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sabato 22 febbraio 2014
Strage piazza Loggia Brescia, Cassazione annulla assoluzioni Maggi e Tramonte
Dovrà essere celebrato quindi un nuovo processo d’appello a carico di due degli imputati assolti in appello per la strage di piazza della Loggia a Brescia. I supremi giudici hanno quindi accolto il ricorso della Procura generale di Brescia contro le due assoluzioni. Che diventa definitiva per Delfo Zorzi. "Ritrovo il senso di una giustizia che ha dato risposto alla storia - così Manlio Milani, presidente dell’associazione delle vittime -. Ritrovo qui i compagni che non ci sono più"
istruttivo
La macchina della saliva
Massimo Gramellini
La Stampa 22 febbraio 2014
Non è vero che gli italiani adulano il potente di turno solo per
necessità. A volte lo fanno per propensione naturale. Il settimanale
«Oggi» ha raccolto i pareri dei compaesani di Rignano su Matteo Renzi.
Un compagno delle elementari ne rammenta «l’intelligenza superiore»
mentre una vicina di banco delle medie si avventura in metafore
primaverili: «E’ come i mandorli: sempre il primo a fiorire. Mi creda,
tra Papa Francesco e Matteo siamo in buone mani». Il parroco non
conferma né smentisce, ma perdona: «L’ambizione smisurata è un
peccatuccio da cui lo assolvo: anche i padri costituenti erano
smisuratamente ambiziosi». Smisurata è la pagella calcistica stilata
dall’allenatore della squadra locale: «L’era un bel mediano, Matteo:
aveva i piedi grezzi ma suppliva con il carisma, Un Pogba in miniatura».
E il suocero: «Padre Pio a 5 anni ha visto l’angelo custode, Pelè a 15
giocava in nazionale. Matteo l’ho conosciuto che ne aveva 16 e ho capito
subito che aveva quella stoffa lì». Un po’ padre Pio e un po’ Pelè (per
tacere del Papa e di Pogba). «Quel figliolo è una benedizione». Santo
subito, allora. Il pizzaiolo ostenta già il primo miracolo: «Viene qui
anche alle due di notte e si spazzola due Margherite. L’è un prodigio».
Infine, immancabile, il mito dell’insonne, coltivato dall’amico scout:
«Io se non sto a letto sette ore sono uno zombie, ma a lui ne bastano
quattro».
Matteo stai sereno. Se tra un anno dovessi cadere in disgrazia, si
dirà che a scuola copiavi dai vicini, che a calcio eri un brocco e che
in fondo sei sempre stato solo un debosciato che mangiava alle due di
notte senza mai andare a dormire.
Il miglior governo Renzi possibile
Stefano Menichini
Europa
Nelle condizioni date, la soluzione più prossima all'ideale
renziano. Napolitano aiuta il primo governo "non del presidente" dopo
anni. I ministeri pesanti alle donne, i riformisti per economia e
lavoro, gli equilibri politici e i rischi del futuro.
Non
è il monocolore Renzi che lui sognava nella breve marcia di
avvicinamento all’obiettivo della sua giovane vita. Ma è il governo più
vicino al suo ideale che le condizioni politiche, gli equilibri del Pd e
l’eredità della Seconda repubblica gli hanno consentito di fare.
Dopo tre anni, non abbiamo più un governo del presidente, inteso come
presidente della repubblica. Ed è Napolitano che esplicitamente
annuncia il cambio di fase: nella buona e nella cattiva sorte, «senza
mettere la mano sul fuoco» sulla durata, questo governo è tutto soltanto
del premier che lo guiderà.
Del resto, trattandosi di Matteo Renzi, non potrebbe essere altrimenti.
Anzi, il capo dello stato ha voluto, inusualmente se vogliamo,
calcare la mano sugli elementi di novità: Napolitano aiuta Renzi a
rafforzare il messaggio del cambiamento perché, forte dell’esperienza,
capisce che questo è il punto di forza di un tentativo che comunque
vadano le cose sarà l’ultimo dei suoi due mandati.
È un governo forte? È debole? Riuscirà a rispettare la micidiale
tabella di marcia alla quale il premier s’è legato? Farà tutte le
riforme promesse o solo un pezzo? Durerà otto mesi, un anno, quattro
anni?
Escludendo a occhio l’ultima opzione (per motivi che hanno a che
vedere non con la qualità dell’esecutivo ma con la fragilità del quadro
politico generale), salta agli occhi la blindatura che Renzi ha
realizzato sul versante Pd: sarà un dato di stabilità importante, non
così scontato.
I rapporti di forza col Ncd non possono essere misurati sulle
scontate presenze ministeriali, quanto sull’esistenza o meno della
famosa clausola che congela la riforma elettorale fino al completamento
di quelle costituzionali. Sapremo lunedì in parlamento se questa
clausola esiste veramente.
La perfetta suddivisione tra uomini e donne rappresenta un risultato
storico, con l’aggiunta di avere donne a capo di dicasteri pesantissimi.
Soprattutto per Federica Mogherini e Roberta Pinotti si tratta di sfide
clamorose. Anche se l’assenza di Emma Bonino è negativa secondo noi,
l’unica scelta difficile da capire e condividere.
Poi c’è l’apparato economico e del welfare. E c’è la giustizia. Dove
le scelte sono solide, garantiscono competenza, tenuta e un alto tasso
di volontà riformatrice. Più difficile scommettere sul fatto che Padoan,
Poletti e Guidi, per le rispettive provenienze, sappiano accompagnare
la missione storica che Renzi si è autoassegnato: la rivoluzione contro
l’establishment nazionale.
Ma su questo punto cruciale, come del resto sull’intera immagine e
sorte del governo, alla fine conterà solo l’attività e l’energia che
Matteo Renzi riuscirà a metterci.
Pier Carlo Padoan è una garanzia assoluta per qualsiasi istituzione,
paese e osservatore internazionale. Ma prima di questo è un uomo di
sinistra di stampo moderno, provatamente riformista, l’opposto della
conservazione. Garantisce i mercati, come usa dire. La speranza è che
sappia anche stupirli un po’.
Così come Giuliano Poletti, che Renzi colloca sulla frontiera per lui
più importante. È vero, Poletti proviene dalle coop rosse, dunque è
cresciuto dentro il più tradizionale degli ambiti di potere della
sinistra italiana. Detto questo però è detto molto ed è detto poco,
perché quel mondo ha subìto negli ultimi anni cambiamenti ed evoluzioni
perfino drammatiche. E la scelta di Renzi – ovviamente destinata anche a
rassicurare chi a sinistra si sente minacciato dalle ricette alla
Pietro Ichino – significa affidare il ruolo centrale nella riforma del
welfare e del mercato del lavoro non alla mano pubblica, né alle ricette
laburiste old style, bensì a quello che una volta si chiamava
Terzo settore, cioè l’enorme bacino di compensazione tra pubblico e
privato, tra stato, imprese e cittadini, dove vivono le esperienze più
avanzate di flessibilità positiva, di innovazione nella fornitura di
servizi alle famiglie e alle imprese, e dove la tenaglia della
burocrazia prende di meno.
Gli snodi cruciali della polemica politica, quindi del rischio per il
governo, sono anche altri, a cominciare dalla giustizia. E qui la
scelta di Andrea Orlando (smentendo le voci giornalistiche sulla
promozione di alcuni bravissimi magistrati) dà garanzia di indipendenza
rispetto al gioco dei poteri corporativi di giudici e avvocati. Che cosa
poi ne pensi Berlusconi – visto che questa pare essere una domanda
inevitabile – è in realtà irrilevante, comunque possiamo stare sicuri
anche su questo lato del problema.
Insomma, moltre altre cose si potranno dire e si diranno sulla
squadra di governo, sulla sua età media e sui molti esordienti. Sulla
cancellazione secca di alcuni dicasteri, che torneranno sotto forma di
deleghe ai viceministri e ai sottosegretari: le pari opportunità
(seguirà ampio dibattito, non facilmente risolvibile con la quantità di
donne promosse al governo), l’integrazione (dove può essere giudicato
positivo e coraggioso che Renzi non si sia posto il problema di
sostituire Cecile Kyenge con altre figure simbolicamente altrettanto
forti), gli affari europei.
Dove può arrivare il governo Renzi-Delrio? Intanto possiamo star
certi che il premier non s’è dato una scadenza troppo ravvicinata.
Insomma, non c’è il trucco dell’esecutivo fatto soltanto per poi
svicolare verso le elezioni anticipate nel più breve tempo possibile.
Per certi aspetti però, senza voler risultare offensivi, è anche vero
che questo è un governo per così dire “rinunciabile”: la mano di chi
l’ha formato e lo guiderà è più forte delle logiche politiche che
l’hanno ispirato e del potere d’interdizione dei partiti che compongono
la maggioranza. Per cui, il giorno che Renzi riterrà esaurito il margine
di operatività positiva dei suoi ministri, potrà staccare la spina
senza rimpianti. Chiaro, sempre se nel frattempo saranno arrivate in
porto le riforme della legge elettorale e, almeno, del senato.
Con più calma andranno riletti i passaggi che hanno portato a questo
risultato, ampiamente accettabile nelle condizioni date. Perché in più
di un momento s’è avvertita, dietro l’energia di Renzi, la dedizione al
lavoro e la capacità di relazione di Delrio e la indispensabile
esperienza politica di Franceschini, l’assenza di una leadership
collettiva del nuovo corso democratico. E questo, se forse non è un
problema adesso che si parla di governo e il manico è saldamente nelle
mani del nuovo premier, sarà un problema presto. Perché questo punto
debole è stato individuato da tutti, fuori e dentro il Pd; sarà
amplificato dalle scelte di chi (Civati, Tocci) si chiamerà fuori nelle
prossime ore; e dovrà essere risolto fatalmente delegando una parte del
potere accentratore che adesso detiene il segretario-premier.
Ma questa oggi non è un’urgenza per l’Italia. All’Italia premeva di
più sapere se avrebbe avuto da Renzi e dal suo Pd un governo all’altezza
della situazione drammatica del paese. Oggi scommettiamo di sì, per
stima, per valutazione razionale e per ottimismo della volontà. Poi
vedremo alla prova dei fatti.
giovedì 20 febbraio 2014
Strage piazza della Loggia
Pg: “Annullare assoluzioni. Maggi ideatore e mandante”
Il procuratore generale della Cassazione Vito D'Ambrosio chiede un nuovo processo per i tre imputati Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte e Delfo Zorzi: "Verrebbe meno la mia coscienza di cittadino se non chiedessi alla Corte di colmare, con gli strumenti che ha a disposizione, le lacune di una sentenza che non può essere accettata"
buone notizie....
Andrea Marcucci
L'abolizione
del finanziamento pubblico ai partiti sembrava un tema impossibile,
oggi è legge. E' la migliore dimostrazione che la volontà politica del
Pd è in grado di cambiare il Paese.
Ricordo le reazioni indispettite quando Matteo Renzi introdusse con forza l'argomento, e ciò conforta perchè significa che le forze politiche dimostrano la capacità di sintonizzarsi con gli umori del paese. Oggi va anche ricordato lo storico impegno del partito Radicale che più volte ha presentato referendum abrogativi, oggi finalmente recepiti dal Parlamento.
Ricordo le reazioni indispettite quando Matteo Renzi introdusse con forza l'argomento, e ciò conforta perchè significa che le forze politiche dimostrano la capacità di sintonizzarsi con gli umori del paese. Oggi va anche ricordato lo storico impegno del partito Radicale che più volte ha presentato referendum abrogativi, oggi finalmente recepiti dal Parlamento.
Grazie dell’ascolto
Massimo Gramellini
La Stampa 20 febbraio 2014
Chi ha vinto tra Grillo e Renzi, protagonisti in diretta tv di un
breve saggio sull’incomunicabilità umana? Se la posta in palio
dell’incontro tra il nemico del Sistema e la sua ultima faccia
presentabile fosse stata la conversione di Grillo ai riti della
democrazia, Renzi avrebbe perso su tutta la linea, ricevendo la prima
dimostrazione plastica che i problemi non si risolvono solo perché al
governo è arrivato lui. Ma se in gioco c’erano i voti dei grillini
moderati, «the winner is» Matteo, che quegli elettori tenta di sedurre
da tempo, a colpi di tagli alle province e alle autoblù. Si tratta di
persone che detestano i privilegi dei politici, ma hanno ancora una
insopprimibile predilezione per il rispetto delle forme. E quel Grillo
che, come certi arnesi da talk show, interrompe l’interlocutore e si
rifiuta di ascoltarlo, appare loro più un eversore che un liberatore.
Grillo ha sfondato tra i giovani, integralisti per natura, e tra i
disperati, integralisti per necessità. I duri e puri saranno andati in
sollucchero nel vederlo maltrattare colui che ai loro occhi rappresenta
il volto giovane dell’Ancien Régime. C’è però un’altra Italia, che ha
votato Cinquestelle per riformare il sistema, anche profondamente, ma
non per rovesciarlo. Grillo, a cui non fa difetto la coerenza, ieri ha
detto che questi oppositori all’acqua di rose hanno sbagliato a votare
per lui. Se il leader del Pd avesse rovesciato il tavolo, come suggerito
da Giuliano Ferrara, avrebbe conquistato il voto fondamentale di
Giuliano Ferrara. Standosene invece buonino e calmino – come dice Renzi,
che non è né l’uno né l’altro – ha discrete speranze di prendersi tutti
gli altri.
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