domenica 29 novembre 2015

Intellettuali....

Pierluigi Castagnetti
Ho letto oggi il suggerimento di un grande giornalista e intellettuale, al ns capo di governo, di accompagnare la Francia nell'avventura della guerra, sapendo che per vincerla occorrerà poi mettere gli scarponi a terra. Ecco la differenza fra l'intellettuale e il politico. S'io fossi capo del governo di intellettuali attorno a me ne vorrei moltissimi, perché chi governa ha bisogno di tanti suggerimenti, tanta intelligenza, tanta competenza che un uomo solo non può avere. Ma le decisioni non le delegherei mai a un intellettuale cosiddetto puro, per di più privo di senso politico e dell'esperienza della responsabilità.

venerdì 27 novembre 2015

Quella dei jihadisti è una rivolta generazionale e nichilista


Olivier Roy, 
27 novembre 2015 
Le Monde
La Francia è in guerra! Sì, ma contro chi o cosa? Il gruppo Stato islamico (Is) non manda cittadini siriani in Francia per compiere attentati e convincere il governo di Parigi a interrompere i bombardamenti. No, l’Is attinge a un grande bacino di giovani francesi radicalizzati, che a prescindere dalla situazione in Medio Oriente sono già in cerca di una causa, di un’etichetta, di una grande narrazione su cui apporre la firma sanguinaria della loro rivolta personale. Per questo l’eventuale distruzione dell’Is non basterà a fermare la rivolta.
La collaborazione tra questi giovani e l’Is è semplicemente una questione di opportunità. Gli stessi giovani si erano legati ad Al Qaeda e prima ancora al Gia algerino, o avevano seguito un nomadismo jihadista individuale tra Afghanistan, Bosnia e Cecenia. Domani combatteranno per un’altra bandiera, a meno che la morte in battaglia, la vecchiaia o la disillusione non svuotino i loro ranghi, un po’ come è accaduto all’estrema sinistra degli anni settanta.
Il dato fondamentale è che non esiste una terza, quarta o ennesima generazione di jihadisti. Dal 1996 siamo alle prese con la stabile radicalizzazione di due categorie di giovani: i francesi di seconda generazione e i convertiti. Il problema fondamentale per la Francia non è il califfato siriano, che presto o tardi evaporerà come un miraggio, ma la rivolta dei giovani. Per questo dobbiamo capire se questi ragazzi sono l’avanguardia di una guerra imminente o solo le scorie di un borborigmo della storia.
Cos’hanno in comune i ragazzi della seconda generazione e i convertiti? La loro è prima di tutto una rivolta generazionale
Oggi due letture dominano la scena, indirizzando i dibattiti televisivi e le pagine dei giornali: la spiegazione culturalista e quella terzomondista. La prima insiste sulla ricorrente guerra di civiltà: la rivolta dei ragazzi musulmani dimostra che l’islam non può integrarsi, almeno fino a quando una riforma teologica non cancellerà dal Corano l’invito al jihad.
La seconda insiste sulla sofferenza postcoloniale, sull’identificazione dei giovani con la causa palestinese, sul loro rifiuto degli interventi occidentali in Medio Oriente e sulla loro esclusione da una società francese razzista e islamofoba, e da lì il solito ritornello: finché non risolveremo il conflitto israelo-palestiense la rivolta andrà avanti. Ma entrambe le spiegazioni presentano lo stesso problema. Se le cause della radicalizzazione sono strutturali, allora perché il fenomeno colpisce solo una parte minima e molto circoscritta dei musulmani francesi?
Quasi tutti i jihadisti francesi appartengono a due categorie: i francesi di seconda generazione nati in Francia o arrivati quando erano bambini e i convertiti, che già nel 1990 costituivano il 25 per cento degli estremisti e che continuano ad aumentare. Questo significa che tra gli estremisti non esiste una prima generazione, ma soprattutto non esiste una terza generazione. Gli immigrati marocchini degli anni settanta sono già diventati nonni, ma non troviamo i loro nipoti tra i terroristi.
Perché i convertiti, che non sono mai stati vittime del razzismo, vogliono improvvisamente vendicare l’umiliazione subita dai musulmani? Teniamo presente che molti convertiti vengono dalle campagne francesi e hanno pochi motivi per identificarsi con una comunità musulmana che per loro ha un’esistenza quasi esclusivamente virtuale. In altre parole, questa non è la rivolta dell’islam o dei musulmani, ma un problema che riguarda due categorie di giovani. Non è una radicalizzazione dell’islam, ma un’islamizzazione del radicalismo.
Cos’hanno in comune i ragazzi della seconda generazione e i convertiti? La loro è prima di tutto una rivolta generazionale. Entrambe le categorie hanno rotto i ponti con i loro genitori e con tutto ciò che rappresentano in termini di cultura e religione. I francesi di seconda generazione non aderiscono all’islam dei loro genitori. Sono occidentalizzati e parlano francese perfettamente. Hanno condiviso la cultura giovanile della loro generazione, hanno bevuto alcol, fumato hashish, rimorchiato ragazze. Molti di loro sono stati almeno una volta in prigione, e poi un bel mattino si sono (ri)convertiti scegliendo l’islam salafita, ovvero un islam che rifiuta il concetto di cultura, un islam della regola che gli permette di ricostruirsi da sé. Non vogliono la cultura dei genitori e nemmeno una cultura “occidentale”, che ormai è il simbolo del loro odio verso se stessi.
La chiave della rivolta è la mancata trasmissione di una religione culturalmente integrata. Questo problema non riguarda né i francesi di prima generazione, portatori della cultura islamica del paese d’origine ma incapaci di trasmetterla ai figli, né quelli di terza generazione, che parlano francese con i genitori e grazie a loro hanno una grande familiarità con le modalità di espressione dell’islam nella società francese. Se all’interno dei movimenti radicali troviamo meno turchi e più magrebini è perché per i primi la transizione è stata assicurata dallo stato turco, che ha garantito la trasmissione culturale inviando istitutori e imam.
La violenza a cui aderiscono è una violenza moderna. Uccidono come gli autori delle stragi statunitensi e come Anders Breivik, a sangue freddo
I giovani convertiti, per definizione, aderiscono alla religione “pura”. Il compromesso culturale non gli interessa (a differenza delle vecchie generazioni che si convertivano al sufismo) e si uniscono alla seconda generazione nell’adesione a un “islam di rottura”, una rottura generazionale, culturale e politica. Non serve a niente offrirgli un islam moderato, perché è precisamente il radicalismo ad attirarli. Il salafismo non è solo una predicazione finanziata dall’Arabia Saudita, ma il prodotto più adatto a questi ragazzi alla deriva.
Improvvisamente – ed è questa la grande differenza con il caso dei giovani palestinesi che partecipano alle diverse forme di intifada – i genitori musulmani degli estremisti francesi non capiscono più la rivolta dei loro figli. Come i genitori dei convertiti, anche loro cercano sempre più spesso di frenare la radicalizzazione dei figli: chiamano la polizia, vanno in Turchia a recuperarli, temono che i fratelli maggiori possano trascinare i più piccoli. In questo senso, lungi dall’essere il simbolo di una radicalizzazione della popolazione musulmana, i jihadisti creano e alimentano una frattura generazionale, spaccando in due le famiglie.
I jihadisti finiscono così emarginati anche dalle comunità musulmane. È significativo che gli attentatori non abbiamo quasi mai un passato religioso. Gli articoli di giornale che raccontano la loro storia sono tutti incredibilmente simili. I conoscenti dei terroristi si dicono sempre stupiti: “Non capiamo, era una persona gentile (o un piccolo delinquente), non era un musulmano praticante, beveva, fumava spinelli e frequentava le ragazze. Poi è cambiato, si è lasciato crescere la barba e ha cominciato a parlare di religione”.
È inutile parlare della taqiyya (dissimulazione) perché una volta “rinati” questi ragazzi non si nascondono e manifestano le loro nuove convinzioni anche su Facebook. Esibiscono la loro nuova personalità onnipotente, la loro voglia di rivincita, l’esaltazione che deriva dalla volontà di uccidere e la fascinazione per la propria morte. La violenza a cui aderiscono è una violenza moderna. Uccidono come gli autori delle stragi statunitensi e come Anders Breivik, a sangue freddo. In loro il nichilismo e l’orgoglio sono profondamente interconnessi.
Questo individualismo forsennato si ritrova nel loro isolamento rispetto alle comunità musulmane. Pochi frequentano una moschea e i loro imam sono spesso autoproclamati. La loro radicalizzazione si sviluppa attorno a immagini di eroi, alla violenza e alla morte, non alla sharia o all’utopia. In Siria vanno solo per combattere, nessuno di loro si integra o si interessa alla società civile. Sono più nichilisti che utopisti.
Alcuni sono passati dal Tabligh (società di predicazione musulmana fondamentalista), ma nessuno ha mai frequentato i Fratelli musulmani o militato in un movimento politico filopalestinese. Nessuno si è impegnato nella sua comunità consegnando i pasti alla fine del Ramadan o pregando nelle moschee e nelle strade. Nessuno ha condotto studi religiosi approfonditi. Nessuno si interessa di teologia, nemmeno alla natura del jihad o dello Stato islamico.
I terroristi non sono l’espressione di una radicalizzazione della popolazione musulmana, ma il prodotto di una rivolta generazionale
Tutti si radicalizzano insieme a un piccolo gruppo di “compagni” che hanno incontrato in un luogo particolare (quartiere, prigione, società sportiva), con cui ricreano una famiglia e ritrovano un senso di fratellanza. E qui emerge uno schema molto importante che ancora nessuno ha studiato: questa fratellanza è spesso biologica. Tra gli attentatori troviamo regolarmente coppie di fratelli: i fratelli Kouachi e Abdeslam, Abdelhamid Abaaoud che rapisce suo fratello minore, i fratelli Clain che si convertono insieme, i fratelli Tsarnaev che organizzano l’attentato di Boston dell’aprile 2013.
Come se radicalizzare i fratelli (e le sorelle) fosse un modo per sottolineare la dimensione generazionale e la rottura con i genitori. La cellula si sforza di creare legami affettivi tra i suoi componenti, che spesso sposano la sorella di un compagno d’armi. Le cellule jihadiste non somigliano a quelle dei movimenti radicali d’ispirazione marxista o nazionalista (Fln algerino, Ira o Eta): essendo fondate su legami personali, sono più impermeabili all’infiltrazione.
I terroristi non sono l’espressione di una radicalizzazione della popolazione musulmana, ma il prodotto di una rivolta generazionale che coinvolge una categoria precisa di giovani. Ma perché scelgono l’islam? Per i ragazzi della seconda generazione il motivo è evidente: rielaborano un’identità che ai loro occhi è stata compromessa dai genitori e si convincono di essere “più musulmani dei musulmani”, in particolare dei padri. Le energie che dedicano ai vani tentativi di riconvertire i genitori sono eloquenti e al tempo stesso mostrano fino che punto si trovano ormai su un altro pianeta. Quanto ai convertiti, scelgono l’islam perché sul mercato della rivolta radicale non c’è altro. Entrare nell’Is significa avere la certezza di poter seminare il terrore.

Nichi, il 110 e lode a ventotto anni e i 500 euro ai maggiorenni.


Attilio Caso
27 novenbre 2015 
Ho convocato una riunione urgente per organizzare la resistenza gentile a questo terribile attacco al diritto allo studio e alla meglio gioventù. Ci vedremo tra due ore per indire una raccolta di firme, una manifestazione e un'assemblea permanente. Il nostro intento è fare barriera contro questa deriva moserista e boltista, secondo cui le lauree andrebbero conseguite in corso e il denaro distribuito ai giovani in quanto tali. Noi non ci lasceremo sconfiggere da questa visione obamista e renzista: la durata quinquennale di un corso di studi è solo una convenzione neoliberista e dirigista, ovvero una metafora del depauperamento delle emozioni della società occidentale, già previsto dal maestro Chaplin quando aveva rappresentato mirabilmente con alto sguardo profetico il suo Calvero, superato dalla velocità dei tempi ruggenti, che erano allegoria del turbocapitalismo boschista e polettista, nonché del mariadefilippismo venturo. 
No. Alle elementari devi apprendere le tabelline e i sette re di Roma entro la quinta, alle medie i numeri reali entro la terza, al liceo devi cogliere la sublime bellezza della Commedia nei cinque anni, ma all'università sei nell'eternità. Quella che ti permette urlare contro le multinazionali ai cortei fumando Marlboro, resistendo fino all'età in cui i renzisti vanno in pensione, perché hanno scelto la volgare strada del lavoro. Hanno studiato e si sono laureati in tempo con votazioni misere, sono stati indecentemente assunti in un'impresa privata e lì hanno speso la loro vita, senza lasciarsi abbacinare dalla bellezza di una malattia inanellata il lunedì o al rientro dalle ferie, orientata ad una ripresa dolce e migliore dell'attività.
Ci ribelliamo anche all'idea di distribuire un reddito di gioventù ai diciottenni: e i fuori corso trentacinquenni? E i fuori sede ventottenni come pagheranno le Guinness, simbolo della leggerezza irlandese che si oppone all'imperialismo britannico, pesante e schiavo del serrismo? 
Pippo è sconvolto dall'idea che si debbano fare gli studi nei tempi, ma non verrà nel pomeriggio perché ha lezione di judo.
Ci raggiungerà per cena con Corradino, Lilli, Lucia, Norma, Miguel, Stefano, Alfredo e Luciano: dopo l'assemblea permanente le dottorande, in piena libertà, per scelta volontaria, in coerenza con il loro percorso di crescita culturale condotto sotto la guida di Luciano e per resistere all'idea neoconservatrice dello studio finalizzato ad un risultato, ci prepareranno patate, riso e cozze, che rappresentano la più alta manifestazione del lascito della cultura mediterranea.

giovedì 26 novembre 2015

Perchè ora chiamiamo l'Isis Daesh


Francesco Anfossi
Famiglia Cristiana 25/11/2015  
Come ogni entità terroristica, il Califfato di al-Baghdadiin guerra con l'Occidente muta continuamente sigla: Aqi, Is, isis,Isil e ora Daesh. Ecco come si è evoluto e cosa significano le varie sigle.
I primi nell'Occidente a chiamare il Califfato di al-Baghdadi "Daesh" sono stati gli americani. Barack Obama ha usato lo stesso nome quando ha parlato, al vertice dei leader del G20 in Turchia, di “Daesh, una forza in grado di infliggere un dolore così grande agli abitanti di Parigi, Ankara e del resto del mondo”. Anche John Kerry, il segretario di stato americano, ha chiamato Daesh il gruppo Stato islamico nel corso di un incontro a Vienna. Ma le sigle di questo Stato di terroristi è stato indicato con varie sigle: Isis, Isil, Sic. Uno dei motivi è che il gruppo, nato nel 2003 dalla resistenza di un gruppo di ribelli sunniti alle truppe anglo-americane in Irak, affiliato ad Al Qaeda, si è evoluto. E il bello è che Al Qaeda, responsabile degli attentati alle Torri Gemelle nel 2001, ne ha preso poi le distanze per la particolare efferatezza dei suoi affiliati, il che è tutto dire.
Nel tempo quest'entità del male si è estesa e si è strutturata sempre di più, grazie anche all'infiltrazione di ex ufficiali dell'esercito di Saddam Hussein, Nel 2007 il gruppo, che si faceva chiamare Aqi (Al Qaeda Irak) ha cambiato nome in Isi (acronimo di Islamic State in Irak). Quando ha cominciato a sconfinare in Siria, profittando della guerra civile, installandosi nella parte orientale, ha mutato l’acronimo in Isis (ed è il nome più popolare: Islamic State of Irak and Siria). Gli Stati Uniti preferivano chiamarlo Isil (Stato Islamico in Irak e nel Levante). Qualche anno dopo, quando ha occupato vaste porzioni dei due territori, si è autoproclamato Stato del califfato islamico (Sic). Così facendo al-Baghdadi ha lanciato le sue aspirazioni a esercitare la sua autorità su tutti i musulmani del mondo. E’ a quel punto che alcuni Paesi arabi sunniti, che lo avevano finanziato, si sono resi conto di aver partorito un mostro fuori controllo. Ma ormai era troppo tardi.
E veniamo alla nuova sigla Daesh, che è risuonata soprattutto all’indomani delle stragi di Parigi. E’ l’acronimo dell’equivalente arabo di Isis, vale a dire  "Al dawla al islamiya fi al Iraq wal Sham" (Sham è l'antico titolo della Siria in arabo). E’ la sigla che più si è diffusa nei Paesi arabi, anche se i membri del gruppo lo chiamano semplicemente al dawla, lo Stato. Daesh ha un suono, per gli arabi, simile a quello di parole che significano calpestare, distruggere, sbattere contro qualcosa, e causare tensione. Più che mai azzeccato vista la ferocia dei suoi adepti che si fanno ritratrre sotto le bandiere nere. Ultimamente le potenze occidentali e molti giornali hanno adottato questo termine. Che ha il merito, tra le altre cose, come ha spiegato il ministro degli esteri francese Fabius, di non dare al gruppo la dignità di Stato.

ANCHE I FRANCESCANI!

Sandro Albini
Tra tutte le malefatte ai danni di Vaticano, Ordini e Congregazioni Religiose commesse da fratelli, sorelle, o laici imprudentemente assoldati (in qualche caso assoldati proprio per rubare in combutta con qualche religioso) quella comparsa oggi sui giornali è la più sconvolgente. I francescani, si i francescani si sono fatti infinocchiare per una cifra importante: 40 milioni di Euro. Ma cosa sta succedendo nella Chiesa? Il potere temporale è finito con Porta Pia oppure prosegue sotto forma di patrimoni ingenti sui quali ogni tanto cadono in tentazione economi, consulenti e così via. Ne ha voglia Bergoglio di invocare un cambio di passo. Quei 40 milioni erano destinati ad opere di carità non a impinguare il portafoglio di qualche bellimbusto. Immagino lo sconcerto degli umili frati che credono davvero al Signore e a S. Francesco: con quale coraggio ora possono chiedere fondi per la carità quando hanno visti dissipati quelli in loro possesso? E con quale animo i fedeli possono continuare ad erogare fondi per opere di carità quando se ne fa un uso troppo disinvolto (magari sarebbe il caso di verificare anche nel mondo delle ONLUS se i rivoli vanno tutti a buon fine). I casi ormai non stanno più sulle dita di una mano. Accanto alle ruberie, malagestione, improvvisazione hanno contribuito a mettere in difficoltà Salesiani, Fatebenefratelli, S. Lucia, Monterotondo, Camilliani, per citare i casi più noti. E' vero, c'è la crisi delle vocazioni, forse quelli rimasti dentro i conventi sono smarriti e tendono ormai ad assicurare il loro futuro individuale più di quello della famiglia alla quale appartengono. Il Tempio pare brulicare di mercanti e il Papa non dispone forse di tempo ed energie sufficienti per riuscire a scacciarli tutti.

Marino dice “Rifletto”, il Fatto titola “Si candida”


Fabrizio Rondolino
L'Unità 25 novembre 2015
Come si forza un titolo, quando serve
Ignazio Marino rompe gli indugi e dalla prima pagina del Fatto annuncia solennemente: “Mi ricandido, dopo di me risorge il partito degli affari”. Perbacco, questa sì che è una notizia: non è mica un’indiscrezione, una voce, una speranza, niente affatto, è proprio una notizia con tanto di virgolettato dell’ex sindaco.
Corriamo a pagina 11 a leggere la storica intervista, e lo storico annuncio si fa già più incerto, più nebuloso, più probabilistico, per lasciare il posto ad un’altra notizia, non meno clamorosa e decisamente più grave. Il titolo interno infatti recita così: “Marino: ‘Pronto a ricandidarmi, ma Renzi vuole rinviare le urne’”.
Dunque, ricapitolando: in prima un titolo del Fatto attribuisce a Marino la decisione di ricandidarsi; a pagina 11, in un altro titolo, Marino si limita a dichiararsi “pronto”; in compenso dichiara che il presidente del Consiglio non intende far votare i romani.
Ma anche questo non è vero: nell’intervista, infatti, l’ex sindaco si limita ad un’affermazione generica che somiglia più ad uno sfogo: “Con la scusa del Giubileo proveranno anche a rinviare il voto di un anno”. Chi, quando, come? “Vedremo…”, si limita a sussurrare Marino.
E la sua candidatura? Anche su questo punto – il cuore dell’intervista, secondo il titolo che il Fatto le dedica in prima pagina – le cose stanno in un altro modo. Non soltanto Marino non dice di volersi candidare: non dice nemmeno di essere “pronto”. “Si ricandida alle primarie?”, gli chiede il giornalista. E Marino, testualmente, risponde: “Rifletto”. L’intervistatore torna all’attacco e Marino, testualmente, ripete: “Me lo può chiedere altre dieci volte ma la risposta sarà sempre la stessa: rifletto”.
E tuttavia, a quanto pare, neppure dieci risposte identiche sono bastate al Fatto per capire la posizione di Marino: nelle interviste al giornale di Travaglio contano le domande, quel che rispondi è un optional.

martedì 24 novembre 2015

Bruxelles, jihad e "teoria del ghetto"


Federico Rampini
La Repubblica 24 novembre 2015
Ci ho vissuto 15 anni – infanzia e adolescenza – in quella Bruxelles che oggi è il covo dei jihadisti d’Europa. Non ho mai smesso di frequentarla visto che ci sono rimasti sempre i miei genitori, ora mia mamma da sola.
A Parigi frequentai, ventenne, i seminari di Raymond Aron; lì cominciai il mestiere di corrispondente estero 30 anni fa; ci tornò mio figlio Jacopo a fare la Sorbona. Per anni la nostra famiglia sparpagliata tra la California e la Cina o tra l’Europa e New York, si riuniva a Parigi per Natale.
Quando conosci così le città, quando sono i luoghi dove vivono i tuoi migliori amici, e pezzi della tua vita sono incollati al paesaggio locale, diventi allergico alle superficialità, agli stereotipi. A tutte le idiozie che vengono dette in queste settimane da chi cerca una spiegazione facile e rassicurante alle tragedie. Per esempio, per non stancare il cervello di fronte a fatti terribili, angosciosi e complessi, molti diventano di colpo marxisti. Nella versione “bignamino” del marxismo, quella per cui ogni cosa deve spiegarsi con la realtà economica sottostante, i rapporti sociali, le classi, lo sfruttamento capitalistico. Ecco che la jihad penetra perché i giovani di origini arabe o nordafricane sarebbero prigionieri di ghetti, marginalizzati, intrappolati in condizioni economiche disagiate.
Ma davvero? I ghetti per immigrati a Bruxelles io li ricordo bene. Ci vivevano gli italiani. Anni Cinquanta, anni Sessanta: allora sì, il Belgio era un paese razzista. I nostri immigrati andavano a morire per estrarre il carbone nelle miniere della Vallonia. I figli non riuscivano a finire la scuola dell’obbligo. Nessuno di loro imbracciò mai un kalashnikov per farsi giustizia contro i belgi. Non c’erano in circolazione fra loro ideologie di vendetta e di morte. Un sacerdote a cui sono rimasto legato, Bruno Ducoli, portava qualche liceale come me a lavorare nelle scuole serali. Si discuteva di politica, con chi ne aveva voglia. I coraggiosi osavano iscriversi alle Acli, cattolicesimo di sinistra; i comunisti, se c’erano, non si dichiaravano facilmente. Quando arrivò in Italia e in Francia il terrorismo rosso, i nostri immigrati diffidarono subito; era roba per giovani borghesi, universitari, figli di papà.
Oggi, la jihad nascerebbe dalle ingiustizie sociali? Non certo quella di Abdelhamid Abaaoud, 28 anni, uno dei capi della strage a Parigi. Cittadino belga, di origine marocchina. Suo padre era benestante, aveva fatto ottimi affari in Belgio come commerciante. Mise il figlio in una delle migliori scuole private di Bruxelles, un liceo per ricchi.
Sfruttamento, emarginazione, disagio sociale? I guru dei talkshow usano queste formulette come dei passe-partout, per pigrizia intellettuale. I jihadisti no. Di quei problemi, loro non parlano mai. Eppure non mancano i loro proclami ideologici, i documenti di propaganda dello Stato Islamico dilagano “virali” nei social media. Mai che trattino della disoccupazione tra giovani immigrati; mai che denuncino qualche problema sociale nelle banlieues. Sono temi completamente estranei al loro orizzonte ideologico. Non gliene può importare di meno. Quel che odiano dell’Occidente non è lo sfruttamento capitalistico né le diseguaglianze sociali; ciò che denunciano è lo Stato laico che mette tutte le religioni sullo stesso piano; la libertà di espressione; la libertà dei costumi; l’emancipazione femminile; il fatto che le donne possano studiare e lavorare, vestirsi come preferiscono, sposare chi vogliono loro.
Se fosse vero che le nostre ingiustizie sociali generano malessere e ribellione violenta, il brigatismo rosso dovrebbe esistere nell’Italia di oggi, dove gli indicatori della disoccupazione giovanile e del precariato sono decisamente peggiori rispetto agli anni Settanta. Le ideologie di terrore, di sopraffazione e di morte, hanno vita autonoma come i virus. E’ sul piano delle idee che vanno analizzate, contrastate e sconfitte. Oltre, ovviamente, al ruolo indispensabile della magistratura e delle forze delle ordine: quelle che in Belgio in queste ore stanno balbettando paurosamente.