Il premier Arseni Iatseniuk non
usa mezzi termini: “Se Mosca interviene, sarà guerra”. Il primo
ministro ucraino è convinto però che Putin mostri i muscoli, ma alla
fine non interverrà. Intanto però il ministro degli Esteri Andrei Deshizia, citato dalla Bbc, ha chiesto a Ue, Usa e Nato
di valutare tutti le possibili opzioni per proteggere l’integrità
territoriale dell’Ucraina.Ma dall’altra parte il presidente russo Putin
ha chiamato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama
e ha confermato: “La Russia si riserva di proteggere isuoi interessi in
Ucraina”. La tensione è altissima. L’ambasciatrice Usa presso le
Nazioni Unite, Samantha Power ha chiesto di sostenere
il governo neonato in Ucraina. E chiediamo l’immediato invio di
osservatori internazionali in Crimea”. “L’intervento della Russia in
Ucraina – ha aggiunto la Power – è privo di basi legali, e deve finire”.
Nuova apertura di papa Francesco sui matrimoni falliti e poi un
atto d'accusa a un sistema economico a cui danno fastidio i giovani che
cercano lavoro
Quando un amore fallisce bisogna «accompagnare, non condannare»
chi sperimenta questo dolore. Parole di papa Francesco nell’omelia di
questa mattina alla Domus Santa Marta. Parole che proseguono e
intensificano la sua riflessione sulla famiglia e sul matrimonio, dopo
le recenti giornate di studio del concistoro e la Lettera alle famiglie
in vista del sinodo straordinario di ottobre e di un intero anno della
vita della Chiesa molto concentrato su questi temi. Parole che
confermano la sua cura anche per la condizione delle coppie che si
separano.
Commentando il Vangelo di questa mattina il papa si è soffermato
sulla bellezza matrimonio: «Farsi una sola carne». Questo senza
nascondere che «quando questo amore fallisce, perché tante volte
fallisce», bisogna camminare accanto alle persone e soprattutto «non
fare casistica con la loro situazione». Una «trappola della casistica»
rispetto alla quale il papa aveva messo già in guardia anche il collegio
dei cardinali. Ci si può divorziare, sì o no? Trappole da dottori della
legge, come facevano i farisei per togliere autorità morale a Gesù.
C’è una grande apertura del papa sul tema, che non si risolve però
con un sì o un no, ma con un «cammino di discernimento» per affrontare
le sfide attuali con la luce del Vangelo, adottando scelte pastorali
adatte ai tempi inquieti che viviamo. Senza la fretta che qualcuno
vorrebbe imporgli.
La famiglia, il matrimonio, i giovani, anziani. Papa Francesco vive
nella realtà. E sempre questa mattina, incontrando la Pontificia
commissione per l’America Latina, si è soffermato sulla difficile
situazione sociale di quel continente.
C’è una «eutanasia nascosta», ha detto, di cui sono vittime gli
anziani, considerati a volte «materiali di scarto». Così come lo sono i
giovani. E qui le sue parole sono diventate atto di accusa: «Dà fastidio
a questo sistema mondiale la quantità di giovani ai quali è necessario
dare lavoro».
Il giovane che è senza lavoro «anestetizza l’utopia!». E in questo
contesto, ha ricordato il papa, vince la droga, che sta «distruggendo
intere generazioni» e proliferano altre dipendenze, come la ludopatia.
Tutti ostacoli sul cammino dei giovani. Problemi di fronte ai quali papa Francesco spinge ad aprire gli occhi.
La Russia di Vladimir Putin è pronta a invadere l’Ucraina. E in
parte l’ha già fatto. Migliaia di militari russi - da 6mila a 28mila -
sarebbero già in Crimea, penisola russofona che fa parte dell’Ucraina ma
in cui da alcuni giorni soffiano impetuosi venti di secessione e dove
Kiev sembra non avere più alcun potere.
Come tutti coloro che da Renzi si aspettavano il governo dei
fuoriclasse – se non Baricco Guerra e Farinetti, almeno Gratteri – ero
rimasto un po’ deluso dalla lista dei ministri. Ma mi sbagliavo. Quella
lista aveva un suo fascino, se paragonata a quella dei sottosegretari.
Dai, mi dicevo, vorrai mica che alla Giustizia rimettano un
berlusconiano di ferro? Infatti ne hanno messo uno di Ferri. Cosimo
Maria Ferri, affiancato da un’altra figura neutrale: il relatore del
lodo Alfano. Però il senatore Tonino Gentile, no. Si deve trattare di un
refuso. Mai e poi mai il Renzi che conosco farebbe salire a bordo un
signore accusato, non più tardi del 19 febbraio scorso, di avere
impedito l’uscita di un giornale. Il direttore e l’editore dell’Ora
della Calabria sostengono di avere ricevuto pressioni per interposta
persona affinché fosse estirpata la notizia di un’indagine che
riguardava il figlio del senatore. Il «mediatore» avrebbe spiegato ai
giornalisti riottosi che «il cinghiale quando viene ferito, ammazza
tutti». Un linguaggio che, più che i documentari di Quark, richiama i
dialoghi del Padrino.
Il giornale non uscì, a causa di una misteriosa rottura della
rotativa. Cose che capitano. Mentre non può capitare che, appena dieci
giorni dopo, la persona su cui aleggia un sospetto simile venga nominata
sottosegretario. E nemmeno all’Editoria, settore col quale parrebbe
avere una certa dimestichezza. Alle Infrastrutture, pozzo senza fondo di
appalti pubblici. Dottor Renzi, sia gentile con Gentile e lo accompagni
all’uscita. Ci ha promesso che con lei l’Italia cambierà verso. Non che
ci andrà di traverso.
L’ insediamento del governo Renzi al
Senato è stato senza dubbio un evento di rilevante impatto che ha
introdotto importanti novità producendo se non altro una
«rivoluzione della forma», come ha scritto Aldo Grasso su questo
quotidiano. L’attesa era rilevante ed è stata ripagata da
un’elevata attenzione dei cittadini che per il 60% hanno seguito
l’evento direttamente o indirettamente sui mezzi di informazione.
Quasi tutti quelli che lo hanno seguito si esprimono positivamente,
ma solo il 16% approva sia la forma che i contenuti del discorso,
mentre il 36%, pur giudicandolo positivo, esprime qualche perplessità
sulle fonti di finanziamento degli ambiziosi obiettivi esposti. È
interessante sottolineare la sostanziale trasversalità di queste
opinioni nei diversi elettorati. Dei principali obiettivi
elencati da Renzi nel suo discorso, ne abbiamo testati tre: la
riduzione delle tasse sul lavoro, la conclusione del percorso di
pagamento dei debiti che la pubblica amministrazione ha nei confronti
delle imprese private, l’assunzione dei dirigenti della macchina
dello Stato a tempo determinato e con una vera valutazione sul
raggiungimento dei risultati. Sono tutti obiettivi importanti: il 94%
considera infatti molto o abbastanza importante che si agisca sul
cuneo fiscale, riducendo il peso delle tasse sul lavoro, il 91% lo
ritiene a proposito del pagamento dei debiti della pubblica
amministrazione, il 79% lo pensa a proposito dell’assunzione dei
dirigenti a tempo determinato. Né ci sono apprezzabili differenze
nei diversi elettori: per tutti si tratta di obiettivi
strategici. Renzi coglie quindi, almeno nei tre grandi obiettivi
proposti al Senato, alcune attese davvero rilevanti nel Paese. Il
lavoro è la prima emergenza da anni, e fortissima è l’attesa di
un intervento che consenta ai dipendenti di avere qualche soldo in
più in busta paga, favorendo in questo modo una ripresa dei consumi
strategica per favorire la crescita oggi appena accennata. I
pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione sono non solo un
provvedimento percepito come efficace per sostenere la crescita, ma
hanno anche un significato simbolico: ricondurre a comportamenti
ragionevoli lo stato, visto dai più come oppressivo e predatore.
Infine i dirigenti della pubblica amministrazione: come è noto, sono
molto diffusi i sentimenti di ostilità nei confronti della
burocrazia che funge da freno impedendo non solo i processi di
cambiamento e innovazione ma complicando pure l’attività
ordinaria. Nella proposta di Renzi si recepisce questa attesa,
inserendo l’elemento davvero rilevante del merito: dirigenti
(quelli che alcuni chiamano «mandarini») sottoposti a verifica, ai
quali viene chiesto di portare a casa risultati, con un posto «a
tempo» da rinnovare periodicamente. Si conferma quindi la «luna
di miele» che attualmente, come in altre occasioni, il paese vive
nei confronti del presidente del Consiglio. Ma quando si tratta di
valutare la praticabilità di questi interventi, emergono alcune
perplessità. Infatti per i tre obiettivi testati, richiesti di
indicare se Renzi riuscirà a raggiungerli, la risposta della
maggioranza assoluta è dubitativa: forse ci riuscirà, ma ci vorrà
del tempo. In questo caso emergono differenze più consistenti tra i
diversi elettorati: gli elettori Pd e centristi (comprensivi di chi
voterebbe Ncd) sono decisamente più fiduciosi sulla possibilità di
raggiungere i risultati, ma lo sono anche gli elettori di Forza
Italia (che pure essendo all’opposizione manifestano un’elevata
sintonia con il premier), mentre i più critici sono gli elettori dei
5stelle. È interessante sottolineare la differenza che abbiamo
osservato altre volte e che anche in questo caso emerge, tra le
opinioni degli imprenditori, dei dirigenti e dei professionisti e
quelle degli artigiani e commercianti. Anche in questo sondaggio i
primi sono decisamente più ottimisti dei secondi. Mentre
precedentemente attribuivamo questa differenza principalmente ai
contesti economici, con commercianti ed artigiani più in difficoltà
in quanto condizionati dal dover agire sul più difficile mercato
interno, oggi emerge in misura più netta il fatto che l’area
imprenditoriale sembra aver aperto una generale linea di credito nei
confronti di Matteo Renzi. La reazione alle proposte del premier
potrebbe essere definita un’«attesa disincantata»: a Renzi si fa
credito ma la cambiale non è in bianco e, soprattutto, non è priva
di scadenza. Per mantenere il feeling con il paese i risultati devono
arrivare in tempi rapidi
A Renzi serve la doppia maggioranza per
evitare che in Parlamento si formi la doppia opposizione, vissuta dal
premier come un’autentica minaccia. Ecco il motivo che l’ha
indotto a stringere l’intesa sulle riforme con Berlusconi, conscio
che, se Forza Italia si saldasse all’ostruzionismo dei
Cinquestelle, il governo finirebbe per impantanarsi nelle
Aule. L’agibilità parlamentare è un vero cruccio per il
presidente del Consiglio, già costretto a caricarsi l’onere di
alcuni decreti ricevuti in eredità da Letta e sui quali aveva
espresso giudizi a dir poco negativi. Il «caso salva Roma» è stato
solo il primo intoppo, il resto deve ancora venire. Ma il problema di
Renzi è come assicurare un iter veloce ai suoi provvedimenti, e
certo la riforma dei regolamenti parlamentari — citata nel discorso
per la fiducia — se mai fosse varata non arriverebbe in tempo utile
per i primi mesi del suo governo, i più importanti, perché gli
servono per far dimenticare il peccato originale della «staffetta»
e per lanciarlo verso le Europee. Il test elettorale di
primavera sarà determinante per il premier, anche per soffocare la
resistenza interna al Pd. Ma un conto sarà arrivarci dovendo
fronteggiare solo Grillo e i suoi parlamentari, altra cosa sarebbe se
anche Berlusconi portasse i suoi deputati e senatori sulle barricate.
Il modo «responsabile» con cui (per ora) il Cavaliere promette di
fare opposizione al governo è legato agli impegni che il premier ha
assunto con il capo di Forza Italia. E ieri in Consiglio dei ministri
molti rappresentanti dell’esecutivo — compresi alcuni democratici
— hanno avuto la netta sensazione che il patto c’è e (per ora)
regge. Quando il Guardasigilli Orlando ha letto la lista dei
sottosegretari assegnati al suo dicastero, ha chiesto conto a Renzi:
«È rimasto Ferri, allora al Nuovo centrodestra non sono toccati
nove posti, ma dieci». In effetti Ferri — ex esponente di
Magistratura Indipendente — era giunto in via Arenula con il
governo Letta su indicazione di Berlusconi. E al momento della
scissione nel Pdl — pur non aderendo a Ncd — non si era dimesso:
«Sono un tecnico», aveva spiegato. Il neo ministro della Giustizia
pensava tuttavia che fosse stato Alfano a indicarlo, ed è rimasto a
bocca aperta quando si è sentito rispondere da Renzi: «No, è una
roba di Firenze... L’ho scelto io». E infatti, a legger bene, sul
foglio delle nomine c’era scritto in piccolo: «Tecnico/Pd». Da
quel momento è stato tutto un pissi-pissi nel salone di Palazzo
Chigi, su quale definizione dare all’esecutivo: la più gettonata è
stata «governo delle larghissime intese». È un «governo
politico», ha sorriso il capogruppo di Ncd Sacconi, come a evocare i
gabinetti della Prima Repubblica, quelli dove le scelte venivano
fatte misurando la forza dei partiti e delle loro correnti. Ognuno
ieri si è sentito soddisfatto, compreso Alfano, che ai suoi ha
spiegato come Renzi — completando la squadra — abbia «dato prova
di rispettarci». I rapporti tra il premier e il titolare
dell’Interno sembrano (per ora) marciare, così raccontano i
ministri centristi presenti al dibattito sull’addizionale della
Tasi. Tema spinoso per Ncd, visto che Forza Italia ha subito iniziato
a sparare sull’aumento delle tasse sulla casa. Ma l’approccio di
Lupi in Consiglio è stato conciliante: «...Mi raccomando però di
spiegarlo bene alla stampa. I comuni che vorranno applicare l’aumento
dell’otto per mille, dovranno aumentare anche le detrazioni». E il
presidente del Consiglio ha condiviso il ragionamento del ministro
delle Infrastrutture. Ma il vero banco di prova per la tenuta
della maggioranza di governo tra Pd e Ncd arriverà la prossima
settimana alla Camera, quando sulla legge elettorale verrà messa
alla prova la tenuta della maggioranza per le riforme tra il premier
e il Cavaliere. «Sulla legge elettorale Renzi ha già un patto con
noi», assicura Alfano. Sarà, però nel discorso per la fiducia a
Montecitorio, è stato proprio Renzi a dire: «Manterrò gli impegni
con tutti», rivolgendosi ai banchi di Forza Italia. Il nodo è il
famoso emendamento Lauricella, che rimanda l’entrata in vigore
della legge elettorale alla riforma del Senato. Attorno a quella
modifica, che è stata ribattezzata «norma salva-legislatura», già
si notano strane manovre, e la richiesta di farla «comunque» votare
a scrutinio palese. Non è dato sapere al momento da chi
arriverebbe questa richiesta. È certo che sulla questione la
presidente della Camera Boldrini ha già messo al lavoro gli uffici
di Montecitorio: ma il caso — per quanto tecnico — è anzitutto
politico. Se l’emendamento venisse votato a scrutinio palese,
infatti, Renzi sarebbe costretto a prendere posizione, e dovrebbe
abbandonare l’ambiguità che ha salvaguardato finora la sua
strategia della doppia maggioranza. Il voto a scrutinio segreto,
invece, garantirebbe al premier la possibilità di affidare il
destino dell’emendamento ai giochi d’Aula. Giochi nei quali
entrerebbe anche di un pezzo di Forza Italia... Ecco il primio
bivio per Renzi, che ambisce alla doppia maggioranza per non dover
contrastare una doppia opposizione. D’altronde, ora che è
diventato presidente del Consiglio, ha concentrato su di sé la
cabina di regia sul governo e sulle riforme. Perciò starà a lui
sciogliere questi nodi, sapendo che se non ci riuscisse potrebbe
rimanere impigliato in uno dei due.
Né sul Salva-Roma né sulle tasse locali il governo Renzi parte col
botto. In compenso nei ruoli chiave su economia e lavoro vanno
personalità di peso.
Non esistono governi perfetti, e sono molto rari i momenti
magici. I primi tre passi del governo Renzi non sono da stropicciarsi
gli occhi, ma solo chi fosse in malafede potrebbe fare una colpa della
prudenza con la quale l’ex sindaco di Firenze affronta i guai dei suoi
ex colleghi.
Così abbiamo un decreto Salva-Roma riproposto senza imporre a Marino
alcun particolare percorso di guerra (altro discorso riguarda il futuro
politico del sindaco capitolino, a dir poco compromesso). Abbiamo il via
libera all’aumento della Tasi fino allo 0,8 per mille, che nonostante
ogni discorso sulla rimodulazione di altre imposte è difficile far
passare come un abbassamento delle tasse. E abbiamo quel discorso fatto
dal premier ai sindaci veneti, nel quale il promesso potente intervento
di edilizia scolastica si riduce alla ristrutturazione di una scuola per
comune (metropoli comprese), «con procedura d’urgenza sempre che me lo
facciano fare».
Ma siamo appena al primo consiglio dei ministri esecutivo, si tratta
ancora di mettere pezze a situazioni d’emergenza ovviamente ereditate
dal passato. Sul Salva-Roma molti si aspettavano di più in termini di
discontinuità, dopo le feroci polemiche di fine anno e quelle degli
ultimi giorni: attenzione però, lo stato delle finanze capitoline è
sicuramente perfin peggiore di quello che risulta pubblicamente, e Roma
non è una città con la quale si possano fare a cuor leggero esperimenti
di radicalismo liberale, sicuramente giusti e ancor più sicuramente
sanguinosi.
Il conforto viene dal completamento della squadra di governo, con gli indispensabili e decisivi vice-ministri e sottosegretari.
È ovvio che nella selezione dei 44 nomi saranno stati commessi
errori, che verranno subito fuori, mentre qualcuno si sentirà
ingiustamente escluso. Se però guardiamo ai ruoli chiave, alle
postazioni cruciali per affrontare la crisi economica che si sostanzia
con dati spaventosi sulla disoccupazione, i nomi sono quelli giusti. Tra
economia, lavoro, welfare e sviluppo economico troviamo innanzi tutto
Enrico Morando (liberal di ferro, antica passione del premier, maestro
nella predisposizione dei provvedimenti, autore di una Agenda per Renzipubblicata da Europa) e poi tra gli altri novità e conferme incoraggianti da De Vincenti a Casero, da Baretta a Legnini, da Bobba a Giacomelli.
Nel complesso, Matteo Renzi ha catapultato nel governo tanto Pd
quanto non ce n’è mai stato prima, come quantità e come qualità. Se i
primi passi sono prudenti, quando arriveranno quelli rischiosi non sarà
lui da solo a compierli e a risponderne.