venerdì 3 ottobre 2014

Lampedusa un anno dopo. Giornata dell’accoglienza in memoria della strage

Valentina Longo 
Europa  

Furono 368 le vittime del naufragio. Oggi sull'isola i sopravvissuti e i parenti delle vittime che ancora non sanno dove sono stati sepolti i propri cari. L’abbraccio del papa ai superstiti
Lampedusa il 3 ottobre di un anno fa era un mare pieno di morti. Trecentosessantotto ne avrebbero sommati sull’Isola dei conigli, corpi di donne, bambini e uomini ignari e spaventati, stipati in quel disastrato barcone che non li contenne, su cui erano stati imbarcati a centinaia di chilometri di là dal Mediterraneo. Fu una «strage di innocenti», per il capo dello stato Giorgio Napolitano.
Quelle sono solo alcune delle decine di migliaia che ogni anno tentano l’impresa: da gennaio a oggi per l’Europa sono già partiti in 130mila e tremila di loro sono morti, spiega l’Unhcr.
Oggi è una giornata simbolo anche per queste vittime, è la giornata di quelli che in un anno sono diventati testimoni di vite che non ci sono più, pezzi del racconto di altri, superstiti. Sono figli, mariti, mogli, genitori di anime annegate in circostanze orribili in una notte nell’acqua gelida, di corpi gettati sulla costa siciliana e sepolti in bare senza nome.
Lampedusa un anno dopo è un luogo dei ricordi e un’occasione per non dimenticare, per gridare “mai più”. Sono i 368 drappi bianchi che alle 11 di questa mattina sventoleranno in un flashmob che si trasformerà in un video-racconto, una cartolina per l’Ue che deve darsi da fare: è a Bruxelles che si chiedono canali umanitari e l’istituzione ufficiale di una “Giornata dell’accoglienza”.
Lo fanno – non da ora – le organizzazioni non governative, le istituzioni religiose, i volontari sul campo e nei Cie, le donne e gli uomini che lì stanno.
Lampedusa oggi sono quelle 368 lanterne che i sopravvissuti  – mercoledì sessanta di loro sono stati ricevuti da papa Francesco – accenderanno in piazza alle sette di stasera. Sarà questo il momento con cui si chiuderà la giornata delle tante manifestazioni che i comuni di Linosa e Lampedusa per primi hanno voluto e appoggiato insieme all’Arci e al Comitato spontaneo 3 ottobre, che vuole “proteggere le persone, non i confini” e che per simbolo ha una bottiglia galleggiante, nella sua pancia tre figure, tutte con lo sguardo rivolto verso il suo collo stretto.
Molte sono le occasioni per ricordare: dalla serata speciale di Raitre al Tg2 in diretta dall’isola alla diretta che dal Festival di Internazionale a Ferrara ha organizzato con Medici senza frontiere. Le ong unite, da Terre des Hommes a Oxfam a Msf chiedono di cambiare la prospettiva dell’emergenza, che si predispongano percorsi sicuri e legali per chi cerca salvezza in Europa attraverso il reinsediamento, programmi di ammissione umanitaria e l’agevolazione dei ricongiungimenti familiari.
Scriveva Save the Chidren a giugno in un rapporto, che l’età media dei minori che hanno cercato di arrivare in Italia da gennaio a giugno è cinque anni e che per la gran parte di questi bambini partono soli, in fuga soprattutto dalla Siria e dalla Libia. Sono i bambini a ingrossare il numero dei migranti che si infilano in quei barconi, che promettono fortuna e portano morte invece di futuro. Lo sappiamo, non dimentichiamolo.

Bella lezione di politica dal tecnico Padoan

Stefano Menichini 
Europa  

Altro che fronda antirenziana, la versione del ministro sui "mille giorni" è la più semplice spiegazione di ciò che il governo deve fare. Diretta anche all'amico e compagno D'Alema
Abbiamo letto di tutto. Napolitano in rotta con Renzi. Draghi in rotta con Renzi. Padoan in rotta con Renzi. Terra bruciata intorno palazzo Chigi, l’idea che si stesse scavando là sotto una galleria da mina nella quale far sprofondare il premier per sostituirlo con una riedizione di gabinetti tecnici, presidenziali, d’emergenza se non addirittura eurodiretti.
L’intervista di Pier Carlo Padoan al Foglio restituisce, dalle stanze di via XX settembre presunto quartier generale della fronda, un’immagine completamente diversa. Francamente più realistica, soprattutto considerando la serietà del ministro dell’economia.
Ribadito da lui, l’orizzonte dei mille giorni perde i connotati tattici o furbeschi che siamo ormai abituati ad accostare a Renzi. Per come le mette Padoan, con tutta la sua esperienza internazionale, le cose sono più banali ma più rassicuranti: quello è il tempo che serve all’Italia per mandare a regime e verificare i risultati delle indispensabili riforme ora in cantiere.
Nessuna concitazione, nessuna ansia, nessuna precipitazione. Però per favore un po’ di coerenza: non si può chiedere per mesi di sfidare l’ossessione rigorista tedesca, e poi darsi da fare per fermare le riforme che devono fornire le munizioni di questa battaglia.
La lezioncina implicita e anche esplicita che il professor Padoan impartisce al suo ex premier D’Alema (ne era consigliere economico nel ’98-’99) è perfetta. Il mercato del lavoro si riforma anche in recessione, quel che è decisivo è solo il consenso popolare intorno alle scelte. E deve venire proprio dal tecnico Padoan questa rivendicazione di autonomia e centralità della politica…

Berlusconi condanna Fitto: sei come Fini.


Corriere della Sera 03/10/14
P. D. C.

L’aria era pesante, dicono. Ma lo scontro violentissimo andato in onda ieri all’ora di pranzo, nell’ufficio di presidenza di FI, tra Berlusconi e Fitto ha superato le aspettative anche dei più pessimisti.

Che l’ex governatore della Puglia — con le sue critiche reiterate alla selezione della classe dirigente azzurra e ad una linea troppo schiacciata su Renzi — avesse da tempo portato il Cavaliere sull’orlo di una crisi di nervi era fatto noto. Ma che i nervi a Berlusconi saltassero in pubblico, davanti a 80 attoniti parlamentari, tanto da portarlo ad alzarsi dal tavolo della presidenza, a risalire l’emiciclo del Parlamentino di Palazzo Grazioli e ad arrivare a mezzo metro da Fitto minacciandolo più e più volte «io ti caccio, ti caccio, nomino i probiviri e ti caccio! Sei figlio della vecchia dc, di un vecchio dc!», è stato troppo oltre le righe per non preoccupare molti. E non costringere lo stesso ex premier, in serata, a diffondere una nota quasi di scuse: «Ho detto con franchezza a Fitto quello che penso, come un padre con un figlio che commette errori. Non volevo offendere lui o la sua famiglia».

E dire che c’erano pure le premesse per una tregua. Dopo le polemiche per le indiscrezioni che volevano Berlusconi a un passo dallo spazzare via la vecchia guardia in un’operazione rinnovamento e pronto all’abbraccio con Renzi sull’articolo 18, il leader azzurro aveva fatto due mosse concilianti. La prima, la convocazione dell’organo del partito per dire che «non voglio mandare via nessuno, ho stima di tutti voi». La seconda, un documento di 4 pagine in cui si ribadiva l’intenzione di tener fede al patto del Nazareno su riforme e legge elettorale, ma si giurava che «siamo e saremo opposizione su tutto il resto». Articolo 18 e legge di Stabilità compresa: «Non c’è mai stata l’ipotesi di un soccorso azzurro», ha assicurato alla fine Paolo Romani.

Un’apertura in fondo proprio sulla linea che i 35 dissidenti capeggiati da Fitto portano avanti anche in Parlamento, con dichiarazioni e voti espliciti o segreti. Ma quando Berlusconi ha chiesto di votare il documento (poi passato con i soli voti contrari di Fitto e Capezzone) è cominciata a salire la tensione: «Serve il dibattito prima», la protesta dei dissidenti. Berlusconi lo ha concesso: ha chiesto opposizione dura lo stesso Capezzone attaccato violentemente da Verdini perché «se fate saltare l’Italicum e ci arriva il Mattarellum sarete responsabili della sconfitta e vi impicco a un albero!».

Poi, Fitto. L’ex ministro tentava di argomentare «gli errori che stiamo commettendo» e Berlusconi lo interrompeva. Brutale il botta e risposta. «Se non sei d’accordo su questa linea, vattene! Hai 300mila voti, fatti un partito tuo e poi forse mi ci alleo!». «Non me ne vado, questo è il mio partito». «Non devi permetterti di andare in tv, di farmi il controcanto quotidiano: dai focus group risulta che ci hai fatto perdere il 3-4% con le tue polemiche!»: «Ah, per colpa mia perdiamo, non perché ci costringi a fare le dame di compagnia di Renzi!». «Sei tu che stai dilaniando il partito, organizzi riunioni segrete, io ti caccio!».

«Non puoi farlo, non hai gli strumenti statutari e non esiste un motivo!». «Sei come Fini!» «No, lui voleva abbattere il tuo governo!». «Sei come l’Ncd!». «È il contrario, quelli ti dicevano sempre sì e poi ti hanno fregato per restare attaccati alla poltrona!». «Stai portando i metodi della peggiore politica democristiana in FI, sembri un parroco di Lecce, sei figlio di un vecchio democristiano». E qui fitto ha chiuso la tenzone: «Non sai di cosa parli...».

Finisce malissimo, insomma, la «peggiore giornata di FI che io ricordi» come dice un ex ministro. E se rompere per Fitto «non è nelle cose», ricostruire sarà difficile. Forse impossibile.




La Bad Godesberg di Renzi.


Intervista al Senatore Giorgio Tonini a cura di Pierluigi Mele

Sulla Riforma del lavoro il PD sta compiendo la sua Bad Godesberg?
Ne parliamo con Giorgio Tonini, vicepresidente del PD al Senato e membro della Segreteria nazionale del partito.
Tonini, qualche osservatore ha invocato per la riforma del lavoro a Renzi il coraggio di fare una “Badgodesber”, ovvero di rompere il tabù dell’articolo 18. La rottura nel PD ,avvenuta  nella tarda serata di lunedì, durante la direzione può essere considerata una piccola Badgodesberg per il PD ?
In un certo senso si. Renzi ha proposto alla direzione del Pd un cambiamento profondo di cultura politica sulla questione delicata e decisiva delle tutele del lavoro; e la direzione ha risposto con un si largamente maggioritario. Un partito riformista di centrosinistra, qual è il Pd, non sarebbe tale se non si battesse per i diritti dei lavoratori: il diritto al lavoro, innanzi tutto; e poi il diritto nel lavoro. Il problema è che le forme concrete che questi diritti universali devono assumere non possono essere oggi le stesse di quasi mezzo secolo fa. Allora, negli anni sessanta, in un contesto di crescita economica impetuosa e di quasi piena occupazione, il modello produttivo che appariva vincente era la grande fabbrica fordista, nella quale si entrava da ragazzi e si usciva da pensionati. In quel contesto, i diritti dei lavoratori si identificavano con la loro tutela sul posto di lavoro. Oggi quel mondo non esiste quasi più e comunque non è il mondo del futuro, quello nel quale abiteranno i giovani, i nostri figli. Il loro mondo è caratterizzato da una lunga durata della vita lavorativa e da un inevitabile alternarsi di periodi di lavoro e di periodi di ricerca o comunque di cambiamento di lavoro. Dunque, alla centralità della tutela sul posto di lavoro deve sostituirsi quella della tutela nel mercato del lavoro: offrendo più opportunità di essere assunti e in maniera stabile, un sostegno al reddito nei periodi di perdita del lavoro, strumenti di accompagnamento e ricollocazione in un nuovo lavoro, e in tutte queste fasi formazione, formazione, formazione. Il Jobs Act Renzi-Poletti si muove decisamente in questa direzione, la direzione di un nuovo patto virtuoso tra impresa e lavoro.
Veniamo al famoso editoriale del Corriere della Sera, firmato dal Direttore De Bortoli, in cui si criticava Renzi per la sua inconcludenza. Ma c’è un passaggio ,in quel pezzo,  che ha colpito l’opinione pubblica: ovvero che il patto del nazareno ‘odora di massoneria “. Cos’è una battuta o vede altri scenari?
Mi ha molto colpito quel passaggio. Renzi ha risposto al direttore del Corriere, protestando di essere un boy scout e non un massone. Questo è quello che vedono e sanno tutti gli italiani. Se De Bortoli sa qualcosa di diverso, lo dica: è il suo dovere di giornalista. In nessun paese anglosassone sarebbe tollerabile che il direttore di un grande giornale facesse intendere ai suoi lettori di sapere qualcosa di compromettente a riguardo del capo del governo e di non volerlo dire loro con chiarezza e trasparenza.
La scorsa settimana Renzi non ha fatto altro che prendersela con i “poteri forti “. Francamente la cosa è ridicola, visto le frequentazioni renziane (marchionne e Altri). Che idea si è fatto di questo scontro?
Credo che si tratti in gran parte di un dibattito mediatico, con pochi riscontri nella realtà. Del resto, lo stesso Renzi ci ha riso su, dicendo che in Italia più che poteri forti ci sono pensieri deboli. Nei giorni scorsi, alcuni imprenditori, come Della Valle, hanno aspramente criticato Renzi. Altri, come Marchionne, lo hanno coperto di elogi. Per fortuna siamo un paese libero e nei paesi liberi le cose vanno così: il governo, qualunque governo, ha una parte del paese che lo sostiene e una che lo avversa. Al momento, il gradimento del premier, del suo governo e del suo partito sono molto alti. Vuol dire che sono molto alte le aspettative del paese su questa in gran parte nuova classe dirigente. Renzi sa molto bene e lo ripete continuamente che ha sulle spalle la responsabilità di non mandare deluse tutte queste aspettative.
Renzi ha aperto, su alcuni temi, al Sindacato. Resta però il un fastidio del Premier verso il Movimento sindacale. Insomma, francamente, non trova semplicistico (per non dire altro) tutto questo?
Anche in questo Renzi è un uomo della sua generazione, nata quando il sindacato aveva da tempo oltrepassato lo zenit del suo consenso e della sua influenza nel paese. La verità è che in questi anni il sindacato non ha saputo rinnovarsi, se non molto, troppo lentamente e parzialmente, e chi non si rinnova declina. Basti pensare a quelle tre sigle: Cgil, Cisl e Uil, sigle gloriose, ma figlie delle divisioni della guerra fredda, cioè di un mondo che semplicemente non esiste più. Perché debbano esserci ancora oggi tre grandi centrali confederali e non una sola, grande organizzazione, unitaria, autonoma e riformista, come ad esempio il Dgb tedesco, è una domanda alla quale è impossibile dare una risposta. Negli anni settanta il sindacato guidava il cambiamento, anche col suo percorso unitario, mentre oggi fatica a inseguirlo. Al punto che la politica è più avanti: con il Pd si è realizzata l’unità politica dei riformisti, sognata per decenni, mentre dell’unità sindacale si sono perse le tracce.
C’è un altro punto che colpisce: ovvero una certa inclinazione di Renzi verso la cultura imprenditoriale più che al primato del lavoratori. E’ così?
No, non è così. Renzi ha denunciato, in modo anche aspro e urticante, la crisi di rappresentatività e dunque di legittimazione, prima dei partiti politici e poi anche delle organizzazioni sociali ed economiche, dei sindacati come delle organizzazioni imprenditoriali. Poi, certamente, Renzi non crede alla cultura del conflitto di classe, tradizionalmente egemone nella cultura marxista in generale e comunista in particolare, ma si riconosce piuttosto in una versione moderna di quel filone cristiano-sociale, ma anche liberal-socialista, che valorizza un approccio cooperativo e partecipativo delle relazioni industriali: un filone per il quale l’imprenditore non è il nemico di classe, ma una risorsa imprescindibile per la crescita e lo sviluppo. Nel corso della direzione di lunedì scorso, Renato Soru ha tenuto un appassionato e assai applaudito intervento in questo senso, ricordando il discorso di Veltroni al Lingotto, che aveva aperto una fase nuova su questo punto decisivo. Queste nuove relazioni sindacali hanno bisogno di regole nuove della rappresentanza e della contrattazione, compresa una norma di legge sul salario minimo. Su questo, lunedì in direzione Renzi ha detto cose nuove e assi interessanti, quando ha annunciato che riaprirà la sala verde di Palazzo Chigi, ma non per riprendere lo stanco rituale della vecchia concertazione, bensì per concordare nuove regole che consentano di spostare il baricentro della contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale, l’unico nel quale si può apprezzare, incentivare e distribuire la produttività. Anche per questa via si rilanciano la crescita e l’occupazione.
Come sarà, secondo lei, il cammino del Job act?
Tutto è difficile e faticoso, in questo parlamento, segnato dal vizio d’origine della mancanza, almeno al Senato, di una chiara maggioranza uscita dalle urne. Ma entro l’anno il Jobs Act sarà legge. E ci saranno, nella legge di stabilità, risorse aggiuntive per i nuovi ammortizzatori sociali.
Cosa succederà alla minoranza del PD ?
Non credo si possa parlare di minoranza al singolare. C’è piuttosto un arcipelago di minoranze, alcune delle quali assai vicine alla linea politica del segretario, altre più inclini  alla nostalgia per la vecchia “ditta rossa”, altre ancora molto affini, per contenuti e linguaggi, al piccolo mondo della sinistra critica. Tutte queste componenti devono avere ed hanno piena cittadinanza in un grande partito democratico a vocazione maggioritaria. Alla sola condizione che il pluralismo interno al partito sappia poi trasformarsi in unità nel voto in parlamento. Fu l’incapacità o l’impossibilità di fare questo passaggio che impedì, prima all’Ulivo e poi all’Unione, di dar vita a governi stabili e credibili. Ma chi fece cadere i governi Prodi, sia a sinistra che al centro, non è stato premiato dagli elettori.
Dopo questi mesi di governo, come definirebbe il “renzismo”?
Lo definirei come la consapevolezza della necessità ineludibile, per l’Italia e per l’Europa, di riforme profonde e coraggiose. A cominciare dal cambiamento radicale della politica: delle istituzioni, dei partiti e dei loro gruppi dirigenti, e soprattutto della cultura politica. E come il tentativo di fare le riforme con il popolo e non senza o magari contro il popolo.

giovedì 2 ottobre 2014

LA SFIDA

Riccardo Imberti
Una cosa mi pare di poter dire di queste giornate: non c'è da annoiarsi.
Il governo sta lavorando sulla riforma del lavoro e, Matteo Renzi, dopo il via libera dell'80% della direzione nazionale del PD, sta procedendo a tappe forzate per introdurre normative che oltre a superare le rigidità del passato introducano nuove regole di garanzia per i lavoratori e soprattutto mettano gli imprenditori italiani nella condizione di assumere e ai capitali stranieri, di tornare ad investire in Italia. Il Premier dice che è questione di giorni, ma mi pare che qualche ora in più non guasterebbe, il tema dei diritti è delicato, riguarda tante persone e in particolare tanti giovani e deluderli sarebbe un fatto grave.   
Le criticità sono molte e riguardano soprattutto la questione del reintegro di coloro che vengono licenziati non per giusta causa (Art.18). Un'evoluzione nel testo da presentare sembra che vi sarà, ma questo sta creando malumori nelle altre forze politiche. Insomma, si tratta di un braccio di ferro: da un lato la necessità di aggiustare alcune questioni specifiche, dall'altro la difficoltà nel mettere d'accordo tutte le forze politiche. Non ultima la possibilità di procedere attraverso la fiducia o addirittura attraverso un decreto legge.  
La riforma del Lavoro voluta da Renzi si fonda su un nuovo patto tra le esigenze delle imprese e quelle dei lavoratori, convinto che la vera tutela del lavoratore è nel mercato del lavoro che oggi si presenta diverso rispetto al passato e la mobilità lavorativa richiede un nuovo sistema di ammortizzatori.  Chi perde il posto di lavoro ha diritto a un indennizzo, a un ammortizzatore sociale, a un reddito, condizionato da un processo di ricollocazione fondato sulla formazione. La discussione sull'art. 18 è delicata perché si può essere licenziati perché si fa qualcosa di illecito o non si fa il proprio dovere sul posto di lavoro. In questo caso viene toccata l'onorabilità lavorativa e per questo si deve andare davanti al giudice
La reazione del sindacato e in particolare della CGIL è durissima e minaccia lo sciopero generale, anche da sola; gli imprenditori, ancora una volta non danno segnali incoraggianti, tutti sono in difficoltà ad uscire dalle loro consuetudini e tutti indisponibili a ragionare sulla drammatica situazione di un Paese che non dà segnali di ripresa ne occupazionale ne economica. 
Io credo che questi atteggiamenti rappresentino essi stessi un grave problema perchè la crisi si dimostra pesante, oltre ogni previsione e il Paese da un lato ha bisogno di una scossa capace di riavviare l'economia e con essa l'occupazione, ma dall'altro una forte coesione dei soggetti economici, sociali e politici.

Un po’ di comprensione per le fatiche di Renzi


Michele Salvati
Corriere della Sera

In un recente articolo ho usato la metafora della sesta fatica di Ercole — la meno eroica ma la più difficile — per dare un’idea della situazione in cui si trova chi voglia tornare a far crescere il nostro Paese. Per ripulire le stalle di re Augia, Ercole ricorse a un metodo drastico: deviò due fiumi e ne fece passare le correnti attraverso le stalle. Un metodo rapido e efficace. Un metodo altrettanto rapido ed efficace non esiste per l’Italia: una corrente vorticosa, insieme alla sporcizia, si porterebbe via le stalle. Fuor di metafora, ci porterebbe al disastro. E questo per due motivi principali.
Il primo è per la situazione internazionale in cui viviamo e per i trattati che abbiamo sottoscritto in sede europea. In gran parte degli economisti è ormai prevalente la convinzione che la moneta unica, e le regole che la disciplinano, siano state un errore, e che l’austerità che esse inducono condannino l’intera Europa, ma soprattutto i Paesi meno efficienti e competitivi, a una progressiva asfissia. Ma non potremmo uscire dalla gabbia dei trattati? Certo, questo non risolverebbe il problema della scarsa efficienza del nostro sistema-Paese e le riforme sarebbero ancora necessarie se si ambisce a una crescita non effimera; ma intanto potremmo respirare e distribuire l’impoverimento che consegue a ogni svalutazione su tutti i cittadini, e non solo sui lavoratori, che è quanto ora stiamo facendo. Questo suggerimento non viene solo dall’estrema sinistra, o da incompetenti di economia. Viene anche da un noto rappresentante dell’«ideologia tedesca», direttore del più importante istituto di ricerca economica del suo Paese, Hans-Werner Sinn: ma anche il suo ponderoso e documentato libro (The Euro Trap, Oxford University Press) non risponde all’interrogativo se la catastrofe finanziaria che conseguirebbe al solo sospetto che alcuni importanti Paesi intendono uscire dalla moneta unica non sia assai peggio dell’asfissia in cui ci troviamo: allora sì che il vortice delle fughe di capitali, della speculazione, dei fallimenti bancari, si porterebbe via le nostre fragili stalle. Per fortuna non credo che Renzi, per quanto a volte dia l’idea di volersi staccare dalle gonne della Merkel — e fa bene a darla — abbia l’intenzione di staccarsi dai pantaloni di Draghi.
Ma perché sono così fragili le nostre stalle e così poco adatte a misure di rafforzamento rapide e risolutive, misure che ci consentirebbero di essere competitivi e crescere anche sotto la disciplina della moneta unica? Lo sono perché sono piene di crepe da tutte le parti, perché le inefficienze sono diffuse in quasi tutti i comparti del nostro sistema-Paese. È dal fallimento del centrosinistra, da più di quarant’anni, che l’Italia vive alla giornata, che la lotta politica riguarda non diversi progetti di futuro ma diverse modalità di ottenere — a spese dello Stato e gonfiando la spesa corrente — un consenso elettorale nel presente. E anche quando si ruppe l’infausto equilibrio politico della Prima Repubblica, e i primi otto anni di moneta unica ci regalarono risorse eccezionali a seguito del crollo dei tassi di interesse, queste furono sprecate per ottenere consenso, non per mettere in sicurezza il Paese. E poi, nel 2008, è arrivata la crisi finanziaria americana e la festa è finita.
Dunque crepe da tutte le parti, non un singolo grande ostacolo su cui concentrare le scarse risorse di cui disponiamo, ma numerose inefficienze e ingiustizie (le due vanno spesso insieme) da affrontare con un doloroso bisturi, e non con una semplice sciabolata. Inefficienze e ingiustizie nel settore pubblico e privato: nel regime fiscale, nella scuola, nella giustizia, in quasi tutti i comparti della pubblica amministrazione, nella legislazione sul lavoro e sul welfare, nelle imprese e nel sistema finanziario, nel Mezzogiorno — e sarebbe impietoso continuare — tutte dovute all’assenza di un progetto di futuro che avrebbe consentito un lavoro continuo di manutenzione, di indirizzo e investimento. Ora la manutenzione ordinaria si è trasformata in straordinaria, di grasso che cola ce n’è poco, e il bisturi ancor più doloroso. E soprattutto i tempi in cui le riforme manifesteranno i loro effetti benefici saranno molto lunghi se l’austerità europea non viene rapidamente rovesciata, il che è improbabile: gli effetti di quarant’anni di vista corta, avrebbe detto Tommaso Padoa-Schioppa, non si cancellano in un breve periodo. La difficoltà nel far passare le riforme, la lentezza dei loro tempi, l’impossibilità di presentare risultati tangibili subito, sono una dannazione per un politico che voglia mantenere un continuo consenso elettorale, inducendolo a strafare con presenzialismo mediatico e annunci. Uno strafare che spesso dà fastidio anche a me.
Questa è la situazione in cui si trova Renzi e, se non mi sorprende la reazione dei rottamati, degli spodestati, degli aggrediti — ex leader, sindacati, mandarini di Stato, giudici, settori dell’imprenditoria — un poco mi meraviglia lo scarso sostegno dei principali organi d’opinione. «Nella pentola che bolle c’è solo acqua», titola Scalfari il suo articolo di domenica scorsa. Ma, appunto, l’acqua bolle ed è predisposta a cuocere le riforme che Renzi ha già lanciato o annunciato, elettorali, costituzionali, del lavoro, della pubblica amministrazione. E non sono acqua fresca — al contrario, bollente — le battaglie che Renzi sta conducendo nel suo partito. Se avranno successo, trasformeranno un raggruppamento conservatore di ex democristiani ed ex comunisti in un moderno partito di sinistra europea, come aveva tentato di fare Veltroni: del tutto condivisibile l’editoriale di Angelo Panebianco domenica scorsa sul Corriere. E infine il disegno strategico è chiaro, ivi incluso l’accordo politico con Berlusconi: sta ora al centrodestra darsi una forma che gli consenta di combattere efficacemente con il Pd nel contesto bipolare e nel modello costituzionale che hanno deciso di costruire insieme.

La rivolta del popolo sunnita 
Così le tribù si battono con l’Isis.


Corriere della Sera 02/10/14
Lorenzo Cremonesi

Sono ormai trascorsi dieci giorni dall’inizio dei raid alleati guidati dagli americani in Siria e quasi due mesi dall’avvio di quelli in Iraq. Ma i risultati sembrano scarni. Come si spiega che lo Stato islamico riesca a tenere botta e persino a rilanciare le proprie offensive su larga parte dei fronti? La domanda viene spontanea osservando le scene della battaglia tra milizie curde siriane e guerriglia jihadista sunnita dalle colline in territorio turco di fronte alla cittadina siriana di Kobane. «Attaccano ancora per il semplice motivo che manca coordinamento tra noi curdi siriani e comandi americani», rispondevano sino a due giorni fa i combattenti dello Ypg (la milizia curda). Ieri però per la prima volta i raid Usa hanno colpito le colonne dello Stato islamico: si contano almeno 87 dei loro uomini morti e una decina di mezzi distrutti. Eppure, l’attacco continua. Il pericolo che Kobane cada resta reale. Tanto che i comandi turchi spostano nuove unità corazzate sulla frontiera e studiano la fattibilità di «zone cuscinetto» in Siria.

Una spiegazione più convincente alle capacità di tenuta dello Stato islamico viene dai militanti dei vecchi gruppi della resistenza siriana contro la dittatura di Bashar Assad conosciuti due anni fa nella regione di Aleppo e che oggi vivacchiano di espedienti tra i campi profughi e le cittadine turche a ridosso del confine. «La forza degli estremisti sunniti viene dalla debolezza dei loro avversari. Ma, soprattutto, nasce dalle radici profonde della rabbia popolare sunnita. Una rabbia esplosa contro gli americani dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. In seguito alimentata in modo differente, ma speculare, in Siria e Iraq. Da una parte, la repressione terrificante della dittatura di Damasco contro la sua gente ha portato acqua al mulino dello Stato islamico. Dall’altra, il settarismo del regime sciita a Bagdad ha metodicamente estromesso i sunniti», dicono a Gaziantep nella sede dei «Jesh al Mujaheddin», una delle poche milizie non radicali ancora attive. «Voi occidentali sbagliate quando pensate che lo Stato islamico sia solo un gruppo di estremisti tagliagole aiutato dai volontari folli che arrivano dall’estero. Il suo consenso principale viene piuttosto dai sunniti. I confini della sua forza corrispondono con la geografia della demografia mediorientale», sostiene Nahel Ghadri, che fu uno dei leader dei comitati della rivolta popolare nella cittadina di Ariha (a ovest di Aleppo). «Ci sentiamo traditi. Speravamo negli americani. Ma non solo non ci hanno mai aiutato a defenestrare quel criminale di Assad, come avevano promesso con la storiella delle linee rosse nel caso avesse usato le armi chimiche, soprattutto adesso con i loro blitz aiutano direttamente lo stesso regime fascista che pure dicevano di voler abbattere. Viene da impazzire!», esclama Mohammad Khader, ex portavoce di una delle brigate di Jebel Zawya (la regione collinosa presso Homs).

A seguire gli eventi sul terreno le loro parole appaiono illuminanti. In Siria i jihadisti cambiano strategie di combattimento per evitare i raid aerei, si nascondono tra i civili, ma non si ritirano. In Iraq le loro colonne continuano ad avanzare verso Bagdad. Negli ultimi due mesi hanno circondato e ucciso migliaia di soldati regolari iracheni: battaglioni interi sono stati abbandonati alla loro sorte, privi di cibo, acqua e munizioni. Guarda caso, i punti di forza dello Stato islamico stanno nelle regioni sunnite di Ramadi e Falluja. Le maggiori tribù sono con loro: forniscono uomini, cibo, logistica e legittimità popolare. Ormai sono a una quindicina di chilometri dalla capitale e mirano ai suoi quartieri occidentali, dove la maggioranza della popolazione è sunnita. I media locali dipingono scenari da incubo per il neo-premier sciita Haider al Abadi. L’esercito non sembra aver imparato dalle recenti sconfitte. Gli ufficiali corrotti restano quasi tutti al loro posto. Gli odi settari imperano. I soldati che avevano disertato in massa tornano a ricomporre le loro vecchie unità, come nulla fosse stato. Ma loro teste di punta restano le milizie estremiste sciite, spesso legate a filo doppio ai pasdaran iraniani, le stesse che massacrarono decine di sunniti dopo la conquista della cittadina di Amerli (grazie alla copertura aerea Usa) un mese fa. Unico fronte alleato che segna qualche vittoria tangibile è quello dei curdi iracheni, i soli ad avere ottimi rapporti con i comandi americani. Ma anche qui le loro avanzate seguono linee demografiche. La liberazione della cittadina di Rabia due giorni fa è stata aiutata dal fatto che nel settore sono situati antichi villaggi yazidi e curdi. E Mosul, città a maggioranza sunnita per eccellenza, resta saldamente nelle mani dello Stato islamico.