Intervista a Gianni Cuperlo, La Repubblica, 14 giugno 2013
Gianni Cuperlo sfiderà Matteo Renzi per
la segreteria del Pd, se alla fine il sindaco di Firenze sarà in campo.
«Lui dice merito e carità. Ma è diverso dire uguaglianza, talenti e
dignità. Sarà un confronto libero e aperto». Cuperlo vuole tenere
separati i ruoli di segretario e premier, ma detta i tempi del governo
Letta: «Faccia le riforme istituzionali. Poi si torna al voto».
Quali sono il percorso e i tempi giusti per il congresso del Pd?
«Un percorso trasparente e tempi rapidi.
Siamo un partito, e non è poco. Abbiamo appena ottenuto un risultato
straordinario nel voto amministrativo. Ma guai a ignorare
quell’astensione che dice del divorzio tra le istituzioni e le persone
che spesso stanno peggio. Alle spalle abbiamo anche la delusione di
febbraio, il trauma del voto su Marini e Prodi, le dimissioni
dell’intero gruppo dirigente e sarebbe ipocrita scaricare quel peso solo
su Bersani. Per me il congresso è questo».
Anche il Pd, come dice Bersani, corre un rischio di leaderismo?
«Bersani ha tutte le ragioni nel dire
che il modello di partito-proprietà non è il nostro. Basta vedere
l’involuzione degli altri. Il Pd è una scommessa diversa, ripensare la
partecipazione nel cuore di una crisi della democrazia. Questo non vuol
dire fare a meno dei leader. Vuol dire rinnovare il sentimento che lega
una classe dirigente al popolo che si sceglie di rappresentare. La
destra può fare a meno di questo. Noi no».
Esiste un modo per battere Renzi?
«Ma noi non dobbiamo battere Renzi,
dobbiamo battere la destra. Renzi è un talento del Pd. Con lui e con
altri è utile discutere sulle cose. Dell’idea di partito, di paese, di
un mondo dimenticato. Lui dice merito e carità. Sono termini alti. Ma è
diverso dire uguaglianza, talenti e dignità. Sarà un bene confrontarsi
in libertà».
La sua piattaforma sarà contro le larghe intese?
«Dobbiamo sostenere il governo lealmente
e con autonomia sapendo che siamo seduti su una polveriera. La crisi
sta divorando le sicurezze più elementari a partire dal cibo sulla
tavola. Bisogna aggredire il dramma sociale ed economico. Ma questa è
una condizione di emergenza e, fatte le riforme istituzionali
necessarie, bisognerà tornare al voto e all’alternanza».
Il congresso alimenterà il correntismo?
«Non debellare la malattia sarebbe
irresponsabile. Un correntismo esasperato è cosa diversa dal pluralismo.
Quella logica si rompe investendo sulla cultura politica e anche con
regole certe e una volontà unilaterale. Io ci sto».
Quindi conferma la sua candidatura alla segreteria.
«È una sfida che fa tremare le vene ai
polsi, lo so. Io lavorerò a una mescolanza vera. Penso sia giusto
distinguere tra segretario e premier. Mi sono convinto che la stima
verso il Pd e i partiti possa rinascere anche da lì, dal fatto che
governare è decisivo, a partire dalle città, ma che i partiti devono
esistere anche fuori dalle istituzioni, soprattutto se sanno mutare
logiche e consuetudini del potere».
È un danno o un vantaggio essere il candidato di D’Alema?
«Groucho Marx avrebbe risposto “spero
non sia un danno per lui”. Detto ciò credo in una società dove nessuno
debba essere “di qualcuno” se non della propria responsabilità. Mi
piacerebbe valesse anche per me».
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