mercoledì 2 luglio 2014

Italiani all’estero

Stefano Menichini 
Europa  

Per anni in Europa siamo andati con l'immagine di Berlusconi. Oggi Grillo lo sostituisce come macchietta, mentre l'Italia vera è rappresentata da Renzi. Piace anche oltre confine, ora deve riempire di concretezza il sentimento positivo che trasmette.
Era un 2 luglio anche quello, anno 2003. Anche allora si inaugurava un semestre europeo a guida italiana, dunque un presidente del consiglio si rivolgeva all’assemblea di Strasburgo in un’occasione solenne. Si trattava di Silvio Berlusconi, e possiamo fermarci qui perché il resto è noto: per dettagli chiedere a Martin Schulz.
Oggi come allora, l’Italia si presenta in Europa senza poter mentire su se stessa. Siamo come ci vedono, nel male ma finalmente anche nel bene.
Undici anni fa eravamo il reame di un autocrate sbruffone, che pensava di potersi permettere attacchi e provocazioni contro gente e contro paesi che, alla lunga, gli hanno presentato il conto. Qualcosa di quell’Italia c’è ancora, ancora esportiamo un tipo presuntuoso che crede di poter colmare con chacchiere e battute il proprio deficit di spessore e credibilità politica. Mancando ormai Berlusconi, la cui nemesi è ormai di dover chiedere scusa ai magistrati, la parte la recita Beppe Grillo: ieri ha regalato le speranze del voto Cinquestelle alla leadership di un inglese cinico che odia il concetto stesso di Europa e ne insulta ogni simbolo. Si capisce già che la legislatura europea di M5S sarà perfino più inutile e sperperata di quella nazionale.
A maggior ragione perché abbiamo ancora questi tipi di italiani all’estero, è importante che oggi al centro della scena internazionale ci sia tutt’altra persona, e tutt’altra immagine del nostro paese.
Non so se, come scrive Le Figaro, Matteo Renzi sia davvero diventato «il beniamino d’Europa», se ci sia una «Renzimania» a Parigi, Londra e Berlino. Al di là delle formule giornalistiche, il tema vero è la forza politica che Renzi riuscirà a infondere nel suo discorso di oggi a Strasburgo.
Non si tratta di strappare trattamenti di favore, questo è fuori dall’agenda. A un livello più alto, Renzi deve dare concretezza all’idea ormai maggioritaria che politiche di crescita siano possibili; e alla speranza che il continente più vecchio e stanco possa rimettersi in moto contro ogni previsione.
Renzi sicuramente è l’antidoto alla depressione, questo piace in Italia e fuori. Ma per quanto essenziale, già non basta più. È arrivato il momento del salto di qualità e di livello, di riempire di scelte concrete un sentimento positivo.
Senza paura di retorica, oggi un po’ si capirà se Renzi e l’Italia possono diventare davvero grandi, al servizio di una missione più grande ancora.

martedì 1 luglio 2014

inizio....


Iraq e Siria, i vecchi confini non tengono

Alessandro Minuto Rizzo 
Europa  

Gli stati del Novecento hanno fallito, la proclamazione del Califfato dell'Isis ne è il sintomo. Servono nuove entità su base etnica
Nessuno sa bene cosa fare dopo la proclamazione del Califfato da parte dello Stato islamico dell’Iraq e del levante. E questo per buone ragioni, perché è l’intero sistema statuale in Medio Oriente a saltare. La stabilità interna della regione è seriamente compromessa, ma anche l’intervento esterno risulterebbe assai problematico. Gli Stati Uniti vedono fallire la loro strategia di promuovere una rete di paesi partner, addestrando ed equipaggiando le loro forze armate. Alla prova della realtà si vede che non funziona.
Si pensava che costruire un esercito professionale iracheno fosse una garanzia verso l’esterno ma vediamo con sorpresa avvenire l’opposto.
Nessuna analisi può cogliere perfettamente un quadro dominato da emozioni e da forze estranee a quello che conosciamo. E allora che fare? La risposta è all’evidenza molto difficile. E probabilmente non ce n’è una sola  per tutti. Credo però che sia arrivato il momento di ragionare di più, coraggiosamente, sul concetto di un principio organizzativo nuovo, che veda l’emergere di entità politiche su una base etnica. Alawita nella Siria occidentale, e poi curda, sunnita e sciita. Ridisegnare gli attuali confini degli stati mediorientali non sarebbe certo una vittoria, ma a questo punto cosa è meglio per gente che soffre ogni giorno di più? Abbiamo un precedente in Bosnia che non ci fa gonfiare d’orgoglio, ma lì non  si muore più e qualche convivenza civile è assicurata.
In ogni caso la scomparsa del confine statale fra Iraq e Siria, e il collasso dello stato iracheno, sono eventi così radicali da imporci uno sguardo nuovo, con occhi ben attenti. Cominciamo col dire che nella vasta regione che va dall’Atlantico al Golfo Persico, i paesi “storici” sono assai pochi. Lo stesso nome di Siria è stato ripescato dall’epoca romana, come quello della Libia. Quasi tutti i confini del Medio Oriente sono frutto degli accordi di compromesso fra Londra e Parigi intorno al 1925.
Ma questi vecchi equilibri all’evidenza non tengono più; di fatto è in corso una decomposizione delle entità statali su linee etniche e religiose. Iraq, Siria, Libano e Libia ne sono gli esempi più eclatanti. Né abbiamo nostalgia di dittatori che tengano tutto insieme con la forza.
Il secondo punto da tenere a mente è che va riconsiderata l’idea che lo svolgimento di elezioni indichi di per sé un progresso verso la democrazia. Negli ultimi mesi si svolte prove elettorali in molti paesi: in ciascun caso si è visto piuttosto un rafforzamento delle autocrazie esistenti, che riescono ad utilizzare il processo a loro favore. Le elezioni siriane sono il caso estremo. In Iraq  la procedura elettorale è stata rispettata, ma questo non basta e lo vediamo  con i nostri occhi.
Va aggiunto, e lo si è visto bene dopo l’elezione di Mohamed Morsi in Egitto, che la cultura prevalente interpreta la vittoria come una legittimazione a prendere tutto il potere. Manca ancora l’idea dei contrappesi e di una cultura politica in cui governo e opposizione si riconoscano a vicenda. In breve, bisogna cercare di promuovere il peso della società civile e la voce dei cittadini piuttosto che concentrarci solo sui processi elettorali.
Tornando all’attualità vediamo nuove convergenze-divergenze fra Stati Uniti ed Iran, dove le prime sembrano prevalere. Certo l’obiettivo finale di Teheran e quello di Washington sono molto diversi tra loro, però vi è comunanza di interessi nel combattere l’Isis.
L’America ha un dilemma: le è stato chiesto l’uso della forza area contro gli estremisti, ma non vuole che la sua aviazione venga percepita come una “appendice” delle milizie sciite del settario governo di Bagdad. Il segretario di stato John Kerry è stato da poco nella capitale irachena, cercando di condizionare l’aiuto americano ad un governo di unità nazionale che comprenda la componente sunnita. Il messaggio finora non è passato.
La presenza del premier Nouri al Maliki è un serio problema e lo stesso  grande Ayatollah Al Sistani, massima autorità sciita del paese, chiede una discontinuità. Sarà possibile? Un po’ di scetticismo è d’obbligo.
Sul versante opposto re Abdullah – il sovrano saudita, Custode delle due Sacre Moschee – ha appena ricevuto il segretario di Stato americano con un mini-vertice di paesi sunniti. L’Arabia saudita rimane il leader di quello schieramento e ha ribadito una volta di più di essere pronta a tutto per combattere i movimenti estremisti.
In questo quadro tanto complesso l’Europa appare intimorita. È comprensibile. Comunque un approfondimento di analisi su scenari politici futuri sarebbe augurabile, così come un maggior supporto concreto alle società civili che soffrono.

rieccoli....

Siparietto M5s e altri euroscettici durante l’esecuzione dell’Inno alla Gioia, l'inno dell'Unione Europea, a Strasburgo. Durante l'apertura dei lavori dell'ottava legislatura del Parlamento europeo, gli eurodeputati grillini infatti si sono voltati, dando le spalle al palco e all'orchestra, in segno di protesta.

Non ne Pos più

La Stampa 1 luglio 2014
Massimo Gramellini

Nei Paesi meno intelligenti, il Pos (acronimo di Point of sale, punto di vendita) è un banale sistema che consente ai clienti di pagare ovunque con bancomat e carta di credito senza estrarre banconote unte, stropicciate e facilmente nascondibili all’occhio indagatore del fisco. Invece in un Paese intelligentissimo di cui tacerò per omertà il nome, il Pos (acronimo di Pagare onestamente stanca) è un astuto sistema studiato dal dottor Azzeccagarbugli in persona, con l’assistenza del Gatto & la Volpe e la supervisione del Gattopardo. Consiste nell’obbligare commercianti e artigiani a munirsi della macchinetta che legge le carte di credito, ma senza prevedere (qui sta la genialità) alcuna sanzione per chi si rivela allergico all’idea di dotarsene.  

Esempio: arriva a casa vostra un idraulico, aggiusta il rubinetto e in un afflato di bontà vi chiede solo 120 euro. Voi estraete la carta, immaginando che lui farà lo stesso col Pos. Ma l’idraulico è un Braveheart della contabilità e rivendica fieramente la libertà di non possederlo. Allora voi, immaginando di avere la legge dalla vostra, rifiutate di scucire i contanti. L’idraulico andrà a denunciarvi per non averlo pagato, mentre voi non potrete fargli nulla, perché chi è senza Pos non è sanzionabile. Come mai? Per non irritare artigiani e commercianti, prima di imporre una multa il governo ha deciso di aspettare che le banche abbassino il costo delle commissioni. Aspetta e spera, anzi dispera. E intanto col vostro idraulico come la mettete? All’italiana, ovviamente, ricorrendo al classico Psin (Pagamento scontato in nero). 

il conflitto infinito...

Sopra il bombardamento si Gaza ....sotto ebrei in preghiera per l'uccisione dei tre giovani israeliani rapiti

Israele e Palestina, i ragazzi non tornano, torna solo l’odio

Stefano Menichini 
Europa  

Uccisi a sangue freddo gli adolescenti israeliani vicino Hebron. Netanyahu promette le fine di Hamas, ci saranno altre vittime, cade un'altra leggera speranza.
Negli ultimi giorni, dopo che i ragazzi israeliani erano sicuramente già stati uccisi, quattro loro coetanei palestinesi hanno perso la vita negli scontri con Tsahal. Quando questo articolo sarà stato pubblicato, il numero delle vittime sarà senza dubbio più alto: l’esercito di Gerusalemme si farà duro interprete del dolore, della rabbia e della delusione di un popolo che per 18 giorni ha sperato, portando in tutto il mondo l’angosciato appello nato nella rete #bringourboysback.
Alla spirale di sangue si accompagnerà la spirale politica, con la fine largamente anticipata dell’ennesimo tentativo di composizione del conflitto.
Ha gioco facile chi vuole soffocare ogni sussurro di pace. L’accordo di governo tra Abu Mazen e Hamas sembrava promettere il rientro nel confronto diplomatico del partito che domina a Gaza, come avevano colto gli americani e anche la negoziatrice Tzipi Livni: una sola raffica di una squadra estremista basta a riportare tutto al grado zero. Netanyahu si cala nell’eterna parte di falco, con Hamas si annuncia una resa dei conti che si vorrebbe definitiva ma che naturalmente, per quanto pesante, definitiva non sarà mai.
La previsione amara è che il più classico dei conflitti mediorientali, il conflitto originario, sta per riprendersi la scena lasciata per un po’ alla Siria, all’Egitto, alla Libia. Non tornano tre ragazzi vivi, torna solo il tempo della guerra e dell’odio.