lunedì 26 gennaio 2015

I voti dei 29 ribelli in Senato:
campioni d’infedeltà tra i dem.


Corriere della Sera 25/01/15
corriere.it
Fedeli alla linea: non a quella del partito, però, ma a quella dei dissidenti. I 29 senatori dem che hanno sostenuto il documento di Miguel Gotor sull’Italicum, per ridurre il numero di capilista bloccati, sono un fronte abbastanza compatto che in Aula, anche su altri temi, ha votato contro le indicazioni di partito più dei colleghi. Il doppio, secondo i dati di Openpolis : se la media dei voti ribelli nel Pd è di 46 (il totale dei voti contrari alla linea del gruppo rispetto al numero dei senatori che lo compone), tra i 29 dissidenti il dato arriva a quota 91. Alla prova dell’Aula, i dem si mostrano comunque disciplinati: il «tasso di ribellione» medio di Palazzo Madama è di 134 voti dissidenti per senatore.

Fanno parte del gruppo dei 29 i cinque senatori che nel Pd guidano la classifica dei voti contrari, da quando Renzi è al governo, alla linea del partito: Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci, Maria Grazia Gatti, Corradino Mineo e Felice Casson.

Torna lo scontro con la politica (e tra le toghe).


Corriere della Sera 25/01/15
corriere.it
La sintesi più efficace del dibattito in corso sulla stato della giustizia sta in ciò che è accaduto ieri a Bologna, alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario. L’esponente «laico» di indicazione «grillina» del Consiglio superiore della magistratura, Alessandro Zaccaria, ha detto che il Csm «vuole essere parte attiva delle riforme, perché se si aspetta il governo o non arrivano oppure si vede di che qualità sono». Ha ribattuto la vice-presidente della Regione Elisabetta Gualmini, renziana convinta, che «le riforme della legislazione le propone il governo e sono approvate dal Parlamento», quindi il Csm non c’entra. Terzo incomodo nel botta e riposta il «padrone di casa», presidente della corte d’appello Giuliano Lucentini, secondo il quale rispetto ai tempi dei governi Berlusconi sono cambiati i toni ma non la sostanza della «delegittimazione dei giudici». Lo scontro tra giustizia e politica, insomma, non sembra placarsi, così come quello interno alla magistratura. A Milano — dove tutti i procuratori aggiunti (tranne uno in ferie) si schierano al fianco del capo Bruti Liberati, in segno di plateale solidarietà nella disputa con Robledo — il presidente della corte d’appello se la prende con i colleghi di Palermo che non hanno risparmiato, «alla Repubblica e alla magistratura» la testimonianza di Giorgio Napolitano nel processo sulla presunta trattativa fra Stato e mafia. E a Palermo il «reggente» della corte invita la «società civile» a non schierarsi sempre e solo dalla parte dei pubblici ministeri, poiché bisogna sostenere anche i giudici che a volte assolvono «per carenze degli organi investigativi e requirenti». Sono scaramucce, dirette o a distanza, che manifestano un certo malessere anche nei rapporti tra toghe. Fermo restando che i disagi maggiori restano nei confronti del governo e di un presidente del Consiglio che, per dirla con il procuratore generale di Torino Maddalena, «non ha trovato di meglio che ispirarsi al personaggio di Napoleone della Fattoria degli animali di orwelliana memoria, che aveva scoperto il grande rimedio per tutti i problemi della vita: far lavorare gli altri fino a farli crepare dalla fatica». Chiaro riferimento al taglio delle ferie deciso per decreto; un provvedimento «che ancor ci offende» e nulla ha a che vedere con i tempi lunghi della giustizia. Lo dicono quasi tutti, in ogni città d’Italia, così come quasi tutti sottolineano che la riforma della responsabilità civile è sbagliata, e gli altri progetti in campo sostanzialmente inutili. «Ben misera cosa» riassume un po’ brutalmente il pg facente funzioni a Milano. L’Associazione magistrati continua a rimproverare al governo un «approccio non sufficientemente meditato», e puntuale arriva il rimbrotto di Cicchitto: «Continuano a fare polemica politica» (mentre gli avvocati accusano simultaneamente governo e toghe, e i radicali continuano a denunciare «lo Stato criminale per il trattamento inumano nelle carceri e l’irragionevole durata dei processi»). Come se fosse sempre tutto uguale a prima, in una contrapposizione inevitabile. L’altro ieri il primo presidente della Cassazione non ha esitato a criticare la politica ma anche «alcuni atteggiamenti della magistratura che non può non interrogarsi sulle sue corresponsabilità» nella crisi di fiducia nella giustizia. Invitando tutte le istituzioni ad «allargare l’orizzonte per guardare oltre e dimostrare di saper accettare la sfida dei tempi». La speranza è che non resti solo un auspicio, rituale come l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

«Mafia al Nord e nel mondo del calcio» 
E i magistrati bocciano la riforma.


Corriere della Sera 25/01/15
M.Antonietta Calabrò
La Mafia si è presa il Nord (Giovanni Canzio, presidente della Corte d’appello di Milano). La ‘ndrangheta ha il monopolio della cocaina in Europa e quello di Gioia Tauro è il «suo» porto (Federico Cafiero de Raho, procuratore di Reggio Calabria) e la sua «metastasi» vive nel capoluogo lombardo (ancora Canzio). Nella Capitale, dopo appalti e coop, la criminalità organizzata è all’attacco del mondo del calcio, mentre cresce del 442% la prostituzione minorile (Antonio Marini,il procuratore generale facente funzioni della Corte di appello di Roma).

È quella di un Paese in cui il crimine non è più solo infiltrato, ma ha «occupato» (verbo del presidente Canzio) porzioni strategiche di territorio nazionale, la foto che emerge dalle relazioni dei procuratori generali delle Corti d’appello per l’apertura dell’anno giudiziario. Mentre le nuove minacce del terrorismo islamico incombono sull’Expo, il principale appuntamento internazionale dell’anno (a meno di 100 giorni dall’inaugurazione, gli «affari» legati all’evento potrebbero «destabilizzare gli equilibri fra le organizzazioni mafiose»).

Ma se il pericolo c’è, il presidente Canzio si è detto «certo che analoga presenza e attenzione (di quella usata per il contrasto al crimine, ndr ) sarà riservata all’azione di prevenzione e repressione di ogni forma di violenza di natura eversiva o terroristica o di matrice fondamentalista che intenda profittare della portata internazionale di Expo e della partecipazione di decine di milioni di visitatori per farne una sorta di palcoscenico mediatico di ideologie ripudiate dalla storia e dal consorzio civile». Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha commentato: «Sono contento per le parole rassicuranti su Expo». E ha aggiunto: «Siamo pronti, ma non dobbiamo abbassare la guardia».

L’Expo, insomma, costituirà un vero e proprio banco di prova per legalità e sicurezza. Non solo in relazione a corruzione e appalti. Tanto che il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, ha annunciato l’arrivo di rinforzi: «Contiamo di assegnare al distretto, prima dell’Expo, circa 28 magistrati».

Beni per un miliardo e 400 milioni sono stati sequestrati dalla magistratura della Capitale protagonista dell’ultima inchiesta su Massimo Carminati. I gruppi criminali di Roma hanno fatto un «patto esplicito» per evitare contrasti sul narcotraffico. A Venezia, l’inchiesta sul «Mose» ha fatto lievitare le indagini sulla corruzione del 300%. A Napoli si è registrata un’impennata di omicidi e femminicidi. In Puglia sono cresciute indagini su mafia e terrorismo. A Bari c’è stato il raddoppio degli omicidi, a Lecce aumentano le violenze su minori. Le vicende del Monte dei Paschi di Siena, unite alla crisi economica, hanno determinato «la paralisi dell’indotto sociale ed economico» di tutta la provincia (Mauro Bilancetti, presidente del Tribunale). A Palermo segnali preoccupanti fanno dire al procuratore Francesco Lo Voi che i magistrati «non arretreranno di un millimetro» davanti alle minacce. Ma i pm del processo trattativa disertano la cerimonia.

E poi, molte riflessioni e polemiche sulle riforme in materia di giustizia. Il presidente della Corte d’Appello di Bologna, Giuliano Lucentini, ha avuto parole durissime contro il governo Renzi, e il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti si è alzato dalla prima fila e ha lasciato la cerimonia. Il pg di Torino, Marcello Maddalena, si è scagliato contro l’idea di una Superprocura antiterrorismo. Sull’impatto della giustizia sull’economia è tornato il Guardasigilli Andrea Orlando: «In tempi di crisi economica, una giustizia inefficiente rallenta la crescita». «La strada è lunga e la sfida delle riforme non si vince con l’enfasi delle parole», ha commentato il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli.

Presidio di precari a Milano. Molti cancellieri di Napoli hanno esibito un cartellino rosso: «Giustizia squalificata».




sabato 24 gennaio 2015

Il NON partito

massimo gramellini
La Stampa 24 gennaio 2015
Quando le chiedevano di partecipare a una marcia contro la guerra, madre Teresa di Calcutta rispondeva che lei preferiva manifestare a favore della pace. Non occorre essere una santa per capire che chi va contro qualcosa non fa che infonderle ulteriore energia. Ma la sinistra massimalista italiana ha la psicologia di un bimbo capriccioso. Sempre «anti», «contro», «non», identifica se stessa soltanto in contrapposizione a un nemico. Ancora ieri Vendola e Civati hanno proposto un candidato NN per il Quirinale. Dove la sigla evocatrice di orfanotrofi e solitudini strazianti sta per Non Nazareno, il famigerato patto che Matteo Renzusconi avrebbe stretto un anno fa con Silvio Berlenzi nei sotterranei della sede Pd (il Nazareno, appunto). Potevano chiamarlo candidato della Sinistra, che non è mica una parolaccia, o candidato della Costituzione. Potevano chiamarlo candidato Bella Ciao, l’inno partigiano cantato a squarciagola da tutte le sinistre europee che si battono per vincere le elezioni e non per farle perdere a qualcun altro. E invece Non Nazareno. Cioè, ancora una volta, un’iniziativa politica costruita contro qualcuno anziché intorno a qualcosa.  
Persino i ciclici innamoramenti per un papa straniero (Blair, Zapatero, adesso Tsipras) sono la spia di quella regola del Non che i notabili della sinistra nostrana applicano anzitutto al loro interno, bruciandosi le carriere a vicenda in reciproci soprassalti di gelosia. Tsipras va bene finché se ne rimane tranquillo ad Atene. Il giorno in cui decidesse di trasferirsi a Roma partirebbe subito la ricerca di un candidato NGG, Niente Greci Grazie.  

venerdì 23 gennaio 2015

La pausa di riflessione di Pippo Civati 
L’onorevole pd che non vuole 
dispiacere alla mamma.


Corriere della Sera del 22/01/15
corriere.it
Fino a poco tempo fa, ogni volta che a Roma — beh, non in tutta Roma: attorno o dentro i Palazzi del Potere — veniva piazzata una telecamera sopra un cavalletto, ecco che da un vicolo o da un corridoio lì nei pressi sbucava l’onorevole Pippo Civati. Con passi felpati, un lieve sorriso sulle labbra, l’espressione muta, ma eloquente, di chi chiede «volete che vi dica qualcosa?» si avvicinava alla telecamera e, forse un po’ per abitudine o per mancanza di altri interlocutori, lo vedevamo ovunque. Per non parlare poi dei talk show , dei quali era ospite imprescindibile.

   Ora, appunto, era una po’ che sembrava scomparso. Il mistero lo ha rivelato lui stesso ed è apparso sul Corriere : la signora Rossana, la mamma di Pippo, e suo marito. «I miei genitori», ha dichiarato Civati, «vorrebbero che uscissi dal Pd. Ma io resisto». Civati è un bell’uomo, ma non merita la definizione che di lui ha dato Giuliano Ferrara: un indossatore da sartoria di qualità. Civati ha fatto le primarie (e le ha sontuosamente perse), fa una strenua battaglia politica, e ha le sue idee. Idee che, sostanzialmente, si possono concretizzare in un no a quasi tutto. In particolare alle decisioni che vengono prese dalla maggioranza del partito di cui fa parte: preferenze, soglie di sbarramento, alleanze, patti, proposte, 80 euro, inciuci, candidati.    Però, nonostante tutti questi no, lui, Civati, nel suo partito vorrebbe restarci; è la mamma che non vuole e preconizza che dovrà uscirne prima o poi. Quindi, il dramma. Come si fa a continuare a opporsi a ogni iniziativa del partito e restare nel partito (dispiacendo alla mamma)? Meglio sparire per un po’, fino al momento di fare chiarezza e prendere una decisione. O dentro o fuori. Nel frattempo, i conduttori degli smorti talk show della politica si fregano le mani. Dopo la trovata geniale di Alexis Tsipras e di Marine Le Pen, avranno, insieme alla Santanchè, Gomez e Freccero, anche la mamma di Civati. Magari con lui medesimo, per il contraddittorio definitivo

La favoletta di Renzi e i 101


Alfredo Bazoli
Torna periodicamente la favoletta che tra i 101 che impallinarono Prodi ci sarebbero i deputati renziani. Favoletta che a furia di essere raccontata, ovviamente da chi ha tutto l’interesse a colpire Renzi, nemici interni ed esterni al pd, rischia di fare più strada di quel che merita. Allora vorrei raccontare come sono andate le cose, avendole vissute minuto per minuto, in prima persona, dentro la pattuglia di deputati vicini a Renzi.
Il 17 aprile, vigilia del primo voto, l’assemblea dei grandi elettori di centrosinistra, in una serata drammatica, decide a maggioranza di votare Marini. È una scelta che scaturisce all’esito di una discussione in cui emergono prepotenti tutti i mal di pancia di parte rilevantissima dei grandi elettori, tra cui per l’appunto il gruppetto dei renziani, che sono in totale 52, i quali annunciano pubblicamente che si asterranno, non condividendo nè le modalità nè il merito della scelta.
Il giorno dopo Marini cade, ottenendo oltre 220 voti meno di quelli in teoria disponibili.
La sera stessa Renzi incontra a Roma i parlamentari a lui vicini, per fare il punto della situazione. Dopo una lunga chiacchierata, le cui conclusioni sono affidate a Del Rio, si decide che si proverà a sondare in nottata se Chiamparino, che ha già ottenuto in giornata diverse decine di voti, possa crescere ancora con un fronte ampio, centrodestra compreso, e che in alternativa si proporrà con forza il nome di Prodi, sebbene consapevoli che si tratta di una scelta che rischia di spaccare il paese.
La mattina dopo alle 8.30 è prevista una nuova riunione dei grandi elettori per valutare il da farsi. Nell’approssimarci all’assemblea apprendiamo che nella notte il partito ha deciso di convergere sul nome di Prodi. Rapidamente decidiamo che, al fine di impedire che sul suo nome si apra una discussione, e per tentare di mettere un po’ la nostra bandierina sul candidato, non appena verrà fatto il suo nome ci alzeremo tutti in piedi ad applaudire per sollecitare una standing ovation.
Così accade: appena Bersani pronuncia il nome prescelto, dal fondo della sala ci alziamo in piedi ad applaudire, e tutta la sala si unisce a noi. Bersani decide comunque di mettere ai voti la proposta, che non riceve né voti contrari ne astensioni. Ci avviamo soddisfatti in aula, sentendoci in qualche modo gli artefici di una scelta che alla fine ricompatta il partito e i suoi elettori, dopo il passo falso di Marini.
Il resto è noto: Prodi viene impallinato da oltre 100 franchi tiratori, e ciò apre all’unica decisione a quel punto possibile, ovvero la rielezione di Napolitano.
Questo è quanto è successo, questo è ciò che ho vissuto, e con me tutti i 52 parlamentari vicini a Renzi. Ognuno può trarre da questo racconto le conclusioni che crede.
Mi permetto di suggerire una delle tante possibili chiavi di lettura. Renzi era stato l’unico ad esprimere pubblicamente il suo dissenso su Marini, poi caduto, dunque la scelta finale di Prodi, che tanto entusiasmo suscitava dentro il PD, sarebbe stata percepita dentro e fuori il partito come una sua vittoria politica. E questo non a tutti faceva piacere.
Credetemi, tutto il resto e’ fuffa.

mercoledì 21 gennaio 2015

Le scelte suicide della minoranza PD


Alfredo Bazoli
Guardando alle decisioni assunte in queste ore dai senatori del PD che si riconoscono nella minoranza interna, mi viene da pensare alla nota storiella dello scorpione e la rana, con lo scorpione che non esita a uccidere la rana che lo trasporta sul fiume, uccidendo così anche se stesso, “perché questa è la mia natura”. Ora, nessuno può negare il diritto al dissenso, alla critica, alla dialettica interna, in un grande partito come il nostro, articolato e ricco di anime diverse, tanto più quando si ragiona e decide di una materia tanto delicata e importante quale la legge elettorale. E aggiungo che i motivi di dissenso espliciti su cui si sono pronunciati i senatori critici riguardano questioni certamente significative, e sulle quali io stesso mi sentirei in sintonia con loro, come il numero dei capilista bloccati e la possibilità delle pluricandidature.
E tuttavia trascurano di sottolineare, i critici, che toccare quei punti considerati non negoziabili dagli altri partiti che condividono la riforma significherebbe farla saltare, e omettono completamente di spiegare all’opinione pubblica, e ai militanti del PD, che pur con quei difetti la legge elettorale in corso di approvazione costituisce un enorme passo avanti rispetto alla condizione attuale, e il punto di equilibrio più avanzato oggi possibile. Non solo, ma la dichiarata intenzione di non uniformarsi alle decisioni del partito, e a quelle della maggioranza del gruppo parlamentare di appartenenza, costituisce una patente violazione delle più basilari regole di convivenza all’interno di qualunque organismo associativo, compreso un partito. Ma è chiaro che prevale, su tutto, la voglia di rivincita interna, il desiderio neanche malcelato di colpire l’attuale maggioranza che governa il partito e in particolare il suo segretario, in una resa dei conti interna che, per l’appunto, è coerente con “la natura” di questi dissidenti, ma che rischia di portare nel baratro il partito, trascinando tutti, loro compresi.
Per intanto, l’indebolimento politico del segretario del PD sta già producendo i primi effetti, sulla partita delicata e decisiva della scelta del prossimo presidente della Repubblica, che fino a oggi il partito, unito, poteva pensare di governare da una posizione di forza, e che oggi, invece, sta regalando un ruolo molto più importante e significativo a Berlusconi, rivitalizzato dalla consapevolezza che le faide interne al PD fanno diventare decisivi i suoi voti.
Con la conseguenza che stanno salendo le quotazioni dei candidati più graditi al leader di centrodestra (e forse anche a qualche vecchio e appassito leader della sinistra, dai baffi affilati), e si stanno appannando quelle più legate alla storia politica del nostro partito. Non c’è che dire, il capolavoro politico dei nostri scorpioni.