lunedì 18 aprile 2016

Perché non vincano i muri


Walter Veltroni
L'Unità 16 aprile 2016
Ci sono due elezioni che segneranno il futuro del mondo occidentale. La prima, In ordine di tempo, è quella che si svolgerà in Gran Bretagna nel prossimo mese di giugno
Ci sono due elezioni che segneranno il futuro del mondo occidentale. La prima, In ordine di tempo, è quella che si svolgerà in Gran Bretagna nel prossimo mese di giugno. Avrà per oggetto, in definitiva, la permanenza di quel paese nell’Europa. Avrà, come conseguenza, quella di rafforzare o di indebolire per sempre la prospettiva di un continente forte, unito, autorevole nelle sue politiche. Se vincerà la posizione euroscettica le conseguenze sulla già debole economia continentale potranno essere drammatiche. Non siamo fuori dalla crisi, in Europa. Se Cameron, pure indebolito dalla vicenda Panama papers, dovesse perdere, il rischio di un nuovo precipitare della crisi si potrebbe fare molto reale. Questo spiega l’allarme di un uomo saggio e decisivo per la prospettiva europea come Mario Draghi.
La seconda elezione si terrà il primo martedì di novembre negli Stati Uniti. Lì si deciderà se continuerà un’ esperienza di presidenza democratica oppure se se gli americani decideranno di cambiare radicalmente governo e politica. Radicalmente, tanto quanto non è mai accaduto nella storia di quel paese. Il passaggio dalla presidenza Clinton a quella di Bush fu molto meno traumatica di quanto potrebbe essere la transizione dalla politica di Barack Obama a quella di Donald Trump o di Ted Cruz.
Martedì si voterà nello stato di New York per le primarie democratiche e repubblicane. Sanders è reduce da una serie impressionante di vittorie e sembra aver prevalso nel recente confronto televisivo con Hillary Clinton che pure resta la favorita nello stato della grande mela. Davvero il voto dei newyorchesi democratici potrebbe segnare l’esito definitivo delle primarie , in un senso o nell’altro.
In campo repubblicano lo scontro è, diciamocelo, tra due candidati le cui piattaforme si assomigliano sempre di più e sempre più in modo drammaticamente radicale. L’esito della convenzione repubblicana è del tutto imprevedibile, al momento. Certo la vittoria di Trump e il suo confronto con un candidato democratico indebolito dalle divisioni interne può mettere il mondo di fronte al rischio che le follie programmatiche e valoriali proposte dal magnate americano divengano la politica della più grande potenza mondiale. E, con Cruz, le cose non sarebbero molto diverse. L’America si sposterebbe a destra, quella populista e non quella conservatrice e moderata, come mai nella sua storia.
Riflettiamo bene su quello che sta succedendo negli Usa. Non solo nella politica, nella coscienza degli elettori. Cosa spinge milioni di cittadini a ritenere credibili le proposte più strampalate, i toni più violenti . Noi ci siamo passati, in Italia. Tutti nel mondo pensavano che fosse impossibile che vincesse le elezioni Berlusconi, con le sue proposte tanto demagogiche da non essere mai state realizzate in tredici anni di governo. E invece ha vinto, anche perché ha saputo interpretare umori profondi e fragilità dell’elettorato in un momento di transizione . E , si badi bene, Berlusconi è un moderato a petto di Trump o Cruz.
Gli Stati Uniti hanno avuto un grande presidente. La storia, ormai, si incarica di rendere giustizia solo dopo la morte o dopo un tempo infinito. Barack Obama, voglio dirlo oggi, è stato e rimane un grande presidente. Ha cominciato a lavorare mentre venivano portati via gli scatoloni delle potenze finanziarie tracollate, ha conosciuto una turbolenza internazionale non governabile attraverso un accordo tra potenze. Oggi gli Usa sono in una grande ripresa economica, cresce il lavoro e, lo dicono i dati recenti, si riduce il ricorso al sussidio di disoccupazione. E’ stata approvata la riforma sanitaria da sempre rinviata. Si è scelta una politica internazionale fatta non di muscoli sganciati dal progetto politico, come nell’era Bush, ma del costante ricorso all’intelligenza della politica. Pensiamo sia stato facile per il Presidente degli stati Uniti favorire un accordo con l’Iran, decisivo per la pace mondiale, e mettere piede a l’Havana stringendo la mano al Presidente cubano? Il tempo ci dirà se la strategia di attacco militare nei confronti dell’Isis darà i suoi risultati. Certo è che Obama ha lavorato per evitare che attorno al califfato si stringessero solidarietà di governi e paesi dell’area. Ci sono stati limiti, indecisioni? Potrebbero non esserci quando il mondo ha perso il suo vecchio ordine e non riesce a trovarne un altro? Quando leggo, nel nostro paese ,commenti aspramente critici verso Obama penso che se noi europei, che siamo a un passo dal focolaio della crisi, avessimo fatto un millesimo del nostro dovere politico e strategico la situazione sarebbe diversa. Abbiamo cominciato noi in Europa con i muri, e non smettiamo. Trump ha seguito, non preceduto. Contro quei muri e la loro disumanità si è levata come mai nella storia la voce del Papa che ha chiamato le coscienze di tutto il mondo a praticare la virtù dell’integrazione, non la pratica della discriminazione.
A Washington c’è, fino alla fine dell’anno, il saggio Obama. E questo è, per la pace del mondo, una garanzia.
Poi, può accadere davvero qualcosa di inedito e terribile. Ci sono momenti della storia in cui le opinioni pubbliche si innamorano della propria rabbia e diventano prede di un demone che le alberga: la supina accettazione della demagogia e dell’odio verso l’altro.
Stati Uniti e Inghilterra sono due paesi in cui non sono mai esistite dittature. Due grandi democrazie che non hanno esitato a far morire i loro figli per dare la libertà a chi aveva applaudito demagoghi e portatori di odio e di intolleranza. Oggi dobbiamo tornare a guardare a quei paesi. Perché , in questo tempo smemorato, non perdano il senso della loro storia e della loro grandezza.

venerdì 15 aprile 2016

Eppur si deve decidere


di Sabino Cassese
Corriere della Sera 14 aprile 2016
Le vicende del giacimento Tempa Rossa, venute agli onori della cronaca nazionale, offrono uno spaccato del modo in cui si decide in Italia. Siamo in Basilicata, una delle regioni più povere d’Italia («terra senza conforto e dolcezza»: Carlo Levi) con la più vasta area di estrazione di idrocarburi a terra di tutta l’Europa occidentale. Una decina di compagnie petrolifere, molte straniere, iniziano negli anni 80 le procedure per ottenere le concessioni. Queste passano attraverso quattro ministeri nazionali e la Regione. L’«iter» riguardante Tempa Rossa subisce un arresto di due anni, nel 2008, a causa di un intervento della Procura locale. Solo nel 2014 il Comune rilascia il permesso di costruire l’impianto. Si ferma nuovamente a causa di un intervento del Tribunale amministrativo regionale. Dalla domanda all’autorizzazione sono passati sette anni. Nel frattempo sono intervenute negoziazioni complesse con le amministrazioni territoriali, Regione e Comuni, che hanno portato nelle casse di questi enti cifre cospicue. È stato calcolato che la Basilicata dal 1998 al 2014 abbia incassato dall’insieme delle concessionarie petrolifere 1.350 milioni di euro; sono stati previsti sconti carburanti per residenti, piani di promozione sociale ed economica, persino redditi di cittadinanza, tutto a carico delle compagnie petrolifere. Ma il petrolio non deve essere solo estratto, deve anche essere trasportato e raffinato. Qui sorge un altro problema.
Bisogna costruire un oleodotto lungo 8 chilometri collegato a quello che conduce a Taranto, che è in una regione confinante, la Puglia; questa lamenta che le royalties vadano alla Basilicata, i rischi ambientali siano pagati dalla Puglia. I conflitti locali rischiano di bloccare l’estrazione di idrocarburi. Il governo decide di applicare alle opere strumentali (tra cui l’oleodotto) la stessa procedura unificata e centralizzata che era stata usata per l’impianto petrolifero, perché è irragionevole procedere speditamente per l’infrastruttura per poi rimanere bloccati per le opere strumentali. Interviene nuovamente il sistema giudiziario: procura, giudici amministrativi; viene tirato in ballo anche il giudice costituzionale. Il resto è noto.
Il costo dei soli ultimi eventi è stato stimato in 10 miliardi, che non includono l’effetto annuncio sugli investimenti stranieri in Italia e non valutano il costo e i rischi ambientali derivanti dal maggiore ricorso all’importazione di idrocarburi mediante trasporto navale. Ecco qualche lezione che si può trarre da tutta questa vicenda. Innanzitutto, i tempi. È possibile che in una nazione che ha bisogno di investimenti, occupazione e fonti di energia, ci voglia più di un quarto di secolo per portare a regime una attività produttiva?
In secondo luogo, gli «attori» di questa vicenda. Troppi uffici, troppi enti, troppe «voci». Decisioni prese al centro vengono messe in discussione in periferia. Scelte fatte dopo attento esame dall’amministrazione vengono poste in dubbio dai giudici. Ognuna di queste «voci» ha un suo diverso interesse, alcune sono pronte a partecipare al banchetto. Si diceva una volta che troppi cuochi facessero una pessima cucina.
Terzo punto debole: nessuna sequenza predefinita, la possibilità per tutti, dal più piccolo Comune all’associazione ambientalista, dal Ministero alla Regione, di intervenire e re-intervenire, in ogni momento, mettendo sempre in discussione le decisioni prese. Per un confronto, l’Autostrada del Sole fu costruita in meno di dieci anni, le linee dell’Alta velocità ferroviaria in circa quaranta anni. Dobbiamo pensare che i tempi di realizzazione delle infrastrutture seguano in futuro una progressione di tempi come questa? Da ultimo: gli effetti sistemici: lunghezza delle procedure di decisione, perenne ridiscussione di tutto, continuo ritornare sulle scelte fatte, costante riaffacciarsi di impedimenti, continui contrasti tra amministrazione e giustizia, conflitti tra Regioni e tra Comuni producono sfiducia nello Stato, disaffezione, protesta, e finiscono per ricadere con costi enormi su quegli stessi enti ed organismi che hanno suscitato queste reazioni. I rimedi a questa impossibilità di decidere sono molti, ma sopra gli altri ce n’è uno, quello di canalizzare la partecipazione degli interessati (paradossalmente, anche quella delle procure, visto che ormai sono entrate a pieno titolo nel percorso delle decisioni collettive) prima che questa si trasformi in opposizione: sono parole che si possono leggere in un eccellente studio condotto da un gruppo di bravissimi ricercatori, guidati da Luisa Torchia, in un libro appena uscito su I nodi della pubblica amministrazione (Editoriale scientifica, Napoli, 2016).

Casaleggio, tra utopia e fumisteria. I 5 Stelle sul crinale fatale tra movimento e partito

Giovanni Cominelli
dal blog Santalessandro 15 aprile 2016  

L’incontro tra un pensiero e un movimento socio-culturale può, a volte, generare un movimento/partito politico. La storia dei partiti politici è esattamente questa. Senza tornare fino all’800, basterà fermarsi agli ultimi 50 anni. Il movimento più imponente – quello del ’68 – è stato il primo. Ha prodotto, alla fine, alcuni piccoli partiti politici. Negli anni ’80 i Verdi. Poi è arrivata la Lega. Poi Di Pietro. Poi Alleanza democratica. Poi la Rete. Poi i Girotondini, poi gli Arancioni, poi Azione civile, poi Rivoluzione civile, poi il M5S… Di tutto questo vortice di sigle, alla fine sono rimasti a galla la Lega, ormai istituzionalizzata in partito, e, per ora, il M5S, sul crinale fatale tra movimento e partito. Fatale, perché assai spesso è lì, in questo periglioso passaggio a Nord-Ovest, che i movimenti socio-politici si dissolvono. Benché il sistema dei partiti abbia subito mutazioni radicali (nessuno dei partiti classici dell’arco costituzionale è sopravvissuto alla svolta storica dell’89), ha tuttavia resistito all’azione corrosiva della storia e all’assalto dei movimenti extra-partitici. Il filo che lega queste diverse esperienze è quello dell’alterità al sistema dei partiti. Sulle ragioni di questa insoddisfazione radicale verso i partiti non c’è bisogno qui di tornare. Da capire è, semmai, perché l’antipartitismo diffuso e la rivolta antipolitica, che da decenni percorrono il sottosuolo della società italiana e della politica, siano così copiosamente venuti a galla e si siano condensati nel M5S. Ciò che amalgama le forze, alla fine, non sono principalmente le determinazioni socio-economiche, ma la coscienza di sé, cioè il pensiero.
IL CASALEGGIO PENSIERO
È qui che arriva Casaleggio. Il quale è riuscito a creare il canale ideologico dentro il quale convogliare umori sociali e culturali plurali e, spesso, reciprocamente contraddittori. Il video postato in rete, dal titolo Gaia, sintetizza i pensieri, che ha costituito il M5S. Si tratta di pensieri tutt’altro che nuovi o originali. Appartengono al filone utopico/distopico della fine ‘800 – si pensi a Marx e a Comte,- e di tutto il ‘900 –  si pensi al bio-comunismo di Trostky o a Aldous Huxley -, che ha trovato nuove ragioni negli scenari della terza/quarta rivoluzione industriale. Uno dei massimi pensatori di questo filone è Ray Kurzweil, che, a dispetto del cognome ebraico-teutonico, è un puro yankee. Un ricercatore e uno scienziato geniale dell’informatica, che ha scritto nel 1990 The Age of Intelligent Machines, nel 1998 The Age of Spiritual Machines, nel 2005 The Singularity is near, un volume di 652 pagine, il cui Prologo è intitolato The Power of Ideas. Quasi tutti questi libri sono stati tradotti in italiano. Nel 2013 è stata pubblicata la traduzione italiana del suo ultimo volume How to Create a Mind.
“L’UOMO È DIO”
Lo scenario è quello di un’integrazione crescente tra intelligenza artificiale e biologia umana, fino al trascendimento della biologia. La “singolarità” è un nuovo tipo umano, la cui apparizione nella storia dissolve religioni, filosofie, conflitti… La data cruciale di Kurzweil è il 2030. Quella prevista dalla Gaia (è il nome del futuro governo mondiale) di Casaleggio è il 2054 (a 100 anni dalla nascita dell’autore). Per completezza di informazione, va aggiunto che al 2020 scoppierà una guerra mondiale, che durerà vent’anni e che lascerà su questa terra solo 1 miliardo di persone, gli altri 6 miliardi saranno bruciati nel fuoco atomico mondiale. Qui l’Huntington del Crash of Cvilizations del 1993 non è così lontano. Fortunatamente, a partire dal fatidico 2054, incomincerà una nuova era della storia umana, che F. Fukuyama faceva iniziare già dopo l’89 con il suo The End of History and the last man del 1992. Scrive Casaleggio: “L’uomo è Dio. È ovunque, è tutti, conosce tutto”. La società umana si è trasformata in un unico flusso di conoscenza, un immenso cervello (o alveare?) collettivo. La politica coincide con il perenne flusso dell’esperienza qui e ora.
TRA PROVOCAZIONE E GIOCO INTELLETTUALE
Simili previsioni stanno consapevolmente tra la provocazione e il gioco intellettuale. Ma da questa antropologia/sociologia segue una più contingente e attuale teoria della democrazia e della politica, che Casaleggio fa risalire a Rousseau: un rapporto diretto tra il singolo e la Volonté générale, che le nuove tecnologie per la prima volta consentono in tempo reale. D’altronde, proprio Rousseau si chiama la piattaforma informatica del M5S, attivata nei giorni della sua morte, che Casaleggio ha lasciato in eredità. A questo punto, non servono più enti intermedi, quali i partiti. Si discute, si decide e si governa in tempo reale. Questa teoria della democrazia, in cui si recupera su scala nazionale e mondiale l’agorà ateniese, è ciò che ha fornito la base ideologica al confuso movimento antipolitico del M5S, gli ha fornito un orizzonte.
UN PO’ DI SAVONAROLA. LA POLITICA SACRALIZZATA E IL RISCHIO TOTALITARISMO
Dentro stanno la decrescita felice degli anti-trivelle, la religione new age del corpo, la politica come convivialità, l’indignazione per le insopportabili brutture del mondo, la voglia di purificazione e di rinascita, la nostalgia di una “polizia del costume” alla Savonarola, la descrizione apocalittica dell’Italia e dell’Europa… Come non ricordare il De ruina mundi  e il De ruina Ecclesiae del succitato frate domenicano? Un osservatore più informato di molti incolti articolisti, che hanno esaltato in questi giorni il genio visionario di Casaleggio, potrebbe agevolmente mettere in evidenza le radici lontane e ricorrenti dell’utopismo apocalittico, che percorre da sempre le grandi transizioni epocali delle società umane. E quella che stiamo vivendo lo è. Ma potrebbe anche far notare come, finora, dei due corni del dilemma formulato dallo stesso Padre fondatore: “la democrazia diretta con la partecipazione collettiva e l’accesso a un’informazione non mediata, oppure una neo-dittatura orwelliana in cui si crede di conoscere la verità e di essere liberi, mentre si ubbidisce inconsapevolmente a regole dettate da un’organizzazione superiore?”, il M5S abbia prediletto il secondo. Resta da chiedersi come sia possibile che le giovani generazioni e non solo si aggrappino in tempi di crisi epocale a queste grandiose quanto labili visioni utopico/distopiche. La risposta, forse semplicistica, è che abbiamo bisogno di una filosofia o di una teologia della storia. Cerchiamo disperatamente un senso al nostro agire privato e pubblico. Tramontate le grandi ideologie del ‘900, resta un grande vuoto. Di qui la tentazione sempre emergente – accadde già all’indomani della Prima guerra mondiale e della Seconda – di una sempre nuova “teologia politica”, nella quale la politica viene sacralizzata ora dai credenti ora dai neo-pagani come riduzione definitiva della complessità sociale, delle sue contraddizioni, delle sue miserie. La storia è semplificata in due fasi: quella della distruzione apocalittica e quella di un nuovo paradiso terrestre. Ma, il nome esatto della tentazione? Totalitarismo.

giovedì 14 aprile 2016

La deriva dell’apocalittico Travaglio, “votare non serve”


Fabrizio Rondolino
L'Unità 14 aprile 2016
Una visione disperata, con l’inevitabile previsione dei “ducetti” in arrivo
La disperazione è una cattiva maestra, perché non lascia altre opzioni se non se stessa. Non guarda al futuro, ma anzi ne sbarra l’accesso. Non produce consenso ma marginalità, emarginazione, riflusso. Eppure i cattivi maestri ne fanno un uso massiccio, un po’ perché a corto di argomenti e un po’ perché così si sentono assolti dall’insuccesso che li attende inesorabile. Se non c’è più niente da fare, se tutto è perduto, se il Male ha vinto e sempre vincerà, a che serve combattere?
La deriva apocalittica di Marco Travaglio rischia insomma di danneggiare la sua stessa causa, di spingere all’abbandono definitivo, di indurre alla più desolata passività. Sentite che cosa scrive oggi: “I partiti strutturati, soprattutto il Pd, hanno capito che l’unico modo per restare abbarbicati alla poltrona mentre intorno tutto crolla è quello di scoraggiare il voto di opinione […] ben sapendo che a chi detiene il potere non mancheranno mai i voti controllati, comprati, scambiati”.
A dar forma a tale tremenda visione è l’invito a non partecipare al referendum. Ma quello stesso invito è stato ripetuto infinite volte negli ultimi quarant’anni da chiunque, da Bettino Craxi alla Cei, passando per il Pds, ed è una scelta come le altre che appartiene alla storia politica d’Italia. Che bisogno c’è di ricavarne la notizia dell’avvenuta morte della democrazia?
L’Italicum e il nuovo Senato – aggiunge il sempre più apocalittico Travaglio – sono “le ennesime riprove del fatto che votare non serve”. E dunque bisogna “raccogliere il testimone dei partigiani contro i vecchi duci e i nuovi aspiranti ducetti”. Amen.
Se ci fosse la dittatura, non ci sarebbero le elezioni né i referendum. E se votare non servisse a nulla, invitare a non votare sarebbe la cosa più ragionevole. Possibile che Travaglio non si accorga di queste evidenti contraddizioni nel suo modo di ragionare? Possibile che non capisca che a forza di alzare il tiro non resta più nulla, se non, appunto, la disperazione?
I cattivi maestri farebbero meglio a fermarsi per un istante, e a riflettere, prima che sia troppo tardi.

mercoledì 13 aprile 2016

Riforma del Senato, il sì dei costituzionalisti: “Svolta attesa da decenni”


Federica Fantozzi
L'Unità 12 ottobre 2015
Studiosi e politologi promuovono il ddl Boschi: “Con la fine tardiva del bicameralismo l’Italia smette di essere un’eccezione. Non ci sono squilibri”
Un passo avanti importante, atteso da almeno trent’anni, che mettendo fine al bicameralismo paritario allinea l’Italia agli altri Paesi europei. Un impianto che (valutato insieme all’Italicum) rafforza la centralità del governo prevedendo però contrappesi quali il ruolo del Quirinale, lo statuto delle opposizioni, il rafforzamento degli strumenti di democrazia diretta. Una buona riforma con alcuni nei sui quali si potrà tornare in futuro. È il parere di svariati costituzionalisti, politologi e studiosi, alcuni auditi durante l’iter del ddl Boschi, altri tra i “saggi” voluti da Giorgio Napolitano.
«È una riforma eccellente. Certo perfettibile giacché frutto di mediazione politica. Io, ad esempio, sostengo l’elezione pienamente indiretta dei senatori» argomenta Carlo Fusaro, professore di diritto Parlamentare ed Elettorale all’università di Firenze. Alle obiezioni di incostituzionalità ribatte: «Non ne vedo nemmeno un barlume. Alcuni colleghi argomentano sulla collisione con principi supremi della Costituzione, ma qui siamo nell’ambito dell’organizzazione dei poteri dello Stato». Quanto al potenziamento della governabilità, è un obiettivo: «Non prendiamoci in giro. Va semplificata e rafforzata».
Di «ottimo risultato» parla anche il costituzionalista Augusto Barbera: «La scelta di senatori che siano anche consiglieri regionali è un punto fermo iniziale nato con l’obiettivo di collegare la legislazione statale con quella regionale ed evitare i disastrosi conflitti del passato di fronte alla Consulta. È un bene che sia stato mantenuto». Anche Barbera rammenta un cavallo di battaglia storico del centrosinistra: «Cito Pietro Ingrao sulla sovranità popolare che si esprime pienamente se non viene dimezzata in due Camere. Viene valorizzato il governo? No, l’assemblea nazionale, cioè Montecitorio. Gli equilibri si spostano a suo favore in quanto unica depositaria della sovranità popolare». Neppure Francesco Clementi, docente di Diritto Pubblico alla facoltà di Scienze Politiche a Perugia, non condivide le accuse di squilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo rispetto al legislativo: «Sono frutto di un’errata interpretazione della Carta, di un parlamentarismo all’italiana. Il ddl Boschi difende tre punti chiave: i poteri del capo dello Stato sullo scioglimento delle Camere, l’intangibilità del potere giudiziario, il rafforzamento delle autonomie nel Senato e degli strumenti di democrazia diretta quali il referendum propositivo e le leggi di iniziativa popolare». In sostanza, Clementi nota come i maggiori modelli di democrazia parlamentare abbiano «una Camera bassa che dà la fiducia, in questo l’Italia era un’eccezione alla regola e un Senato non federale bensì federatore dato che siamo un Paese ancora diviso». Ultimo punto positivo, il terzo comma dell’articolo 116 nel Titolo V che premia le Regioni “virtuose” nei bilanci. Nessuno sbilanciamento di poteri anche per Cesare Pinelli, professore di Diritto Costituzionale alla Sapienza: «Il Senato eletto dai cittadini si trasforma in luogo che coinvolge le autonomie nel processo di rappresentanza a livello nazionale». Quanto ai pericoli del combinato disposto con l’Italicum, invita a guardare a lungo termine: «Se oggi dalle urne uscissero maggioranze diverse tra Camera e Senato sarebbe il caos, il presidente della Repubblica dovrebbe sciogliere. Il Senato delle Autonomie invece sarebbe una garanzia e potrebbe dare filo da torcere alla maggioranza». Quanto alle accuse di Forza Italia che la riforma va avanti con 140 voti segreti, Pinelli guarda il contesto: «Le strategie della maggioranza sono estreme ma spiegabili con l’atteggiamento di parte delle opposizioni che hanno giocato allo sfascio o tentato forzature vane». Peppino Calderisi, esperto di sistemi elettorali oggi vicino a Ncd, considera «assolutamente condivisibile» l’impianto della riforma: «È lo stesso individuato dai 35 saggi del governo Letta, di cui faceva parte anche Mario Mauro (che oggi, passato all’opposizione, è contrario, ndr). Con una sola Camera che vota la fiducia e l’altra che rappresenta gli enti territoriali. Anche la mediazione sull’elettività dei senatori è buona». I punti problematici, per Calderisi, sono altri. A partire dall’articolo 21 sulla platea di elezione del capo dello Stato: «Serviva una norma di chiusura, così si rischia lo stallo». E sul ruolo delle opposizioni, reale contrappeso della maggioranza, si poteva fare di più: «servivano una commissione di valutazione della finanza pubblica guidata dalle minoranze e una norma per sottrarre le Autority indipendenti agli indirizzi della maggioranza».
Sergio Fabbrini, direttore della Luiss School of Government, dà un giudizio «abbastanza positivo» di una riforma che «è un grande passo avanti, atteso dagli anni ‘50». Ma le riforme costituzionali hanno successo «se c’è un’iniziativa forte del governo. In Italia ci siamo portati dietro a lungo la retorica parlamentare: meno male che Renzi non ne è rimasto prigioniero, ha capito che nessun parlamento potrà mai riformare se stesso. In modo brutale: i capponi non accelerano il Natale». Quanto ai rischi di squilibrio dei poteri, derivano dalla debolezza dell’attuale opposizione: «L’italicum favorirà forme di aggregazione, spero che non cambi». Ida Nicotra, docente di diritto costituzionale a Catania, promuove l’impianto complessivo che elimina il bicameralismo simmetrico e migliora la ripartizione delle materie tra Stato e Regioni: «Bene accentrare le competenze sull’energia, eliminare la potestà concorrente foriera di liti dinanzi alla Consulta, e prevedere una clausola di salvaguardia». Da componente dell’Anac, l’Autorità Anticorruzione, sottolinea l’introduzione del principio di trasparenza per gli atti della Pubblica Amministrazione e degli enti territoriali nell’articolo 118: «Contributo per la legalità». Infine il politologo Roberto D’Alimonte: «Una buona riforma che scioglie nodi importanti, semplifica le procedure di formazione del governo e delle leggi. L’Italia la aspettava da tempo». Squilibri tra i poteri? «Assolutamente no», spiega, dato che i poteri del Quirinale ma anche quelli del capo del governo – la forma di governo – non vengono toccati. E la valutazione complessiva non cambia neppure nel combinato disposto con la nuova legge elettorale.

Al referendum vince o perde l’Italia (non Renzi)


Michele Ainis  
Corriere della Sera 12 aprile 2016
Chi l’avrebbe detto? Un Parlamento espresso con una legge elettorale (il Porcellum) annullata poi dalla Consulta; sbucato dalle urne senza una maggioranza chiara, anzi con tre grandi minoranze (Pd, FI, 5 Stelle) armate l’una contro l’altra; lì per lì incapace perfino d’eleggere il capo dello Stato, tanto da confermare l’uscente (Napolitano), episodio senza precedenti, prima di eleggere Mattarella; ecco, quelle Camere impotenti timbrano la riforma più potente, consegnando agli italiani una Costituzione tutta nuova. Sicché adesso tocca a noi, ci tocca la parola. Ma è una parola secca: sì o no, prendere o lasciare. Per non sprecare quel monosillabo dovremmo ragionarci sopra, dovremmo soppesare la riforma, senza furori ideologici, senza tifo di partito.
Al referendum vince o perde l’Italia, non Matteo Renzi. La Costituzione gli sopravvivrà, a lui come a noi tutti. Dunque la scelta investe il nostro destino collettivo, non le fortune di un leader. E dietro l’angolo non c’è affatto il rischio d’un ducetto; semmai rischiamo un’altra Caporetto. Perché le istituzioni repubblicane, dopo settant’anni d’onorata carriera, hanno vari acciacchi sul groppone; la cura ri-costituente può guarirle, ma può altresì accopparle. Sarebbe stato giusto concederci l’opportunità di rifiutare o d’approvare questa riforma per singoli capitoli, nei suoi diversi aspetti. Non è così, il nostro è un voto in blocco: se vuoi la rosa, devi prenderti le spine. Ciò tuttavia non cancella l’esigenza d’esaminare il testo «nel dettaglio», come auspica un folto gruppo di costituzionalisti su Federalismi.it. Scorporando le questioni, magari in ultimo potremmo stilare una pagella, mettendo su ogni voce un segno meno o più. Se le promozioni superano le bocciature, voteremo sì; altrimenti bocceremo tutta la riforma. Se invece la somma è pari a zero, significa che non è cambiato nulla. In Italia succede di sovente.
Ma intanto ecco l’elenco degli esami. Primo: il potere. La riforma lo concentra, lo riunifica. Una sola Camera politica (l’altra è una suocera: elargisce consigli non richiesti). Un governo più stabile e più forte, senza la fossa dei leoni del Senato, che ha divorato Prodi e masticato tutti i suoi epigoni, nessuno escluso. E uno Stato solitario al centro della scena. Via le Province, pace all’anima loro. Via le Regioni, cui la riforma toglie di bocca il pasto servito nel 2001, sequestrandone funzioni e competenze: dal federalismo al solipsismo. Perciò il decisionista Carl Schmitt voterebbe questo testo, l’autonomista Carlo Cattaneo lo disapproverebbe. Voi da che parte state? Secondo: l’efficienza. Una maggior concentrazione del potere dovrebbe assicurarla, però non è detto, dipende dalle complicazioni della semplificazione. L’iter legis, per esempio: qui danno le carte soltanto i deputati, tuttavia il Senato può emendare, la Camera a sua volta può respingere a maggioranza semplice, ma talora a maggioranza assoluta. Mentre rimangono pur sempre 22 categorie di leggi bicamerali. Insomma, dalla teoria alla prassi il principio efficientista rischia di rivelarsi inefficiente. E voi, siete teorici o pragmatici?
Terzo: le garanzie. Nessuno dei 47 articoli nuovi di zecca sega le attribuzioni dei garanti: la magistratura, la Consulta, il capo dello Stato. Ma sta di fatto che quest’ultimo dimagrisce quando mette pancia il presidente del Consiglio, giacché in una Costituzione tout se tient. Con un’unica Camera dominata da un unico partito (per effetto dell’Italicum), addio ai governi del presidente, quali furono gli esecutivi Dini, Monti, Letta. Ma addio anche al potere di sciogliere anzitempo il Parlamento: di fatto, sarà il leader politico a decretare vita e morte della legislatura. E addio alla garanzia del bicameralismo paritario, che a suo tempo bloccò varie leggi ad personam cucinate da Berlusconi. In compenso la riforma pone un argine ai decreti del governo, promette lo statuto delle opposizioni, aggiunge il ricorso preventivo alla Consulta sulle leggi elettorali. Ma il compenso compensa lo scompenso?
Quarto: la partecipazione. Quali strumenti di decisione e di controllo restano in tasca ai cittadini? E quanto sarà facile tirarli fuori dalla tasca? Intanto aumenta la fatica di raccogliere le firme: da 50 a 150 mila per l’iniziativa legislativa popolare; da 500 a 800 mila per il referendum abrogativo, in cambio dell’abbassamento del quorum. Però i regolamenti parlamentari dovranno garantire tempi certi per i progetti popolari, però s’annunziano altre due tipologie di referendum (propositivo e d’indirizzo). Peccato che la volta scorsa ci sia toccato pazientare 22 anni (la legge sui referendum è del 1970). Dunque è questione d’ottimismo, di fiducia. E voi, siete ottimisti o pessimisti?

lunedì 11 aprile 2016

Via libera alla riforma Boschi: come cambia la Costituzione


L'Unità 11 aprile 2016
Dalla fine del bicameralismo perfetto al Titolo V: tutte le modifiche introdotte in attesa del referendum)
Il nuovo Senato rappresenterà le istituzioni territoriali, sarà composto da 100 membri e avrà compiti diversi dalla Camera dei deputati. Scompare la legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Viene abolito il Cnel. Queste le principali novità del ddl Boschi che modifica 36 articoli della Costituzione, in attesa della celebrazione del referendum confermativo, previsto per il prossimo mese di ottobre.
Fine del bicameralismo perfetto Camera dei deputati e Senato della Repubblica avranno composizione e funzioni differenti. Solo alla Camera, che resta composta da 630 deputati, spetta la titolarità del rapporto di fiducia e la funzione di indirizzo politico, nonché il controllo dell’operato del Governo. Il Senato rappresenta invece le istituzioni territoriali.

Senato dei 100 I nuovi senatori saranno 100, 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 senatori di nomina presidenziale. I membri del nuovo Senato saranno scelti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”, secondo le modalità che verranno stabilite con una legge che verrà varata entro 6 mesi dall’entrata in vigore della riforma costituzionale. Le regioni avranno altri 90 giorni di tempo per adeguarsi alla normativa nazionale. I cinque senatori di nomina presidenziale non saranno più in carica a vita ma saranno legati al mandato dell’inquilino del Colle, ossia sette anni e non possono essere rinominati. Restano invece senatori a vita gli ex presidenti della Repubblica.

Immunità e indennità La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali nei quali sono stati eletti. Ai senatori resta l’immunità parlamentare come ai deputati. I nuovi senatori non riceveranno indennità se non quella che spetta loro in quanto sindaci o membri del consiglio regionale. L’indennità di un consigliere regionale non potrà superare quella attribuita ai sindaci dei comuni capoluogo di Regione.
Iter delle leggi La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi costituzionali, per le minoranze linguistiche, il referendum popolare, per le leggi elettorali, per i trattati con l’Unione europea e le norme che riguardano i territori. Le altre leggi sono approvate dalla Camera. Ogni disegno di legge approvato dall’Aula di Montecitorio è immediatamente trasmesso al Senato che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato può deliberare a maggioranza assoluta proposte di modifica del testo, sulle quali la Camera si pronuncia in via definitiva e che potrà bocciare solamente con un voto a maggioranza assoluta dei propri componenti.
Stato di guerra Deliberare lo stato di guerra, con la riforma, spetterà alla sola Camera dei deputati: servirà la maggioranza assoluta dei voti e non più solo quella semplice.
Leggi di iniziativa popolare Le novità riguardano le proposte di legge di iniziativa popolare per le quali sarà richiesta la raccolta di 150mila firme invece di 50mila ma si stabilisce anche che la deliberazione della Camera sulla proposta deve avvenire entro termini certi e passaggi definiti dai regolamenti parlamentari.
Referendum propositivi Si introducono in Costituzione i referendum popolari propositivi e di indirizzo ma spetterà alle Camere varare una legge che ne stabilisca le modalità di attuazione.

Presidente della Repubblica Cambia il quorum per l’elezione del Capo dello Stato. Nelle prime tre votazioni resta due terzi dei componenti l’assemblea. Dalla quarta si abbassa a tre quinti dei componenti dell’assemblea e dalla settima ai tre quinti dei votanti. Sarà il presidente della Camera (e non più del Senato) a sostituire il presidente della Repubblica ‘ad interim’.
Alla Camera nasce lo Statuto delle opposizioni Viene introdotta una nuova disposizione che attribuisce ai regolamenti parlamentari la garanzia dei diritti delle minoranze in Parlamento. Si attribuisce, al solo regolamento della Camera, anche la definizione di una disciplina dello statuto delle opposizioni.
Giudici Costituzionali I cinque giudici della Consulta di nomina parlamentare verranno eletti separatamente dalle due Camere. Al Senato ne spetteranno due, ai deputati tre. Per l’elezione è richiesta la maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi due scrutini, dagli scrutini successivi è sufficente la maggioranza dei tre quinti.
Novità anche per il Titolo V della Costituzione. Il ddl Boschi abolisce il Cnel e le Province.
Titolo V Viene soppressa la competenza concorrente, con una redistribuzione delle materie tra competenza esclusiva statale e competenza regionale. Viene introdotta una ‘clausola di supremazia’, che consente alla legge dello Stato, su proposta del governo, di intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale.
Abolizione del Cnel e delle province Viene integralmente abrogato l’articolo 99 della Costituzione che prevede, quale organo di rilevanza costituzionale, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL). Dal testo della Costituzione viene eliminato anche il riferimento alle Province che vengono meno quali enti costituzionalmente necessari, dotati, in base alla Costituzione, di funzioni amministrative proprie.
Giudizio preventivo sulle leggi elettorali Le leggi che disciplinano l’elezione dei membri della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica possono essere sottoposte, prima della loro promulgazione, al giudizio preventivo di legittimità costituzionale da parte della Corte costituzionale. In caso di dichiarazione di illegittimità costituzionale, la legge non può essere promulgata.