martedì 26 aprile 2016

L'”arco nero” che va da Philadelphia a via Bellerio. Ma il Trump italiano annaspa


Mario Lavia
L'Unità 26 aprile 2016
Salvini “benedetto” dal candidato repubblicano alla Casa Bianca ma ha i suoi guai in Italia
E così Donald Trump ha posato la spada sulla spalla di Matteo Salvini con tanto di auspicio (“Diventerai premier in Italia”), una benedizione che da questo momento diventa croce e delizia per l’uomo con la felpa: delizia, perché che un aspirante alla Casa Bianca ti glorifichi non è cosa da tutti; ma anche croce, perché è indubitabile che il capo della Lega ora sia ufficialmente il punto di riferimento italiano dell'”arco nero” che va da Trump a Marine Le Pen a Viktor Orban sotto lo sguardo compiaciuto di Vladimir Putin: passando, appunto, da via Bellerio.
Salvini , il capo di una destra che non ha grande dimestichezza con i principi liberal-democratici ai quali preferisce istintivamente quelli anti-egualitari, anti-solidaristici, anti-europei, anti-immigrati, è dunque l’uomo su cui punta questa specie di Internazionale reazionaria. D’altra parte, è il leader di una formazione politica che dopo la crisi del bossismo ha abbandonato le idee del federalismo per raccogliere l’umor nero che circola con insistenza nel nostro Paese.
L’improvvisa mossa “americana” di Salvini ha perciò un forte valore simbolico perché lo accredita come il Trump milanese – odio per gli stranieri e armi per tutti – in sintonia con il peggiore sciovinismo del Front National e persino con il nuovo fascismo di Orban e Hofer, e attratto, non a caso, non solo dall’autocrate Putin ma perfino dal pazzo che governa la Corea del Nord.
La sua opa sul centrodestra italiano in un certo senso ora è più robusta e dunque più insidiosa: per Giorgia Meloni, che a Roma rischia di finire male, anche perché se la destra perde perde lei, non lui: a conferma del fatto, come notava ieri Gianfranco Fini, che di destra se ne intende, che Fratelli d’Italia è una copia della Lega: e – diciamo noi – fra la copia e l’originale la gente di solito sceglie l’originale.
Ma a Salvini non mancano gli ostacoli. I fatti dicono che non tocca palla nella sua Milano, dove c’è un centrodestra non guidato dai leghisti che compete per palazzo Marino; e che a Roma c’è un certo Silvio Berlusconi che sta mostrando (per ragioni politiche e personali insieme, come sempre) di tenere una barra “moderata”, ostacolando la vittoria della Meloni e comunque contrastando la deriva della destra nelle mani dei lepenisti in salsa italica.
I sondaggi, poi, lo vedono annaspare sotto il 15%, un po’ poco per aspirare a fare il premier (va spiegato a Trump) e soprattutto surclassato dal M5S, partito della rabbia per eccellenza. Lo spazio vero insomma è stretto, per il rappresentante italiano dell’ “arco nero”, malgrado la benedizione americana.

domenica 24 aprile 2016

Davigo smentito dall’intera magistratura italiana. Ma il Fatto nasconde la notizia


Fabrizio Rondolino
L'Unità 23 aprile 2016
Vorremmo ricordare agli amici del Fatto che l’organo di autogoverno dei giudici – non il signor Legnini – ha seccamente preso le distanze dal neopresidente dell’Anm
Oggi dobbiamo essere delicati e caritatevoli nel rivolgerci a Marco Travaglio: per lui è un giorno di particolare sofferenza. Il brillante Piercamillo Davigo è stato smentito, criticato, isolato e costretto ad un’imbarazzante smentita dall’intera magistratura italiana. E, come se non bastasse, non per l’autointervista di giovedì al Fatto firmata dal suo segretario Travaglio, che nessuno s’è filato, ma per quella di venerdì al Corriere firmata da un giornalista vero, Aldo Cazzullo. Insomma, un completo disastro.
Per rimediare, che c’è di meglio di una sistematica falsificazione dei fatti? Così, in prima pagina il giornale di Travaglio e Davigo titola bellicoso: “Il re è nudo: il leader Anm ricorda che i politici rubano ancora. Legnini e i renziani contro Davigo”. Giovanni Legnini, vorremmo ricordare agli amici del Fatto, non è un passante intervistato per strada, ma il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, e le sue dichiarazioni (le parole di Davigo “rischiano di alimentare un conflitto di cui la magistratura e il Paese non hanno alcun bisogno”) sono state concordate con il Capo dello Stato, nonché presidente del Csm. La notizia, dunque, è un’altra e ben più forte: l’organo di autogoverno dei giudici – non il signor Legnini – ha seccamente preso le distanze dal neopresidente dell’Anm.
Quanto ai “renziani” additati al pubblico ludibrio nel titolo di prima pagina, fatichiamo a individuarne i nomi. È forse renziano Edmondo Bruti Liberati, ex procuratore di Milano? (“Non esiste una magistratura buona contro un’Italia di cattivi: vederla così è in linea di principio sbagliato. È essenziale è che l’Anm non esca dal suo ruolo. Non ci siamo quando si dice o si fa capire che può essere la magistratura a risolvere questioni di costume o di etica pubblica”). O è renziano Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione? (“Non si rivolve tutto con le manette. Anche la magistratura ha le sue colpe. Dire che tutto è corruzione significa dire che nulla è corruzione”). O magari è renziano Nicola Gratteri, neoprocuratore di Catanzaro? (“Se si dice che sono tutti ladri, facciamo il gioco dei ladri”). Oppure il renziano è Luca Palamara, ex presidente dell’Anm? (“Le generalizzazioni non mi piacciono”).
La Caporetto dei giustizialisti non poteva essere più clamorosa. Ai lettori del Fatto la notizia purtroppo è stata nascosta: ma è anche vero che sono sempre di meno.

sabato 23 aprile 2016

SONO TORNATI I "PROFESSORI"


Sandro Albini
leggo, sul "Corriere" di oggi, la notizia di un documento, sottoscritto da 56 costituzionalisti "di peso", i quali contestano i principali punti della riforma Boschi fornendo argomenti al fronte del no. L'autorevolezza dei firmatari è tale da conferire credibilità a tesi che invece non ne meritano. Non ho letto il documento, mi rifaccio quindi al testo dell'articolo. 1. Ne è uscito un Senato indebolito: ma non era quello l'obiettivo della riforma? Configurare il Senato come "Camera delle Regioni" togliendogli la duplicazione delle funzioni della Camera. Poi magari il testo avrebbe potuto essere migliore, ma a volte l'ottimo è nemico del buono. 2. Si ridimensiona il ruolo legislativo delle Regioni: ma in questi ultimi 30 anni non abbiamo criticato tutti la deriva per cui in Italia ci sono 20 servizi sanitari differenti, una pletora di provvedimenti applicativi regionali degli indirizzi nazionali con la nascita di modelli diversi in tutti i campi dell'agire amministrativo? Con conflitti infiniti dovuti alla legislazione concorrente sulle stesse materie? 3. Si vogliono ridurre i costi diminuendo il numero delle cariche pubbliche, denunciano i professori. Ma non è così che si deve fare dato che ogni carica pubblica diventa necessariamente un centro di spesa? Infine la valutazione politica: è una riforma fatta a maggioranza mentre c'era bisogno di un consenso più ampio. Ma se il procedimento è partito con il 70% di consensi delle forze in Parlamento e poi una parte si è sfilata per ragioni che non hanno nulla a che vedere con il merito della riforma, cosa doveva fare il Governo? Si capisce, alla fine, qual'è il vero obiettivo dei firmatari: mandiamo tutto a monte e andiamo avanti alla vecchia. Dopo che per decenni i "professori" hanno criticato la normativa attuale proponendo soluzioni simili a quelle adottate. Perché? Poi ho capito: siccome il Governo non si è rivolto a loro, unica fonte legittimata a parlare di Costituzione, qualsiasi cosa si faccia non è da fare. Mi ricorda una vicenda personale: quando esattamente 20 anni fa la Giunta Regionale Lombarda approvò il testo della radicale riforma sanitaria della Lombardia (scritta da me, e da un collega, allora responsabile della programmazione sanitaria) la Bocconi diffuse un libello attaccando la proposta, salvo, quando divenne legge regionale n. 31/97 tentare di metterci il cappello (non furono gli unici). Tradotto: qualsiasi cosa venga fatta saltando il corpo accademico (sostanzialmente il vero potere forte in tutti gli ambiti) è per principio sbagliata e va combattuta. Poi delle conseguenze, chi se ne frega, lor signori il loro scranno con relative prebende non glielo toglie nessuno.

martedì 19 aprile 2016

Gli sconfitti che si nascondono


Mario Lavia

L'Unità 19 aprile 2016
Il giorno dopo da parte di chi ha scambiato il referendum come occasione di sferrare un ko al governo ci si aspetta qualche riflessione. E invece niente
Il giorno dopo, ti aspetteresti qualche autocritica o – più dolcemente – qualche riflessione. Invece è rimasto sulla scena solo Michele Emiliano, oltre ogni ragionevole dubbio impavido a rivendicare una performance solo per lui “straordinariamente positiva”, provando a fare un mesto gioco delle tre carte (“Prima del voto avevamo già vinto 5 a 0”: ma che vuol dire?).
Però a Emiliano in qualche modo va dato atto di saper tenere alta la sua bandierina, anche se lacerata dal vento delle astensioni, a differenza di tutti gli altri compagni di cordata, uno dopo l’altro repentinamente spariti, chi con una scusa chi con un’altra come alle feste piene di gente antipatica. Una sfilza di io non c’ero e se c’ero dormivo, vero Salvini? Dove l’hai messa la maglietta con “Io voto”? E lei, gentile Brunetta, dov’è finito con i suoi amici o ex amici di Forza Italia e di Fratelli d’Italia (eh già, dov’è Giorgia Meloni, sempre combattiva tranne quando si perde). E soprattutto, dove è Grillo e dove sono i grillini?
Quelli che avevano scambiato il referendum per una specie di Ok Korral dove far sparire il governo. Dove sono il Dibba e la Lombardi che sui social evocava il povero Borsellino per motivare al voto? E dov’è il potenziale ma già bocciato premier Di Maio? Ecco dov’era ieri mattina: a teorizzare che il referendum in fondo non era roba loro ma un episodio della “guerra per bande” interna al Pd, insomma chi se ne importa se non siamo riusciti a convincere nemmeno i nostri cari e i nostri elettori ad andare a votare, l’importante è gettare vangate di contumelie sul Pd, sui suoi dirigenti, sui suoi militanti, intossicando social e talk – e bisognerà che le persone serie si adoperino per riportare un minimo di civiltà politica in ogni ambito, compresi talk e social, perché questa isteria non fa bene a nessuno, tantomeno al Paese.
E questi qui vorrebbero governare l’Italia muovendo guerra (a parole o parolacce) contro tutti quelli che non la pensano come loro? Politici che fuggono dinanzi alle difficoltà, alle proprie sconfitte, ai propri errori, quanto è affidabile? E purtroppo qui il discorso vira anche sulla sinistra più a sinistra. Quella esterna al Pd e quella interna. C’è proprio da usarla, l’espressione “purtroppo”.
Già: purtroppo a questa sinistra sta clamorosamente venendo meno l’abc di una grande storia politica, rifiutandosi di aprire una riflessione vera su quel che accade fuori di sé, sulle ragioni per le quali non riescono a persuadere una parte rilevante del popolo italiano, sul perché a fronte di tante critiche e denunce all’indirizzo di Renzi non riescano a crescere né politicamente né organizzativamente.
Ma è destino che tutto ciò che nasce a sinistra debba sempre rifluire nel settarismo e nell’autoreferenzialità? Che non ci sia mai un granello di autocritica? Spiace ricordarlo, ma quando nel 1978 il Partito comunista italiano perse le amministrative di Castellammare di Stabia (non di Milano o Roma: di Castellammare di Stabia) tenne una riunione della segreteria e poi della direzione per discuterne. Questi di oggi stra-perdono un referendum e sono contenti, o al massimo danno la colpa del proprio insuccesso agli altri.
E sulla sinistra Pd il problema resta quello, mai risolto compiutamente, del senso di una battaglia politica che ormai viene condotta in permanenza pur senza vincere mai, senza allargare mai il proprio perimetro. Sia chiaro: il giorno dopo un risultato così chiaro pensavamo di non polemizzare con nessuno. La campagna elettorale è finita, i cittadini non hanno seguito i referendari bensì l’indicazione di Renzi ad astenersi. Stop alle discussioni, è un altro giorno. Poi, però, vedi la voglia di rivincita, le bocche che schiumano rabbia, la tensione che non si allenta, la caccia alla prossima imboscata. Lezioni da trarre per loro dalla sonora sconfitta? Nessuna. Ecco, questa è cattiva politica.

lunedì 18 aprile 2016

Non ha vinto Renzi, hanno perso gli antirenziani


Fabrizio Rondolino
L'Unità 18 aprile 2016
Politicizzare il referendum contro il premier è stato un errore clamoroso
Un buon modo per prepararsi alla prossima battaglia, dopo averne perduta una, è ammettere la sconfitta, far tesoro dell’accaduto e provare a correggere gli errori commessi: non a caso fra i discorsi di Renzi che più sono piaciuti (anche ai suoi avversari) c’è quello con cui, quasi quattro anni fa, accettò senza infingimenti e senza alibi la sconfitta alle primarie che scelsero Bersani come candidato premier del centrosinistra.
Fingere di aver vinto – come da ieri sera va urlando in giro Michele Emiliano – non è soltanto un’offesa all’intelligenza degli elettori e dell’opinione pubblica: è un errore politico. Così come è un errore fabbricarsi un alibi e nascondervisi dietro, incolpando gli altri anziché riflettere sulle proprie manchevolezze. Se si perde soltanto per colpa degli altri, vorrei dire a Travaglio e agli altri sconfitti di domenica, non si potrà mai vincere: se invece la sconfitta è anche una mia responsabilità, correggendomi ho la possibilità di rovesciare in futuro il risultato.
“Davide e Golia” è il titolo dell’editoriale con cui il direttore del Fatto assolve gli sconfitti e accusa i vincitori. La tesi è rozza, forse perché né Travaglio né altri perdenti seriali hanno troppa stima dei propri (e)lettori, e si può riassumere così: abbiamo perso perché contro di noi s’è scatenato l’universo mondo e perché i cattivi sono sempre più forti.
A favore della partecipazione al referendum, oltre al Fatto, si sono schierati tutti i partiti presenti in Parlamento, tutti i partiti non presenti in Parlamento, la minoranza del Pd, i presidenti del Senato, della Camera e della Corte costituzionale, i conduttori di tutti i talk show, la magistratura militante, il sindacato, tutti i quotidiani d’opinione. Dall’altra parte c’era Renzi. Il quale sarà anche Superman – Travaglio ha un debole per gli uomini forti, oltreché per le belle donne – ma di sicuro sul referendum di domenica non ha avuto l’aiuto né l’appoggio di nessuno.
Negli ultimi vent’anni ci sono stati 28 referendum in sette tornate. La media dei votanti è stata del 34,4%. Domenica è successo esattamente quello che è successo negli ultimi vent’anni: è così difficile da capire? L’errore dei mujaheddin antirenziani è stato quello di politicizzare contro Renzi un referendum che tutti sapevano del tutto inutile. Non ha vinto Renzi: avete perso voi.

Così l’Armata è andata a sbattere


Fabrizio Rondolino
L'Unità 18 aprile 2016
Poteva essere un tranquillo referendum di primavera e invece…
Poteva essere un tranquillo referendum di primavera, uno di quelli che non interessano a nessuno, uno spettacolino inscenato in gran fretta da qualche ambientalista apocalittico e dalla Grillo e Casaleggio Associati srl in cambio di un po’ di visibilità: e invece l’hanno trasformato nell’ennesima battaglia finale tutti-contro-Renzi.
Poteva andare a finire come al solito – negli ultimi vent’anni, 24 referendum su 28 non hanno raggiunto il quorum – senza danni per nessuno né effetti collaterali (giusto un’esecrabile spreco di denaro pubblico e l’ennesima picconata ad un istituto in crisi dagli anni Novanta): e invece ne hanno fatto una vittoria politica di Renzi, tanto più grandiosa e destinata a pesare perché si consuma quando tutti gli indicatori – media, sondaggi, Bar Sport televisivi – lo davano per debole, isolato, persino prossimo alla caduta.
Chi sono gli autori di questo capolavoro politico? Chi sono i geni che hanno saputo ridare ossigeno, smalto e consenso popolare ad un governo e ad un leader che essi stessi giudicavano già spacciati? L’Armata Brancaleone degli anti-renziani è, sulla carta, uno schieramento capace di far impallidire gli anni gloriosi dell’antiberlusconismo militante. In ordine sparso, e per limitarsi ai più rappresentativi, ne fanno parte la sinistra radicale e la destra radicale, la Lega e il Movimento 5 stelle, quel che resta di Forza Italia e la minoranza del Pd, i più autorevoli editorialisti e tutti i conduttori dei talk show, la burocrazia sindacale e la magistratura militante, i salotti e i tinelli, la caste e le castine.
Sulla carta, però: perché nel Paese reale, fra le decine di milioni di italiani che non guardano i talk show né tantomeno comprano un giornale, ma lavorano e studiano e vogliono una vita normale, l’Armata Brancaleone dei conservatori e dei garantiti non è altro che una minoranza rumorosa e rancorosa. Intendiamoci: i milioni di italiani che sono andati diligentemente a votare meritano almeno lo stesso rispetto di quelli che si sono astenuti (e che pure sono stati addirittura accusati di tradire il patto di cittadinanza). Ognuno si comporta come crede, e ha sempre le sue buone ragioni.
Ma l’Armata Brancaleone che s’è intestata la battaglia referendaria, e che ieri sera ha assaporato il sapore amarissimo della sconfitta, qualche riflessione dovrebbe pur farla. La politicizzazione di un referendum palesemente inutile è scattata quando il Pd – non Renzi, non il governo – ha formalizzato la propria scelta a favore dell’astensione.
E’ insorta la minoranza del partito, è insorto il governatore Emiliano – che, sbagliando, ha cavalcato il referendum per presentarsi come leader alternativo a Renzi –, sono insorti i grillini, è insorto il Fatto. Se il Pd sceglie l’astensione, devono essersi detti, vuol dire che Renzi ha paura del referendum: ma noi siamo furbi, l’abbiamo capito e adesso spieghiamo agli italiani che bisogna andare a votare sulla chiusura anticipata di una manciata di piattaforme che non hanno mai avuto problemi perché così si dà una bella lezione a Renzi. Da qui la scelta di spostare l’attenzione sul premier, di trasformare il referendum nell’antipasto di quello di ottobre, di personalizzare e politicizzare lo scontro.
Renzi, che è pieno di difetti ma non è stupido, ha colto la palla al balzo, è stato perfettamente al gioco, ha accettato la sfida con baldanzoso entusiasmo, e ha sfruttato, più che la propria, la forza degli avversari per conquistare la vittoria. La scelta dell’astensione non era né una sfida né tantomeno il segno di una paura: era semplice buonsenso. L’Armata Brancaleone ne ha fatto un casus belli, s’è inventata un nemico che non c’era sperando così di ingrossare i consensi, ed è andata clamorosamente a sbattere.
Ora diranno che comunque il risultato è stato buono, che i votanti sono stati comunque più numerosi che nel 2009, che comunque 10 milioni di italiani non seguono gli inviti di Renzi. Contenti loro, contenti tutti. Avversari così farebbero la gioia di chiunque, figuriamoci di un ragazzo impertinente come il nostro presidente del Consiglio.

Perché non vincano i muri


Walter Veltroni
L'Unità 16 aprile 2016
Ci sono due elezioni che segneranno il futuro del mondo occidentale. La prima, In ordine di tempo, è quella che si svolgerà in Gran Bretagna nel prossimo mese di giugno
Ci sono due elezioni che segneranno il futuro del mondo occidentale. La prima, In ordine di tempo, è quella che si svolgerà in Gran Bretagna nel prossimo mese di giugno. Avrà per oggetto, in definitiva, la permanenza di quel paese nell’Europa. Avrà, come conseguenza, quella di rafforzare o di indebolire per sempre la prospettiva di un continente forte, unito, autorevole nelle sue politiche. Se vincerà la posizione euroscettica le conseguenze sulla già debole economia continentale potranno essere drammatiche. Non siamo fuori dalla crisi, in Europa. Se Cameron, pure indebolito dalla vicenda Panama papers, dovesse perdere, il rischio di un nuovo precipitare della crisi si potrebbe fare molto reale. Questo spiega l’allarme di un uomo saggio e decisivo per la prospettiva europea come Mario Draghi.
La seconda elezione si terrà il primo martedì di novembre negli Stati Uniti. Lì si deciderà se continuerà un’ esperienza di presidenza democratica oppure se se gli americani decideranno di cambiare radicalmente governo e politica. Radicalmente, tanto quanto non è mai accaduto nella storia di quel paese. Il passaggio dalla presidenza Clinton a quella di Bush fu molto meno traumatica di quanto potrebbe essere la transizione dalla politica di Barack Obama a quella di Donald Trump o di Ted Cruz.
Martedì si voterà nello stato di New York per le primarie democratiche e repubblicane. Sanders è reduce da una serie impressionante di vittorie e sembra aver prevalso nel recente confronto televisivo con Hillary Clinton che pure resta la favorita nello stato della grande mela. Davvero il voto dei newyorchesi democratici potrebbe segnare l’esito definitivo delle primarie , in un senso o nell’altro.
In campo repubblicano lo scontro è, diciamocelo, tra due candidati le cui piattaforme si assomigliano sempre di più e sempre più in modo drammaticamente radicale. L’esito della convenzione repubblicana è del tutto imprevedibile, al momento. Certo la vittoria di Trump e il suo confronto con un candidato democratico indebolito dalle divisioni interne può mettere il mondo di fronte al rischio che le follie programmatiche e valoriali proposte dal magnate americano divengano la politica della più grande potenza mondiale. E, con Cruz, le cose non sarebbero molto diverse. L’America si sposterebbe a destra, quella populista e non quella conservatrice e moderata, come mai nella sua storia.
Riflettiamo bene su quello che sta succedendo negli Usa. Non solo nella politica, nella coscienza degli elettori. Cosa spinge milioni di cittadini a ritenere credibili le proposte più strampalate, i toni più violenti . Noi ci siamo passati, in Italia. Tutti nel mondo pensavano che fosse impossibile che vincesse le elezioni Berlusconi, con le sue proposte tanto demagogiche da non essere mai state realizzate in tredici anni di governo. E invece ha vinto, anche perché ha saputo interpretare umori profondi e fragilità dell’elettorato in un momento di transizione . E , si badi bene, Berlusconi è un moderato a petto di Trump o Cruz.
Gli Stati Uniti hanno avuto un grande presidente. La storia, ormai, si incarica di rendere giustizia solo dopo la morte o dopo un tempo infinito. Barack Obama, voglio dirlo oggi, è stato e rimane un grande presidente. Ha cominciato a lavorare mentre venivano portati via gli scatoloni delle potenze finanziarie tracollate, ha conosciuto una turbolenza internazionale non governabile attraverso un accordo tra potenze. Oggi gli Usa sono in una grande ripresa economica, cresce il lavoro e, lo dicono i dati recenti, si riduce il ricorso al sussidio di disoccupazione. E’ stata approvata la riforma sanitaria da sempre rinviata. Si è scelta una politica internazionale fatta non di muscoli sganciati dal progetto politico, come nell’era Bush, ma del costante ricorso all’intelligenza della politica. Pensiamo sia stato facile per il Presidente degli stati Uniti favorire un accordo con l’Iran, decisivo per la pace mondiale, e mettere piede a l’Havana stringendo la mano al Presidente cubano? Il tempo ci dirà se la strategia di attacco militare nei confronti dell’Isis darà i suoi risultati. Certo è che Obama ha lavorato per evitare che attorno al califfato si stringessero solidarietà di governi e paesi dell’area. Ci sono stati limiti, indecisioni? Potrebbero non esserci quando il mondo ha perso il suo vecchio ordine e non riesce a trovarne un altro? Quando leggo, nel nostro paese ,commenti aspramente critici verso Obama penso che se noi europei, che siamo a un passo dal focolaio della crisi, avessimo fatto un millesimo del nostro dovere politico e strategico la situazione sarebbe diversa. Abbiamo cominciato noi in Europa con i muri, e non smettiamo. Trump ha seguito, non preceduto. Contro quei muri e la loro disumanità si è levata come mai nella storia la voce del Papa che ha chiamato le coscienze di tutto il mondo a praticare la virtù dell’integrazione, non la pratica della discriminazione.
A Washington c’è, fino alla fine dell’anno, il saggio Obama. E questo è, per la pace del mondo, una garanzia.
Poi, può accadere davvero qualcosa di inedito e terribile. Ci sono momenti della storia in cui le opinioni pubbliche si innamorano della propria rabbia e diventano prede di un demone che le alberga: la supina accettazione della demagogia e dell’odio verso l’altro.
Stati Uniti e Inghilterra sono due paesi in cui non sono mai esistite dittature. Due grandi democrazie che non hanno esitato a far morire i loro figli per dare la libertà a chi aveva applaudito demagoghi e portatori di odio e di intolleranza. Oggi dobbiamo tornare a guardare a quei paesi. Perché , in questo tempo smemorato, non perdano il senso della loro storia e della loro grandezza.