domenica 2 marzo 2014

Kiev: “Se Russia attacca è guerra”

Il premier Arseni Iatseniuk non usa mezzi termini: “Se Mosca interviene, sarà guerra”. Il primo ministro ucraino è convinto però che Putin mostri i muscoli, ma alla fine non interverrà. Intanto però il ministro degli Esteri Andrei Deshizia, citato dalla Bbc, ha chiesto a Ue, Usa e Nato di valutare tutti le possibili opzioni per proteggere l’integrità territoriale dell’Ucraina.Ma dall’altra parte il presidente russo Putin ha chiamato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e ha confermato: “La Russia si riserva di proteggere isuoi interessi in Ucraina”. La tensione è altissima. L’ambasciatrice Usa presso le Nazioni Unite, Samantha Power ha chiesto di sostenere il governo neonato in Ucraina. E chiediamo l’immediato invio di osservatori internazionali in Crimea”. “L’intervento della Russia in Ucraina – ha aggiunto la Power – è privo di basi legali, e deve finire”.

Il Fatto Quotidiano 2 marzo 2014

Dai divorziati ai giovani disoccupati, un papa che vive nel presente

Maria Galluzzo 
Europa  

Nuova apertura di papa Francesco sui matrimoni falliti e poi un atto d'accusa a un sistema economico a cui danno fastidio i giovani che cercano lavoro
Quando un amore fallisce bisogna «accompagnare, non condannare» chi sperimenta questo dolore. Parole di papa Francesco nell’omelia di questa mattina alla Domus Santa Marta. Parole che proseguono e intensificano la sua riflessione sulla famiglia e sul matrimonio, dopo le recenti giornate di studio del concistoro e la Lettera alle famiglie in vista del sinodo straordinario di ottobre e di un intero anno della vita della Chiesa molto concentrato su questi temi. Parole che confermano la sua cura anche per la condizione delle coppie che si separano.
Commentando il Vangelo di questa mattina il papa si è soffermato sulla bellezza matrimonio: «Farsi una sola carne». Questo senza nascondere che «quando questo amore fallisce, perché tante volte fallisce», bisogna camminare accanto alle persone e soprattutto «non fare casistica con la loro situazione». Una «trappola della casistica» rispetto alla quale il papa aveva messo già in guardia anche il collegio dei cardinali. Ci si può divorziare, sì o no? Trappole da dottori della legge, come facevano i farisei per togliere autorità morale a Gesù.
C’è una grande apertura del papa sul tema, che non si risolve però con un sì o un no, ma con un «cammino di discernimento» per affrontare le sfide attuali con la luce del Vangelo, adottando scelte pastorali adatte ai tempi inquieti che viviamo. Senza la fretta che qualcuno vorrebbe imporgli.
La famiglia, il matrimonio, i giovani, anziani. Papa Francesco vive nella realtà. E sempre questa mattina, incontrando la Pontificia commissione per l’America Latina, si è soffermato sulla difficile situazione sociale di quel continente.
C’è una «eutanasia nascosta», ha detto, di cui sono vittime gli anziani, considerati a volte «materiali di scarto». Così come lo sono i giovani. E qui le sue parole sono diventate atto di accusa: «Dà fastidio a questo sistema mondiale la quantità di giovani ai quali è necessario dare lavoro».
Il giovane che è senza lavoro «anestetizza l’utopia!». E in questo contesto, ha ricordato il papa, vince la droga, che sta «distruggendo intere generazioni» e proliferano altre dipendenze, come la ludopatia.
Tutti ostacoli sul cammino dei giovani. Problemi di fronte ai quali papa Francesco spinge ad aprire gli occhi.

sabato 1 marzo 2014

venti di guerra...

mosca
La Russia di Vladimir Putin è pronta a invadere l’Ucraina. E in parte l’ha già fatto. Migliaia di militari russi - da 6mila a 28mila - sarebbero già in Crimea, penisola russofona che fa parte dell’Ucraina ma in cui da alcuni giorni soffiano impetuosi venti di secessione e dove Kiev sembra non avere più alcun potere.

Sia gentile

Massimo Gramellini
La Stampa 1 marzo 2014

Come tutti coloro che da Renzi si aspettavano il governo dei fuoriclasse – se non Baricco Guerra e Farinetti, almeno Gratteri – ero rimasto un po’ deluso dalla lista dei ministri. Ma mi sbagliavo. Quella lista aveva un suo fascino, se paragonata a quella dei sottosegretari. Dai, mi dicevo, vorrai mica che alla Giustizia rimettano un berlusconiano di ferro? Infatti ne hanno messo uno di Ferri. Cosimo Maria Ferri, affiancato da un’altra figura neutrale: il relatore del lodo Alfano. Però il senatore Tonino Gentile, no. Si deve trattare di un refuso. Mai e poi mai il Renzi che conosco farebbe salire a bordo un signore accusato, non più tardi del 19 febbraio scorso, di avere impedito l’uscita di un giornale. Il direttore e l’editore dell’Ora della Calabria sostengono di avere ricevuto pressioni per interposta persona affinché fosse estirpata la notizia di un’indagine che riguardava il figlio del senatore. Il «mediatore» avrebbe spiegato ai giornalisti riottosi che «il cinghiale quando viene ferito, ammazza tutti». Un linguaggio che, più che i documentari di Quark, richiama i dialoghi del Padrino.  
Il giornale non uscì, a causa di una misteriosa rottura della rotativa. Cose che capitano. Mentre non può capitare che, appena dieci giorni dopo, la persona su cui aleggia un sospetto simile venga nominata sottosegretario. E nemmeno all’Editoria, settore col quale parrebbe avere una certa dimestichezza. Alle Infrastrutture, pozzo senza fondo di appalti pubblici. Dottor Renzi, sia gentile con Gentile e lo accompagni all’uscita. Ci ha promesso che con lei l’Italia cambierà verso. Non che ci andrà di traverso.

Gli elettori fanno credito a Renzi I dubbi sui tempi delle riforme.


Il Corriere della Sera
1 marzo 2014

L’ insediamento del governo Renzi al Senato è stato senza dubbio un evento di rilevante impatto che ha introdotto importanti novità producendo se non altro una «rivoluzione della forma», come ha scritto Aldo Grasso su questo quotidiano. L’attesa era rilevante ed è stata ripagata da un’elevata attenzione dei cittadini che per il 60% hanno seguito l’evento direttamente o indirettamente sui mezzi di informazione. Quasi tutti quelli che lo hanno seguito si esprimono positivamente, ma solo il 16% approva sia la forma che i contenuti del discorso, mentre il 36%, pur giudicandolo positivo, esprime qualche perplessità sulle fonti di finanziamento degli ambiziosi obiettivi esposti. È interessante sottolineare la sostanziale trasversalità di queste opinioni nei diversi elettorati.

Dei principali obiettivi elencati da Renzi nel suo discorso, ne abbiamo testati tre: la riduzione delle tasse sul lavoro, la conclusione del percorso di pagamento dei debiti che la pubblica amministrazione ha nei confronti delle imprese private, l’assunzione dei dirigenti della macchina dello Stato a tempo determinato e con una vera valutazione sul raggiungimento dei risultati. Sono tutti obiettivi importanti: il 94% considera infatti molto o abbastanza importante che si agisca sul cuneo fiscale, riducendo il peso delle tasse sul lavoro, il 91% lo ritiene a proposito del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, il 79% lo pensa a proposito dell’assunzione dei dirigenti a tempo determinato. Né ci sono apprezzabili differenze nei diversi elettori: per tutti si tratta di obiettivi strategici.

Renzi coglie quindi, almeno nei tre grandi obiettivi proposti al Senato, alcune attese davvero rilevanti nel Paese. Il lavoro è la prima emergenza da anni, e fortissima è l’attesa di un intervento che consenta ai dipendenti di avere qualche soldo in più in busta paga, favorendo in questo modo una ripresa dei consumi strategica per favorire la crescita oggi appena accennata. I pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione sono non solo un provvedimento percepito come efficace per sostenere la crescita, ma hanno anche un significato simbolico: ricondurre a comportamenti ragionevoli lo stato, visto dai più come oppressivo e predatore. Infine i dirigenti della pubblica amministrazione: come è noto, sono molto diffusi i sentimenti di ostilità nei confronti della burocrazia che funge da freno impedendo non solo i processi di cambiamento e innovazione ma complicando pure l’attività ordinaria. Nella proposta di Renzi si recepisce questa attesa, inserendo l’elemento davvero rilevante del merito: dirigenti (quelli che alcuni chiamano «mandarini») sottoposti a verifica, ai quali viene chiesto di portare a casa risultati, con un posto «a tempo» da rinnovare periodicamente.

Si conferma quindi la «luna di miele» che attualmente, come in altre occasioni, il paese vive nei confronti del presidente del Consiglio. Ma quando si tratta di valutare la praticabilità di questi interventi, emergono alcune perplessità. Infatti per i tre obiettivi testati, richiesti di indicare se Renzi riuscirà a raggiungerli, la risposta della maggioranza assoluta è dubitativa: forse ci riuscirà, ma ci vorrà del tempo. In questo caso emergono differenze più consistenti tra i diversi elettorati: gli elettori Pd e centristi (comprensivi di chi voterebbe Ncd) sono decisamente più fiduciosi sulla possibilità di raggiungere i risultati, ma lo sono anche gli elettori di Forza Italia (che pure essendo all’opposizione manifestano un’elevata sintonia con il premier), mentre i più critici sono gli elettori dei 5stelle. È interessante sottolineare la differenza che abbiamo osservato altre volte e che anche in questo caso emerge, tra le opinioni degli imprenditori, dei dirigenti e dei professionisti e quelle degli artigiani e commercianti. Anche in questo sondaggio i primi sono decisamente più ottimisti dei secondi. Mentre precedentemente attribuivamo questa differenza principalmente ai contesti economici, con commercianti ed artigiani più in difficoltà in quanto condizionati dal dover agire sul più difficile mercato interno, oggi emerge in misura più netta il fatto che l’area imprenditoriale sembra aver aperto una generale linea di credito nei confronti di Matteo Renzi.

La reazione alle proposte del premier potrebbe essere definita un’«attesa disincantata»: a Renzi si fa credito ma la cambiale non è in bianco e, soprattutto, non è priva di scadenza. Per mantenere il feeling con il paese i risultati devono arrivare in tempi rapidi

Le larghissime intese necessarie a Renzi per non franare alla prova dell’Aula.


Francesco Verderami
Corriere della Sera 1 marzo 2014

A Renzi serve la doppia maggioranza per evitare che in Parlamento si formi la doppia opposizione, vissuta dal premier come un’autentica minaccia. Ecco il motivo che l’ha indotto a stringere l’intesa sulle riforme con Berlusconi, conscio che, se Forza Italia si saldasse all’ostruzionismo dei Cinquestelle, il governo finirebbe per impantanarsi nelle Aule.
L’agibilità parlamentare è un vero cruccio per il presidente del Consiglio, già costretto a caricarsi l’onere di alcuni decreti ricevuti in eredità da Letta e sui quali aveva espresso giudizi a dir poco negativi. Il «caso salva Roma» è stato solo il primo intoppo, il resto deve ancora venire. Ma il problema di Renzi è come assicurare un iter veloce ai suoi provvedimenti, e certo la riforma dei regolamenti parlamentari — citata nel discorso per la fiducia — se mai fosse varata non arriverebbe in tempo utile per i primi mesi del suo governo, i più importanti, perché gli servono per far dimenticare il peccato originale della «staffetta» e per lanciarlo verso le Europee.

Il test elettorale di primavera sarà determinante per il premier, anche per soffocare la resistenza interna al Pd. Ma un conto sarà arrivarci dovendo fronteggiare solo Grillo e i suoi parlamentari, altra cosa sarebbe se anche Berlusconi portasse i suoi deputati e senatori sulle barricate. Il modo «responsabile» con cui (per ora) il Cavaliere promette di fare opposizione al governo è legato agli impegni che il premier ha assunto con il capo di Forza Italia. E ieri in Consiglio dei ministri molti rappresentanti dell’esecutivo — compresi alcuni democratici — hanno avuto la netta sensazione che il patto c’è e (per ora) regge.

Quando il Guardasigilli Orlando ha letto la lista dei sottosegretari assegnati al suo dicastero, ha chiesto conto a Renzi: «È rimasto Ferri, allora al Nuovo centrodestra non sono toccati nove posti, ma dieci». In effetti Ferri — ex esponente di Magistratura Indipendente — era giunto in via Arenula con il governo Letta su indicazione di Berlusconi. E al momento della scissione nel Pdl — pur non aderendo a Ncd — non si era dimesso: «Sono un tecnico», aveva spiegato. Il neo ministro della Giustizia pensava tuttavia che fosse stato Alfano a indicarlo, ed è rimasto a bocca aperta quando si è sentito rispondere da Renzi: «No, è una roba di Firenze... L’ho scelto io». E infatti, a legger bene, sul foglio delle nomine c’era scritto in piccolo: «Tecnico/Pd».

Da quel momento è stato tutto un pissi-pissi nel salone di Palazzo Chigi, su quale definizione dare all’esecutivo: la più gettonata è stata «governo delle larghissime intese». È un «governo politico», ha sorriso il capogruppo di Ncd Sacconi, come a evocare i gabinetti della Prima Repubblica, quelli dove le scelte venivano fatte misurando la forza dei partiti e delle loro correnti. Ognuno ieri si è sentito soddisfatto, compreso Alfano, che ai suoi ha spiegato come Renzi — completando la squadra — abbia «dato prova di rispettarci».

I rapporti tra il premier e il titolare dell’Interno sembrano (per ora) marciare, così raccontano i ministri centristi presenti al dibattito sull’addizionale della Tasi. Tema spinoso per Ncd, visto che Forza Italia ha subito iniziato a sparare sull’aumento delle tasse sulla casa. Ma l’approccio di Lupi in Consiglio è stato conciliante: «...Mi raccomando però di spiegarlo bene alla stampa. I comuni che vorranno applicare l’aumento dell’otto per mille, dovranno aumentare anche le detrazioni». E il presidente del Consiglio ha condiviso il ragionamento del ministro delle Infrastrutture.

Ma il vero banco di prova per la tenuta della maggioranza di governo tra Pd e Ncd arriverà la prossima settimana alla Camera, quando sulla legge elettorale verrà messa alla prova la tenuta della maggioranza per le riforme tra il premier e il Cavaliere. «Sulla legge elettorale Renzi ha già un patto con noi», assicura Alfano. Sarà, però nel discorso per la fiducia a Montecitorio, è stato proprio Renzi a dire: «Manterrò gli impegni con tutti», rivolgendosi ai banchi di Forza Italia. Il nodo è il famoso emendamento Lauricella, che rimanda l’entrata in vigore della legge elettorale alla riforma del Senato. Attorno a quella modifica, che è stata ribattezzata «norma salva-legislatura», già si notano strane manovre, e la richiesta di farla «comunque» votare a scrutinio palese.

Non è dato sapere al momento da chi arriverebbe questa richiesta. È certo che sulla questione la presidente della Camera Boldrini ha già messo al lavoro gli uffici di Montecitorio: ma il caso — per quanto tecnico — è anzitutto politico. Se l’emendamento venisse votato a scrutinio palese, infatti, Renzi sarebbe costretto a prendere posizione, e dovrebbe abbandonare l’ambiguità che ha salvaguardato finora la sua strategia della doppia maggioranza. Il voto a scrutinio segreto, invece, garantirebbe al premier la
 possibilità di affidare il destino dell’emendamento ai giochi d’Aula. Giochi nei quali entrerebbe anche di un pezzo di Forza Italia...

Ecco il primio bivio per Renzi, che ambisce alla doppia maggioranza per non dover contrastare una doppia opposizione. D’altronde, ora che è diventato presidente del Consiglio, ha concentrato su di sé la cabina di regia sul governo e sulle riforme. Perciò starà a lui sciogliere questi nodi, sapendo che se non ci riuscisse potrebbe rimanere impigliato in uno dei due.




Avvio prudente, buoni nomi per l’economia

Stefano Menichini 
Europa  

Né sul Salva-Roma né sulle tasse locali il governo Renzi parte col botto. In compenso nei ruoli chiave su economia e lavoro vanno personalità di peso.
Non esistono governi perfetti, e sono molto rari i momenti magici. I primi tre passi del governo Renzi non sono da stropicciarsi gli occhi, ma solo chi fosse in malafede potrebbe fare una colpa della prudenza con la quale l’ex sindaco di Firenze affronta i guai dei suoi ex colleghi.
Così abbiamo un decreto Salva-Roma riproposto senza imporre a Marino alcun particolare percorso di guerra (altro discorso riguarda il futuro politico del sindaco capitolino, a dir poco compromesso). Abbiamo il via libera all’aumento della Tasi fino allo 0,8 per mille, che nonostante ogni discorso sulla rimodulazione di altre imposte è difficile far passare come un abbassamento delle tasse. E abbiamo quel discorso fatto dal premier ai sindaci veneti, nel quale il promesso potente intervento di edilizia scolastica si riduce alla ristrutturazione di una scuola per comune (metropoli comprese), «con procedura d’urgenza sempre che me lo facciano fare».
Ma siamo appena al primo consiglio dei ministri esecutivo, si tratta ancora di mettere pezze a situazioni d’emergenza ovviamente ereditate dal passato. Sul Salva-Roma molti si aspettavano di più in termini di discontinuità, dopo le feroci polemiche di fine anno e quelle degli ultimi giorni: attenzione però, lo stato delle finanze capitoline è sicuramente perfin peggiore di quello che risulta pubblicamente, e Roma non è una città con la quale si possano fare a cuor leggero esperimenti di radicalismo liberale, sicuramente giusti e ancor più sicuramente sanguinosi.
Il conforto viene dal completamento della squadra di governo, con gli indispensabili e decisivi vice-ministri e sottosegretari.
È ovvio che nella selezione dei 44 nomi saranno stati commessi errori, che verranno subito fuori, mentre qualcuno si sentirà ingiustamente escluso. Se però guardiamo ai ruoli chiave, alle postazioni cruciali per affrontare la crisi economica che si sostanzia con dati spaventosi sulla disoccupazione, i nomi sono quelli giusti. Tra economia, lavoro, welfare e sviluppo economico troviamo innanzi tutto Enrico Morando (liberal di ferro, antica passione del premier, maestro nella predisposizione dei provvedimenti, autore di una Agenda per Renzi pubblicata da Europa) e poi tra gli altri novità e conferme incoraggianti da De Vincenti a Casero, da Baretta a Legnini, da Bobba a Giacomelli.
Nel complesso, Matteo Renzi ha catapultato nel governo tanto Pd quanto non ce n’è mai stato prima, come quantità e come qualità. Se i primi passi sono prudenti, quando arriveranno quelli rischiosi non sarà lui da solo a compierli e a risponderne.