giovedì 2 ottobre 2014

Bersani tra rabbia e lealtà alla «ditta»: 
voterò con il Pd, ma no a lezioni dai 101.


Corriere della Sera 02/10/14
corriere.it

«Ma quale scissione, quale partito di D’Alema... Far cadere il governo? Non ci penso proprio, non mi interessa. Io resto nel Pd con tutti e due i piedi ben saldi, anzi tre. Ma non mi vengano a insegnare come si sta in un partito quelli che hanno fatto parte dei 101». Sono le sei del pomeriggio, Pier Luigi Bersani riesuma lo spettro del tradimento di Prodi e allude a un coinvolgimento dei renziani. Ha voglia di sfogarsi, ma anche di ragionare di lavoro, emergenze economiche e coperture, che per lui non ci sono.

Approda a Montecitorio e subito smentisce progetti di rottura: «Io le cose voglio cambiarle da dentro e dove non sono d’accordo lo dico, ma quando voto non ho bisogno di farmi spiegare la ditta dai neofiti». Che farà sul Jobs Act? «Si discute, si presentano gli emendamenti, ma poi si sta con il Pd». Niente strappi dunque, la notizia (applaudita dai renziani) è che Bersani promette «lealtà verso il partito e il governo», sperando che il premier non ponga la fiducia e lasci al gruppo la libertà di presentare subemendamenti. L’accusa di essere un conservatore non gli va giù e Bersani, dopo aver spiegato che il riferimento al «metodo Boffo» riguardava «tutti» e non solo lui, energicamente la ribalta: «Questi innovatori non vengano a spiegare a me come si fanno le riforme. Perché io ne ho fatte più di loro. Prima le ho fatte e poi le ho annunciate». Tono di sfida e umore di uno che si sente tirato per la giacca, da sinistra: «Mi vengono a dire “o il Pd lo condizioniamo da dentro o dovremo andare da soli”...».

Ma il sogno di un nuovo partito non è il suo. Addossa alla destra il peso della precarietà e difende la Cgil: «Trovo profondamente ingiusto questo schiaffo ai sindacati». Rimprovera al premier di prendersela con tutti, dalla minoranza ai magistrati, tranne che con Berlusconi, che «ha governato dieci anni». Racconta le notti passate a trattare con Monti e Fornero per difendere il reintegro e dice che Renzi sull’articolo 18 lo ha impressionato: «Non mi aspettavo di ritrovarmi in casa ‘sta roba qua. Incredibile. Assurdo presentare l’abolizione come la palingenesi. E non mi si dica che l’imprenditore è libero di licenziare perché poi ci pensa lo Stato. Se un dipendente ti è antipatico te lo tieni, perché dietro c’è una famiglia». Il Tfr in busta paga? «Andiamoci molto cauti, quando ci si mangia oggi le risorse di domani». E l’assegno di disoccupazione? Qui Bersani sostiene che governo e Pd rischiano di «prendere una facciata», perché i soldi non ci sono: «Non si può raccontare che lo diamo a tutti come in Danimarca, è una cosa assurda, che può mandarci contro un muro. Con un miliardo e mezzo garantiamo l’assegno a 150 mila persone... Scherziamo? Ne servirebbero cinque o sei». Quindi una frecciatina per Marchionne, incontrato da Renzi a Detroit: «Le critiche poteva farle sui Paesi in cui paga le tasse e non sull’Italia. Il premier non glielo ha detto?».

E quando gli chiedono se amici come Epifani e Stumpo lo abbiano deluso, l’ex leader difende la libertà di scelta delle giovani leve, bersaniane e dalemiane: «La minoranza non è un’organizzazione, è un’area fatta di sensibilità e opinioni. Non c’è una cupola, che ti obbliga a votare in un modo o in un altro». Non siete spaccati? «Tutti, chi si è astenuto e chi ha votato no, abbiamo pensato che si stava compiendo un passo avanti, ma non sufficiente». Bersani prova a chiudere così la coda polemica seguita alla direzione, dove la minoranza è arrivata alla resa dei conti in ordine sparso e alcuni fedelissimi suoi e di D’Alema hanno fatto un passo verso il carro di Renzi. Un riposizionamento che ha ingenerato attriti e rancori, anche se i protagonisti smentiscono voltafaccia e tradimenti. «Il Pd non è una casamatta — si difende il dalemiano Enzo Amendola — Sto in segreteria, sì. Ma cosa c’entra? Abbiamo trattato, Renzi ha fatto un’apertura e mi sono astenuto». Quanto al D’Alema furioso, non commenta: «Chiedetelo a lui. Questa storia dei vecchi e dei giovani a me non interessa e se qualcuno ha una questione personale con Renzi, se la veda lui. Io non faccio politica sui rapporti personali». Per l’articolo 18, tanti rapporti si sono guastati. Micaela Campana, un tempo tra le «dem» più bersaniane, è in segreteria con Renzi e si è astenuta. E così Stumpo: «Chi era bersaniano è rimasto bersaniano», assicura colui che fu l’uomo-macchina dell’ex segretario. Ma il clima è tale che Zoggia sente di dover garantire per l’amico: «L’affetto di Nico per Pier Luigi non è in discussione».

Parigi cambia verso

Mario Lavia 
Europa  

Un grande paese rompe il tabù del 3 per cento puntando a diluirne nel tempo la rigidità
La Francia si ribella alle regole strette dell’Unione europea, non alla chetichella ma sfidando l’Europa: noi sfondiamo i parametri, vi rientreremo avendo più tempo a disposizione e facendo le riforme necessarie.
Non c’è dubbio che siamo dinanzi a una svolta. Un grande paese rompe il tabù del 3 per cento puntando a diluirne nel tempo la rigidità ben sapendo che la Germania e i suoi alleati del Nord Europa faranno (inizialmente) fuoco e fiamme. Ma la Francia è la Francia e anche nella condizione di grande malata d’Europa è capace di drizzare la schiena – ed è chiaro che in questo contesto si rimescola il sangue antico della grandeur e di quel particolare tratto nazionalistico tipico di Parigi.
Certo qui non parlano Napoleone e nemmeno De Gaulle. All’Eliseo siede quel Françoise Hollande che ogni giorno si lecca qualche nuova ferita, personale o politica. È un uomo che cerca di uscire dall’angolo in cui la storia pare voglia cacciarlo ma che difetta platealmente di forza.
Invece a pochi metri dall’Eliseo, a Matignon, siede da qualche mese un giovane dinamico, uno dei volti nuovi del socialismo europeo, quel Manuel Valls che molti paragonano a Matteo Renzi.
I due in effetti stanno facendo lo stesso discorso: a causa dell’aggravarsi della crisi economica serve più tempo per rispettare i patti. E soprattutto ci vuole tempo per fare le riforme strutturali. È l’impegno di Valls, che guida il governo di un paese più appesantito del nostro sotto il profilo del deficit, tra l’altro in un contesto politicamente più fragile di quello italiano, con Marine Le Pen che entra per la prima volta in senato e che si è piazzata saldamente in fila per la corsa all’Eliseo.
Lo spauracchio della leader del Front National non può non turbare anche la Germania. La Merkel dunque è in un certo senso costretta ad accettare le scelte di Valls e Hollande se vuole evitare guai peggiori. Perché è chiaro che se fallisce la Francia fallisce l’Europa.
Per questo la famosa flessibilità reclamata anche da Renzi (che comunque malgrado tutto non ha bisogno di infrangere il 3%) da ieri non è più solo una richiesta, ma una iniziativa politica. Da Parigi hanno cambiato verso.

mercoledì 1 ottobre 2014

....il sindacato di infuria....

Stipendi più bassi per i dipendenti della camera: M5S si astiene, sindacati infuriati

La lotta ai costi della politica si estende ai funzionari parlamentari: tagli progressivi entro quattro anni e premi di produttività per i più giovani. Ecco tutte le nuove cifre approvate oggi
La camera dei deputati mette un tetto agli stipendi dei suoi dipendenti. La decisione è stata assunta stamattina dall’ufficio di presidenza di Montecitorio a maggioranza: i sì sono stati 13 (8 del Pd e uno a testa per Sel, Forza Italia, Ncd, Per l’Italia, misto-minoranze linguistiche) e 5 gli astenuti (i 3 deputati del M5S, uno a testa per Lega e Scelta civica), mentre Simone Baldelli (FI) e Edmondo Cirielli (FdI) non hanno partecipato al voto. 

Stipendi più bassi per i dipendenti della camera: M5S si astiene, sindacati infuriati


I VELENI INTERNI AL PD 
E LE BARRIERE INFRANTE 
DA MATTEO RENZI.


Corriere della Sera 28/09/14
corriere.it

Contano solo le realizzazioni pratiche o anche le innovazioni culturali? Dobbiamo valutare una leadership solo per gli obiettivi concreti che ha raggiunto o anche per la qualità delle idee che diffonde, per la visione che cerca di trasmettere? Contano solo i «fatti» e il resto, tutto il resto, è soltanto chiacchiera? Se pensiamo che importino solo i fatti, le realizzazioni, gli obiettivi raggiunti, allora il giudizio sui primi sei mesi del governo Renzi (che si è insediato il 22 febbraio 2014) non è molto positivo. Sarà colpa della complessità e della lentezza del processo decisionale in Italia, sarà colpa delle divisioni entro i gruppi parlamentari del Partito democratico (ove coloro che remano contro Renzi sono tanti), sarà colpa — come gli imputano molti critici — del suo carattere, di una certa superficialità, di una sua tendenza all’improvvisazione e alla ricerca dell’applauso facile, non sorretta da un’adeguata conoscenza dei problemi, o una combinazione di questi e di altri fattori, ma i risultati di sei mesi di governo non appaiono esaltanti né numerosi. Il carnet di Renzi non è ancora molto ricco e l’encefalogramma sempre piatto dell’economia nazionale è lì a testimoniarlo.

Ma è solo in questo modo che va valutata una leadership? Oppure contano anche altri fattori, i cui effetti non sono magari immediatamente misurabili, le cui conseguenze non appaiono subito visibili ma che possono provocare, nel tempo, cambiamenti di vasta portata? Molti pensano, con ragione, che Renzi non raggiunga ancora la sufficienza in realizzazioni pratiche ma non possono negargli un nove o un dieci in innovazione culturale. Forse questa è anche la vera ragione del vasto consenso di cui gode nel Paese. Renzi sta cambiando, o si sforza di cambiare, non solo il volto ma anche l’anima della sinistra italiana, incidendo per questa via sulla più generale cultura politica del Paese. Sono almeno quattro gli ambiti in cui ha radicalmente innovato.

Per cominciare, ha spazzato via in un colpo solo l’antiberlusconismo. Per venti anni l’antiberlusconismo è stato il cuore dell’identità della sinistra italiana. Anzi, esso era diventato la sinistra tutta intera: null’altro la definiva e la teneva insieme. Sono rimasti solo i Cinque Stelle a sventolare la bandiera antiberlusconiana. Senza troppo successo, a quanto pare. Grazie a Renzi, bisogna dirlo, la qualità della vita è migliorata. Non si inciampa più ad ogni piè sospinto in quei fissati, quegli ossessionati da Berlusconi che annoiavano tutti parlando solo di lui e che negli ultimi venti anni incontravi continuamente, ovunque andassi.

Renzi, relegando l’antiberlusconismo fra gli abiti dismessi, sta cambiando l’identità della sinistra. Un compito che può assumersi solo uno che ha autentiche qualità di leader. In secondo luogo, il premier ha aggredito il tabù della «Costituzione più bella del mondo», ha attaccato il conservatorismo costituzionale della sua parte politica. Non sappiamo come andrà a finire la riforma del Senato (giudicheremo alla fine: in materia costituzionale sono i dettagli che contano) ma almeno possiamo dire che ci ha provato sul serio.

C’è poi la circostanza che sta spaccando il Partito democratico in questi giorni. Renzi è stato il primo leader della sinistra che ha detto la verità sul conservatorismo della Cgil e sugli interessi che essa difende a scapito di quali altri interessi. Scontri fra la sinistra politica e la Cgil ce ne sono stati in passato (il principale, allora vinto dal sindacato, fu quello fra Massimo D’Alema e Sergio Cofferati negli anni Novanta) ma questa è la prima volta che la Cgil si trova sulla difensiva, è costretta a misurarsi con l’impopolarità. Unite al suo rifiuto della concertazione fra governo e parti sociali, le prese di posizione del premier su articolo 18 e Cgil stanno modificando senso comune e cultura politica della sinistra.

E c’è infine l’innovazione più importante di tutte, quella incarnata da Renzi stesso. Da sempre allergica all’uomo forte, all’uomo solo al comando, la sinistra si trova ora, precisamente, a subire il predominio dell’uomo forte, a subire l’uomo solo al comando. Un altro tabù che se ne va in pezzi.

Ci sono, naturalmente, quelli che pensano che Renzi sia più o meno uguale a Berlusconi. Anche se Renzi corre effettivamente il rischio di assomigliare a Berlusconi per un aspetto, la tesi è complessivamente errata e sciocca. Il vero, e grave, problema di Berlusconi era dato dal fatto che egli predicava abbastanza bene e razzolava abbastanza male. Il male stava nel grande divario fra il dire e il fare. Se le realizzazioni pratiche del governo continueranno a scarseggiare, la stessa cosa, forse, si dirà fra non molto di Matteo Renzi. Lo stesso avverrà se si scoprirà che il governo usa un linguaggio innovatore per nascondere il fatto che la sua politica è vecchia di decenni. Ad esempio, in materia scolastica, ci saranno davvero le innovazioni che Renzi sbandiera oppure tutto si risolverà, come è tradizione, nella assunzione di un gran numero di precari senza alcun riguardo per la qualità?

Ciò constatato, la tesi della identità fra Renzi e Berlusconi non regge, offende il buon senso, anche se è spiegabile. Coloro che per decenni hanno creduto che in politica l’alternativa fosse fra lo status quo e la palingenesi (il Grande Cambiamento e altre formule simili) non possono rassegnarsi di fronte a un leader che all’antico bla bla sulla palingenesi sostituisce l’elogio dell’inventiva e della innovazione tecnologica simbolizzate dalla Silicon Valley. Se la palingenesi non ha più corso, essi pensano, resta solo lo status quo e nello status quo tutti i gatti sono bigi, Renzi è uguale a Berlusconi. Ma, naturalmente, la politica democratica è un’altra cosa: è una gara fra coalizioni di interessi differenti che possono cooperare su alcuni temi ma sono anche, inevitabilmente, in competizione su altri. Renzi sta cambiando l’identità della sinistra. O almeno si sforza di farlo. Ma non sta cambiando, grazie al Cielo, la natura della politica democratica.

Patto tra boss e 007 
Lumia: prepariamoci a verità terribili.


Corriere della Sera  28/09/14
Virginia Piccolillo

E ora che il «protocollo farfalla» (il patto tra 007, Dap e boss al carcere duro per informazioni in cambio di denaro), è divenuto atto d’accusa, il presidente Antimafia Rosy Bindi riapre le audizioni: in settimana convocherà Mario Mori e Giovanni Tinebra, a capo del Sisde e del Dap nel 2004, quando il protocollo venne sottoscritto. E il pg di Palermo, Roberto Scarpinato, che ne ha fatto un pilastro del processo d’Appello a Mori. Così, in attesa della deposizione al processo sulla trattativa Stato-Mafia, del presidente Napolitano sale la tensione. E l’ex presidente Antimafia Giuseppe Lumia, avverte: «Dobbiamo prepararci a verità terribili, ora che è venuto fuori quel patto in passato sempre negato dai servizi, che credo sia stato tutto a vantaggio di Cosa Nostra e del sistema di collusioni».

E se quei segreti fossero stati utili?
«Ha fatto bene Renzi a desecretare e l’Antimafia a portare alla luce il rapporto mafia-servizi durante le stragi e la cosiddetta trattativa: secondo i primi atti depositati nel processo trattativa, quei boss non rivelarono nulla sulle collusioni mafia-politica, né sui mandanti esterni delle stragi del ‘92 e ‘93. Perché? ».

Ce ne fu una mancata allo Stadio Olimpico. Basterebbe a giustificare i pagamenti?
«Poteva mettere a rischio gli equilibri istituzionali facendo saltare in aria un pullman di carabinieri. Dagli accertamenti sappiamo che ci fu un guasto. Ma è vero che non si ripetè. Ecco perché dobbiamo sapere tutto, visto che oggi c’è collaborazione dei servizi».

Cosa si aspetta?
«Una stagione di verità e trasparenza. Il rapporto collusivo tra apparati e mafia che ha fatto capolino da diverse indagini di mafia, non mi ha mai sorpreso, né deve sorprenderci. Ma per quali notizie si pagavano i boss? Cosa si sa degli omicidi politico-mafiosi Latorre, Mattarella, Dalla Chiesa? E dell’attentato all’Addaura, per il quale Giovanni Falcone, sempre restìo alla retorica, parlò di “menti raffinatissime”? Aspetto che tutta la verità documentale e testimoniale venga fuori e il Paese sia messo di fronte alle complete responsabilità».




Il Partito salvato dai figli contro i padri

Fabrizio Rondolino 
Europa  

Il voto della Direzione segnala la formazione di un nuovo gruppo dirigente, politicamente plurale e generazionalmente affine, che ha deciso di camminare con le proprie gambe e di risolversi i problemi in casa, senza chiedere permesso ai padri
Nella cultura politica comunista l’unità del partito è il valore più importante, l’obiettivo di ciascun militante, il segno di una meritata diversità.
Il partito è l’avanguardia organizzata, lo strumento della rivoluzione: e quanto più la rivoluzione (qualunque cosa questo significhi) s’allontana, tanto più il partito si trasforma da mezzo in fine, e la sua unità cresce d’importanza.
Il centralismo democratico è la forma che il partito dà al proprio dibattito interno per evitare il correntismo e lo scissionismo (vizi capitali dei partiti socialisti) e per preservare la compattezza rivoluzionaria del gruppo dirigente. Il Pci non s’è sottratto a questa regola: e infatti non ha subito scissioni laceranti (se non, in punto di morte, quella di Rifondazione), ma ha inflitto espulsioni purificatrici (da Bordiga al “manifesto”) sempre, naturalmente, in nome dell’unità.
Quel mondo è tramontato per sempre, nel rimpianto di alcuni e con la soddisfazione di molti, e tuttavia qualcosa della cultura politica comunista è ancora presente e operante nel Pd: ma, paradossalmente, nei figli assai più che nei padri. Il dibattito e l’esito della Direzione sull’articolo 18 sono da questo punto di vista molto significativi.
Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani – i “padri” – hanno sferrato un attacco durissimo a Renzi, l’uno accusandolo di non avere idea di ciò che sta facendo e l’altro di applicare ai dissidenti i metodi del Giornale, entrambi con l’intenzione esplicita di aggravare la spaccatura e impedire ogni possibile compromesso. Ma i loro “figli”, Matteo Orfini e Roberto Speranza, non li hanno seguiti, al contrario hanno lavorato fino all’ultimo per una soluzione unitaria, e al momento del voto hanno scelto il sì (Orfini e i Giovani turchi) o l’astensione (Speranza e parte di Area riformista).
La frattura generazionale che è all’origine della spaccatura della minoranza in tre tronconi si può naturalmente spiegare con l’opportunismo (anche questa è una categoria non estranea alla tradizione comunista) dei più giovani e rampanti, o più semplicemente con il loro desiderio, anagraficamente fondato, di voler continuare a far politica nel più grande partito della sinistra italiana. Ma sarebbe ingeneroso, e anche un po’ sciocco, liquidare con un’alzata di spalle il percorso – cominciato all’indomani delle primarie che hanno incoronato Renzi – di Orfini e Speranza.
L’uno è presidente del partito, l’altro capogruppo alla camera: il loro mestiere non è guidare la rivolta o intestardirsi sulle proprie posizioni, ma lavorare perché la pluralità delle opinioni in campo trovi la strada, se non di una ricomposizione, quantomeno di una convivenza pacifica e fruttuosa. «La Ditta – ha detto Renzi nella sua relazione – è una comunità che discute e poi decide e va avanti unita. Non siamo un club di filosofi ma un partito politico».
D’Alema e Bersani non possono non essere d’accordo con questa definizione, e se Orfini e Speranza la fanno attivamente propria è soltanto perché sono cresciuti alla loro scuola, imparando da piccoli che la politica non è mai un fatto personale e che l’unità del partito è un valore superiore all’interesse o all’opinione dei singoli. L’unica vera differenza – e non è una differenza da poco – è che oggi, diversamente dai tempi di Botteghe Oscure, si può discutere, litigare e votare pubblicamente contro. Ma votare contro non significa non impegnarsi perché tutti si comportino poi conformemente alle decisioni prese. Così funzionano gli organismi collettivi, e così deve farli funzionare chi ha responsabilità di direzione politica.
Il voto della Direzione, come già la formazione della segreteria “unitaria”, segnala la formazione di un nuovo gruppo dirigente, politicamente plurale e generazionalmente affine, che ha deciso di camminare con le proprie gambe e di risolversi i problemi in casa, senza bisogno di chiedere permesso ai padri. Dai quali in verità ci si sarebbe aspettato e ci si aspetterebbe un altro comportamento, più simile al tono bonario e conciliante di Franco Marini che agli sfoghi urticanti di D’Alema e Bersani.
Se davvero, come qualcuno va vociferando, spingessero il loro dissenso fino alla scissione, potremmo sconsolatamente concludere che anche il meglio della cultura politica del Pci è andato disperso, e che i maestri hanno tradito gli allievi.

Per Renzi vittoria su più fronti, con un’ombra

Stefano Menichini 
Europa  

Sul piano politico il premier-segretario ha stravinto senza neanche forzare la mano, sia sulle resistenze interne che sulle strumentali aspettative della destra. Ora però deve mantenere l'impegno sulle tutele estese ai non garantiti, e non sembra avere i soldi per farlo.
La domanda alla vigilia della direzione democratica era se Renzi sul Jobs Act avrebbe voluto stravincere o si sarebbe limitato a vincere. L’esito è stato spiazzante, nel senso che il premier e segretario non ha certo cercato lo scontro, eppure una rottura s’è consumata egualmente. Non a scapito suo, però, bensì a danno di una minoranza interna che era già debole prima, e si ritrova ora frammentata e senza direzione di marcia. Sembra che D’Alema (soprattutto) e Bersani abbiano ormai imboccato traiettorie più personali che di gruppo, lasciando il timone a dirigenti accomunati da un dato anagrafico che è molto politico: giustamente pensano di avere un futuro davanti a sé, sono convinti di averlo nel Pd, si preoccupano di coltivarlo dentro la stagione renziana ovviamente sperando che essa non duri in eterno.
Questo punto cruciale smonta qualsiasi ipotesi che dallo scontro in streaming sull’articolo 18 vorrebbe approdare a traumi e scissioni. Di più: alla luce di questa nuova configurazione interna del Pd, diventa altamente improbabile che a qualcuno venga voglia di tendere trappole parlamentari al governo sul Jobs Act. Anche chi non ama Renzi ha bisogno che Renzi rimanga a palazzo Chigi ancora un po’.
Il day after della direzione Pd dice poi un’altra cosa, stavolta a proposito del centrodestra e del famoso “soccorso azzurro”. Da Forza Italia infatti sono venute infatti reazioni generalmente negative, tese a svalutare il peso e la qualità della riforma del mercato del lavoro.
La ragione è evidente, qua e là perfino confessata: Berlusconi a parte, la simpatia forzista per gli strappi di Renzi alla tradizione della sinistra è strumentale alla speranza che la sinistra stessa vada in pezzi su temi come l’articolo 18. È un ragionamento elementare, ma del resto non è che a destra si sia in grado di elaborare strategie tanto raffinate. Per cui se i forzisti vedono Renzi seguito dall’80 per cento del proprio partito, ridurre al minimo la conflittualità interna e perfino riaprire un dialogo con alcune delle confederazioni sindacali (Cisl e Fiom in particolare), ecco che il soccorso azzurro diventa politicamente aggiuntivo (in parlamento vedremo), in sostanza superfluo, in fin dei conti testimonianza a futura memoria che le scelte importanti del governo di Renzi sono state condivise anche da chi vi si dovrà opporre in campagna elettorale.
Sulla vittoria politica del premier rimane solo un’ombra, che però è molto scura: della vicenda dell’articolo 18 gli italiani hanno capito (e apprezzato) la novità che presto ci saranno tutele e protezioni estese a chi non le ha mai avute. È un impegno molto preciso che dal premier si trasferisce ai suoi ministri, in particolare Padoan e quel Giuliano Poletti che della riunione dell’altra sera al Nazareno è stato un po’ la rivelazione.
Renzi non può ingannare nessuno su questo punto cruciale. Non solo perché se lo facesse darebbe ragione alla più acida delle critiche di D’Alema (chi se ne importa, in definitiva), ma perché qui in gioco sono le aspettative, i bisogni e le speranze di tante persone in carne e ossa.
Quel miliardo e mezzo messo come posta per i “nuovi” ammortizzatori sociali è davvero poca cosa, e contemporaneamente è tanto per le casse dello Stato: non tradire il paese su questo punto sarà molto più importante e più difficile, per Renzi, che respingere l’offensiva dei suoi vecchi nemici.