamentazione sui diritti calpestati della magistratura e sugli apocalittici danni che ne sarebbero derivati nella macchina della giustizia. Ora è la volta del monte ferie durante l’estate. 45 giorni in vacanza non sono pochi, superano di molto la media degli altri lavoratori dello Stato. E la Anm, il sindacato dei magistrati non può fare le barricate su questo tema. Fare come tutti è più semplice e più giusto. Altro che autonomia e indipendenza.


venerdì 5 settembre 2014

Scene di lotte di potere nella Capitale

Stefano Menichini 
Europa  

Marino s'è rafforzato in estate, ora deve gestire tante partite diverse. Tra queste, quella del nuovo stadio, per mostrare autonomia sotto la pressione di chi arriva per investire e chi, Caltagirone, difende un'antica riserva di caccia.
All’inizio dell’estate per il sindaco di Roma sembrava solo questione di misurare i giorni prima della fine dell’avventura: troppo basso il gradimento in città, troppo ostile l’ambiente politico.
Un buon rimescolamento in giunta, l’intervento di tutela da parte di Renzi, e oggi Marino pare più solido. Se non ancora con i cittadini, almeno coi partiti il rapporto pare raddrizzato. Finché durerà.
La Capitale verrà presto investita, più duramente di qualsiasi altra città, dall’onda di rimbalzo della rottura tra il governo e l’universo della pubblica amministrazione, a Roma una vera galassia. Ma prima ancora, le virtù del ceto politico capitolino si stanno misurando in partite simboliche della capacità di gestire rapporti con poteri deboli, forti o fortissimi: trovare il giusto equilibrio tra gli eroici giovani che cercano di tenere aperti i luoghi della cultura, come il cinema America, e le logiche di mercato che li chiudono; restituire decoro alle strade del centro limitando l’espansione selvaggia dei ristoratori, sapendo però che appoggia qui tanta parte dell’economia cittadina; ridare funzionalità minima ai disastrati servizi dei trasporti e della raccolta dei rifiuti. Infine (anche se le grane sarebbero diecimila altre) dimostrare che dopo decenni di paralisi si può tornare a investire in grandi opere, attirando capitali di cui c’è bisogno assoluto, e qui la storia è quella del nuovo stadio del calcio voluto dagli americani proprietari della Roma.
Dopo una trattativa durissima, la giunta ha dato un via libera parziale. L’amministrazione s’è dimostrata abile, ha strappato molto agli americani e al loro alleato, il costruttore Parnasi: dovranno pagare più del previsto e dare più garanzie. Com’è giusto, in una città dove è stato versato tanto cemento, pagato caro e poi abbandonato.
La fatica maggiore però Marino l’ha dovuta fare per tenersi neutrale nella guerra che al progetto ha dichiarato il vero potere forte cittadino, il costruttore Caltagirone, mobilitando il suo giornale e il cotè politico (prevalentemente Pd) sul quale sa di poter contare.
Più che i sogni dei tifosi o i calcoli degli americani, si tratta alla fine di garantire il principio di un mercato aperto, non più riserva di caccia dei soliti noti. Marino ha retto alla prova, presto la palla passerà a Zingaretti in Regione. È una storia locale, certo, ma anche un bel test, a proposito di “cambia verso”, della nuova autonomia che la politica rivendica e deve mostrare di meritare.

Finite le ferie … si ricomincia...


Riccardo Imberti

Siamo da capo. In questi giorni, leggendo gli interventi di Bersani e D'Alema alla festa dell'Unità di Bologna, mi venivano in mente le parole della canzone di De André "Le nuvole"...ricordate: vanno, vengono, ogni tanto si fermano....
Ecco, queste poche parole ben si adattano a questa classe dirigente, che non si rassegna, ma immagina e si illude di poter tornare ai bei tempi andati e ricondurre le danze.
Per quel che mi riguarda non si tratta di criticarli perchè attaccano Renzi e il suo governo; ciò che trovo stonato è il tentativo di giocare sulla scarsa memoria di iscritti e militanti del PD, sulle responsabilità di Bersani e D'Alema in questi anni.
Capisco il disappunto e il fastidio per non poter condizionare l'attuale inquilino di Palazzo Chigi, comprendo anche  il loro disorientamento per il nuovo modo di fare del premier; fatico a capire il loro fastidio e le critiche ingenerose, nei confronti della nuova classe dirigente, cresciuta in questi anni dentro il Partito Democratico. Forse perchè cresciuta al di fuori di una stretta logica di cooptazione?
Questi comportamenti, accanto ai sermoni domenicali di Scalfari, sono la conferma che in Italia continuano ad agire forze politiche, sociali, economiche, contrarie a qualsiasi tipo di cambiamento.
Si caricano sulle spalle di Renzi responsabilità che non ha e non può avere, si accusa di liquidare il PD, perchè consegnato a “reggenti”, dimenticando com'era il PD sotto la guida di Bersani, ispirato dal leader massimo.
Mi vien da dire, da quale pulpito Massimo D’Alema, con tutti i fallimenti accumulati in questi anni, si senta in grado di criticare questo esecutivo, dopo che lui stesso – per 20 anni – ha minato ogni possibilità di successo della sinistra italiana. Il leader Massimo parlando con i giornalisti ha definito “clandestino” il quotidiano Europa, per un editoriale di Fabrizio Rondolino, ex suo collaboratore a Palazzo Chigi. Quanto astio per la mancata nomina in Europa!
Quel che sconcerta, di questa classe dirigente del centrosinistra, è la costanza con cui – nonostante tutto- riescano a ritenersi insostituibili e preziosi. A me pare una convinzione tutta loro.
Purtroppo il Paese è in grande difficoltà. I dati economici non sono affatto soddisfacenti, nonostante lo sforzo di questo governo, e sul futuro, si intravedono nubi poco raccomandabili. E' di oggi la notizia della minaccia di sciopero delle forze dell'ordine, mai accaduto in Italia e per questo rappresenta un dato di grande preoccupazione. Il blocco del rinnovo dei contratti del pubblico impiego, con l'obbiettivo di destinare le risorse alla promozione dell'occupazione giovanile e all'assunzione dei centocinquantamila precari della scuola. Il blocco non è accettato dai sindacati che minacciano scioperi generali. Tutto questo mentre l' economia e l'occupazione  non danno segni positivi e la coperta Paese è sempre più corta.
Basterebbero questi elementi per richiamare tutto il gruppo dirigente ad una maggiore responsabilità. Tante volte, questo comportamento è stato richiesto, in primo luogo ai dirigenti del Partito Democratico, senza trovare le disponibilità necessarie. Basti pensare a ciò che è accaduto sulla riforma del Senato. 
Questa è la conferma, qualora ce ne fosse stato bisogno, che questa "classe dirigente" è interessata più a se stessa che al Paese, però sono fermamente convinto che   di questo il Paese non ne sente proprio il bisogno.




giovedì 4 settembre 2014

Ma Renzi non è De Mita. Si spera

Stefano Menichini 
Europa  
   
Bersani e D'Alema tornano con spirito polemico. L'obiettivo è riaprire i giochi nel Pd, con tanti rischi per il governo. Improbabile che riescano, ma Renzi non deve fare errori.
È una tentazione molto da Prima repubblica, e infatti chi la accarezza è nato e cresciuto in quelle scuole di partito e di pensiero. Il riferimento classico è alla doppia caduta di Ciriaco De Mita, segretario della Dc e presidente del consiglio che perse entrambi gli incarichi tra il febbraio e il luglio del 1989. Prima la segreteria e poi palazzo Chigi, per l’esattezza, in un’epoca nella quale i partiti comandavano davvero, il che fa capire meglio come mai la voglia di rivalsa contro Matteo Renzi segnalata in questi giorni dai giornali nasca sì dall’impressione di poter approfittare di eventuali difficoltà del governo, ma si appunti in prima battuta sul Pd, ovvero sul sogno di riconquista del Nazareno.
Del resto, fosse dipeso da Massimo D’Alema e dallo stesso Pier Luigi Bersani (i due tornati dalle vacanze animati da forte spirito critico), le cose sarebbero andate così fin dall’inizio: al rampante allora sindaco di Firenze, un anno fa, lo scalpo di Enrico Letta l’avrebbero concesso senza troppi problemi (dettaglio che l’allora premier comprese colpevolmente troppo tardi); ma la segreteria del Pd no, quella non l’avrebbero voluta cedere mai, proprio in omaggio all’antica dottrina del primato del partito.
Siamo di nuovo lì, a schemi politici di questo tipo. Caricati, nel caso di Bersani e D’Alema, dal comprensibile sovrappiù dell’amarezza personale, essendo stati entrambi giocati dal giovane Renzi, il secondo addirittura col perfido inganno di far balenare in pubblico e in privato una nomina europea assai desiderata e alla fine negata.
Il dubbio è se sia sufficiente tutto questo a riaprire una dinamica interna che abbiamo dato tutti per sigillata col lucchetto di primarie ed europee. Anche perché agli occhi stessi dei “non renziani” del Pd, e per tornare a illustri precedenti storici, più che le orme di Ulisse sia Bersani che D’Alema rischiano di seguire quelle di Achille, nel senso di Occhetto, cioè di muoversi troppo platealmente per sanare ferite personali, con movenze impolitiche paradossali per le persone di cui parliamo.
La gran parte di chi fino al dicembre 2013 s’è opposto a Renzi, e continua ad avere idee diverse dalle sue, non si espone così tanto, né si fa rappresentare. Tutti hanno accettato la nuova leadership, non dimenticano né relativizzano il risultato delle europee come fa D’Alema. Il sostegno al governo è fuori discussione, al massimo si gira l’Italia per riorganizzare correnti e aree politiche, oppure si ingaggiano battaglie in primarie locali dove i candidati si fregiano comunque tutti dell’epiteto di renziano.
Chiaro che gli ex leader della sinistra si sentano più liberi di esprimersi rispetto ai loro giovani successori (anche se il dissenso dalemiano sulla riforma del senato non s’era espresso in medias res). Ed è comprensibile che trovino sponda e amplificazione nell’establishment, anche in quello giornalistico che pure a suo tempo consideravano ostile: a tutti coloro che vorrebbero ridimensionare Renzi, e sono tanti nel perimetro dei vari poteri, un paio di bordate di D’Alema contro palazzo Chigi possono risultare ancora utili.
È assai improbabile che Renzi accetti lo scontro, anche se potrebbe affrontarlo con un enorme vantaggio. Anche se ogni sondaggio suggerisce che il frame “la gente con me contro l’establishment” continua a reggere, il premier deve mostrare di saper cogliere il nocciolo di verità, che c’è sempre, nelle critiche che gli vengono rivolte, da ogni parte. Nell’attività e nelle competenze di governo, come è evidente, bisogna mettere l’ordine che ora non c’è, e che rende qualsiasi incidente sempre possibile. Quanto al partito, queste remote avvisaglie di maltempo confermeranno al segretario che il presidio non solo va mantenuto, ma rafforzato.
Renzi può commettere tanti errori che sarebbero dannosi per l’Italia. L’errore più catastrofico che potrebbe commettere per se stesso e per il Pd sarebbe dar ragione a posteriori a coloro che lo accusavano di disinteresse verso il partito e verso la sua necessaria rifondazione. Ogni stormir di fronde, da ogni angolo d’Italia, reca lo stesso messaggio: nulla di quanto è stato fatto in questi mesi è irreversibile. Tutto può ancora tornare com’era prima, peggio di prima. E allora, quella storia di De Mita…

mercoledì 3 settembre 2014


Il Jihadismo Sunnita mostra 
di avere il controllo del territorio: il messaggio è interno all’Islam.


Corriere della Sera 03/09/14

I primi passi dell’Isis hanno riempito giornali e media di tutto il mondo. La sistematica eliminazione delle minoranze di ogni tipo e soprattutto dei cristiani ha risvegliato timori di una pulizia etnica capace di cancellare un mondo dalla storia millenaria. Le decapitazioni, spettacolarizzate, hanno saputo toccare i nervi sensibili di un occidente che rivive i timori del dopo 11 settembre 2001. Eppure ogni mossa, dalla più efferata alle meno evidente, segnata della presenza di questo sedicente nuovo califfato sembra guardare soprattutto alla rivalità infinita tra sunniti e sciiti che proprio nel martoriato territorio iracheno trovano il luogo per eccellenza in cui scontrarsi.

Il dopo Saddam Hussein e l’occupazione americana avevano rinforzato le speranze della maggioranza sciita di poter finalmente ritagliarsi un ruolo politico importante. L’esplosione negli anni dell’occupazione americana del terrorismo settario e poi le politiche poco accorte dei governi a guida sciita non hanno facilitato la pacificazione, anzi hanno accresciuto instabilità e i timori di una frantumazione del Paese. La crescente autonomia del nord curdo aveva ulteriormente ridotto la capacità di controllo dei governi iracheni. E infine è giunto l’Isis, che ha tolto un’altra ampia regione dal controllo centrale e offerto il fianco ai sogni, magari utopici, di un califfato sunnita dichiaratamente anti-sciita.

La controffensiva governativa irachena, aiutata dalla comunità internazionale, e le prime azioni anti-sunnite sul terreno riconquistato sono ora seguite dalla macabra regolarità delle decapitazioni da parte dell’Isis. Decapitazioni che colpiscono ostaggi occidentali come Sotlof o ribelli curdi, ma il cui obiettivo primario è quello di mostrare soprattutto alla controparte sciita che il califfato è in grado di controllare il suo territorio. Cristiani o occidentali sono quindi le vittime di questo macabro rituale ripreso da telecamere e diffuso ovunque, ma musulmani sono i primi destinatari del messaggio: il jihadismo sunnita è in grado di controllare il territorio iracheno e non demorde davanti agli attacchi governativi.

I tre anni seguiti alla fine dei vecchi equilibri regionali dopo le primavere arabe hanno del resto accentuato lo strisciante e mai sopito scontro tra sunniti e sciiti. Sebbene tante e diverse sono le cause dei conflitti, mai come negli avvenimenti degli ultimi mesi il contrasto era diventato scontro aperto. Il jihadismo che si è affermato tra Africa sub-sahariana e Siria e Iraq è ideologicamente vicino al salafismo. E per i salafiti gli sciiti sono considerati alla stregua di eretici, e degni dell’avversione che si riserva ai miscredenti.

Nella lunga storia della Fratellanza Musulmana e del radicalismo islamico i rapporti erano segnati da antipatie e contrasti, raramente da scontri aperti e da conflitti sul campo come sta ormai avvenendo. E l’Iraq, in tale quadro, è il terreno per eccellenza di un conflitto insanabile e che nessuno sembra in grado di ricomporre. E in cui l’occidente rischia di svolgere il ruolo di un terzo incomodo semplicemente usato come bandiera ideologica, come un avversario su cui mostrare la propria inflessibilità. Oggi quel che resta dell’Iraq è una maggioranza sciita, frustrata e lontana dai suoi obiettivi politici, e un califfato forse senza futuro ma con sbandierati propositi di liquidazione di ogni altra presenza: cristiani, yazidi, curdi, turcomanni e anche gli sciiti. È un progetto, quello dell’Isis, certo impossibile da realizzare, ma che rende impossibile anche ogni conciliazione.




Il referendum scontato Più autonomia alla regione Lombardia.

Corriere della Sera 03/09/14
di CLAUDIO SCHIRINZI
 
Il presidente Maroni non molla: vuole che la Lombardia diventi una Regione a statuto speciale. Non per sofisticate ragioni istituzionali, ma per una concretissima questione di quattrini. Il nostro modello, spiega, è la Sicilia che trattiene il cento per cento dei tributi raccolti sul suo territorio. L’obiettivo è largamente condivisibile: se la Lombardia tenesse per sé quanto i suoi cittadini pagano, potrebbe offrire servizi pubblici migliori e contemporaneamente ridurre drasticamente la pressione fiscale. Il governatore vuole chiedere direttamente ai lombardi, attraverso un referendum, se sono d’accordo oppure no. La risposta ovviamente è scontata: tutti (o quasi) ne sarebbero ben contenti. Peccato che la questione non sia così semplice. Se lo fosse, tutte le Regioni più ricche seguirebbero la stessa strada. Le cinque Regioni a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia) sono nate negli anni del Dopoguerra per compensare le condizioni di oggettivo svantaggio delle grandi isole e per tutelare le minoranze linguistiche. Se anche il cento per cento dei lombardi chiedesse attraverso il referendum di passare allo statuto speciale, non cambierebbe nulla. Perché soltanto il Parlamento può prendere una decisione di questa natura e lo dovrebbe fare attraverso una legge costituzionale che richiede due passaggi sia alla Camera, sia al Senato e una maggioranza qualificata. Insomma, un iter molto più complesso che non un semplice referendum la cui domanda implicita è «Volete pagare meno tasse e avere servizi pubblici migliori?». Qualcuno potrebbe obiettare che un referendum avrebbe comunque valore politico, sarebbe una lampante manifestazione della volontà popolare. In realtà, proprio perché l’esito della consultazione sarebbe scontato, il suo peso politico è inesistente già in partenza. Ma allora perché imbarcarsi in un’impresa probabilmente inutile, ma certamente costosa? Già, perché il problema è proprio questo: la giunta Maroni ha messo in preventivo 30 milioni per l’organizzazione del referendum e con i tempi che corrono non è certo una spesa irrilevante. Ora la parola spetta al consiglio regionale che dovrà discutere la proposta di legge sul referendum. Per approvarla serve una maggioranza di due terzi dei consiglieri e quindi è indispensabile il voto delle opposizioni o almeno di una parte di esse. Maroni ha detto che «Se il Pd dirà di no, dovrà spiegare ai cittadini perché non vuole che i lombardi si tengano i propri soldi». Le cose, come abbiamo cercato di spiegare, non stanno esattamente così. E Maroni lo sa. In campagna elettorale aveva promesso: «Votatemi e io mi impegno a trattenere in Lombardia il 75 per cento delle tasse pagate dai lombardi». Un anno dopo la sua elezione, a chi gli chiedeva conto di quella promessa candidamente rispondeva: «Dipende da Roma perché le leggi fiscali le fa il Parlamento». Forse che prima non lo sapeva? Ecco, se mai si facesse il referendum e il risultato fosse il prevedibile plebiscito a favore dello statuto speciale, Maroni ci spiegherebbe che tocca al Parlamento cambiare la Costituzione. Ma lo sappiamo già, senza bisogno di spendere 30 milioni per una consultazione dall’esito scontato.