mercoledì 6 maggio 2015

Pippo ha preso la sua decisione:


Attilio Caso
6 maggio 2015
Gli eventi degli ultimi giorni hanno reso difficile restare. Anzi impossibile. Innanzitutto, la sospensione di Fabio e Mingo da Striscia: una decisione ingiustificata che non si può ignorare, per l'insostenibile rapidità con cui è maturata. Poi quella frenesia di pulire Milano già sabato. Io ero impegnato con Nichi e non ho potuto partecipare: tutto sarebbe andato diversamente con la supervisione dei miei post. Infine, la tenacia indiavolata di quel contropiede di Tevez ieri sera: sono juventino, ma come giustificare quella velocità, quella determinazione e quella propensione al risultato, se non come una prova del fatto che a causa dell'Italicum ormai tutto sia ineluttabilmente compiuto? Vi saluto, anche perché alla lunga diventa difficile spiegare di non aver votato né per Napolitano, né la fiducia a Letta per due volte e poi a Renzi.
Nichi forse non mi prenderà con sé: con l'Italicum deve pensare a preparare i seggi per chi fino ad oggi non 'ha servito Dio e Mammona'. Con pacato e riflessivo garbo, il vostro Affezionatissimo.

PERCHÈ STO CON RENZI


«L’AMACA» 
Michele Serra
L’Italicum è passato, la felicità di chi lo ha voluto ad ogni costo (anche il costo di una dolorosa e pericolosa frattura interna al centrosinistra) è legittima. Altrettanto legittima la delusione e l’amarezza di chi lo considera una pessima legge elettorale. Poi c’è uno stato d’animo “intermedio”, credo piuttosto diffuso, del quale mi sento parte. È difficile da definire, ma provo a riassumerlo così: non sono particolarmente contento che l’Italicum sia passato; ma sarei ancora meno contento se fosse stato affondato. Per esteso, è questo il segreto del successo politico di Matteo Renzi. A parte i davvero entusiasti e i davvero contrari, esiste una grande fetta di opinione pubblica che non è renziana, e anzi vede con diffidenza molti aspetti del renzismo. Ma se ripensa a quello che c’era prima (per esempio il Porcellum; per esempio Berlusconi; per esempio il drammatico esito tripolare delle ultime politiche, con Grillo che teneva per il bavero il Paese e umiliava il capo della sinistra), preferisce la situazione odierna, con tutti i suoi difetti e con tutti i suoi rischi. Chi dice che l’Italicum è un Porcellum bis trascura di considerare la differenza di fondo tra le due leggi: la precedente era stata concepita apposta per produrre ingovernabilità. Questa ha, semmai, il vizio opposto: vuole produrre governabilità a tutti i costi. Dei due difetti, il primo mi sembra largamente peggiore; e soprattutto, più pericoloso per la democrazia.

Csm, è scontro giudici-governo sulla riforma delle correnti


LIANA MILELLA
La Repubblica 6 maggio 2015
Ncd per la linea anti-magistrati Legnini: le modifiche spettano a noi siamo decisi ad andare avanti.
Legnini in conclave al Csm fa le ore piccole per lanciare l’autoriforma del Consiglio e annunciarla in un plenum con Mattarella. Orlando in via Arenula è disponibile a “vedere” le mosse di Legnini, ma è altrettanto deciso «ad andare avanti ugualmente su una legge che riformi palazzo dei Marescialli». In allarme il suo vice ministro Costa, alfaniano di Ncd, che ricorda la ben nota battuta di Renzi, «chi nomina non giudica, chi giudica non nomina», pronunciata nel lontano 30 giugno 2014, quando a palazzo Chigi fu annunciata la grande riforma della giustizia. Adesso, dice Costa, «bisogna rispettare i patti, serve una legge ordinaria per rivedere il sistema elettorale del Csm e togliere potere alle correnti, non può bastare una riformetta fatta in casa».
Siamo allo scontro, anche se all’insegna del bon ton, tra governo e Csm. Con il vice presidente di palazzo dei Marescialli Giovanni Legnini impegnato a portare avanti un suo progetto, un’autoriforma del Csm che, dall’interno, corregga le più macroscopiche storture del Consiglio, dalle nomine con tempi lunghissimi, più volte bacchettate dal Colle, ai “pacchetti” di capi uffici concordati dalle correnti, dai ritardi dei consigli giudiziari nel disegnare i profili dei candidati alla sezione disciplinare, tuttora composta anche da chi è inserito nelle altre commissioni.
Negli stessi giorni in cui il Guardasigilli Andrea Orlando stava per affidare all’ex vice presidente del Csm Michele Vietti la presidenza di una commissione per studiare la riforma del Consiglio, Legnini ha fatto il giro delle stanze che contano, compresa quella di Sergio Mattarella, nella veste di presidente del Csm, e ha spiegato la sua idea. Un’autoriforma che garantisce tempi assai più rapidi rispetto a una legge. Mattarella, a questo punto, è pronto a partecipare al plenum che consacrerà l’iniziativa di Legnini. Il quale, da ieri pomeriggio, è impegnato a discuterne con i consiglieri. Ma fuori monta preoccupazione e contrarietà.
La preoccupazione è quella di Orlando. Attento a vedere che succede, il ministro della Giustizia non intralcia Legnini, ma è ben deciso a non archiviare il suo progetto di riforma. «Insedierò comunque una commissione e starò a vedere che cosa fa il Csm. Leggerò quel progetto, ma di certo non rinuncio a una legge di riforma fatta dal governo». Di certo non ci rinuncia Renzi. E neppure Enrico Costa che, da vice ministro, sta mettendo insieme il dossier delle doglianze contro il Consiglio. I gruppi di Camera e Senato del partito ne hanno discusso e la parola d’ordine, riassunta da Costa, è «andare avanti su una riforma decisa del Csm che faccia emergere le energie migliori tra i magistrati e non solo quelle indicate dalle correnti». Scontro assicurato, dunque.

Fascisti, indagati, ex berlusconiani tutti in lista con lo sceriffo De Luca

CONCHITA SANNINO
La Repubblica 6 maggio 2015
Le elezioni in Campania Il candidato del centrosinistra aveva detto: non accetto spezzoni del vecchio ceto politico ma a suo sostegno ora ci sono numerosi impresentabili. Ecco le loro storie:
Il “nuovo”, a volte, fa strani giri. E tende agguati alla rivoluzione renziana. Un impasto di contraddizioni e vecchia politica rischia di gravare sulle liste del candidato governatore Pd, Vincenzo De Luca. Duri battibecchi e aspre polemiche, soprattutto sui social network, infiammano la fase più calda della campagna elettorale per le regionali, dopo alcune storie ricostruite da Repubblica, alla chiusura delle dieci liste a sostegno dell’ex sindaco di Salerno, che tra l’altro rischia la sospensione dopo la condanna di primo grado, se eletto a Palazzo Santa Lucia.
Le sue promesse di estrema discontinuità con il governo di Stefano Caldoro - «Rivoluziono tutto, daremo il via al processo di modernizzazione e sburocratizzazione della Campania» - convivono per ora con scelte che a molti appaiono discutibili: dal patto del primo Maggio, siglato in extremis, di notte, con il leader ormai 87enne di Nusco, Ciriaco De Mita, ai profili di candidati che poco somigliano all’innovazione chiesta dal “giglio” magico” del Nazareno. Nomi di destra, di indagati o di loro congiunti, o di avversari di esponenti simbolo delle battaglie democrat: tutti in pista per l’ex viceministro del governo Letta. Così, dopo i sindaci democrat candidati “col trucco” - che si erano fatti multare dai propri vigili urbani pur di decadere, per gabbare una norma regionale, poi costretti a dimettersi per entrare in lista - ecco i consiglieri- migranti. Da un lato all’altro, pur di stare con chi vince, o si pensa possa farcela.
Alla voce Pdl o Fi, ecco l’ex senatore Pdl ed ex candidato sindaco di Napoli di Berlusconi, il prefetto Franco Malvano. Poi una sfilza di dirigenti di Fi o amministratori in carica fino a pochi giorni fa, sotto l’insegna azzurra: è l’offerta “Campania in rete” il vero scrigno. Nella lista di Caserta, vi figurano: l’ex vice coordinatrice Pdl di Caserta ed ex assessore di quel comune, Teresa Ucciero; è in buona compagnia con il sindaco Alfonso Piscitelli, del comune di Santa Maria a Vico, anch’egli eletto sotto il simbolo degli azzurri; e con Angelina Cuccaro, assessore per Fi nell’altro comune di Santa Maria Capua Vetere. È lo stesso elenco in cui brilla per attivismo anche Rosalba Santoro, moglie di quel Nicola Turco, tuttora inquisito per concorso esterno in associazione mafiosa, e referente di Cosentino, che al nostro giornale ha rivendicato la sua convinta adesione al progetto di De Luca: «Ma perché c’è qualcosa di sinistra nella coalizione di De Luca? Non direi - argomenta la dottoressa, laureata in Lettere - Però questo candidato del Pd è uno che combatte, una persona chiara. E Cosentino era un leader carismatico».
Alla voce Destra, ala estrema, ecco un sostenitore di De Luca che continua a replicare alle polemiche. È Carlo Aveta, il mussoliniano doc, fedelissimo degli omaggi al Duce sulla tomba di Predappio, che non rinnega la sua stima per la storia fascista ma contesta e precisa, invece, il contesto in cui sarebbe stata pronunciata una frase «non contro gli omosessuali, ma a favore della decenza». «Non ho mai detto che mi fanno schifo i gay, c’è stata confusione e strumentalizzazione su un mio post Facebook del luglio 2014 in cui, legittimamente, dedico un giudizio personale a un’immagine che tuttora mi crea sconcerto: tre uomini che sfilano, in una pubblica piazza, davanti a bambini e bambine, in baby-doll. È una scena decente, quella? Secondo me: no».
Alla voce indagati, ecco sempre nella lista “Campania in rete”, ma a Napoli, la candidatura di Attilio Malafronte, consigliere comunale d’opposizione a Pompei che, solo qualche mese fa, è finito agli arresti domiciliari in un blitz sulla presunta compravendita di sepolture al cimitero comunale. Nell’armadio della sua casa, la polizia trovò e sequestrò un fucile calibro 12, una canna per fucile marca e oltre 30 cartucce per uso di caccia, dopo alcune settimane il consigliere è stato scarcerato, ma Malafronte aveva già «fatto un percorso nuovo», quindi di corsa verso De Luca. Analogo capitombolo capita alla candidata Rosa Criscuolo, che corre come consigliere regionale per “Centro democratico”: è la bionda avvocatessa che non disdegna pose ammiccanti e neanche il confine tra la cronaca rosa e quella giudiziaria; e non solo per il suo lavoro. La Criscuolo, oltre ad essersi mobilitata oltre un anno e mezzo fa, per una colorata manifestazione pro-Cosentino a Caserta con tanto di slogan contro la carcerazione preventiva (fu bloccata in tempo da Fi, che la indusse a recedere) è stata poi l’ultima signora con cui ha cenato l’ex ministro Claudio Scajola, poche ore prima che venisse arrestato su ordine della distrettuale antimafia di Reggio Calabria. L’avvocatessa ha sempre detto d’aver cominciato la sua militanza politica nel centrosinistra, nel vesuviano, e di aver poi sempre scelto liberamente. Oggi confessa, candidamente, che va verso il Pd «per esclusione. Non mi voglio candidare con Caldoro e nella coalizione in cui ci sono i Cesaro ». E alle Voce Donne, o Mogli di, non poteva mancare Annalisa Vessella Pisacane: è candidata nello stesso “Centro”, non solo è consigliere regionale uscente di Caldoro, ma moglie di quel Michele Pisacane che in Parlamento corse a sostenere Berlusconi con “i Responsabili” nel 2011. «Nelle liste non accetto spezzoni del vecchio ceto politico», aveva detto Vincenzo De Luca in un’intervista. Era meno di cinquanta giorni fa.

I segnali di Renzi all’ex Cavaliere nascosti nell’Italicum


STEFANO FOLLI
La Repubblica 6 maggio 2015
Gli promette di non andare alle urne per dargli il tempo di riorganizzare il partito e arginare l’ascesa di Salvini
Fra le righe dei suoi recenti discorsi il presidente del Consiglio ha mandato un messaggio al suo ex partner nel patto del Nazareno. Ha fatto capire a Berlusconi che è una buona idea procedere sulla via del cosiddetto “partito repubblicano” all’americana, in modo da porre le premesse di uno futuro scontro elettorale fra il centrosinistra (il Pd) e la nuova formazione di centrodestra (per la verità, Renzi si limita a definirla «di destra»).
Qui i sottintesi sono numerosi. In primo luogo si avverte la preoccupazione del premier per la crescita delle liste populiste e anti- sistema (Grillo, Salvini ma anche, in misura minore, i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni). Ognuno di questi gruppi fa corsa a sé, ma cosa accadrebbe con il secondo turno previsto dall’Italicum? La riforma elettorale era stata concepita da Renzi come piedistallo per il proprio trionfo (il «partito della nazione») con l’obiettivo di una vittoria al primo turno, ossia con il 40 per cento dei voti. In subordine, il ballottaggio: ma avendo di fronte un Berlusconi in disarmo, pronto a farsi sconfiggere. Tuttavia il crollo di Forza Italia e la parallela ascesa dei partiti anti-sistema sono variabili che forse Renzi non aveva considerato. Variabili da cui discendono non poche insidie.
Ecco allora l’idea di favorire la ricostruzione del centrodestra. Nella speranza che il fronte berlusconiano riesca a riguadagnare un po’ di consensi, tagliando l’erba sotto i piedi dei populisti. Se i «repubblicani» di Arcore conquistassero il diritto al ballottaggio, la minaccia di Salvini e Grillo sarebbe rintuzzata e le urne del secondo turno sorriderebbero al «listone» renziano. E si capisce: un ennesimo partito berlusconiano attirerebbe solo una parte dei voti dei Cinque Stelle o della Lega o degli astenuti al primo turno. Al contrario, chi può escludere che un candidato premier con il volto, ad esempio, del vice-presidente della Camera grillino, Di Maio, otterrebbe consensi trasversali fra gli elettori disillusi, senza partito o decisi a votare comunque contro il governo?
Ne deriva che il messaggio di Renzi ha una sua logica. È come se dicesse a Berlusconi: io non voglio accelerare sulla via delle elezioni, così da lasciarti il tempo di riorganizzare il tuo campo e di costruire un ante-murale contro il fronte anti-sistema; in cambio tu eviterai di farti fagocitare dalla Lega, destinata a uscire dal voto regionale più solida di Forza Italia. Non solo: a Palazzo Madama, tu Berlusconi troverai il modo, non diciamo di resuscitare il patto del Nazareno, ma almeno di impedire che la sinistra del Pd affossi la riforma costituzionale del Senato, ciò che renderebbe vana la legge elettorale immaginata per un sistema monocamerale.
Si tratta solo di segnali, ma significativi. Il problema è che la rinascita del centrodestra non è plausibile in tempi medi. Ha sorpreso molti, ad esempio, l’assenza di Berlusconi e dei suoi, ma anche della Lega, nei giorni della riscossa di Milano. In quel corteo nelle vie della città dove si è sentita l’anima dei milanesi, la destra era di fatto assente. Non aveva capito la posta in gioco. In seguito Salvini e ieri la Gelmini hanno cercato di correre ai ripari, ma forse troppo tardi e troppo poco. In altri tempi un errore così grave non sarebbe stato commesso. Difficile credere che queste carenze, non solo politiche ma culturali, possano essere sostituite da un dinamismo di tipo radicale. Come la tentazione di cavalcare l’onda dei referendum abrogativi dell’Italicum. L’esperienza insegna che questa strategia ha avuto un senso, in circostanze storiche precise, per una forza di minoranza come il partito di Marco Pannella ed Emma Bonino. Nel caso di Forza Italia ha invece il sapore di una mossa improvvisata per nascondere il vuoto politico. Un vuoto che a Renzi non dispiace affatto, purché serva per arginare i pericoli che affiorano ai lati del «partito della nazione». A riprova che l’Italicum non è la medicina che guarisce tutti i mali delle istituzioni.

lunedì 4 maggio 2015

Matteo Renzi risponde a Ferruccio De Bortoli. "Maleducato? È democrazia. Aristocrazia è il governo degli educati male."


Matteo Renzi non ha lasciato cadere nel vuoto l'affondo lanciato dall'ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, che nel suo editoriale di addio dal quotidiano di Via Solferino aveva definito il premier "un maleducato di talento". 
"Amo molto una frase di Gilbert Keith Chesterton", ha detto Renzi intervento alla Borsa di MIlano "'La democrazia è il Governo dei maleducati, e l'aristocrazia è il governo degli educati male'. Dare tutte le colpe alla politica - ha aggiunto il presidente del Consiglio - è comodo, ma ingiusto, abbiamo un problema di classe dirigente in questo Paese. Non tocca soltanto a noi". 
"In Italia il capitalismo di relazione ha prodotto alcuni effetti decisamente negativi", ha poi sottolineato Renzi. "È il momento di mettere la parola fine a un sistema basato più sulle relazioni che sulla trasparenza e sul rapporto con il mondo che sta fuori e chiede più dinamismo e trasparenza". "Se il Capitalismo di relazione è morto, e questa è la nostra scommessa, tocca anche a voi tirare su l'ancora. Solo così questo paese può crescere e diventare maggiorenne", ha detto il premier.
Quindi il premier ha anticipato un prossimo intervento sui crediti deteriorati delle banche: "Nelle prossime settimane il passaggio sulle sofferenze bancarie e sugli strumenti tesi a rendere il sistema bancario italiano nella stessa situazione degli altri paesi europei troveranno corso e concretizzazione".

Due centrodestra e sfida a sinistra,
 ecco chi corre.


Corriere della Sera 03/05/15
Massimo Rebotti
Con la presentazione definitiva delle liste, ieri, ci sono ora anche tutti i volti delle prossime Regionali. I candidati presidente sono 48, migliaia in lizza per un posto da consigliere. I cittadini chiamati alle urne il 31 maggio saranno circa 23 milioni: si vota in sette regioni e oltre mille comuni. In Veneto e Liguria le sfide politiche più rilevanti, in Campania patto in extremis tra De Luca e De Mita. 

La spaccatura veneta
Il Veneto è stato per molti anni uno scrigno di voti per il centrodestra. Questa volta la partita è aperta e a rimescolare le carte ha contribuito il sindaco di Verona Flavio Tosi, che ha rotto con il Carroccio e scelto di correre in proprio. I centrodestra saranno quindi due: da una parte l’alleanza Lega-Forza Italia, con il governatore uscente Luca Zaia che proprio a Verona schiera l’indipendentista Fabrizio Comencini; dall’altra il tentativo centrista di Tosi (con lui anche l’ex direttore di Avvenire Dino Boffo) Se il centrosinistra riuscisse a spuntarla, per Renzi sarebbe il risultato più rilevante: non solo perché strapperebbe agli avversari una regione importante, ma anche perché la sfidante del Pd, Alessandra Moretti, è in totale sintonia con il nuovo corso del partito. In lista con lei anche l’ex campionessa di salto in alto Sara Simeoni e il cantautore Massimo Bubola, storico collaboratore di Fabrizio De André.

 I tormenti liguri
 per il centrosinistra in Liguria sono iniziati con le primarie, vinte da Raffaella Paita su Sergio Cofferati in una ridda di accuse e polemiche. Il risultato è che alle elezioni, oltre alla candidata del Pd, ci sarà anche un ex parlamentare dello stesso Pd, Luca Pastorino che la sfida da sinistra. Tutti gli oppositori di Renzi (la minoranza dem, Sel, Maurizio Landini) guarderanno al risultato per capire se esiste per loro uno spazio politico. Il centrodestra ha fiutato l’occasione, si presenta unito e candida Giovanni Toti, il consigliere politico di Berlusconi. Ce la dovesse fare, il terremoto si sentirebbe fino a Roma. 

I poteri locali. 
La scelta dei candidati in Puglia (per il centrodestra) e in Campania (per il centrosinistra) è stata tormentata. La Puglia è il campo di battaglia dello scontro dentro a Forza Italia tra Berlusconi e Raffaele Fitto, l’ex governatore che ha nella regione il feudo del suo consenso. Il risultato è che i candidati del centrodestra saranno due: Francesco Schittulli, sostenuto dal «ribelle» di FI, e Adriana Poli Bortone, appoggiata dai «lealisti». L’esito delle urne determinerà gli sviluppi della lotta tra il leader e il suo ex delfino. Nel centrosinistra, dopo i due mandati di Nichi Vendola, torna il primato del Pd: corre l’ex sindaco di Bari Michele Emiliano, che ha stravinto le primarie. Con lui anche Desirée Digeronimo che, da magistrato, indagò anche su Vendola.

 In Campania, dove il centrodestra ripropone il governatore uscente Stefano Caldoro, i tormenti hanno riguardato i democratici. Primarie rinviate per mesi poi la vittoria del candidato che Renzi non avrebbe voluto: il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per abuso d’ufficio. Ora tutto il partito lo sostiene e il problema dell’eventuale incompatibilità è rimandato a dopo, nel caso vincesse. De Luca, intanto, ha fatto campagna acquisti fino all’ultimo, stringendo un patto con Ciriaco De Mita e l’Udc, che fino al giorno prima stavano con Caldoro.

 Nelle liste sorprese e acrobazie: con De Luca c’è l’attrice Eleonora Brigliadori ma anche l’ex capogruppo della Destra Carlo Aveta (immortalato in una foto ricordo sulla tomba di Mussolini a Predappio); a sostegno di Caldoro corre invece Dario D’Isa, il figlio di uno dei giudici di Cassazione che confermarono la condanna a Berlusconi.

 Le roccaforti «rosse»
 Nelle Marche e in Umbria il tema politico è la sfida al tradizionale monopolio della sinistra. Ci provano Gian Mario Spacca — che ha governato le Marche per il Pd e poi ha rotto con il suo partito che non l’ha voluto ricandidare — e Claudio Ricci, sindaco di Assisi, che è riuscito a riunire tutto il centrodestra. In Toscana, viceversa, si è frantumato in tre: di fronte al governatore pd uscente Enrico Rossi ci sono un candidato di Lega e FdI, un altro di FI (con l’ulteriore match nelle preferenze tra gli uomini di Verdini e i fedelissimi berlusconiani), e un terzo dei centristi di Ncd e Udc. Con la sinistra di Sel e Prc corre anche il pugile livornese Lenny Bottai, detto «Mangusta», che prima di un match a Las Vegas sfoggiò una maglietta contro il Jobs act.