domenica 4 maggio 2014

Il sindacato italiano nella tenaglia Orfano della politica, lontano dal lavoro.


Corriere della Sera 04/05/14

Alla vigilia dell'apertura del congresso nazionale della Cgil l'intero sindacato italiano sembra come stretto da una tenaglia. Da una parte c'è l'offensiva della politica che non solo non riconosce più il ruolo della concertazione e dell'annesso potere di veto ma sta illustrando un'altra idea della società  di mezzo. Un'idea solo abbozzata nella quale tra il cielo delle istituzioni e il cittadino ci sono i sindaci, i social network e la comunicazione tambureggiante. La forza di quest'offensiva non consiste tanto nella compiutezza del disegno quanto nell'incrociare una sensibilità assai diffusa che chiede semplificazioni e riduzione delle procedure a tutti i livelli, compresa la rappresentanza degli interessi. E chiunque bazzichi le organizzazioni dei lavoratori (e delle imprese) sa che quelli esistenti sono tutt'altro che organismi «piatti». Per dirla più brutalmente e per limitarsi a un solo esempio, se si sottoponesse a un referendum popolare la proposta Renzi-Madia di tagliare drasticamente i permessi sindacali nella pubblica amministrazione il sì trionferebbe. L'altro braccio della tenaglia sta in una progressiva perdita di aderenza ai mutamenti del lavoro e dell'economia reale. Al centro logistico Amazon di Piacenza non esiste il sindacato perchè nessun dipendente under 35 ha chiesto di costituirlo, nei lavori più pesanti della logistica (facchinaggio) chi mena la danza sono i Cobas, non parliamo poi del rapporto del sindacato con l'universo delle partite Iva e dell'occupazione intermittente. Aggiungo che il lavoro autonomo è considerato ancora una variante negativa di quello dipendente e che nessun monitoraggio è partito sulla realtà   dell'auto-impiego dei giovani (uno su quattro). Anche nel corpaccione sindacale molti sono gli slittamenti in corso: aumenta il peso, oltre che dei pensionati, delle categorie del terziario e diminuiscono, per via della crisi, gli iscritti dei settori industriali. Va da sè che queste novità comportano anche una diminuzione della forza sindacale tradizionale quella che piaceva tanto agli operaisti («la rude razza pagana») e ciò porta con sé che le occasioni di maggiore visibilità sono gli scioperi dei supermercati contro le aperture festive, il divieto di accesso ai musei nei giorni di maggior appeal turistico (come accaduto al Colosseo il 1° maggio) e il blocco del trasporto pubblico locale. Qui siamo arrivati addirittura alla commedia: i leader dei tre sindacati non sanno come concludere il rinnovo del contratto e continuano perchè ad autorizzare astensioni dal lavoro quasi sempre collocate di venerdì e che si susseguono speranze visto che le controparti (le varie Atac o Atm) nella stragrande maggioranza dei casi non hanno i soldi per chiudere il negoziato. Segni di declassamento li si notano anche nella produzione intellettuale del sindacato, in passato accanto ad analisi cervellotiche dei mutamenti del capitalismo i centri studi sfornavano anche inchieste di notevole interesse sulle trasformazioni dell'organizzazione del lavoro. Oggi anche quando le confederazioni pubblicano un dossier lo fanno adottando il «Cga Mestre style»: puntano a strappare qualche titolo sui giornali o nei tg. Sarebbe però sbagliato dall'insieme di queste considerazioni trarre la conseguenze che il sindacato è inevitabilmente condannato a sparire e non solo perchè, tanto per ricordarlo, la sola Cgil raggiunge 5,7 milioni di tesserati. Ma soprattutto perchè l'evoluzione delle economie del capitalismo vecchio e nuovo è tutta da scrivere, basta pensare al ruolo che ha avuto lo United Auto Workers nel risanamento della Chrysler oppure alla possibilità che nuove forme di organizzazione e tutela maturino persino in Cina dove le aspettative dei lavoratori stanno già producendo un costante aumento dei salari e prime politiche di welfare. La società da quando Margaret Thatcher ne aveva decretato a tavolino la non-esistenza ci ha sorpreso cento volte e continuerà a farlo. Detto questo è evidente che il sindacato italiano ha bisogno per tornare in partita di un profondo rinnovamento. I gruppi dirigenti paiono stanchi e in qualche caso palesemente demotivati. Le confederazioni sono macchine estremamente complesse alle quali una spending review farebbe solo del bene. Se però dalle questioni organizzative passiamo ai contenuti l'unica considerazione sensata che si possa avanzare è che una nuova stagione del sindacato non si può inventare a tavolino. Bisogna partire dalle esperienze e come tali quelle che recano con sè un margine interessante di innovazione provengono dalla contrattazione aziendale. Nei luoghi di lavoro il dialogo con le controparti non si è affatto interrotto e ha prodotto persino negli anni della Grande Crisi risultati interessanti. Basta esaminare una raccolta di accordi raggiunti in fabbrica per trovare intese sul welfare aziendale, sulla produttività, sulla polivalenza e anti-assenteismo, che parlano un linguaggio del tutto nuovo. Costruiscono dal basso inediti parametri di scambio con un ampio consenso dei lavoratori, laddove invece nella retorica sindacale romana sembra sempre che ogni discontinuità contrattuale debba per forza fare a pugni con il consenso degli operai. Forse è da queste esperienze che bisogna ripartire.

Prodi, i populismi e la grande coalizione europea.


Corriere della Sera 04/05/14
Francesco Alberti

«Dicono che c’è troppa Europa… Per carità, casomai il contrario: ce n’è troppa poca, anzi, in questi ultimi anni è praticamente inesistente». Parola di Romano Prodi, 75 anni, uno che i corridoi di Bruxelles li ha frequentati e che ha vissuto in diretta, quando era alla guida della Commissione europea (1999-2004), il rinascere delle velleità nazionali: «La battaglia con i vari Stati è iniziata nel 2003: i primi a venir meno alle regole furono la Germania e la Francia, io tentai di farlo presente, ma mi fecero garbatamente capire di lasciare perdere, la realtà è che il vento stava cambiando, l’Italia di Berlusconi era politicamente isolata e l’unico che avrebbe dovuto difendermi, Tony Blair, era più a destra del centrodestra». Era l’inizio di una malattia che si sarebbe trasformata, complice la globalizzazione e una crisi economica affrontata «in modo sbagliato», in «un blocco decisionale provocato dal fatto che oggi comandano unicamente gli Stati». Era l’inizio di quelli che Prodi ha definito «gli anni della paura». Nascono da qui i tanti Grillo (per la verità molto diversi tra loro) che, sotto le bandiere di quella «variegata famiglia» che risponde al nome di populismo, picchia oggi ai fianchi il Vecchio Continente.

È un Prodi in versione totalmente europea (abile quanto Messi nel dribblare qualsiasi domanda che anche solo vagamente sfiori l’Italia renziana) quello che ha tenuto ieri, al Teatro degli Atti a Rimini, una lectio magistralis alle «Giornate del lavoro» della Cgil, ultimo appuntamento prima del congresso nazionale che si aprirà martedì. A suo agio, spesso applaudito dal pubblico (in prima fila anche Susanna Camusso), il due volte ex premier non ha nascosto di «essere angosciato» dalla deriva presa dalla politica europea, la cui «caduta d’immagine è impressionante». Tuttavia, a dispetto di un vento antieuropeo che sicuramente si farà sentire alle prossime elezioni per Strasburgo, Prodi prova a guardare il bicchiere mezzo pieno: «Credo che il dopo elezioni vedrà la nascita di una grande coalizione con una sufficiente maggioranza che prenda lezione da questi allarmi e inizi veramente la politica che bisogna fare in Europa». Comunque vada, è la convinzione di Prodi, sarà «un’Europa diversa, dove il ruolo della Commissione non potrà che essere più forte, si andrà verso un rafforzamento delle istituzioni e, forse, anche verso una Ue a due velocità».

Figli di un’Europa che ha tirato bruscamente il freno a mano dopo lo slancio degli anni iniziali, culminati nell’allargamento ai Paesi dell’Est («Quella, sì, che è stata una vera esportazione di democrazia, altro che le panzane sull’Iraq…» si è tolto un sassolino Prodi), i vari populismi di oggi «sono l’inevitabile reazione alle mancate risposte della Ue». È mancata in particolare la capacità di affrontare l’enorme problema della crescente diseguaglianza iniziata negli anni 80 sulla scia delle dottrine della Thatcher e Reagan e poi amplificata da vari fattori tra i quali, a detta di Prodi, «anche una rivoluzione tecnologica che divide e annulla il ceto medio». Oltre a un problema di risorse («Il mio ultimo bilancio a Bruxelles non arrivava all’1% rispetto al Pil europeo»), la grande falla è stata «l’arretramento delle istituzioni, il ruolo della Germania (Kohl e Merkel, pur provenendo dalla stessa famiglia politica, hanno linee diverse), con il paradosso che le uniche strategie di rafforzamento sono arrivate dalla Bce». Errori pesanti, uno su tutti: «La crisi economica non è stata affrontata dall’Europa. Gli Stati Uniti hanno riversato 800 miliardi nel loro sistema. La Cina ne ha investiti 585 nelle infrastrutture. Noi siamo riusciti a far diventare un’emergenza continentale un caso, come quello della Grecia, che inizialmente era poco più che periferico». E in Ucraina, ora, di fatto facciamo tappezzeria: «Al tavolo con la Russia c’è Obama. Perché? Dovremmo esserci noi…».



L’enciclica «verde» di Bergoglio parlerà della custodia del Creato.

Corriere della Sera  03/05/14

In Vaticano si parla diffusamente della prossima enciclica del Papa. Sarà per l’estate o forse per l’autunno; qualcuno, tuttavia, non esclude una sorpresa. Magari in giugno. Sarà dedicata al dono del Creato e alla sua custodia: l’argomento è tra i più dibattuti e seguiti. Del resto, non passa giorno senza che non vengano posti all’attenzione internazionale i problemi della Terra, la inarrestabile scomparsa di zone vergini, la popolazione che ha superato i sette miliardi, l’inquinamento, i rifiuti eccetera.

In queste ore iniziano le raccolte sui rapporti tra la Chiesa, il Creato e l’ambiente: noi ricordiamo, anche per l’attenta cura che ne ha fatto Giuliano Vigini, la prima appena uscita intitolata Una ecologia per l’uomo (si trova nelle edizioni Medusa, costa 9 euro). Aggiungiamo soltanto che la custodia del Creato, da non confondere con talune espressioni a buon mercato dell’ecologismo, è presente con forza nei discorsi dei Pontefici nell’ultimo mezzo secolo e ne trattò anche il Concilio Vaticano II. Questa celebre assise, nella «Gaudium et spes », ricordava tra l’altro che l’uomo «deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni». Nessuno ha il diritto di inquinare e distruggere, perché la Terra è di tutti.

Papa Francesco ha già espresso diversi pensieri in materia, anche se le occasioni di questo anno di pontificato non sono state molteplici. Per esempio, nell’«Omelia per l’inizio del ministero petrino» (19 marzo 2013), sottolineava: «La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero Creato, la bellezza del Creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo». Più avanti: «Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!». Si riflette un rispetto per il Dio creatore oltre che per la natura in queste parole. Di più: nell’Udienza generale del 5 giugno 2013 Francesco riprende il discorso. «Quando parliamo — è una sua frase — di ambiente, del Creato, il mio pensiero va alle prime pagine della Bibbia, al Libro della Genesi, dove si afferma che Dio pose l’uomo e la donna sulla terra perché la coltivassero e la custodissero (cfr 2,15). E mi sorgono le domande: che cosa vuol dire coltivare e custodire la terra? Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il Creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando? Il verbo “coltivare” mi richiama alla mente la cura che l’agricoltore ha per la sua terra perché dia frutto ed esso sia condiviso: quanta attenzione, passione e dedizione! Coltivare e custodire il Creato è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti». Da un lato la grande lezione della Genesi e dall’altro la responsabilità verso un bene che Dio ha dato all’uomo. Occorre insomma, per il Papa, cogliere il ritmo e la logica della creazione e allargare la nostra idea di ecologia. Utilizziamo di nuovo le sue parole: «Ma il “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il Creato, riguarda anche i rapporti umani. I Papi hanno parlato di ecologia umana , strettamente legata all’ecologia ambientale . Noi stiamo vivendo un momento di crisi; lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo. La persona umana è in pericolo: questo è certo, la persona umana oggi è in pericolo, ecco l’urgenza dell’ecologia umana!».

Il discorso in materia, dicevamo, ha una storia. Come mostra il libro edito da Medusa se ne occupò, per esempio, Giovanni XXIII nella «Pacem in Terris », Paolo VI nella «Octogesima adveniens », Giovanni Paolo II nella Giornata mondiale della pace 1990 (8 dicembre) o nel discorso ai partecipanti a un convegno su «Ambiente e salute» (24 marzo 1997) o Benedetto XVI nell’Udienza generale del 26 agosto 2009. Ora aspettiamo la sorpresa di Francesco

Kiev tenta di riprendersi l’Est del paese.


BERNARDO VALLI
La Repubblica - 3/5/2014

I trentotto morti di Odessa, in un incendio criminale appiccato durante uno scontro tra manifestanti pro Mosca e pro Kiev, annunciano una svolta nella crisi ucraina.
IL numero delle vittime si avvicina a quello di una guerra civile che sta per esplodere. Due consultazioni elettorali stringono i tempi e inaspriscono il confronto. Mi riferisco alle presidenziali del 25 maggio, indette dal governo provvisorio, e all’ancor più imminente referendum locale dell’11 maggio, annunciato dai separatisti della «repubblica popolare di Donetsk». Una ripetizione, piuttosto improbabile, dello scenario che ha condotto alla secessione della Crimea. Questi due appuntamenti, uno nazionale l’altro locale, spingono Kiev a tentare di riprendere al più presto il controllo delle regioni sud orientali. Al tempo stesso stimolano Mosca a incoraggiare i separatisti ad occupare o conservare con la forza il potere in quella parte del Paese confinante con la Russia. I morti di Odessa sono vittime della tensione sempre più forte.
La giornata, conclusasi con le fiamme nel porto dell’Ucraina meridionale, è cominciata all’alba con l’intervento dell’esercito a Slovyansk. Un’operazione militare che ha rivelato la natura dello scontro fino a quel momento. Il governo provvisorio di Kiev ha parlato di «fase attiva», come se fosse finito il tempo delle esitazioni, e si fosse passati a un’azione armata non più condizionata dal timore di provocare un intervento delle truppe russe (valutate a quarantamila uomini) presenti lungo la frontiera. In realtà l’esercito ha circondato in parte la città, ma non ha osato sfondare le barricate dei separatisti che la controllano. La prudenza dei governativi non ha impedito a Mosca di denunciare subito la violazione degli accordi di Ginevra. Accordi che Vladimir Putin si è ben guardato dal rispettare poiché non ha mai invitato i filo russi a ritirarsi dalle località e dagli uffici pubblici occupati, come previsto dall’impegno sottoscritto dal suo ministro degli Esteri. Le fiamme di Odessa hanno incendiato anche le parole, poiché la polemica si è poi arroventata con le reciproche accuse.
L’operazione militare a Slovyansk (durante la quale, nonostante la cautela, ci sono stati alcuni morti ed elicotteri abbattuti) è stata dettata dall’ansia del governo di Kiev che teme di non avere il controllo del Paese prima delle elezioni presidenziali, quindi di non poterle tenere. I separatisti vogliono invece impedire un voto che conferirebbe un’indubbia legittimità al potere centrale filo europeo. Al quale sembra garantito un risultato favorevole nel caso di una normale consultazione nazionale. Una legittimità scomoda anche per Vladimir Putin, la cui non nascosta aspirazione è di avere un’Ucraina docile se non proprio sottomessa. Perché sia tale il Cremlino alimenta, finanza e guida le rivolte dei filo russi che creano caos e divisioni. E lascia aperta la minaccia (nonostante le smentite) delle truppe schierate al confine, il cui intervento favorirebbe la secessione o una forte autonomia delle regioni sudorientali, con venti milioni di abitanti e importanti industrie e ricchezze minerarie.
Il credito di 17 miliardi di dollari, appena accordato dal Fondo monetario internazionale, può consentire al governo provvisorio di Kiev di avviare riforme e di affrontare le presidenziali del 25 maggio in un clima meno angosciante di quello fallimentare che si annunciava sul piano finanziario. Ma l’aiuto dell’FMI e la decisione di ripristinare il servizio militare obbligatorio hanno appesantito la reazione di Mosca e dei suoi sostenitori in Ucraina. Sul terreno la tensione è diventata sempre più forte, con l’aiuto di una propaganda che non risparmia i colpi.
Le accuse di fascismo, vedi di nazismo, si sono intensificate. Al punto da denunciare i piccoli gruppi o i partiti estremisti di destra della Majdan (ad esempio il Settore destra o Svoboda, ai quali i sondaggi concedono a ciascuno non più del 2- 3 per cento dei consensi) come discendenti degli sconfitti della Grande guerra patriottica vinta dalla Russia sovietica nel ’45. Quegli estremisti, stando sempre alla propaganda russa ma anche all’opinione radicata tra i separatisti, tenterebbero adesso di avere una rivincita, nel ricordo di padri e nonni, e sarebbero i veri istigatori della politica di Kiev.
Durante una lunga conversazione nel suo ufficio a Kiev, Arsen Avakov, il ministro degli Interni, mi assicurava un mese fa che soltanto seicento militanti di gruppi armati della Majdan non erano ancora stati incorporati nelle forze dell’ordine. Gli altri avevano accettato di servire lo Stato demo- cratico. Se il ministro era allora sincero, nel frattempo il numero degli irregolari si dovrebbe essere assottigliato. I mezzi di informazione russi sostengono al contrario che gli estremisti governano a Kiev. In queste ore radio e televisione ascoltate nelle regioni sudorientali non perdono occasione anche per sottolineare la presenza di militari «che parlano in inglese », cioè di americani, nell’esercito ucraino impegnato attorno a Slovyansk.
A differenza di quel che è accaduto in Crimea, i promotori della “repubblica popolare di Donetsk”, non dispongono di seggi elettorali e non hanno i registri degli aventi diritto per organizzare l’annunciato referendum locale dell’11 maggio sull’autonomia o la secessione. Ma nel frattempo potrebbero creare i seggi e procurarsi i registri per dare alla consultazione una parvenza di legalità. L’idea di referendum potrebbe contagiare altri gruppi separatisti del Donbas, regione in cui si trova Donetsk. Il governo centrale non ha sempre la forza per evitarlo, poiché non ha il completo controllo della polizia nelle zone confinanti con la Russia. Può contare su poco più di un terzo degli effettivi. Il resto è sotto l’influenza dei separatisti o è sensibile agli umori del momento. È opportunista.
Per ora Kiev non è stata capace di mobilitare sul serio la popolazione favorevole all’unità nazionale, intimorita dall’attivismo dei filo russi e dalla presenza dell’esercito di Vladimir Putin al confine. Quella popolazione di frontiera è per la verità una maggioranza non sempre silenziosa. Ad esempio a Kharkiv si è fatta sentire e ha permesso che la metropoli del Sud Est resti sotto il controllo del governo centrale. Ma i morti di Odessa impongono un altro ritmo al confronto. Disegnano un altro scenario.



sabato 3 maggio 2014

Soldi e politica due anni dopo Lusi

Stefano Menichini 
Europa  

Nel gennaio 2012 lo scandalo, ieri la dura condanna. Mentre finalmente il sistema dei partiti, tra Renzi e Grillo, sembra aver capito la lezione
Martedì 31 gennaio 2012. Poco più di due anni fa, un secolo per la politica, una data che ricordiamo bene: quella mattina uscì la notizia dell’indagine a carico di Luigi Lusi, senatore del Pd, tesoriere della Margherita e fiduciario di questo partito nel consiglio d’amministrazione di Europa.
Ieri è uscita la sentenza di primo grado. S’è chiusa una fase della vicenda, s’è riaperta una ferita.
In un clima già molto ostile ai partiti, il caso Lusi fece da detonatore di una inarrestabile catena di esplosioni. Da quel giorno del 2012 non solo il sistema di finanziamento pubblico ma l’intero modo di vivere e di funzionare della politica divennero non più sostenibili.
Da allora la magistratura ha svolto un gran lavoro, con importanti risultati. A lungo invece siamo rimasti col dubbio che la politica non riuscisse a capire, a reagire, a cambiare. E in effetti ancor oggi emergono casi criminali o anche solo disdicevoli che rivelano un’incredibile coazione a ripetere.
Alla fine però, nei giorni delle riforme e del duello polarizzato tra Renzi e Grillo, c’è da prendere atto che, sotto questo punto di vista, il sistema politico è cambiato negli ultimi due anni più che in venti. Sobrietà e trasparenza non sono più ornamento ma requisito essenziale per gli uomini pubblici: chi cade in fallo, anche minore, è fuori.
Lusi ha avuto una condanna dura, otto anni. Non avendo mai festeggiato il carcere di nessuno, non proviamo soddisfazione per un simile esito, pur a carico di una persona che ha causato danni e umiliazioni a tanti, noi compresi. Tuttavia salutiamo l’applicazione della legge, l’onore pieno restituito alle parti lese e soprattutto la consolazione per una lezione che la politica, finalmente, sembra aver imparato davvero.

Il Papa: “Piango per i cristiani crocifissi”


La commozione di Francesco per il racconto sulle atrocità commesse a Maalula da ribelli jihadisti “Uccisi perché si rifiutavano di rinunciare alla loro fede”. A fine maggio il viaggio in Medio Oriente

MARCO ANSALDO
La Repubblica - 3/5/2014

CITTÀ DEL VATICANO .
«Ho pianto quando ho visto sui media i cristiani crocifissi in un certo Paese non cristiano». Le Omelie di Santa Marta, pronunciate alle 7 di ogni mattina, regalano ai fedeli le parole del Papa più sentite. E ieri Francesco, che pure non è certo uomo incline al sentimentalismo, non ha avuto remore a confessare le sue lacrime. Così ha voluto ricordare, anche in vista del suo prossimo, difficile viaggio in Medio Oriente, la testimonianza di alcuni supplizi fatta di recente da una religiosa siriana, suor Raghida, ripresa dalla Radio Vaticana e dall’ Avvenire. Racconta la religiosa che alcuni cristiani del suo Paese sono stati crocefissi per aver rifiutato di abiurare il loro credo e abbracciare l’Islam. In questo modo la suora ha denunciato atrocità commesse dai ribelli jihadisti nelle città e nei villaggi da loro occupati. «A Maalula — ha detto — hanno crocefisso due ragazzi perché non hanno voluto recitare la shahada ( formula con cui i musulmani dichiarano la loro fede, ndr). Allora i jihadisti hanno detto: “Voi volete morire come il vostro maestro nel quale credete? A voi la scelta: o recitate l’abiura, oppure sarete crocifissi”. Uno è stato crocefisso — ha continuato la religiosa siriana — davanti al suo papà, che poi è stato ucciso a sua volta. Èsuccesso, per esempio ad Abra, nella zona industriale, alla periferia di Damasco: appena entrati in città hanno cominciato a uccidere gli uomini, le donne e i bambini. E dopo il massacro, prendevano le teste e ci giocavano a calcio. Per quanto riguarda le donne incinte, prendevano i loro feti e li impiccavano agli alberi con i cordoni ombelicali». Fin qui la testimonianza di suor Raghida. Il Papa ieri l’ha commentata: «Anche oggi — ha detto a Casa Santa Marta — c’è questa gente che, in nome di Dio, uccide, perseguita. Ci sono tanti padroni delle coscienze ». Francesco ha poi indicato «la gioia dei martiri cristiani ». «Oggi ce ne sono tanti! — ha proseguito — Pensate che in alcuni Paesi, soltanto per portare il Vangelo, vai in carcere. Tu non puoi portare una croce: ti faranno pagare la multa. Ma il cuore è lieto».
Riguardo invece ad altre immagini di uomini crocefissi diffuse su Internet, provenienti dalla città di Raqqa nel Nord della Siria, l’identità non è certa. Secondo lo studioso Aymenn Jawad Al-Tamimi, “Ginsburg Fellow” al Middle East Forum e esperto di gruppi jihadisti in Siria e in Iraq, «c’è una piccola possibilità che essi siano cristiani, e in ogni caso sono stati puniti perché ritenuti colpevoli d’avere compiuto attentati contro l’Isis» (lo Stato islamico d’Iraq e del Levante, un gruppo rinnegato di Al Qaeda che da mesi controlla Raqqa e la provincia, dove ha creato un emirato ndr).
«Da tempo — dice Al-Tamimi a Repubblica al telefono da Oxford — sono in corso a Raqqa operazioni clandestine contro l’Isis, sia da parte di movimenti jihadisti antagonisti, sia di attivisti siriani. A giudicare dalle fotografie, è probabile che gli uomini siano stati torturati e uccisi prima d’essere crocifissi. L’Isis non esita a ricorrere a ogni tipo di tortura. Ritengono di essere uno Stato islamico, il rappresentante di Dio e del Profeta Maometto, dei quali credono d’incarnare la volontà. Perciò, chiunque intraprenda una guerra contro l’Isis, secondo la loro ideologia conduce la guerra contro Dio e il Profeta Maometto. E va punito applicando quanto stabilito dal Corano, al capitolo 5, verso 33: “Il castigo per chi muove guerra ad Allah e al suo Messaggero, e lotta con forza e sparge misfatti e corruzione sulla terra è: esecuzione o crocifissione o amputazione di mani e piedi di lati opposti o l’espulsione dalla terra (ossia l’esilio): questa è la loro ignominia in questo mondo e subiranno una terribile punizione nell’altro. In questo caso però la crocifissione non ha alcun legame con il simbolo cristiano».
Le lacrime del Papa, comunque, sono per degli uomini, cristiani o no, torturati e barbaramente uccisi. Francesco si appresta, alla fine di maggio, a una delicata missione in Medio Oriente, visitando Israele, Territori palestinesi e Giordania. Ma sarà un viaggio che non mancherà di affrontare la guerra in Siria e le sofferenze dei cristiani perseguitati. Ha detto ieri il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin: «La presenza del Papa in Terra Santa certamente sarà uno stimolo e un richiamo alla pace: questo l’hanno sempre fatto, i Papi, ogni volta che sono andati in Terra Santa. Sarà uno stimolo e un impulso anche al negoziato tra israeliani e palestinesi».


venerdì 2 maggio 2014

Rivoluzione.it, gli statali alla prova d’orgoglio

Stefano Menichini 
Europa  

Renzi apre la sua riforma della pubblica amministrazione alla consultazione di tutti. È una sfida difficile per i sindacati e per i dirigenti, un'occasione irripetibile per un popolo di lavoratori sprezzato e umiliato.
Se Matteo Renzi e Marianna Madia porteranno a casa anche solo la metà dei cambiamenti nella pubblica amministrazione che hanno annunciato, il loro temerario account di posta elettronica rivoluzione@governo.it rischierà di assumere un significato letterale, mica tanto provocatorio o propagandistico come appare adesso.
Non so se la coincidenza sia voluta, ma si può anche dire che l’operazione varata dal governo è un modo peculiare ma assolutamente appropriato di festeggiare oggi il Primo Maggio. Perché quello degli “statali” è un popolo di lavoratori che da anni vede i propri compiti, funzioni e status sociale sprezzati e umiliati dall’inefficienza della macchina e dall’insoddisfazione degli utenti.
Alle intenzioni e alle possibilità di Renzi si può credere, o no. Ma è innegabile che ora la pubblica amministrazione possa giocarsi un’irripetibile chance di rialzare la testa e di mettersi al passo con i tempi, con i confronti internazionali, con le necessità del rilancio dell’economia e con le attese dei cittadini.
Intrecciando abilmente i tempi lunghi necessari alla stesura della riforma e le richieste da parte dei sindacati di poterla contrattare, il premier inaugura un meccanismo di consultazione aperta in rete che demolisce i tradizionali “tavoli” di mediazione (e di neutralizzazione).
I sindacati ruggiranno, per alcuni delle misure che li colpiscono anche direttamente in alcune prerogative e per il metodo che rischia di scavalcarli, ma possono solo accettare la sfida del cambiamento. Del resto, il governo ha anticipato l’eterno argomento posto a sbarramento dei tentativi di introdurre negli uffici mobilità e riconoscimento del merito: saranno infatti i dirigenti pubblici i primi a doversi confrontare con le novità che mirano a illuminare gli angoli oscuri dei privilegi e dell’imboscamento.
Anche se il governo spera di realizzare consistenti risparmi, Renzi non presenta la sua riforma della pubblica amministrazione come una manovra di tagli e legnate, che magari solleticherebbe gli umori acidi di chi liquida il pubblico come un’accozzaglia di sfaticati travet. Al contrario, chiama il popolo dei civil servant a un moto di orgoglio e di responsabilità. Quasi a una rivoluzione.