mercoledì 11 maggio 2016

«Il Pd è diventato una porcilaia».


L’INTERVISTA di Alessandro Trocino
Corriere della Sera 10 maggio 2016
Staino: Cuperlo e gli altri?
Con Togliatti sarebbero già in Siberia
Il disegnatore satirico: «Fossi in Renzi, sarei più modesto. C’è una altissima percentuale di probabilità che perda il referendum. Sta rischiando grosso»

Ma come, Staino? Il Partito democratico una porcilaia?
«Ma sì, sono molto preoccupato. Si è perso il dna del nostro essere di sinistra».
Renzi vira troppo a destra?
«No, sto parlando della sinistra dem. Gente come Cuperlo dovrebbe avere lo stile di Berlinguer. Invece sono i peggiori: hanno distrutto il dialogo».
Loro dicono che l’ha distrutto Renzi il dialogo.
«Con Fassina che minaccia: o cambiate questo articolo o me ne vado? Avessero fatto così negli anni Cinquanta, con Togliatti, sarebbero già in Siberia».
La minoranza fa la minoranza.
«Se sei minoranza devi essere responsabile. E invece Cofferati ha buttato la Liguria in braccio ai leghisti e ora si prende le maledizioni».
Anche lei è spesso sotto accusa.
«Cos’è questa rabbia, questa cattiveria? Ci son compagni che mi trattano da fascista, ma che roba è?».
È considerato «renziano».
«Si è arrivati a usare l’aggettivo renziano come sinonimo di merdoso, traditore, figlio di puttana. Ma perché? Io non sono renziano, come non sono stato prodiano, pur avendo appoggiato Prodi. Ma c’è qualcosa di meglio a sinistra di Renzi? Preferite Salvini o Grillo? Io scelgo Renzi, dov’è l’assassinio, dov’è il tradimento?».
L’alleanza con Verdini?
«Renzi si sarà pure venduto a Verdini, ma il primo a chiamare i Cecchi Gori, i Mastella, i Di Pietro, personaggi ambigui e tremendi, è stato D’Alema».
Che ora non ha ruoli.
«Ma è lì come un avvoltoio, non vede l’ora di tornare. Non lo voglio, serve gente nuova, cervelli nuovi, anime nuove».
Il nome Verdini a lei non provoca nessun fremito?
«Abbiamo storie diverse, ma non mi scandalizzo se cerchiamo i suoi voti. Abbiamo avuto Dini al governo. Dini!».
Per il ministro Boschi chi vota no al referendum vota come CasaPound.
«Avrebbe potuto dire: “Per voi, chi vota sì è come Verdini; io potrei dire lo stesso di chi vota no, che è come CasaPound. Ma non lo dico”».
L’Anpi, comunque, non l’ha presa bene.
«L’Anpi sta utilizzando il nome sacrosanto dei partigiani per fare una politica bertinottiana, rifondarola».
E Renzi?
«Fossi in lui, sarei più modesto. C’è un’altissima percentuale di probabilità che perda il referendum. Sta rischiando grosso».
Lei voterà a favore?
«Certo, rischiamo di finire nella spazzatura della destra europea. Vogliamo darci altre martellate sulle cosce? È una pazzia».
Giachetti le piace?
«È serio, modesto e radicale. Con il Vaticano qui, aiuta».
E Sala?
«Avrei preferito un altro. Ma quando si è imbecilli come a sinistra, che si moltiplicano i candidati, poi si perde. E allora ciucciatevi Sala».
Il Pd ha subito una mutazione genetica?
«Fassino e D’Alema hanno fatto il Pd perché pensavano di mangiarsi la Margherita. E invece sono stati mangiati».
Anche Veltroni?
«Tanto di cappello. Almeno ha lasciato davvero. E ha scritto bei libri e bei film. Non vedo l’ora che se ne vadano Bersani e soprattutto D’Alema».
L’accuseranno di essere sdraiato.
«Le mie vignette non sono sdraiate. E neanche l’Unità. Fossi direttore, un provocatore come Rondolino non lo prenderei. Ma perché Cuperlo ha rifiutato la direzione de l’Unità? Te la sei fatta addosso, Gianni? Troppo comodo».


martedì 10 maggio 2016

Santone subito


massimo gramellini 
La Stampa 10 maggio 2016
Ogni volta che inciampo in un comizio del sindaco De Magistris penso con qualche brivido che c’è stato un tempo in cui quel furbo arruffapopolo era un magistrato. Lo spacciatore di rivoluzioni alle vongole che sul palco arringa la folla fingendo di farne parte ha avuto in passato il terribile potere di privare altri individui della libertà. Di sicuro fa meno danni dove sta ora, al governo di una città che non vuole essere governata, ma ammaliata. L’ultimo monologo del tribuno napoletano ha raggiunto vette retoriche da repubblica delle banane. Andate a godervelo sul web, se volete ripassare le ragioni per cui da settant’anni in Italia comandano i democristiani. Perché l’unica alternativa sembra essere questo populismo d’accatto, che specula sulla rabbia degli impoveriti per costruirsi un dominio personale.
Sono ormai abbastanza vecchio per sapere che chi urla in piazza «Potere al popolo!» si immedesima a tal punto nel popolo che il potere lo vuole tutto per sé. E dopo trent’anni di gargarismi leghisti mai seguiti da un atto concreto non mi spaventa un caudillo che incita alla secessione le plebi furenti e minaccia a salve il governo centrale, al grido di «Renzi, cacati sotto». Ma continuo a trovare esilarante e terribile lo sdoppiamento di personalità che porta il santone partenopeo ad annunciare che «dopo le elezioni del 5 giugno tutto cambierà: io uscirò dal Palazzo e governerò in strada!», come se il sindaco uscente fosse un altro e non lui. 

venerdì 6 maggio 2016

I nemici del nuovo Pd


Fabrizio Rondolino
L'Unità 6 maggio 2016
La difesa del buon operato del governo e delle istituzioni democratiche passa anche per una profonda, non più rinviabile autoriforma dei partiti.
È tempo che il Pd s’impegni per salvare il lavoro straordinario che il presidente del Consiglio ha fatto e continua a fare. Il primato della politica, che è la chiave del renzismo di governo e grazie al quale l’Italia sta ritrovando la strada dello sviluppo e della modernità, deve esercitarsi anche nella gestione e nella direzione del partito. E il modo più efficace per mettere in sicurezza le riforme, per restituire fiducia e credibilità alla politica, per ridimensionare le nostalgie giustizialiste della parte più chiassosa e minoritaria della magistratura, e per vincere il referendum di ottobre, è fare pulizia.
Da sé, e in fretta: senza scatenare nessuna caccia alle streghe dentro il Pd, ma anche senza alcuna indulgenza o compromesso. E senza aspettare l’avviso di garanzia, l’arresto o la condanna del giorno. Il cortocircuito mediaticogiudiziario – ogni accusa è già una sentenza, la personalità dell’imputato è fatta a pezzi in pubblico senza possibilità di replica, trionfano semplificazione e generalizzazione – rischia di travolgere un’altra volta la fragile infrastruttura democratica del Paese, consegnando al peggior qualunquismo populista e fascistoide l’egemonia nel dibattito pubblico.
Tutto l’impegno messo in campo dal governo in questi anni – compresi i numerosi provvedimenti per la legalità, contro la corruzione e per il miglioramento della macchina giudiziaria – rischia di essere dimenticato, travolto, cancellato.
Una possente macchina di propaganda s’incarica ogni giorno di picconare le basi stesse della convivenza civile: quando non ci saranno più politici in giro non avremo sconfitto la corruzione, avremo affossato la democrazia. Il fatturato dei media si nutre di scandali, quello della politica di buone riforme. È una gara asimmetrica, perché lo scandalo penetra con estrema facilità nelle coscienze, scuotendole e frastornandole, mentre la buone riforme, per dare frutti, hanno bisogno di tempo, volontà, tenacia. La semplificazione emotiva, sebbene contenga sempre in sé un errore di fondo, è più popolare della fatica della complessità.
È bene essere chiari: se nell’opinione pubblica dovesse prevalere l’idea che il governo e il partito di maggioranza sono covi di malaffare – un’idea rafforzata quotidianamente dalle notizie sulle indagini, gli arresti, le condanne – la sconfitta per il Paese sarebbe catastrofica. Possiamo rinunciare alla riforma del Senato e al governo Renzi, ma non possiamo rinunciare alla politica, alle elezioni e alla democrazia. Renzi ha fatto benissimo, nella sua qualità di presidente del Consiglio, a difendere l’indipendenza della magistratura, a ribadire che le indagini devono proseguire senza condizionamenti, a negare l’esistenza di un “complotto” o di una giustizia ad orologeria. Intanto perché è effettivamente così, e poi perché Renzi non è Berlusconi: la sacrosanta battaglia garantista per una giustizia giusta, rapida ed efficiente può essere vinta soltanto a patto di rinunciare ad ogni anche minima ambiguità: i delinquenti, quando sono provati tali, vanno puniti senza distinzioni né attenuanti. Ma, con altrettanta franchezza, è bene dire che questo non basta più.
La difesa del buon operato del governo e delle istituzioni democratiche passa anche per una profonda, non più rinviabile autoriforma dei partiti. Il Pd e i suoi gruppi dirigenti devono dare l’esempio, devono muoversi per primi, e non devono fermarsi di fronte a nulla. È illusorio (e politicamente sbagliato) pensare che questo compito possa essere svolto soltanto a Roma, dal segretario e dai suoi collaboratori: al contrario, è necessaria e urgente una grande mobilitazione a tutti i livelli, dai circoli fino ai comitati regionali. È venuta l’ora di un’assunzione di responsabilità individuale e collettiva. È venuta l’ora di drizzare le antenne, ascoltare, capire e intervenire, ciascuno nel proprio ambito, a viso aperto e responsabilmente, ovunque nel Paese.
L’autonomia della politica non significa soltanto potere e saper decidere senza subire le pressioni delle corporazioni, delle caste o della magistratura sindacalizzata: significa anche saper fare pulizia al proprio interno prima, e non dopo l’apertura di un’inchiesta. Non possono più esistere zone franche, potentati locali, ambiguità e tacite collusioni. È tempo di una grande campagna politica, diffusa e partecipata come e più di un congresso, per mettere in sicurezza il Pd dal malaffare che lo lambisce. È il malaffare, non la magistratura, il nemico mortale del nuovo Pd.

mercoledì 4 maggio 2016

La giustizia italiana


Fabrizio Rondolino
L'Unità 4 maggio 2016
Il problema principale della giustizia italiana in rapporto alla politica è che i magistrati continuano a indagare (e i giornali ad emettere sentenze di colpevolezza), ma le inchieste non si chiudono più.
Per carità, non parliamo di “giustizia ad orologeria”. La magistratura indaga ogni volta che viene a conoscenza di un reato, e non è colpa di un pm se, per una pura coincidenza, un’inchiesta si sovrappone ad una campagna elettorale. Del resto in Italia si vota spesso, quasi ogni anno, e poiché le elezioni non si possono sospendere è statisticamente assai probabile che un’indagine su un politico coincida con un appuntamento elettorale. E in ogni caso, come giustamente ha subito dichiarato Lorenzo Guerini, “piena e totale fiducia nel lavoro dei magistrati, confidando che si faccia chiarezza con la massima rapidità”.
Guerini, oltreché vicesegretario del Pd, è stato anche il predecessore del sindaco di Lodi Simone Uggetti, arrestato ieri per una presunta turbativa d’asta nell’assegnazione della gestione delle piscine comunali. “Ho conosciuto in questi anni Uggetti come amministratore competente e accorto e come persona più che corretta e limpida”, ha detto Guerini (che l’ha avuto in giunta due volte come assessore): e, fino a prova contraria e a sentenza definitiva, la parola di Guerini non può essere messa in discussione.
Ma se il vicesegretario del partito del premier auspica che i magistrati lavorino con “la massima rapidità”, non è soltanto perché Uggetti è un amico. Il problema principale della giustizia italiana in rapporto alla politica non è, come ha erroneamente sostenuto Piercamillo Davigo, che “i politici continuano a rubare, ma non si vergognano più”: il problema è che i magistrati continuano a indagare (e i giornali ad emettere sentenze di colpevolezza), ma le inchieste non si chiudono più. Il caso ha voluto che, proprio nel giorno in cui Matteo Renzi invitava i giudici ad esprimersi non con le dichiarazioni di principio ma con le sentenze, il Tribunale di Potenza abbia condannato alcuni imputati in un’inchiesta sul petrolio (non quella che è costata il posto a Federica Guidi). Qualcuno ha colto al volo la coincidenza per burlarsi di Renzi.
Ma quella sentenza conferma meglio di dieci convegni sulla crisi della giustizia le parole del presidente del Consiglio. L’inchiesta era cominciata nel 2008, gli imputati erano 31 (fra cui alcuni amministratori locali) e, dopo otto anni di indagini e a due mesi dalla prescrizione, il Tribunale ha condannato in primo grado 13 imputati mandandone assolti 18. E questa sarebbe la giustizia che aiuta la politica a fare pulizia? Prendiamo un altro esempio: la nuova inchiesta sul petrolio, diventata pubblica il 31 marzo scorso. Dal primo aprile, tutti i giornali l’hanno messa in prima pagina, pubblicando rivelazioni e indiscrezioni, intercettazioni (spesso del tutto ininfluenti ai fini dell’indagine) e retroscena, giorno dopo giorno, fino al 17 aprile.
Quella domenica i principali quotidiani, sempre in prima pagina, annunciavano che era finito sotto inchiesta anche il vicepresidente di Confindustria, Ivanhoe Lo Bello (il Fatto, più fantasioso della concorrenza, titolava invece: “Potenza, nelle telefonate Matteo, Angelino e Lupi”). Da lunedì 18 aprile, però, non è più uscita una sola riga sulla “Trivellopoli” che qualche burattino della Casaleggio Associati srl aveva definito “più grande di Tangentopoli”, e l’inchiesta è tornata nel silenzio assordante in cui giaceva già da un paio d’anni. Che diavolo sarà successo quella domenica 17 aprile? Il governo ha imposto il bavaglio alla Procura di Potenza, i pm sono andati in ferie, c’è stata un’invasione di cavallette, un terremoto, un’inondazione, una retata di magistrati e giornalisti d’assalto? Pare che quel giorno, a parte il referendum sull’energia snobbato dalla stragrande maggioranza degli italiani, non sia successo nulla. Ma questa dev’essere soltanto una coincidenza.

L’eroica inchiesta di Potenza? E’ finita il giorno del referendum…


Fabrizio Rondolino
L'Unità 3 maggio 2016
Persino Il Fatto non ne parla più: eppure era “peggio di Tangentopoli”
Da giorni compulsiamo il Fatto con crescente ansia e curiosità alla ricerca di nuovi dettagli, nuovi particolari, nuove rivelazioni sulla grandiosa inchiesta della Procura di Potenza, la “Trivellopoli” che qualche burattino della Casaleggio Associati srl definì “più grande di Tangentopoli”, ma non riusciamo a trovare nulla.
Sfogliamo il giornale di Travaglio dalla prima all’ultima pagina, torniamo indietro, ricominciamo pazienti la lettura, ma non c’è niente. Neppure un titolino, un taglio basso, una vignetta: niente di niente.
L’inchiesta di Potenza diventa pubblica giovedì 31 marzo, e dal 1° aprile il Fatto dedica sistematicamente tutte le sue aperture di prima pagina al grande evento, in un crescendo impressionante di accuse, insinuazioni, denunce e sdegnati commenti: “Il governo d’affari al servizio della superlobby da 2 miliardi” (2 aprile), “Le mail inguaiano la Boschi” (4 aprile), “La trama dei favori: da una parte il decreto del Mise, dall’altra il piano per stoccare milioni di barili in Sicilia” (6 aprile), “Clan petroli: così lo staff della Finocchiaro aprì la commissione a Mr. Guidi” (9 aprile), “Il ritorno di Mani Pulite” (venerdì 15 aprile), “Veleni Eni, relazione falsa: indagato il perito dei pm” (sabato 16 aprile).
L’ultimo articolo compare domenica 17 aprile, sempre vistosamente in prima pagina, sotto un titolo che lascia poco spazio all’immaginazione: “Potenza, nelle telefonate Matteo, Angelino e Lupi”. Poi, il silenzio. Dell’inchiesta più grande del secolo da lunedì 18 aprile nessuno parla più. Non i giornaloni d’informazione, non quelli d’opposizione, e neppure il Fatto, che pure, come sappiamo, ama la giustizia e ricerca sempre la verità.
Che diavolo sarà successo quella domenica 17 aprile? L’eroica Procura di Potenza ha forse smesso di indagare, il governo le ha imposto il bavaglio, i pm sono andati in ferie, c’è stata un’invasione di cavallette?
E perché il Fatto, che non si ferma mai di fronte a nulla, non ha proseguito le sue inchieste, le sue indagini, le sue coraggiose rivelazioni? Quale terribile disgrazia s’è abbattuta domenica 17 aprile su Potenza? Un terremoto, un’inondazione, una retata di magistrati e giornalisti d’assalto?
Abbiamo cercato ovunque negli archivi e pare che quel giorno, a parte il referendum sull’energia snobbato dalla stragrande maggioranza degli italiani, non sia successo nulla. Ma questa dev’essere soltanto una coincidenza.

domenica 1 maggio 2016

Tutte le cose che Roberto Speranza non può non sapere


Giorgio Tonini
L'Unità 30 aprile 2016
O Speranza crede alla sua propaganda, oppure ci sta solo rifilando una pessima propaganda
Sulla Repubblica di oggi, Roberto Speranza, a nome della minoranza dem, lancia un allarme: “Se Denis Verdini entra nella maggioranza, è la fine del Partito democratico”.
Speranza mi perdonerà, ma non riesco proprio a dare credito alla sua buona fede. Perché per farlo dovrei dubitare della sua intelligenza. L’intervistatrice, Giovanna Casadio, gli fa notare infatti che Verdini, che allora era il braccio destro di Berlusconi, era in maggioranza, insieme al Pd, sia col governo Monti che con quello Letta. E Speranza, che allora era capogruppo del Pd alla Camera, risponde così: “Non sono vicende paragonabili: nel 2013 o si faceva un governo di larghe intese o non sarebbe nato nessun governo. Oggi invece un governo c’è, il dialogo con Verdini non è una necessità ma una scelta politica”.
Ecco: un dirigente politico del calibro di Speranza non può sostenere una tesi del genere senza che l’interlocutore sia posto dinanzi ad un dubbio radicale: o Speranza crede alla sua propaganda, e allora incorre in quello che Giancarlo Pajetta definiva l’errore più frequente e più grave per un giovane dirigente politico, oppure ci sta solo rifilando pessima propaganda, con grave detrimento per la sua credibilità. Speranza non può non sapere che il patto del 2013 è durato poche settimane, fino al voto sulla decadenza di Berlusconi da senatore e che il governo Letta sarebbe caduto se Alfano non avesse scelto, insieme ai suoi, la difficile strada della scissione del Pdl e della fondazione del Ncd.
Speranza non può non sapere che la maggioranza rimasta a sostegno del governo Letta non sarebbe riuscita a portare a termine le riforme costituzionali senza il ritorno di Berlusconi (con Verdini), non al governo, ma al tavolo delle riforme, attraverso il famigerato patto del Nazareno. Speranza non può non sapere che anche quel patto è stato stracciato da Berlusconi, a causa della scelta da parte del Pd di proporre ed eleggere Sergio Mattarella presidente della Repubblica e che è stato su questo passaggio che si è consumata la rottura tra Berlusconi e Verdini. Speranza non può non sapere che senza i voti del gruppo di Verdini, al Senato i 161 sì necessari alla riforma sarebbero stati ad altissimo rischio. Speranza non può non sapere che il gruppo di Ncd ha perso alcuni senatori, passati all’opposizione, a causa del voto di fiducia sulle unioni civili, sostenuto invece dal gruppo dei verdiniani.
Speranza non può non sapere, in definitiva, che oggi al Senato, senza i verdiniani, la maggioranza forse c’è e forse non c’è e dunque il dialogo con il gruppo di Verdini non è una scelta ma una necessità. Poi c’è la politica, che ci dice cinque cose. La prima è che le varie rotture del patto del 2013 sono state sempre reazioni a scelte che il Pd ha deciso in modo unanime: il voto sulla decadenza di Berlusconi, la scelta di Mattarella per il Quirinale, le unioni civili.
La seconda è che in questa legislatura i gruppi del Pd sono rimasti uniti e anzi si sono allargati a parlamentari di Sel e di Scelta civica, mentre è stato nel centrodestra che si sono consumate numerose e dolorose scissioni.
La terza è che il nostro elettorato ha compreso e condiviso quella che resta una linea politica difficile (perché è sempre difficile sostenere a lungo una collaborazione al governo con gli avversari di sempre), come ha dimostrato il risultato storico delle europee e quello largamente positivo delle regionali.
La quarta è che ciò è stato possibile perché nei contenuti dell’azione di governo e parlamentare abbiamo saputo fare compromessi alti e mai abbiamo ceduto sui nostri principi e valori di fondo.
La quinta è che c’è un solo modo per non essere più costretti ad alleanze spurie: portare a termine, con la vittoria del SI al referendum confermativo, le riforme costituzionali che renderanno possibile, finalmente, una chiara e limpida scelta del governo da parte degli elettori. Anche questo, Speranza non può non saperlo.

mercoledì 27 aprile 2016

Cari Professori del No…


Elisabetta Gualmini
Salvatore Vassallo
L'Unità 27 aprile 2016
Dal documento non traspare la minima sensibilità verso il contesto in cui la riforma è maturata e verso gli effetti di una bocciatura basata sulla ricerca di un ottimo metafisico che pare nemico assoluto del bene per i contemporanei
Cari emeriti,
proprio non vi capiamo. Abbiamo grande rispetto per voi e per il documento diffuso qualche giorno fa. Per questo, avendolo letto con attenzione, abbiamo deciso di dedicare uno spicchio del nostro 25 aprile a scrivervi. Siete tutti accademici accreditati, molti di voi hanno ricoperto alti incarichi istituzionali. Essendo però come noi, prima di tutto, dei ricercatori, di sicuro considererete normali il contraddittorio e le confutazioni. Avendo deciso di agire in gruppo per una iniziativa politica troverete anche ovvio che essa sia oggetto di un giudizio pubblico appassionato.
Alcuni tra voi 56 sono membri di un club di cauti riformatori a cui ci siamo sempre ispirati, che però non hanno trovato nel loro tempo la finestra di opportunità per riformare. Altri sono convinti da sempre che la Costituzione sia intoccabile, che fuori dal sistema proporzionale non c’è democrazia, come un tempo fuori dalla Chiesa non c’era salvezza, e che in ultima istanza sulle cose veramente importanti, piuttosto che la politica, sia meglio che decidano istituzioni di sapienti, di nobili coltivati da colte letture, messi al riparo dalla becera necessità di conquistare il consenso e governare giorno per giorno gli interessi in conflitto.
Ci scuserete se abbiamo fatto due conti sulla vostra età, che in media è di 69 anni. Quattordici di voi sono stati giudici costituzionali. Ben dieci hanno goduto delle vorticose rotazioni alla presidenza della Consulta basate sull’anzianità – tre nel solo 2011 – su cui si è soffermato Sabino Cassese nel suo istruttivo Dentro la Corte (Il Mulino, 2015) e sono dunque “emeriti”, con le annesse prerogative. In questo sottogruppo di supersaggi, l’età media supera gli 81 anni. Siete tutti invidiabilmente lucidi. Non è questo il punto che vogliamo sollevare. Né noi due siamo particolarmente giovani, a dirla tutta. Ci pare però significativo il criterio in base al quale il gruppo si è autoselezionato, uno specchio di certe istituzioni italiane, un po’ decadenti, che ci è capitato di frequentare. A maggior ragione ci pare stonato il messaggio di fondo che proponete, di fronte a un Paese che sta cercando affannosamente di ricominciare a crescere. Il messaggio suona più o meno così: “noi che deteniamo le massime conoscenze teoretiche sull’oggetto, noi che siamo la quintessenza della saggezza, noi che siamo l’empireo dei Professori ci siamo riuniti in concilio, abbiamo attentamente soppesato i pro e i contro della riforma costituzionale, e abbiamo deciso di dire NO. E poi No.” A pensar male, il primo sottinteso pare una rivalsa, condita di un certo disprezzo, verso Renzi-ilplebeo, uno che parla in maniera approssimativa e irruente, che schifa i tecnici e ancora di più i professoroni, i loro convegni e le loro tartine. Non li invita a cena, non li promuove a ruoli importanti, se può ne fa volentieri a meno. O verso la Boschi-così-leggera, una neo-laureata senza nemmeno un dottorato di ricerca in diritto pubblico che, ciononostante, non ha sentito il bisogno di convocare un Concilio di emeriti prima di proferire verbo sulla materia (come se poi non fossero bastati tutti i precedenti, dalla Bicamerale Bozzi del 1982 alla Commissione dei Saggi del 2013).
Ma veniamo al merito. Il vostro documento, forse per la combinazione di idee tanto diverse, per quanto accomunate dallo status, presenta a nostro parere una serie di contraddizioni evidenti proprio sui punti politicamente più rilevanti.
La prima è che alcuni di voi, nel giro di poche settimane, hanno dovuto sotterrare la bomba-bufala della “svolta autoritaria” e hanno imbracciato lo spadino-di-cartoncino del diavolo che si annida nei dettagli. Il prof. Gustavo Zagrebelsky, in un documento del 31 marzo 2014 intitolato proprio in quel modo, sosteneva che «stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione […] per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali». E in un altro del 6 marzo 2016  parlava della riforma come “la razionalizzazione d’una trasformazione essenzialmente incostituzionale, che rovescia la piramide democratica”. Il documento dei 56 di cui Zagrebelsky è cofirmatario pone invece questioni minori sulla ripartizione dei poteri tra senato e camera o tra stato e regioni, da cui solo con molta fantasia e una sviluppata propensione alle teorie del complotto si possono far discendere i pericoli di cui sopra.
Avreste voluto un Senato con maggiori poteri, ma allo stesso tempo un processo legislativo più semplice. Uno studente del primo anno verrebbe inchiodato di fronte alla banalità della contraddizione. Per dare più rilevanza al Senato bisognerebbe stabilire in quali altre materie ha maggiori poteri, chi ha la prerogativa di smembrare i progetti di legge che le contengono, con quali procedure e quali maggioranze il senato le esamina o le approva. Il sistema proposto dalla Boschi-Renzi è comunque semplicissimo. Ha solo due procedimenti, pienamente bicamerale per norme ordinamentali e di rango costituzionale, a prevalenza della Camera per il resto. E in ogni caso, per evitare in radice le incertezze e i conflitti di cui vi state preoccupando ci sono solo due strade: il monocameralismo o il bicameralismo perfettamente paritario.
Avreste preferito inoltre che in Italia fosse trapiantato il Bundesrat tedesco. Non lo dite apertamente, ma lamentate che nel Senato voluto dalla riforma “non si esprimerebbero le Regioni in quanto tali, ma rappresentanze locali inevitabilmente articolate in base ad appartenenze politico-partitiche”. Ora, l’unico senso che si può dare a questa frase è: “sarebbe stato molto meglio un Senato composto solo dai Presidenti delle Regioni e da loro delegati, come in Germania”. A meno che non pensiate ad un Senato di supersaggi, scelti non si sa come, capaci di rappresentare meglio dei Presidenti, eletti dai cittadini, le Regioni “in quanto tali” e non “in base ad appartenenze politico-partitiche”. Ci chiediamo che cosa avrebbe scritto del Bundesrtat italiano, cioè di un Senato più forte, che sarebbe composto oggi all’80% da Presidenti del Pd-di-Renzi, il prof. Zagrebelsky sul Fatto Quotidiano…
Sembrate considerare una mera eventualità il fatto che il referendum riguardi l’intera legge approvata dal Parlamento, mentre proponete una votazione per parti, mettendo in dubbio quanto scrive a chiare lettere la Costituzione ed è già stato fatto nel 2006. Ci chiediamo sommessamente: quale magistrato della Cassazione o della Corte costituzionale avrebbe il potere di preparare lo spezzatino? Come è possibile che poniate un problema del genere? Sollecitate forse un rimpallo tra Cassazione e Corte costituzionale per rinviare? Ne avete già discusso con qualcuno che siede in quelle istituzioni?
Ma ancora di più ci stupisce, o forse no, quello che nel documento manca.
Non c’è nessuna preoccupazione verso la possente ondata di riprovazione popolare di cui sono oggi oggetto la politica e le istituzioni, e la necessità oggettiva di dare meditati segnali di sobrietà. Evidentemente per voi i costi della politica non sono un grosso problema e comunque sono altrove. Avreste voluto un altro Cnel al posto del Cnel. E sempre secondo voi non è così importante ridurre il numero dei parlamentari. Decostituzionalizzare le province (che non vuol dire abolire per forza e dappertutto un ente di area vasta, come voi scrivete) non va bene.
Dal documento non traspare la minima sensibilità verso il contesto in cui la riforma è maturata e verso gli effetti di una bocciatura basata sulla ricerca di un ottimo metafisico che pare nemico assoluto del bene per i contemporanei. Nessun accenno al fatto che senza l’entrata in vigore della riforma costituzionale e dell’Italicum entro il 2016, cioè almeno 18 mesi prima della scadenza naturale della XVII legislatura, i successivi governi sarebbero destinati a dibattersi tra instabilità e inconcludenza, e il parlamento tornerebbe a essere un suq. Anche a causa di quei giudici della Corte costituzionale che con la sentenza numero 1 del 2014 hanno reintrodotto di loro pugno, contraddicendo la volontà ripetutamente espressa con chiarezza dai cittadini italiani e dal parlamento, un sistema elettorale proporzionale, simile a quello della Prima Repubblica.
Nel documento nemmeno si intravede il fosso in cui Paese si sarebbe piantato senza l’impuntatura a schiena dritta del canuto-Re-Giorgio e il testimone preso dal giovane-Renzi-il-plebeo. Come se voi non sapeste che solo la determinazione congiunta del ragazzo che sta a Palazzo Chigi e dell’anziano ex-inquilino del Quirinale ha potuto rompere le fortissime resistenze sotterranee che hanno impedito per trent’anni di fare quanto Costantino Mortati considerava ovvio già nel 1972, e cioè trasformare il senato in una sede di rappresentanza degli enti territoriali. Perso questo treno, difficilmente ne passerà a breve un altro.
Noi, contrariamente a voi, siamo molto preoccupati per questa eventualità, non per il governo Renzi, ma per chiunque dovrà governare e vivere in Italia dopo. E siamo anche consapevoli, nel nostro piccolo, che le riforme ottime non esistono, come insegnano i buoni manuali di diritto pubblico e di politica comparata, che tutte sono perfettibili e che farle con un governo di compromesso uscito fuori per miracolo da una situazione di completa paralisi non era un’operazione semplice. E quindi diciamo SI. E poi Sì.