giovedì 1 agosto 2013

Medio Oriente: Il nodo degli insediamenti nei colloqui di pace

L’ultima volta che i negoziatori israeliani e palestinesi si sono seduti allo stesso tavolo per dei colloqui di pace prolungati, durante la seconda amministrazione Bush, lo sforzo per cercare un compromesso è stato grandissimo.
Oggi dovrà essere ancora più grande, scrive il Washington Post. Negli ultimi cinque anni, la popolazione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania è cresciuta del 20 per cento, e i politici favorevoli all’occupazione sono diventati sempre più influenti.
In Cisgiordania i coloni hanno costruito musei, università, bar e centri commerciali. Edifici pensati per durare nel tempo.
Il 29 luglio, primo giorno della riapertura dei negoziati, il segretario di stato John Kerry ha incontrato le prime difficoltà. Dopo una cena con i rappresentanti delle due parti (la ministra della giustizia Tzipi Livni e il diplomatico palestinese Saeb Erekat) Kerry ha detto: “Non è un segreto che questa sia una trattativa difficile. Se fosse stata facile, si sarebbe risolta molto tempo fa”.
I nodi da sciogliere sono molti: come risolvere i problemi di sicurezza di Israele, come dividere Gerusalemme in modo che diventi la capitale palestinese, cosa fare con i rifugiati palestinesi e in che modo disegnare i confini del nuovo stato palestinese.
California o Cisgiordania? Ma l’aumento degli insediamenti è un problema particolarmente complesso. In Cisgiordania vivono dai 340mila ai 360mila israeliani, secondo il governo di Tel Aviv. E altri 300mila vivono a Gerusalemme est, che i palestinesi vorrebbero trasformare nella loro nuova capitale.
Negli insediamenti vivono soprattutto famiglie del ceto medio, che abitano in ville in pietra bianca e mattoni rossi. Case che sembrano uscite più dal sud della California che dalla Terra santa.
“Gli israeliani parlano di pace, ma sui territori occupati si comportano in modo diverso. Noi vogliamo la pace, ma gli insediamenti ci privano della nostra terra”, ha detto Yousef Abu Maria, portavoce del Movimento popolare, un gruppo che protesta contro l’occupazione israeliana.
Gli Stati Uniti e altri stati, basandosi sul diritto internazionale, considerano gli insediamenti israeliani illegali, perché sono costruiti su territori occupati. E nonostante il loro aumento, sono considerati controversi perfino in Israele.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu deve collaborare con una coalizione che ha al suo interno molti politici che sono a favore degli insediamenti. “Mentre i negoziati vanno avanti, noi continueremo a costruire a Gerusalemme e in Cisgiordania”, ha dichiarato Naftali Bennett, ministro israeliano dell’economia e direttore del Yesha Council, un’organizzazione che gestisce le costruzioni nei territori occupati.
“Da un punto di vista psicologico, non si può tornare indietro. Noi siamo qui per rimanere. Smantellare gli insediamenti ci spezzerebbe la schiena. Sarebbe la fine di Israele. Sarebbe la fine del sionismo”, dice Dani Dayan, leader dello Yesha Council.
Internazionale 1 agosto 2013

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