lunedì 2 marzo 2015

Roma e Salvini, il giorno dopo


Alessandro Gilioli
L'Espresso 1 marzo 2015
Immagino che ieri sera Renzi abbia stappato lo spumante, a vedere i modi in cui si manifesta il malcontento al suo governo in questo Paese.
Da un lato il flop di Salvini, perché di flop si è trattato; nel senso che dopo una preparazione di settimane e una quantità infinita di teaser televisivi, il capo del Carroccio non è riuscito ad andare oltre la somma aritmetica dei leghisti venuti dal nord con le camicie verdi e dei fascisti romani che ruotano attorno a Casa Pound. In sostanza, c'erano i militanti di un partito in visita e quelli di una nicchia in accoglienza. Punto, fine. Due recinti che si sono mescolati tra loro, ma che non sono usciti da se stessi. Ovviamente non è detto che andrà sempre così, ma ieri è andata così.
Contemporaneamente, in un un'altra zona della città, sfilava quella che dovrebbe essere l'altra area politica anti Renzi, cioè l'opposizione di sinistra. E anche qui, le solite cerchie: militanti storici della sinistra radicale e degli antagonisti romani, uniti (di nuovo!) contro qualcuno (Salvini, nel caso) anziché per qualcosa - e nessuna contaminazione al di fuori della propria nicchia.
Ovviamente, da persona di sinistra, il flop di Salvini mi rallegra; e la marginalità identitaria dell'altro corteo mi rattrista. Ma questo conta poco. Quello che conta, fuori dalle simpatie di ciascuno, è che con due manifestazioni nella capitale in cui si insultava Renzi, alla fine, ieri, ha vinto Renzi.

I pregiudizi sul ruolo del leader


Sergio Fabbrini
Il Sole 24 ore 28 febbraio 2015
La politica è spesso mobilitazione di pregiudizi. Un esempio è la denuncia fatta dalla presidente della Camera dei deputati dell’«uomo solo al comando» (cioè Matteo Renzi) che starebbe minacciando la democrazia italiana. Viene mobilitato il pregiudizio che la leadership coincida con la tirannia, da un politico (Laura Boldrini) che proviene da un partito (Sel) in cui, lì davvero, c'è un uomo solo al comando (Nichi Vendola). Oppure si consideri la discussione sulla riforma elettorale in discussione, l’Italicum, che intende promuovere una competizione tra due partiti e i loro leader. Quella riforma viene denunciata perché promuove l’«uomo solo al comando» (chissà perché le donne non sono mai considerate) da politici, come Matteo Salvini o Renato Brunetta o Luigi Di Maio o Giorgia Meloni, che fanno parte di partiti che sono strettamente personali, come Lega o Forza Italia o 5 Stelle o Fratelli d’Italia. Oppure si guardi al più generale dibattito sulla riforma istituzionale. Non passa giorno che qualcuno non denunci, come ha fatto l’ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky (la Repubblica del 25 febbraio), i cambiamenti istituzionali in corso di approvazione in quanto destinati a smantellare la nostra democrazia costituzionale, «comprimendo la rappresentanza e schiacciando le minoranze, nella logica vincitore-vinti».
Il pregiudizio negativo nei confronti del leader può avere in alcuni casi (la generazione più anziana) una giustificazione ideologica. L’ascesa del leader mobilita il ricordo del capo che parlava dal balcone di Palazzo Venezia. Tuttavia, nella maggioranza dei casi quel pregiudizio riflette la difesa di posizioni di potere. Per addomesticare le sue drammatiche divisioni post-belliche, la democrazia repubblicana ha costruito un sistema istituzionale a potere diffuso (tra le due camere del Parlamento, tra una molteplicità di partiti, all’interno dei più grandi di questi ultimi, tra le burocrazie statali, tra le agenzie e le imprese a partecipazione pubblica), così da prevenire ogni decisione che non godesse di un consenso vastissimo. Quella democrazia ha creato anche una predisposizione diffusa nel Paese, ovvero che la decisione è un vizio da evitare e non già una virtù da coltivare. Per decenni, l’Italia ha così acquisito un carattere oligarchico dalla testa ai piedi. Il funzionamento del Parlamento è stato l’emblema di questa logica: le decisioni venivano prese consensualmente, coinvolgendo tutte le forze politiche, anche a costo di non prenderle affatto. Naturalmente, un sistema che non ha capacità decisionale affida ad altri il compito di prendere decisioni al suo posto. Nel nostro caso, furono spesso gli Stati Uniti e le istituzioni comunitarie ad assumersi questo compito. Ma soprattutto un sistema consensuale è inevitabilmente irresponsabile. Se l’Italia ha ancora una questione meridionale irrisolta (anzi, peggiorata), di chi è la responsabilità?
Le oligarchie sono spaventate dall’arrivo dei leader. Di qui la resistenza accanita contro il leader, nel nostro caso Matteo Renzi, ridotto a «uomo solo al comando». Ma si tratta di una resistenza inefficace. Non solo perché l’Italia è cambiata e ci si è accorti che senza la buona leadership è impossibile risolvere problemi collettivi, innovare un’organizzazione e motivarne i membri. Ma perché è cambiata anche la Repubblica sotto la spinta dei processi di integrazione politica e monetaria. Articoli come quello di Gustavo Zagrebelski o interventi come quello di Laura Boldrini sarebbero impensabili nelle altre grandi democrazie europee. A nessuno verrebbe in mente, in Germania, di denunciare il cancelliere Angela Merkel come «una donna sola al comando», o, nel Regno Unito, il premier David Cameron come «il despota del partito conservatore». Le grandi democrazie non funzionano senza leader. I leader producono beni collettivi. Naturalmente, nessuna grande democrazia è priva di meccanismi per controllare quei leader, sia a livello delle istituzioni che all’interno dei partiti. Tant’è che esse hanno governi e partiti “con” il leader, e non già “del” leader (una distinzione che sembra sfuggire anche a non pochi politologi). Non occorre avere due camere che abbiano gli stessi poteri per tenere sotto controllo il potere esecutivo. Anzi. Così come è errato assumere che spetti al potere legislativo vigilare sul potere esecutivo. Nei parlamentarismi maturi, il governo è tenuto sotto controllo dall’opposizione. Il Parlamento è il luogo dove governo e opposizione si scontrano in nome dei rispettivi elettorati e non delle proprie oligarchie. Attraverso quel confronto gli elettori possono maturare le loro opinioni. Le democrazie moderne sono democrazie elettorali di massa. Non già quei regimi di ottimati che suscitano la nostalgia dei difensori del parlamentarismo assemblearista.
I cambiamenti istituzionali in corso hanno certamente i loro difetti. Tuttavia, se approvati, possono rendere l’Italia più simile alle grandi democrazie guidate, o con il leader, dell’Europa. Invece di mobilitare pregiudizi, sarebbe meglio guardare come esse funzionano. Per questo è necessario che l’Italicum preveda il ballottaggio tra i primi due partiti, così come è necessario che il bicameralismo simmetrico venga sostituito da un monocameralismo politico. Entrambi i cambiamenti possono creare le condizioni per rafforzare la capacità decisionale del governo (introducendo in futuro anche il voto di sfiducia costruttiva) e la capacità di controllo dell’opposizione (prevedendo in futuro anche l’istituzionalizzazione del governo-ombra.

domenica 1 marzo 2015

«Il Paese cresce, siamo alla svolta
. Avanti sulla spending review».


Corriere della Sera 01/03/15
Antonella Baccaro
Ministro Padoan, perché lo Stato è sceso al 25,5% in Enel e al 30% in Eni ma non può scendere sotto il 51% di Rai Way, la società delle torri di trasmissione?
«Posto che il controllo di un’impresa non richiede il 51%, in questo caso il 51% viene mantenuto per dare un segnale aggiuntivo che lo Stato non intende perdere il controllo di Rai Way: 51% è anche un numero simbolico. Nel caso di Enel lo Stato era già intorno al 30%».

L’avvio della vendita del 5,74% di Enel è caduto nello stesso giorno dell’offerta di Ei Towers (Mediaset) per il 66% di Rai Way. Un caso?
«L’operazione Enel è di natura strettamente finanziaria: l’evoluzione del mercato è stato un fattore determinante nel definirne i tempi. Il comportamento del titolo dopo la vendita dice che è andata molto bene. Il fatto che sia avvenuta in concomitanza con Ray Way è casuale. Non c’è un Grande Fratello delle privatizzazioni».

Il lancio dell’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) di Mediaset segna l’avvio di una trattativa?
«Per quanto mi riguarda non c’è nessuna trattativa. Ci siamo stupiti quando abbiamo visto ciò che succedeva. Non abbiamo intrapreso né azioni né contromisure salvo ribadire il limite del 51%, a dimostrazione che non c’è intenzione di perdere il controllo di Rai Way».

Fermo il limite del 51%, può esserci una condizione alla quale è possibile una trattativa? Ad esempio se Mediaset scendesse sotto quota 66% ?
«Ripeto non c’è nessuna trattativa, non ce n’è nessuna intenzione, nè sono stato approcciato da qualcuno per questo. Una quota è stata messa sul mercato, lì si faranno le scelte: ci sono vari operatori che possono essere interessati allo scambio delle partecipazioni disponibili».

C’è un piano su Rai Way che ne prevede la confluenza in un polo unico con Ei Towers e Inwit, o anche solo con quest’ultima società di Telecom?
«Non ne sono a conoscenza».

Che strategia c’è dietro la vendita di Rai Way? C’entra il piano sulla banda larga che il governo sta per lanciare?
«L’operazione rientra nella logica del governo di verificare quali partecipate possano creare un valore che serva a abbattere il debito e a aumentare l’efficienza grazie a una maggiore esposizione al mercato dei management. L’operazione Rai Way è nata con questa filosofia e la mantiene. Poi il mercato si è manifestato con un’Opas: il perché è domanda che lascio a altri. L’intenzione del governo resta quella».

Si va verso un decreto per la riforma Rai? Quale posto avrà l’azionista Tesoro nella nuova governance ?
«Il governo sta mettendo progressivamente a fuoco gli obiettivi della riforma. Definiti questi, chiariremo modalità di attuazione, governance , finanziamento e altre specifiche».

L’Italia intravede la ripresa. Le riforme rallenteranno?
«La ripresa deriva da un ambiente macroeconomico internazionale favorevole, grazie alla decisione della Bce sul Quantitive Easing (QE), ma anche dalle scelte di politica economica e dalle riforme che stiamo implementando. E che, a differenza di quanto pensano molti, aumenteranno se lo spread scende. Altrimenti la ripresa rischia di non consolidarsi».

Rivedrete il dato del Prodotto interno lordo? L’Istat prevede una crescita dello 0,1% nel primo trimestre.
«Aspetterei un attimo. Il Pil è frutto di diverse variabili che stanno andando nella direzione giusta, tutto fa presumere che questo si tradurrà in un dato migliore del previsto. Forse siamo a un punto di svolta, perciò insistiamo sulle riforme».

Cosa succederà se il QE non darà i frutti attesi?
«L’operazione della Bce ha alcuni aspetti che richiamano il QE della Banca centrale americana, in particolare l’idea che in un periodo di tempo determinato ci sarà un’importante e continua iniezione di liquidità con possibilità di proroga se l’obiettivo non sarà stato raggiunto. Non vedo rischi: l’annuncio di come la politica monetaria si comporterà nei prossimi 18 mesi è stato molto chiaro. E il fatto che i mercati reagiscano bene ne è la prova».

Il commissario Ue francese Moscovici ci ha dato «semaforo giallo» sui conti pubblici: bisogna accelerare.
«Da piccolo mi hanno detto che al giallo si rallenta. Forse in Francia non è così. Battute a parte, il messaggio è importante perché la commissione Ue dice che l’Italia deve continuare sulle riforme ma, a differenza di qualche mese fa, riconosce che sono stati fatti sforzi nel completare l’aggiustamento strutturale per cui il governo ha assunto misure aggiuntive nella legge di Stabilità».

Un incoraggiamento?
«Il riconoscimento del fatto che il governo sta impostando una strategia di abbattimento del debito che tiene conto delle circostanze eccezionali, della crisi, facendo al tempo stesso uno sforzo significativo sulle riforme strutturali».

Un passo avanti sulla flessibilità.
«Il chiarimento sulla flessibilità elaborato dalla Commissione a gennaio è frutto anche del lavoro della presidenza italiana e consente di riconoscere gli sforzi di tutti i Paesi che si stanno impegnando nel cambiamento, come noi. Grazie a questo abbiamo compiuto un aggiustamento strutturale di quasi 5 miliardi ed evitato una manovra di 40 miliardi che avrebbe ucciso la ripresa».

L’emergenza greca ha eclissato quella italiana?
«Al contrario: il fatto che l’Italia stia dimostrando che pur con condizioni di debito difficili una strategia di riforme è efficace, è un segnale a altri Paesi che, pur davanti a grandi difficoltà, è possibile trovare una via d’uscita dalla crisi. Ho la sensazione che l’atteggiamento nei confronti dell’Italia di molti Paesi, compresi quelli in cui “non ci si fida” di noi, sta cambiando perché stiamo facendo cose importanti».

Le piace l’accordo con la Grecia?
«È un percorso difficile ma andrà rafforzandosi nel tempo se le azioni che prenderà il governo greco serviranno anche a creare un clima di fiducia. La fiducia è fondamentale ma è ancora insufficiente in Europa, bisogna fare sforzi per accrescerla altrimenti non possiamo dare per scontato che il processo di integrazione sia irreversibile».

La crescita prevista in Italia nel 2015 resta sotto l’1%. La domanda interna è debole.
«La ripresa dei consumi familiari sarà sostenuta dall’aumento del reddito grazie agli sgravi fiscali e alla maggiore fiducia. Così per le imprese che beneficiano della cancellazione dell’Irap sul lavoro e di strumenti di sostegno ai finanziamenti non bancari. Mi aspetto che le imprese facciano investimenti per aumentare l’occupazione. I dati sui macchinari sono ripartiti: le imprese hanno deciso di allargare la capacità produttiva».

Ma gli 80 euro non hanno già esaurito la loro spinta?
«Non hanno ancora cominciato a mostrare il loro impatto. Finora le famiglie li hanno usati per ripagare i debiti e risanare i bilanci. Quando sono stati introdotti, i critici hanno detto che erano una misura debole e temporanea che non avrebbe funzionato. Ora che è stata resa permanente e dunque si accumula, grazie alla maggior fiducia, la spesa ripartirà».

Le tasse sulla casa caleranno?
«Se si devono abbattere le tasse, la mia preferenza va a agli investimenti produttivi, così riparte l’occupazione».

Ma almeno ci sarà una «local tax» unica nel 2016?
«Stiamo mettendo mano a una riforma generale della finanza locale in cui la local tax avrà un ruolo cruciale. La finanza locale sarà basata sul principio del pareggio di bilancio degli enti piuttosto che sul Patto di stabilità interno, che si è rivelato un meccanismo inefficiente. Il quadro è molto fluido. Non posso fare anticipazioni».

Capitolo spesa. La spending review è morta?
«No, anzi. In questi giorni stiamo anticipando la riflessione in vista della nuova legge di Stabilità. Servirà a disinnescare le clausole di salvaguardia che molti considerano il segnale che la pressione fiscale aumenterà. Invece è vero il contrario: le misure sulla spesa ci saranno e la pressione non aumenterà».

La Corte dei conti dubita che quest’anno si taglierà quanto previsto.
«Il dialogo con le Regioni e gli enti locali è intenso e garantirà il raggiungimento degli obiettivi e delle nostre scadenze. Lo abbiamo fatto con le clausole di salvaguardia dello scorso governo, lo faremo ancora».

L’esperienza del commissario alla spending review è conclusa?
«Il lavoro fatto da Carlo Cottarelli è stato utile, deve continuare indipendentemente dal fatto che ci sia un commissario. Mi piacerebbe pensare che stiamo andando verso una normalità che considera la razionalizzazione della spesa pubblica un dovere permanente».

Leggeremo mai le carte di Cottarelli?
«Saranno presto rese pubbliche, ma non ci sono carte segrete, misure misteriose, c’è la testimonianza del lavoro di un anno».

I decreti fiscali vedranno la luce finalmente?
«Stiamo lavorando all’attuazione di tutta la delega fiscale, dalla messa a punto dei decreti discussi il 24 dicembre al completamento di molti altri».

La clausola di non punibilità del 3% per i reati fiscali resterà?
«Il tema è come trattare, nel penale tributario, distinguendo tra un reato, una frode, e il fatto che, a seguito di errori materiali, un imprenditore che sbaglia nella dichiarazione, rischia la galera. Lo si fa stabilendo delle soglie, delle percentuali, precisando il profilo della frode fiscale».

Percentuali e soglie riguarderanno la frode fiscale?
«No, la frode fiscale continuerà ad essere punita penalmente come adesso».

L’uomo che sfiorò la presidenza 
per poi cedere il passo a Putin.


Corriere della Sera 01/03/15
Luigi Ippolito
La cosa che colpiva di Boris Nemtsov era il tratto umano: lontano dal politico di professione, agli antipodi dell’«uomo di apparato» di stampo russo e (post)sovietico. Soprattutto negli ultimi anni, dopo aver dismesso gli abiti da parlamentare, si presentava come un ragazzone irruento, più giovane dei suoi anni, capace di stare seduto per ore attorno a un tavolino, in jeans e T-shirt bianca, infervorandosi a spiegare le trame nascoste della cupola politico-affaristica del regime putiniano. Per finire segnando con noncuranza il suo numero di cellulare privato: «Chiama quando vuoi». Un numero che d’ora in poi resterà muto.

Nemtsov non era più nessuno, ha chiosato ieri con cinismo il portavoce del Cremlino. Ma in realtà aveva rappresentato un’altra Russia, una Russia possibile, liberale e aperta all’Occidente. Dopo che si era guadagnato la fiducia di Boris Eltsin nei mesi della caduta dell’Unione Sovietica, era stato spedito a fare il governatore nella sua Gorkij, la ex città chiusa luogo d’esilio di Andrej Sacharov, che sotto Nemtsov riprese il nome originario di Nizhnij Novgorod. Lì il giovane astro nascente della politica russa lanciò un avanzato piano di riforme economiche e liberalizzazioni, facendo della regione un laboratorio della transizione al postcomunismo. Persino la lady di ferro, Margaret Thatcher, andò a fargli visita per elogiarne la baldanza.

Alle discussioni moscovite Nemtsov preferì la gestione concreta, sporcandosi le mani con l’amministrazione del territorio nei caotici anni Novanta. Fino a essere toccato da accuse di corruzione. Ma alla fine il suo zelo riformista venne premiato con la chiamata al ruolo di viceprimo ministro della Russia. E in quel finire di secolo sembrò che Boris Eltsin avesse scelto lui come il delfino destinato a succedergli alla presidenza.

Le cose andarono diversamente. La crisi finanziaria del 1998 che portò la Russia al default segnò anche il crac delle ideologie liberali. Altre forze presero il sopravvento e alla fine il potere venne impugnato dall’uomo del Kgb, Vladimir Putin. Per Nemtsov e i suoi sodali cominciò un inesorabile declino, culminato nell’esclusione dal Parlamento nelle elezioni del 2003.

Una strada nuova sembrò aprirsi con la rivoluzione arancione in Ucraina, nel 2004. Il presidente filoccidentale Viktor Yushchenko chiamò Nemtsov a Kiev come consigliere economico: ma anche questa stagione si rivelò di breve durata.

L’ultimo decennio aveva visto Nemtsov impegnato nel difficile tentativo di unire le forze della sfrangiata opposizione a Putin, spesso al fianco del campione di scacchi Garry Kasparov. E un’attenzione particolare l’aveva dedicata ai maneggi e al malaffare che circondavano la preparazione dell'Olimpiade invernale di Sochi. Tanto che Nemtsov era arrivato a candidarsi a sindaco di quella città, in opposizione all’esponente putiniano, facendo leva sulla propria campagna anticorruzione. Un tentativo generoso quanto inutile. Gesti simili non ce ne saranno più.

Bersani, un simpatico e (poco) sereno perdente


di Aldo Grasso
Il corriere della sera 1 marzo 2015
Non ne ha mai imbroccata una, ma ora vorrebbe smacchiare il premier
Parole di fuoco di Pier Luigi Bersani contro Matteo Renzi: «M’inchino alle esigenze della comunicazione, ma che gli organismi dirigenti debbano diventare figuranti di un film non ci sto». E così l’ex segretario del Pd ha disertato l’incontro dei parlamentari convocati nella sede del Nazareno, ottenendo il consenso di Civati, Cuperlo, Fassina, Rosy Bindi.Politicamente, Bersani è un sereno perdente; dopo le imitazioni di Maurizio Crozza è impossibile non volergli bene. Tempo fa, si è inchinato alle esigenze della comunicazione e, lontano dal bersanese d’antan, ha cercato una lingua colloquiale, legata a metafore popolari. Invece di accendere emozioni ha scatenato emulazioni: non siamo qui ad asciugare gli scogli, a smacchiare i giaguari, a cambiare gli infissi al Colosseo, a mettere i pannelli fotovoltaici alle lucciole, a pettinar le bambole…Come si fa a non amarlo? Eppure Bersani non ne ha imbroccata una che sia una, neppure a pagarla: da segretario del Pd non è riuscito a formare un nuovo governo, si è fatto prendere in giro dai grillini, si è dimesso per l’incapacità di candidare alla Presidenza della Repubblica prima Marini e poi Prodi, è finito a fare «il nemico interno», il sorcino verde evocato da Brunetta e, forzando la sua natura, il proto-Civati. Adesso però alza la voce e, forte della minoranza dem, vorrebbe smacchiare Renzi: «Oh, ragassi, porco boia… i figuranti non sono mica delle mezze figure!»

«Spaziante e gli ufficiali usati 
come prestanome per spendere 4 milioni».

Corriere della Sera 28/02/15
Luigi Ferrarella
Quattro milioni di euro di «sproporzione» tra i redditi percepiti in 8 anni e invece i contanti maneggiati e gli immobili acquistati nello stesso periodo 2005-2013: di solito a vedersi confiscare un patrimonio in base all’articolo «12 sexies» del 1992 sono o mafiosi o evasori condannati, e invece stavolta questo tipo di sequestro preventivo finalizzato a confisca colpisce Emilio Spaziante, il generale di corpo d’armata che è stato a un passo dal diventare Comandante generale della Guardia di Finanza. E che — si scopre adesso — negli anni in cui è stato via via Comandante della GdF lombarda nelle più delicate inchieste del pool finanziario della Procura della Repubblica, poi Capo di Stato Maggiore, Comandante interregionale del Centro Italia, Comandante in seconda di tutta la GdF, nonché vicedirettore dell’organo di controllo dei servizi segreti Dis, ha utilizzato una mezza dozzina di ufficiali e sottufficiali GdF come «prestanome» per mascherare il proprio fiume di denaro in contanti di sconosciuta origine. Soldi che — raccontano alcuni dei militari che ora rischiano l’incriminazione per l’ipotesi di riciclaggio — Spaziante asseriva provenissero dai servizi segreti.

Ma dalla Presidenza del Consiglio, nel breve periodo di Spaziante al «Dipartimento delle informazioni per la sicurezza» (Dis) appunto presso Palazzo Chigi, il generale risulta aver percepito «solo» 483 mila euro (e non certo in contanti). Che peraltro, pur sommati ai 617 mila euro di stipendi dalla GdF e ai 19 mila euro di consulenze dall’Agenzia delle Entrate, non bastano (nemmeno guardandola ai redditi dei due figli e della convivente) a spiegare la forbice con gli ulteriori 4 milioni nella sua disponibilità negli stessi 8 anni.

Colpiscono le cifre, ma ancor più le modalità messe a nudo dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia, il cui lavoro è l’ossatura della confisca sulla quale il procuratore milanese Edmondo Bruti Liberati ha raccomandato silenzio e che risulta notificata già da almeno tre giorni. Spaziante «consegnava somme in contanti agli ufficiali a lui sottoposti», i quali li versavano in banca sui propri conti, e in seguito «provvedevano a saldare conti e spese del generale e dei suoi familiari», o a staccare assegni utilizzati «per accollarsi all’apparenza il costo» dell’acquisto di immobili «nei quali non avevano alcun interesse», essendo in realtà comprati dal generale.

Sono quelli di cui il giudice Chiara Valori ha disposto la confisca a carico del generale difeso dagli avvocati Francesco Bergamini e Massimo Dinoia. Nella ricostruzione dei vari acquisti (a Roma un’abitazione del generale, una casa della convivente, un immobile della figlia, una vasta proprietà intestata al figlio a Pioraco in provincia di Macerata, e una barca da 450 mila euro che però risulta essere poi stata già venduta a terzi), risalta l’autentica folla di persone coinvolte per celare, con i contanti dati loro dal generale, il vero acquirente: non soltanto suoi ufficiali e sottufficiali, ma anche suoi assicuratori e commercialisti, a loro volta con parenti e conoscenti. «Per trasformare il contante in assegni circolari ed evitare di far emergere l’interezza della somma — dichiara ad esempio un commercialista del generale a proposito dell’acquisto di una delle case — utilizzai i nominativi di mio fratello, mio cugino, mia madre, della mia ex moglie, della mia ex suocera, dell’ex suocero, di mia zia, nonché di due miei collaboratori. Io stesso poi accompagnai il generale Spaziante dal notaio per il rogito, dove gli assegni gli vennero consegnati».

È facile prevedere che il proseguio dell’inchiesta tenterà di capire la fonte del fiume di contanti del generale, che non può certo dirsi esaurita dal segmento dell’indagine veneziana sul Mose che nel maggio 2014 ha perquisito il generale (trovandogli a casa 200 mila euro in contanti), arrestandolo per aver ricevuto dal presidente del «Consorzio Venezia Nuova», Giovanni Mazzacurati, 500 mila euro in cambio di notizie (carpite dentro la GdF) sulle intercettazioni e verifiche fiscali in corso. Per questo fascicolo, trasferito dai pm veneziani Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini per competenza territoriale ai colleghi milanesi Luigi Orsi e Roberto Pellicano, Spaziante (detenuto a Santa Maria Capua Vetere) aveva preferito patteggiare 4 anni.


Il leader anti Putin
ucciso vicino al Cremlino.


Corriere della Sera 28/02/15
Fabrizio Dragosei
Credeva molto nella marcia che domani dovrebbe riportare in piazza l’opposizione alla politica di Vladimir Putin. E ne aveva scritto sul suo account Twitter un paio d’ore prima di essere assassinato: «Se siete per la fine della guerra contro l’Ucraina, se volete la fine dell’aggressione di Putin, venite alla marcia». Poi ieri sera, mentre si allontanava a piedi dalla Piazza Rossa assieme a un’amica, Boris Nemtsov, uno dei leader della protesta, grande critico del presidente russo, è stato freddato a colpi di arma da fuoco. Una macchina bianca si è avvicinata e qualcuno ha esploso sei colpi, quattro dei quali andati a segno. Nemtsov è caduto a terra mentre l’auto si allontanava velocemente. Un assassinio «pulito», probabilmente compiuto da professionisti che sembra abbiano fatto perdere le loro tracce. Lo stesso presidente russo ha subito condannato l’omicidio ma ha anche parlato di una «chiara provocazione», affermando che è stato sicuramente eseguito «su commissione», secondo quanto ha riferito il portavoce del Cremlino. Putin ha ordinato agli organi di sicurezza di indagare sull’esecuzione. In serata il presidente americano Obama ha condannato il «brutale assassinio».

Il leader del partito Parnas aveva 55 anni ed era uno dei nomi di spicco del movimento che da anni tenta di saldare i vari gruppi di opposizione per creare una formazione significativa in grado di porsi come alternativa a Putin. La marcia «di primavera» organizzata per domani dovrebbe essere il segnale per un risveglio, dopo mesi nei quali le voci critiche sono diventate sempre più flebili di fronte alla crisi ucraina che ha visto la Russia unirsi dietro al suo capo.

Nemtsov si era segnalato negli anni Novanta come governatore della regione di Nizhnij Novgorod, una delle più dinamiche della Russia. Arrivato a Mosca, era stato nominato vice primo ministro e l’allora presidente Boris Eltsin lo aveva preso sotto la sua protezione. Per un momento il vecchio e malato presidente lo aveva visto come suo possibile successore. Ma poi lo aveva scartato, preferendogli invece l’energico Vladimir Putin che proveniva dai servizi segreti.

Negli ultimi anni Nemtsov era diventato sempre più critico nei confronti di Putin e della sua politica. Fallito il tentativo di mettere assieme una coalizione con l’ex premier Mikhail Kasyanov e l’ex campione di scacchi Garry Kasparov, Nemtsov aveva concentrato le sue energie sulla denuncia delle ruberie e della corruzione.

Aveva studiato a fondo la storia degli appalti per le Olimpiadi di Sochi del 2014, arrivando a realizzare numerosi dossier. Nemtsov era giunto alla conclusione che nei lavori di costruzione degli impianti erano stati rubati «tra i 25 e i 30 miliardi di dollari». Ma questa, aveva ammonito l’uomo politico, era solo «la prima parte delle indagini». Altro, a suo avviso, doveva ancora venire fuori. «Ed è chiaro che a organizzare tutti i lavori a Sochi sono stati gli amici di Putin», aveva denunciato pubblicamente.

Poi c’è stato il dossier sulle spese ordinate ed effettuate dallo stesso presidente russo. «La costruzione di venti palazzi, la spesa di 700 mila dollari in orologi, il suo accesso illimitato a yacht, aeroplani».

Da ultimo Nemtsov aveva affrontato la questione dell’intervento russo in Ucraina e dei soldati mandati «segretamente» oltrefrontiera. Aveva pubblicato una lettera aperta ai soldati russi «che servono senza mostrine in Ucraina». Aveva scritto: «Putin, come comandante in capo, sa perfettamente che la partecipazione delle forze armate in attività militari nell’est dell’Ucraina è illegale».

Pochi giorni fa aveva rilasciato un’intervista: «Mia madre è preoccupata. Lei veramente ha paura che Putin mi possa ammazzare per le mie iniziative… E non è uno scherzo. Mia madre è una persona intelligente».