lunedì 4 maggio 2015

Serracchiani: il Senato? Non è merce di scambio ma valutiamo proposte.


Corriere della Sera 03/05/15
Marco Galluzzo
«Ritengo che tutte le critiche siano legittime, ma questo passaggio dimostra che il Pd è un partito che decide, che ha cultura di governo, pienamente consapevole della responsabilità che si porta dietro. E questo vale anche per coloro che non hanno votato la fiducia. Penso che sia possibile ritrovare una sintesi politica, un equilibrio, del resto il partito è continuamente dipinto come sul punto di sciogliersi o di esplodere, ma è una raffigurazione che alla prova dei fatti si è sempre rivelata quantomeno esagerata». 

Debora Serracchiani, vicesegretario del Partito democratico, presidente del Friuli-Venezia Giulia, ritiene che la rottura parlamentare dovuta alla legge elettorale sia ricomponibile. O almeno lo auspica. Non la legge come un dramma, ma come un evento persino fisiologico, almeno «nel più grande partito di centrosinistra europeo».

 
Fisiologico, ma denso di polemiche: vi hanno accusato di metodi antidemocratici.

 
«Credo sinceramente che abbiamo fatto tutto il possibile per evitare che accadesse, diversi motivi politici all’interno di un partito possono portare a conclusioni diverse. Non sottovaluto il passaggio, non aver votato la fiducia al proprio governo è un segnale che non va sminuito, ma credo che dovremo tutti lavorare, sia chi ha dato fiducia, sia chi non lo ha fatto per le motivazioni più varie, per ritrovare que di lealtà e coesione che ci viene chiesta innanzitutto dai nostri elettori, un punto di sintesi politica comune».

 
Accelerare e mettere la fiducia, si poteva evitare? 


«Il percorso è stato lungo, non sono d’accordo con chi dice che c’è stata un’accelerazione. Il Paese sta aspettando una legge elettorale da almeno una decina di anni, ci sono stati quindici mesi di discussione su un testo che è stato profondamento modificato, pensiamo alle diverse soglie, per esempio, abbassate anche con il contributo della minoranza».

 
Eppure restano dei dubbi, anche molto forti, sul merito del provvedimento: troppo potere a un solo partito che vince, per esempio.

 
«Ogni italiano ha in mente una sua legge elettorale, almeno coloro che si interessano al tema. Noi abbiamo messo in campo una legge elettorale che in qualche modo corrispondesse alle necessità della governabilità, della stabilità e di aver chiaro il giorno dello spoglio chi ha vinto e chi ha perso, in un contesto nel quale credo siano state superate molte criticità del Porcellum, arrivando a un testo che consentirà una reale alternanza. Il premio di maggioranza alla lista in parte eviterà l’usanza tutta italiana di costruire coalizioni che saltavano puntualmente il giorno dopo il voto. E inoltre dà una grande responsabilità ai partiti politici che tornano ad essere centrali».

 
Ritrovare un equilibrio nel Pd significa correggere la riforma del Senato? 


«Non c’è nessuna merce di scambio con il Senato, la necessità di riforma prosegue, il lavoro è ancora in corso, durerà ancora parecchio tempo. Se ci saranno modifiche o nuove iniziative verranno valutate, c’è sempre stata una disponibilità, se si tratta di migliorare il testo. Poi ovviamente arriva il momento in cui tiri le somme e vai al voto. Dobbiamo anche tener presente che le riforme sono coordinate fra loro, stiamo attuando la riforma Delrio sul superamento delle Province, quella della Pubblica amministrazione. Penso che siamo un partito che nei momenti importanti si ritrova, c’è una consapevolezza che appartiene a tutti, e abbiamo la responsabilità di governare e di non fallire».

«Cortei, divieti come per gli ultras».


Corriere della Sera 03/05/15
Fiorella Sarzanini
Ci sono state auto in fiamme e vetrine spaccate, ragazzi incappucciati all’assalto delle forze dell’ordine con le bottiglie molotov. «Il peggio è stato evitato», ribadisce il ministro dell’Interno Angelino Alfano mentre si contano danni per milioni di euro.

 
Possibile che si debba essere soddisfatti solo perché non ci sono stati feriti gravi o addirittura vittime?
«Secondo le notizie che avevamo raccolto da tempo, la manifestazione del 1° maggio poteva essere un nuovo G8. Abbiamo troppi esempi, anche recenti, in grandi Paesi come la Germania, per non sapere che questi cortei possono trasformarsi in veri e propri saccheggi delle città. Nel caso specifico, i contestatori avevano deciso di assaltare l’Expo gate di piazza Cadorna e poi arrivare fino alla Scala. Questo era il peggio». 


Il premier Renzi dice che erano teppistelli figli di papà. 

«È proprio così, mi pare anche che ciò emerga addirittura dalla dichiarazione di qualche genitore. Oltre che dai video girati dalla polizia, in cui si vedono giovani con i Rolex ai polsi. Poi, ovviamente, c’erano anche i farabutti che certamente non erano alla prima esperienza e infatti hanno messo in atto un diversivo per tentare di violare zone simbolicamente più rappresentative». 


Agli italiani si sono aggiunti numerosi stranieri, perché non li avete fermati prima? 

«C’è stata una robusta attività di prevenzione con 2 arresti, 52 denunce, 32 espulsi e tantissimo materiale sequestrato. Oltre la metà erano stranieri. Il lavoro è andato avanti dopo il corteo, con 5 arresti, 17 denunce e 32 persone portate in questura per controlli. Certamente il bilancio sarà ulteriormente positivo per chi indaga».


Perché non avete disposto la sospensione di Schengen in modo da evitare l’arrivo degli stranieri?

«Perché si erano dati appuntamento dopo la devastazione di Francoforte durante il vertice della Bce un mese e mezzo fa. Non potevamo chiudere le frontiere per settimane. Ma soprattutto non volevamo creare difficoltà ai visitatori di Expo. Sarebbe stato un successo per i black bloc. Le forze dell’ordine hanno saputo gestire la piazza in modo egregio pur senza arrivare a provvedimenti tanto drastici».


Un giudice di Milano ha ritenuto di non convalidare alcuni provvedimenti di espulsione di cittadini stranieri. Questo ha creato un danno nell’attività di prevenzione?

«Noi facciamo il nostro dovere. Preferisco non commentare le scelte dei magistrati».


Il capo della polizia Alessandro Pansa dice che la scelta di non caricare è servita a tenere i violenti sotto controllo.

«Ha ragione. Sono stati messi a disposizione uomini e mezzi adeguati all’evento, ma la gestione della piazza compete ai tecnici. Mentre esplodono le bombe carta, uomini e donne delle forze dell’ordine devono prendere decisioni. E io posso dire che hanno fatto una scelta intelligente perché i manifestanti volevano essere inseguiti in modo che si scoprissero i presidi che impedivano ai manifestanti l’accesso al centro storico della città. Hanno lanciato le molotov per distrarre gli agenti e pianificare attacchi altrove, invece si è riusciti a impedirlo».


Ci sarà qualcosa che si può fare per evitare la guerriglia?

«Nel nuovo disegno di legge sulla sicurezza urbana abbiamo previsto l’arresto differito per i manifestanti in modo da avere ancora più poteri per bloccarli e inaspriremo il trattamento sanzionatorio per chi porta un casco o altri indumenti per celare la sua identità».


Non crede ci siano i presupposti per procedere per decreto?

«Sono più favorevole al disegno di legge con corsia preferenziale, in ogni caso ne discuteremo nelle prossime ore. Intanto daremo uno strumento più efficace ai prefetti».


Quale?

«Stiamo lavorando per i divieti preventivi come avviene per le partite di calcio. Quando c’è un alto indice di pericolosità sarà proibito sfilare nel centro delle città, proprio come già avviene quando si impedisce ai tifosi di andare in trasferta».


Il governatore della Lombardia Roberto Maroni ha annunciato lo stanziamento di un milione e mezzo di euro per risarcire i danni subiti dai cittadini. Non toccava al governo?

«Siamo pronti a fare la nostra parte, la proprietà è sacra. Per questo siamo pronti ad aggiungere ai soldi della Regione le risorse statali. I cittadini devono recuperare fino all’ultimo euro».


Che cosa bisogna aspettarsi nei prossimi sei mesi di Expo?

«Abbiamo predisposto 25 piani di sicurezza, ci sono migliaia di uomini impegnati, 490 siti sotto stretta sorveglianza. Purtroppo quello dell’ordine pubblico è un tema che investe tutte le grandi democrazie. Basta vedere quello che succede con la polizia negli Stati Uniti oppure negli stadi in altri Paesi europei».


Questa non può essere una giustificazione.

«Sicuramente no. Però quanto è accaduto venerdì con le maschere antigas e le tute nere abbandonate appena mezz’ora dopo gli scontri per me rappresenta la resa dei violenti. Se poi vogliamo affrontare alla radice il problema di questi giovani così violenti, allora dobbiamo parlare di prevenzione precoce, di scuola, di famiglia».


Lega e Movimento 5 Stelle chiedono le sue dimissioni.

«Strano, sono in ritardo, negli ultimi 15 giorni non le avevano mai chieste».

sabato 2 maggio 2015

"Pierluigi Bersani vada al parco con i pensionati. Non ha saputo capire l'avanzata di Matteo Renzi"


Sergio Staino
Uffingtonpost
da: Il Fatto Quotidiano 1 maggio 2015
Sergio Staino è un simbolo per la sinistra del Partito democratico erede del Pci. Vignettista e illustratore, ora fustiga senza pietà Pierluigi Bersani e la vecchia classe dirigente che non ha saputo, secondo le sue parole, comprendere il fenomeno Renzi.
Ecco perché in una intervista al Fatto quotidiano consiglia a Bersani di "andare al parco con i pensionati" e bolla l'attuale minoranza dem come "un gruppo di ubriachi": "In nessuna loro azione riconosco la tradizione, non dico del partito, ma di una vocazione politica che mi ha accompagnato in tutta la vita. La politica è una cosa sacra, bella. Questi stanno dimenticando tutto".
Ma le parole di Staino non sono un endorsement inaspettato al premier. Tutt'altro:
"Di Renzi non mi piace quasi niente. Ho contrastato fin dall'inizio l'ingresso e la sua ascesa all'interno del Pd. Sono stato tra i primissimi a parlare con D'Alema e con i suoi a Firenze, avvertendoli del pericolo, esponendo dei dubbi, ponendo delle domande" (...)
"D'Alema come sempre ha risposto con alterigia: 'Ma Sergio, Ma che mi dici? Ma cosa te ne frega? Renzi tanto finisce'. E quello intanto cresceva. Li ha fregati come bambocci. E lo hanno fatto premier e segretario del partito. Del mio partito. Su tante cose, a partire dal Job'a Act, non sono d'accordo con lui. Ma l'idea di buttarlo giù per sostenere quelli che gli hanno permesso di emergere non mi sfiora".
Il disegnatore, che non reputa Renzi di sinistra, continua a mettere il dito nella piaga:
Se la mettiamo sul piano degli affetti, la vicenda è molto dolorosa. Lacerante. Devastante. Parliamo di persone con cui c'era amicizia e simpatia, ma quello che sono costretto a dare è un giudizio politico senza appello. Sembra di avere di fronte un gruppo di ubriachi, di gente drogata, non più in sé. Non capisco cosa sia successo. (...)
Io non sono in grado di valutare fino in fondo se questa legge elettorale sia la meno peggio e se si potesse fare di meglio, ma so che appellarsi alle preferenze per contrastarla rinnega una storia decennale. Il Pci ha sempre considerato le preferenze come strumento utile a favorire correntismo e clientelismo. Ricordo quando Bersani vinse le primarie. Facce nuove, volti amici, speranze che lui tradì infilando i nominati calati dall'alto. In Toscana abbiamo avuto la peggior serie di burocrati di partito. Chi li ha rimessi? Lui. Come si permette di criticare quando è stato il primo a portare il partito verso la catastrofe? Deve andare al parco con i pensionati.

“La caccia al nero è uno scandalo i profughi siano liberi di varcare il confine”


VLADIMIRO POLCHI
La Repubblica 1 maggio 2015
Dal Pd alla Caritas, indignazione e critiche per i controlli di polizia sui treni diretti in Austria 
«I controlli su base etnica sono inaccettabili: fermate la caccia al nero». Negli uffici della Caritas e delle organizzazioni internazionali esplode il caso “apartheid sui treni”. Col Pd che chiede immediati chiarimenti al Viminale: «È una gravissima discriminazione, intollerabile in un Paese civile».
Il fatto: in questi mesi, come ha raccontato ieri Repubblica , i treni in partenza da Bolzano e diretti oltre confine vengono controllati da pattuglie miste di poliziotti italiani, tedeschi e austriaci che bloccano chi non è bianco e impediscono ai migranti di salire sulle carrozze. «La polizia di frontiera sta facendo qualcosa di inaccettabile — attacca Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas — i controlli legati al colore della pelle fanno tornare in mente vicende terribili che non vorremmo più vedere in Europa. Anche la Caritas di Bolzano ci ha confermato queste ispezioni. Lo stesso avveniva nel 2011 coi tunisini alla frontiera francese. È una vicenda preoccupante. I controlli ci sono sempre stati, ora si è superata la misura. L’Europa dimostra la sua incapacità nel gestire un fenomeno che non può rimanere solo italiano. Il nostro governo deve attivarsi con quello austriaco per fermare la caccia allo straniero». Va giù duro anche Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano rifugiati: «Questa è una storia incredibile. La sostanza è sempre la stessa: sono responsabili la polizia italiana e l’Europa, che preme sul nostro Paese per non far uscire gli immigrati, in applicazione del sistema di Dublino che impedisce la circolazione dei rifugiati. Ma sono le modalità nuove e incivili a stupire: ricordano il 1937. E attenzione, non accade solo sui treni. Mi è capitato di assistere a controlli basati sul colore della pelle anche di ritorno da Algeri. I passeggeri africani venivano controllati sulla pista, appena scesi dall’aereo, senza neppure farli entrare nel terminal. Si sta diffondendo una cultura di chiusura. L’Europa deve permettere la libera circolazione di chi scappa dalle guerre». Hein chiede due interventi urgenti: «Il ministero dell’Interno deve impartire istruzioni affinché cessino questi controlli. E l’Italia deve chiedere al Consiglio europeo di superare le rigidità di Dublino».
A essersi già rivolto al Viminale è Khalid Chaouki (Pd) coordinatore dell’intergruppo parlamentare sull’immigrazione: «Ciò che sta accadendo al confine con l’Austria è una gravissima discriminazione, intollerabile in un Paese civile. Ho sentito informalmente il ministero dell’Interno. Non ci possono essere controlli su base etnica. I Paesi europei stanno dando il peggio di sé, non rispettando neppure gli impegni di collaborazione presi a Bruxelles. L’Italia non può fare il guardiano dei rifugiati. Credo che quello che sta avvenendo alla frontiera debba spingerci ad aprire un fronte di crisi diplomatica con alcuni Paesi confinanti». Critico anche Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni: «Molti migranti che arrivano in Italia via mare vogliono ricongiungersi con i propri familiari residenti in altri Stati Ue. Sarebbe opportuno prevedere un approccio all’accoglienza di queste persone a livello europeo, per evitare che diventino vittime dei trafficanti anche all’interno dell’Unione».

“Famiglie” spezzate drammi e parricidi l’ultima maledizione che frantuma la sinistra


FILIPPO CECCARELLI
La Repubblica 1 maggio 2015
Parricidi all’acqua di rose, fratricidi light, scannamenti presunti di figli e figliastri invocati come miti fondativi nel conflitto sull’Italicum.
Singolare coincidenza: più la politica perde idealità, più vivacchia nel presente, più si rimpicciolisce e involgarisce riducendosi a zuffa di tifoserie e più riemergono, per giunta in forma pretàporter, energie e figurazioni di uccisioni simboliche tra consanguinei e drammoni famigliari di ardua manegevolezza.
All’origine grosso modo c’è la rottamazione, nella sua variante pulp. Indecifrabili e al tempo stesso fin troppo chiare, le peripezie della composita minoranza dem paiono coagularsi attorno al sacrificio umano di Pier Luigi Bersani da parte di tanti suoi ipotetici figlioli e figliole da lui stesso a suo tempo entusiasticamente, ma incautamente favoriti. Mentre alcuni, come l’innocente Speranza, sarebbero stati da lui costretti a immolarsi.
Resta da vedere se l’ex segretario sia stato o possa in effetti considerarsi un padre, o un fratellone, o magari e più semplicemente uno dei tanti leader che per consolidata tradizione oligarchica pre-renziana la sinistra promuoveva, eleggeva, sosteneva e poi regolarmente abbatteva - senza che mai, però, tali personaggi finissero nel definitivo dimenticatoio (a parte il povero Occhetto).
Oltretutto Bersani, che possiede una sua solarità, ha sempre rifiutato questo approccio arcaico e sanguinolento designandolo qualche anno fa: «Roba da psicanalisi». E può anche esserlo, sennonché è sintomatico che proprio lui si trovò a rivendicare per il Pd «un presidio di esperienza», entità invero evanescente che tuttavia nel partito venne prontamente interpretata come un modo per tenersi buoni i nonnetti.
Certo con il senno di poi non diede il giusto peso a un Renzi della prima ora: «Bersani - disse con maligno candore - ha l’età di mio padre ». Aggiungendo, se è per questo, che Berlusconi aveva quella di sua nonna. Ora, anche il Cavaliere ha avuto, ieri con Alfano e oggi con Fitto, i suoi bei trambusti generazionali. Così come nella Lega prima Maroni e poi Salvini hanno brutalmente fatto capire all’anziano e malandatissimo Bossi di non avere troppi scrupoli, nel caso fosse necessario toglierselo di torno.
La politica è infatti un gioco crudele e spesso proprio l’ingratitudine ne certifica gli sviluppi. In questo gli annali della Prima Repubblica non differiscono dal presente se non nel fatto che l’avvenuto parricidio, singolo e collettivo che fosse, era pubblicamente riconosciuto a babbo morto.
Vedi il Midas craxiano ai danni del professor De Martino; o la congiura con cui Occhetto e D’Alema si accordarono nel garage di Botteghe Oscure per mettere fine alla segretaria di Natta, che si trovava in un letto d’ospedale, senza troppo compulsarne la cartella clinica. Vedi anche le tante uccisioni - per lo più avvelenamenti, ma anche stilettate o finti incidenti - che si contarono nello scudo crociato: il giovane Bisaglia contro il suo scopritore Rumor, l’ardente De Mita contro Sullo, il sardonico Forlani versus Fanfani (ma senza vittoria definitiva).
Ecco, rispetto ad allora, nella Terza Repubblica il parricidio avviene piuttosto in streaming o addirittura in anticipo sui tempi dell’ordinario cannibalismo. Ciò non di meno, sulla scorta di una abbastanza famosa analisi di Umberto Saba, da qualche tempo diversi osservatori stanno valutando l’ipotesi che le più belluine dinamiche simboliche del potere in Italia più che sul parricidio siano in realtà basate sul fratricidio: Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani : «Gli italiani - si concludeva una delle “ Scorciatoie” di Saba - vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli» In questo senso la divaricazione sarebbe fra una matrice greca, dominata dal conflitto verticale (Zeus, Edipo, Prodi) e un’altra orizzontale di derivazione ebraicosemita, caratterizzata da uno scontro primigenio che da Caino e Abele arriva fino a al ventennale duello tra D’Alema e Veltroni.
Ora, l’oscura faccenda storicoantropologica sembra piuttosto impegnativa da sciogliersi in quattro e quattr’otto; e anche senza scomodare ulteriori e feroci divinità tipo la Grande Madre Mediterranea, il paradigma pare onestamente spropositato rispetto al reticolo di vicissitudini che legano Bersani e la sua pretesa, cospicua progenie di onorevoli che, nel mollare lo smacchiatore di giaguari sull’Italicum, lo hanno dato in pasto al Rottamatore Supremo.
E’ quest’ultimo semmai, l’impetuoso e tracotante Renzi, che tale genere di analisi consentono forse di decifrare in modo meno convenzionale. Certo nessuno come lui si è guadagnato la fama di parricida; ma quando si è trattato di fare secco Enrico Letta, Renzi si è mostrato straordinario anche come fratello- coltello. Se poi si aggiunge che nell’inner circle del Giglio si comporta come un dio che atterra e suscita, tanto da aver già prodotto diverse vittime, beh, Matteuccio assomma un tris di competenze da omicida politico di consimili. Detta così, fa impressione. Ma nella post-politica, dove tutto è leggero, le parole sono anche un gioco, un sogno, un abbaglio, un curioso mistero.

IL GOVERNO DEL LEADER 
NON MINACCIA LA DEMOCRAZIA.


Corriere della Sera del 01/05/15
Michele Salvati
Questa fase della vita politica italiana — il «tutti contro Renzi» sul tema della legge elettorale — sembra la meno adatta a riflessioni pacate sulle radici lontane della crisi che stiamo vivendo.

 Per semplificare il tentativo, non mi soffermo sul perché siano contro Renzi movimenti o partiti populisti e antieuropei: esclusi dal gioco, ogni pretesto è buono per aggredire il governo. E lascio anche da parte quel partito, Forza Italia, che ai tempi del patto del Nazareno Renzi pensava di coinvolgere nel gioco, come rappresentante di un elettorato con il quale poteva instaurarsi una dialettica democratica simile a quella che si svolge in altri grandi Paesi europei, centrodestra contro centrosinistra. A Berlusconi non è riuscito il tentativo (ma c’è mai stato?) di «trasformare il carisma in istituzione», di stabilizzare e dare una consistenza organizzativa al suo partito e un indirizzo politico al suo popolo: compito certo difficilissimo in Italia, ma che ad altri leader carismatici è pur riuscito altrove. Perché non sia riuscito a lui per ora nessuno l’ha spiegato meglio di Giovanni Orsina ( Il berlusconismo nella storia d’Italia , Marsilio) e devo lasciare il lettore in sua compagnia.

 Vengo allora al Pd. Nessuno, credo, si lascia ingannare dalla maggior correttezza della polemica — i toni di Salvini non si adattano a una polemica interna, e poi tradizione e cultura ancora un poco contano — ma l’ostilità e l’insofferenza della minoranza per il segretario sono ancor più intense di quelle manifestate dai partiti di opposizione, cosa che spesso avviene nei conflitti in famiglia. E nessuno, credo, è convinto dall’idea che queste difficoltà siano dovute a incomponibili conflitti sul merito delle riforme istituzionali proposte da Renzi, come invece la minoranza vorrebbe far credere. Tanti commentatori ci hanno già ricordato, con nomi e date, che una concezione di democrazia maggioritaria come quella adottata dall’attuale proposta di legge elettorale era già discussa e largamente accettata all’interno dei partiti dell’Ulivo, e che l’idea di un Senato senza potere fiduciario e invece con una funzione di rappresentanza delle autonomie era un obiettivo sul quale esisteva un ampio accordo. Anche sul rafforzamento del ruolo del presidente del Consiglio, pur temperato da istituzioni di garanzia che il progetto Renzi lascia inalterate nei loro poteri, il consenso nei partiti dell’Ulivo, poi confluiti nel Partito democratico, era molto ampio. E lascio da parte l’incredibile polemica sulle preferenze: contro le preferenze era schierato l’intero Pds-Ds, e una parte non piccola di Margherita. 

Facciamo allora un piccolo esperimento intellettuale e poniamoci la seguente domanda ipotetica: se le riforme che ora vuol fare Renzi le avesse proposte Bersani con l’avallo del vecchio gruppo dirigente ex comunista ed ex sinistra dc — alla luce della storia che ho brevemente ricordato non è un’ipotesi inverosimile, le premesse c’erano tutte — ci sarebbe forse stato uno scatenamento polemico di questa intensità? Che arriva a riesumare il vecchio slogan di «minaccia alla democrazia» già usato ai tempi di Berlusconi? Quali tabù ha toccato Renzi per suscitare questa reazione? Non può trattarsi solo della comprensibile resistenza di un ceto dirigente sconfitto: in un partito sano la sconfitta si archivia e ci si prepara a una rivincita in futuro, confidando che i fatti e la propria azione politica dimostrino l’erroneità della linea adottata dal leader. In gioco c’è qualcosa di più grosso, il passaggio da una concezione di partito a un’altra. Da un partito di notabili in servizio permanente effettivo, in cui la strategia del partito emerge da accomodamenti e mediazioni continue, a un partito del leader il quale giudica quando il tempo delle mediazioni è finito e l’ulteriore dilazione nella decisione contrasterebbe con l’efficacia della decisione stessa. Un partito che non guarda prevalentemente al proprio interno, ma guarda alla sua azione di governo e al consenso che questa può riscuotere nel Paese. Se si aggiunge che — mirando al successo esterno e non alla conservazione delle oligarchie e dei santuari ideologici cui prestano osservanza — il leader può essere indotto a forti modifiche delle strategie adottate in passato, si vedono bene i tabù che Renzi ha abbattuto e si capisce la violenza della reazione: l’opposizione è stata sbalzata in un mondo radicalmente estraneo a quello cui si era assuefatta. 

È il nuovo mondo che Mauro Calise spiega assai bene nel suo saggio sull’ultimo numero de «il Mulino» ( La democrazia del leader ) e di cui consiglio una lettura attenta, ai dissidenti del Pd e non solo. Il governo del leader non è una minaccia per la democrazia — non siamo a Weimar — ma un tentativo di conciliare democrazia e capacità di decisione, nella consapevolezza che la vera minaccia della democrazia è la sua incapacità di decidere.

Renzi prepara l’affondo: “Alle regionali la resa dei conti”


FRANCESCO BEI GOFFREDO DE MARCHIS
La Repubblica 1 maggio 2015
IL RETROSCENA
Sulla legge elettorale gli irriducibili alzano bandiera bianca. Nel voto segreto di lunedì, i 38 che non hanno votato la fiducia potranno crescere «fino a 50», è la previsione di Roberto Speranza. Ma non sposteranno gli equilibri, non creeranno alcun affanno a Matteo Renzi e all’Italicum che diventerà legge. Perciò la minoranza si prepara a nuove battaglie, per tenere vivo lo strappo consumato in aula a Montecitorio. La prossima settimana si voterà il nuovo capogruppo del Pd. L’obiettivo è ridurre al minimo i voti del vincitore mentre Speranza, quando fu eletto due anni fa, incassò, a scrutinio segreto, un plebiscito. Poi, ci sono le manovre sulle regionali, in particolare sulla Liguria dove la candidata ufficiale di Renzi, Raffaella Paita, subisce la rimonta, da sinistra, del civatiano Pastorino. E tra la minoranza dem il passa parola è quello di usare il voto disgiunto (a favore di Pastorino) per colpire la candidata renziana. Se il premier, oltre che in Veneto, perdesse in una regione rossa, i ribelli sognano “l’effetto D’Alema”, costretto a lasciare palazzo Chigi dopo la disfatta alle regionali del 2000. Ma il terreno di scontro immediato può diventare la scuola. Il premier vuole conquistare un’altra medaglia da esibire nella campagna elettorale per il 31 maggio: il primo voto della Camera sul disegno di legge “la buona scuola”. Che assume 100 mila precari, offre ai presidi poteri di scelta dei professori e garantisce un finanziamento per la ristrutturazione degli edifici. Il 19 maggio è previsto il voto finale a Montecitorio. È una corsa contro il tempo che la minoranza, soprattutto i duri e puri, pensa di usare per ostacolare il progetto renziano. La scuola parla al popolo della sinistra, riconnette la politica a un mondo tradizionalmente schierato, ai sindacati, all’opposizione verso l’esecutivo che esiste nel Paese. Non a caso, Nichi Vendola lo ha capito per primo e il 5 maggio cavalcherà lo sciopero degli insegnanti e del personale Ata. Sel sarà in piazza, il Movimento 5stelle pure. Accanto a loro, scommettono al Nazareno, ci saranno anche i dirigenti dello strappo. Da Fassina a Civati, senza escludere la possibile presenza di Speranza. La scuola è stato anche un argomento di polemica di Enrico Letta: «Quando fai tante promesse disattese poi ti ritrovi la gente in corteo e uno sciopero, come quello del 5 maggio».
Prima di pensare alle contromosse sulla scuola Renzi punta comunque a portare a casa la nuova legge elettorale. Se il risultato finale sembra scontato è anche per la probabile scelta dell’opposizione di disertare in massa l’aula, lasciando alla sola maggioranza l’onere di approvarsi da sola la riforma. È stato il capogruppo forzista Renato Brunetta, ieri pomeriggio, a convincere i colleghi di Sel, FdI, Lega e M5S a quest’ennesimo Aventino. «Una mossa disperata», commentano i deputati forzisti ostili al capogruppo, per mascherare le divisioni interne al partito. «Se restassimo tutti in aula, con il voto segreto Renzi avrebbe cinquanta voti in più». Lunedì mattina si terrà un’ultima riunione di vertice tra tutte le opposizioni per decidere come comportarsi. E non è nemmeno esclusa l’ipotesi che Brunetta rinunci al voto segreto, proprio per costringere tutti i forzisti a votare contro l’Italicum. Del resto già ieri, un po’ per il ponte del 1° maggio e un po’ per le tensione intestine, i votanti di Forza Italia erano scesi durante la prima fiducia della mattina. Così Brunetta ha dato l’ordine: «Tutti fuori alla seconda fiducia». E gli azzurri non si sono contati.
Appare difficile, per il momento, una ricucitura dei rapporti nel Pd. Pippo Civati e Stefano Fassina sono dati in uscita. Potrebbero scegliere l’addio dopo le regionali. Questa scissione, criticata da Bersani, Speranza, D’Attorre e altri irriducibili, intende aprire la strada ad altre uscite, con l’idea di costituire un gruppo autonomo in Parlamento a partire dal Senato. Ma la necessità di una tregua con la sinistra, per non perdere quella storia e quel seme nel Pd, è ben presente anche a Renzi. Per questo si attende, dopo il duello a colpi di fiducia, un gesto del premier. E potrebbe davvero arrivare sulla riforma del Senato «per farlo assomigliare al Bundesrat», dice Francesco Boccia. Con poteri diversi dalla Camera, ma con consiglieri regionali espressamente eletti per occupare il ruolo di senatori. Un contrappeso all’-Italicum.