lunedì 2 febbraio 2015

I PARADOSSI DI UNA BUONA SCELTA.


Corriere della Sera 02/02/15
Michele Ainis
Con l’elezione di Mattarella, Matteo (Renzi) ha dato scacco matto. Ma il suo successo galleggia su cinque paradossi. Primo: i numeri. Inizialmente servivano i due terzi, ma la politica li ha (quasi) raggiunti quando non servivano, alla quarta votazione. Perché da subito c’era un candidato, ma c’era pure l’ordine di votare scheda bianca. Un trucco per eludere la maggioranza qualificata prescritta dalla Costituzione, che invece s’è presa una rivincita postuma sui posteri.

 Secondo: le facce. Nel 1981, quando la Democrazia cristiana regnava con il 38% dei consensi, a Palazzo Chigi c’era un repubblicano (Spadolini), al Quirinale un socialista (Pertini). Nel 2015 la Dc risulta morta da un bel pezzo, ma in quei due palazzi ha lasciato un figlio e un nipotino. Terzo: la legge. Quella elettorale è stata annullata l’anno scorso da Mattarella e dagli altri suoi colleghi alla Consulta, eppure il Parlamento nullo ha eletto il proprio annullatore. Significa che è nulla pure l’elezione? No, è nulla l’obiezione: anche Napolitano (nel 2006 e nel 2013) fu scelto da un Parlamento formato con il medesimo sistema, mica possiamo salire sulla macchina del tempo.

 Ma il paradosso più paradossale è il quarto, perché ha a che fare con il segno complessivo di quest’elezione presidenziale. Quale? Il riscatto della politica, del suo primato, della sua capacità decisionale. Due anni dopo, quel migliaio d’anime in pena precipitate nell’inferno dei franchi tiratori si sono svegliate in paradiso. Il voto su Mattarella esprime la scelta migliore per la successione al Colle, ed esprime al tempo stesso la politica migliore. Sennonché questa pienezza in realtà maschera un vuoto. Per riabilitarsi, la politica ha dovuto infatti uscire da se stessa, smentendo prassi fin qui sempre rispettate. Ne è prova il curriculum del nuovo presidente. Fra i suoi 11 predecessori, il solo Einaudi non era mai stato a capo del governo o di un’assemblea parlamentare; come Mattarella, lui fu soltanto vicepresidente del Consiglio, e magari l’analogia preannunzia una filosofia comune nell’interpretazione dei propri poteri. Ne è prova altresì l’incarico attualmente ricoperto da Sergio Mattarella: giudice costituzionale, come Giuliano Amato, l’altro principale candidato. Non era mai accaduto, giacché la politica non era mai stata costretta a chiedere soccorso a un’istituzione terza, per ritrovare la sua verginità perduta. 

Da qui l’ultimo slalom fra logica e politica. Con Mattarella ci lasciamo alle spalle la stagione dell’eccezionalità costituzionale, aperta dalla rielezione del vecchio presidente. Un evento inedito, che la Carta del 1947 sconsiglia ma non vieta, disegnando per l’appunto una finestra per le situazioni d’emergenza. Ora la finestra è stata chiusa, l’eccezione si è conclusa. Tuttavia la regola non c’è, o meglio non c’è ancora. Dipenderà dalle riforme, che però questo voto per il Colle ha reso ben più impervie, come mostrano i segnali sinistri che s’odono da destra. Dove il merito (Mattarella) piace, il metodo (Renzi) dispiace. E senza Forza Italia sarà dura incassare la riforma del Senato, del Titolo V, del nuovo assetto dei poteri. Dunque la scelta del nuovo presidente favorisce il restauro della regola, ma al contempo l’allontana. Mentre noi restiamo immersi in un tempo di passaggio, senza una bussola per orientare il nostro passo.

Urbani: Silvio in declino 
Ha puntato tutto su uomini senza cultura politica.


Corriere della Sera 02/02/15
corriere.it
«La storia di Berlusconi non finisce in gloria. Renzi gli ha dato il colpo definitivo. D’altronde, se per cose del genere ti affidi a Verdini, come volevi che finisse?».


Pensa anche lei che si sia fatto «fregare» da Renzi?

«Mai sottovalutare l’avversario, men che meno se è un boy scout. Berlusconi l’ha fatto. E Renzi ha vinto su tre fronti. Sul fronte del Pd, sul presidente della Repubblica e anche su Silvio, a cui ha dato il colpo definitivo».


Giuliano Urbani è uno di quelli che Forza Italia l’ha fondata. Come dimostra il numero progressivo della sua tessera, il tre. Docente universitario, politologo, è stato ministro nei governi Berlusconi del ’94 e del 2001. Oggi le sue parole sembrano lame che affondano nel burro di «quel che resta del centrodestra». 
Ma sono «parole amare», dice lui.

 Iniziamo dalla fine. Berlusconi e il Quirinale.
 «Parlavamo di Berlusconi che ha sottovalutato Renzi. Il premier, più che “fregarlo”, l’ha “scherzato”. Come dicevano i vecchi commentatori del calcio, “scherzato”. Ha presente quando un attaccante ubriaca un difensore di dribbling per il puro gusto di farlo? Ecco, così».

 
Giudizio impietoso, professore. 

«Vede, uno con un minimo di cultura politica l’avrebbe capito subito che Renzi, di fronte al Quirinale, sarebbe partito dall’unità del suo partito. È un ragionamento elementare. Berlusconi invece s’è affacciato alla trattativa con degli uomini che non solo non capiscono nulla di strategia, il che sarebbe già grave, ma nemmeno di tattica». 


Sta pensando a Verdini?
 
«Guardi io non dico che a Verdini manchino le capacità. Ma qui è questione di attitudini, che lui non ha. Non puoi affrontare certe questioni servendoti di Verdini, che non ha alcuna cultura politica, così come non puoi pretendere di fare la “rivoluzione liberale” con Fini, Casini, Bossi…».

 Quanto costerà tutto questo a Berlusconi? 

«Credo che politicamente, e questo è un male anche per il Paese, sia finito. Un po’ è colpa dell’età, un po’ delle vicende giudiziarie. Ma questo è un processo irreversibile anche dal punto di vista elettorale, visto che Silvio s’è messo nelle condizioni di finire stretto tra Salvini e Renzi».


Ma lei ha provato a dargli qualche consiglio? Da quant’è che non lo sente?

«Non è tanto il sentirlo. Ogni tanto ci sentiamo, tempo fa l’ho anche incontrato a una cena. È che con lui ormai parlo d’altro. Non riesco a parlarci di politica perché ormai lo ritengo un esercizio un po’ inutile e un po’ penoso. A sbagliare sbagliamo tutti, io per primo. Sbagliai, per esempio, a non dar retta a quello che mi dicevano sia Spadolini che l’avvocato Agnelli».


Che cosa le dicevano?

«Mi chiedevano “Giuliano, ma come fai a pensare che uno come Berlusconi realizzerà la rivoluzione liberale?”. 
Io dicevo che prima o poi l’avrebbe fatta, loro che no. Avevano ragione loro. Ed è colpa, mi scusi se torno sempre allo stesso punto, di carenza di cultura politica. Berlusconi, in fondo, non ne ha. Bravissimo nella comunicazione, certo. Ma poco di più. Renzi deve stare attento a non finire allo stesso modo».

 
Del presidente Mattarella, invece, che cosa pensa?

«Uomo perbene, onesto, preparato, anche simpatico. Ho avuto la sfortuna di frequentarlo negli anni in cui stava con gente come De Mita o Andreatta. Vede, se stai in una stanza con giganti come Andreatta, ascolti Andreatta. Neanche ti rendi conto di chi c’è attorno».

Guerini: era il voto sul Colle,
non il congresso pd. 
Nessuno avrà contropartite da incassare.


Corriere della Sera 02/02/15
corriere.it
Diamo a Guerini quel che è di Guerini?

«Nessun merito, l’idea di Mattarella è di Renzi. Abbiamo eletto alla quarta votazione, come ci eravamo prefissati, una figura prestigiosa, saggia e autorevole, riscattando le pagine del 2013 sia come Parlamento, sia come Pd».


Vicesegretario, la ferita dei 101 è chiusa?

«Si è rimarginata e credo lo si debba al lavoro di capacità e intelligenza che ha condotto Renzi e che è stato poi sostenuto da tutto il Pd». 


Enrico Letta ha sottolineato il ruolo di Bersani, che «ha giocato per il Paese e non per se stesso». 

«Non personalizzerei. Tutto il partito e tutto il gruppo dirigente hanno ben lavorato per costruire la massima unità accompagnando il lavoro più importante, che è stato compiuto da Renzi. Se traduciamo questo passaggio dentro le dinamiche interne del Pd rischiamo interpretazioni fuorvianti».


La minoranza vuole cambiare i capilista bloccati. Con Mattarella certe «sciocchezze incostituzionali» non passeranno, avverte Bersani.

«Non è stata una frase molto felice, se pronunciata». 

Togliamo il «se», lo ha detto al Corriere .
 «Non è stata fatta alcuna sciocchezza incostituzionale. All’Italicum il Pd ha dedicato ore di confronto in tutte le sedi, formali e informali. Possiamo approvare una legge con il doppio turno, le soglie di accesso e i collegi piccoli, il risultato è alla nostra portata».


Senza cambiarla alla Camera?

«Non voglio comprimere il dibattito, ma l’impianto su cui abbiamo costruito con tanti sforzi un accordo va salvaguardato. Voglio essere chiaro. Non abbiamo fatto il congresso del Pd, abbiamo eletto il capo dello Stato. Un risultato straordinario che deve essere riconosciuto a chi ha guidato questo processo dentro il Pd, Renzi».


Mattarella userà i «superpoteri» di Napolitano?

«Non ci sono state fasi di eccezionalità, né forzature. Mattarella sarà chiamato a confrontarsi con una fase che può avere dinamiche diverse e saprà usare sapientemente le funzioni che la Costituzione gli attribuisce».


Il voto del Quirinale cambia la maggioranza?

«La maggioranza resta quella che è, io non vedo cambiamenti all’orizzonte rispetto all’elezione del presidente della Repubblica. Sul metodo, che pure era noto, c’è stata probabilmente qualche incomprensione, ma sul merito il voto del Parlamento ha mostrato una condivisione ampia».


Il Ncd di Alfano invoca una verifica di governo.

«La verifica è un rito antico. Abbiamo messo in campo una stagione di riforme e ci sono tutte le condizioni per andare avanti insieme fino al 2018, con ancora più forza. La verifica si fa confrontandosi sul merito delle questioni».


Il rimpasto coinvolgerà la minoranza del Pd?

«Il Pd nella sua unità sostiene il governo, non inventiamoci cose che non ci sono».


Finocchiaro nuovo ministro agli Affari Regionali?

«Non so, è una scelta che compete al premier. Non sta a me valutare ipotesi che non sono state ancora manifestate».


L’apporto di Sel verrà ripagato sul piano dei diritti?

«Assolutamente no, non c’è niente da ripagare. Sel è un partito di opposizione con il quale c’è un confronto importante. Il tema dei diritti è nell’agenda del governo assieme ad altre questioni come l’attuazione della delega lavoro, la riforma fiscale, le politiche per la crescita... Non ci sono contropartite da incassare».


Il tetto del 3% alla frode fiscale per Berlusconi? 
«Assolutamente no».


E il Patto del Nazareno?

«Per noi va avanti, chiarendo che l’accordo riguarda riforma costituzionale e legge elettorale. L’elezione di Mattarella ha dimostrato che non esiste nessuna ipotesi maliziosamente avanzata in questi mesi».


E se Forza Italia farà mancare i voti sulle riforme?

«Con il contributo sostanziale di Forza Italia abbiamo fatto passi importanti per rendere più moderno il sistema istituzionale. Far saltare quel tavolo ora che le riforme sono alla portata sarebbe contro l’interesse del Paese».




domenica 1 febbraio 2015

Ora arriva per il governo
l’inevitabile chiarimento
. Il bivio delle Regionali.


Corriere della Sera 01/02/15
Maria Teresa Meli 


Francesco Verderami
Gli esami non finiscono mai. E dopo aver superato la prova del Colle, Renzi è atteso alla prova del governo.
 Perciò il premier si prepara ad aprire con Alfano la fase del «chiarimento», che considera «indispensabile» in vista del bivio delle regionali di primavera: vuole formalmente sapere da quale parte sceglierà di stare il leader di Ncd, che è anche il suo ministro dell’Interno. Non è questione di rapporti personali, né basta tener coperto il problema — come fa il leader pd — sostenendo che lo scontro con «Angelino» sul sostegno all’elezione di Mattarella «l’ho già dimenticato». Certo servirà del tempo prima di affrontare la questione, perché — al di là delle smentite postume di Renzi — lo scontro c’è stato. Ieri Alfano l’ha indirettamente confermato, riferendosi a Renzi con una battuta che evocava l’antica doppiezza togliattiana: «Sul Quirinale pensavo discutere con il presidente del Consiglio e invece avevo davanti il segretario del Pd». 

Ma il nodo è politico, e ruota attorno a un interrogativo: questo governo è ancora da considerarsi un «esecutivo di emergenza nazionale» come lo definisce Alfano, oppure è un «governo di legislatura» come sostiene Renzi? Traduzione: l’accordo ricalca ancora lo schema delle «larghe intese» tra forze che alle elezioni saranno avversarie, o si tramuterà in un’alleanza da proporre poi alle urne? Non c’è molto tempo per sciogliere il nodo, perché le Regionali sono alle porte, e il leader del Pd vuole capire se Alfano sarà dalla sua parte in test importanti come la Campania e il Veneto, dove Ncd sembra intenzionata ad allearsi con Forza Italia. È chiaro che in tal caso molte cose cambierebbero nel governo, tanto che nel Pd c’è già chi minaccia che «cambierebbe il governo».

 Ma nel «chiarimento» che Renzi si appresta a chiedere ad Alfano, anche il capo democrat dovrà chiarire se ha in testa una prospettiva di accordo politico, anche se all’appuntamento ci arriverà avendo dalla sua i rapporti di forza e l’arma del le elezioni anticipate, «che ad Alfano e alla sua compagine ministeriale non convengono». Tuttavia anche il premier ha bisogno di Alfano per ripristinare al più presto la «maggioranza di governo» e sganciarsi dalla «maggioranza per il Colle», quella che gli ha consentito di far eleggere Mattarella ma che è fondata sugli avversari delle sue stesse riforme.

 E la minoranza democratica non si accontenta del risultato ottenuto ieri, se è vero che Epifani già dice che «ora si può ripartire con un nuovo slancio sui temi del lavoro e dell’equità fiscale», e Bersani ripete che «Renzi non può pensare di aver chiuso la pratica. Alla Camera vorremo migliorare la legge elettorale»: come dire che — dopo aver dato una «piccola botta» al patto del Nazareno — ora si punta al bersaglio grosso. Insomma, il rischio per il premier è di ritrovarsi davanti all’incrocio pericoloso delle «tre maggioranze» che ha costruito. E dunque Alfano per il governo, come Berlusconi per le riforme, rimangono interlocutori essenziali. E non c’è dubbio che al «chiarimento» il ministro dell’Interno arriverà in condizioni a dir poco difficili, con un partito diviso sulla scelta strategica, con il capogruppo del Senato Sacconi che si è dimesso dall’incarico, con il capogruppo della Camera De Girolamo che chiede una «verifica interna», con un pezzo dello stato maggiore che lo pressa perché decida se restare al Viminale o dedicarsi esclusivamente al partito. E dopo che undici senatori di Ncd — nel bel mezzo della trattativa sul Colle — hanno inviato un segnale al presidente del Consiglio per fargli sapere anzitempo da che parte stavano. La sua.

È un segnale che Renzi potrebbe disporre a palazzo Madama di una «ruota di scorta» con cui sostituire Alfano? In teoria è possibile, vista anche l’emorragia dei grillini. A detta del ministro Lupi, però, «per stare a palazzo Chigi il premier non può permettersi una riedizione del gruppo dei Responsabili, non può farsi vedere con una schiera di Scilipoti al fianco. Ha bisogno di una forza politica». Non c’è dubbio che il capo dei democratici si trovi in una posizione dominante, ma la gestione delle «tre maggioranze» non sarà facile e il cambiamento di equilibri potrebbe compromettere i suoi disegni.

 Così Renzi e Alfano arriveranno all’incontro del «chiarimento», conoscendo ognuno i punti forti e deboli dell’altro. E la discussione sulle Regionali sarà il bivio decisivo. Il leader di Ncd sembra orientato ad allearsi con Berlusconi, ma il dialogo si è da poco riavviato perché si possa già parlare di un progetto. Renzi lo sa, come sa che il fondatore di Forza Italia — alle prese con un partito dilaniato — ha ancora bisogno del Patto del Nazareno: ne è talmente certo da dargli il «consiglio» di sbarazzarsi di quanti attorno a lui «hanno uno spirito poco costruttivo». Come con Alfano, al premier servirà del tempo per ripristinare le relazioni con Berlusconi. E non è detto che i rapporti saranno gli stessi di prima, se è vero che Mariarosaria Rossi — considerata del cerchio magico berlusconiano — ha aperto un processo contro «il duo tragico», cioè Verdini e Gianni Letta, autori della trattativa con il premier.

Il giorno dell’ascesa di Mattarella al Quirinale è anche il giorno della caduta degli dei nel centrodestra. E per una volta anche Berlusconi non si esime da colpe nella gestione della vertenza, anche se non può darlo a vedere. Il punto è che per alleati e avversari del premier la botta subita è ancora calda. L’elezione del successore di Napolitano ha prodotto un effetto stordente persino nel Pd. Con la sua «narrazione» sul nuovo capo dello Stato, Renzi è stato capace persino di far dimenticare un episodio che richiama a un’antica ferita, mai del tutto rimarginata nel centrosinistra: al famoso «governo del complotto», con cui D’Alema — insieme a Mattarella nel ruolo di vice premier — si sostituì all’inventore dell’Ulivo a palazzo Chigi. «Già, nessuno lo ha ricordato in questi», sussurrava il prodiano Monaco alla vigilia della festa.



NON DICA GRAZIE A NESSUNO.


Corriere della Sera 01/02/15
L. Fontana
Il lunghissimo applauso liberatorio, scattato al raggiungimento del quorum da parte del candidato presidente Sergio Mattarella, racconta più di ogni altra cosa lo stato d’animo con cui i grandi elettori hanno vissuto questo appuntamento. Il Partito democratico e la sinistra dovevano cancellare una delle pagine più nere della loro recente storia politica, l’affondamento di Romano Prodi per mano dei franchi tiratori solo due anni fa. Stessi votanti ma risultato completamente diverso. Anzi molti «franchi sostenitori» sono arrivati dalle file del centrodestra e degli ex grillini. Il neopresidente ha sfiorato i due terzi dei sì che permettono l’elezione alla prima votazione.

Una pagina positiva per le istituzioni e certamente una vittoria per Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio ha ottenuto un risultato importante, ha dimostrato di saper perseguire con determinazione e disinvoltura i suoi obiettivi. Non ha avuto paura dei rischi e non ha cercato compromessi a ogni costo. La muscolarità con cui ha affrontato la sfida avrà però sicuramente conseguenze, al momento difficili da valutare.

Al Quirinale viene eletta una personalità dall’alto profilo politico e istituzionale, appartenente alla prima Repubblica, sostenuto anche dagli oppositori di Renzi nel Pd e da quel mondo della sinistra radicale che ha combattuto le riforme del premier.

Uomo colto, austero, dal tratto poco interventista. Si illude però chi pensa che sarà un presidente addetto alle cerimonie e al taglio dei nastri, dipendente dal governo in carica o dalla sua maggioranza. Mattarella, un minuto dopo il suo insediamento, sarà il garante dell’unità della nazione e dell’interesse generale del Paese. Non ha infatti bisogno di dire grazie a nessuno. Avrà un orizzonte di sette anni e saprà dimostrare la più completa autonomia. Al di sopra delle parti, mai sopra le righe e mai sotto tutela.

Mattarella ha, inoltre, una profonda conoscenza della Costituzione e dei meccanismi istituzionali (la legge elettorale in vigore per alcuni anni portava il suo nome). Sicuramente farà sentire il suo peso nel percorso delle riforme che il Parlamento voterà nei prossimi mesi. Il largo risultato ottenuto rafforza il suo ruolo e la sua possibilità di indirizzare e di incidere.

Matteo Renzi ha voluto parzialmente correggere, prima della quarta votazione, la proposta iniziale presentata alle altre forze politiche con il tono del prendere o lasciare. Una scelta che univa tutto il Pd e trovava il sostegno caloroso della sinistra di Vendola. Un’alleanza però molto diversa da quella che regge il suo governo e lontana dal patto del Nazareno, che ha dato il primo via libera alla riforma elettorale e istituzionale. Il coinvolgimento tardivo e sofferto dei centristi di Alfano e Casini e i voti arrivati da Forza Italia cambiano in parte lo scenario iniziale. Ma lo strappo c’è stato e non sarà facile recuperarlo.

Il premier sa che le sue riforme economiche hanno tanti nemici nella sinistra del Pd e raccolgono l’ostilità totale di Sel. Quanto durerà l’unità di facciata del partito andata in scena ieri? E se durerà, non verrà pagata a caro prezzo sul fronte delle riforme? Il recupero di un rapporto di fiducia e di lealtà con la parte moderata della maggioranza è un punto non eludibile. La sensazione diffusa è che la relazione non sarà più quella di una volta. Prima sarà fatta questa verifica, meglio sarà per il Paese.

Ancora più problematico è il destino delle riforme. Forza Italia è un partito attraversato da tensioni di ogni tipo, un fiume gonfio di ostilità, dissociazioni, linee e interessi contrastanti. Berlusconi sta vivendo una fortissima delusione politica e personale. Aveva puntato tutto su Renzi e sul patto del Nazareno, considerava Matteo il figlio politico che mai aveva trovato nel suo partito. Renzi non gli ha dato sponde, ha voluto imporre un rapporto in cui è chiaro chi dà le carte e chi deve adeguarsi. In queste condizioni il destino parlamentare delle riforme diventa, per usare un eufemismo, accidentato.

Il primo compito del neo presidente Mattarella sarà proprio quello di favorire il ritorno a un clima di dialogo e di confronto tra le forze politiche. Il Paese non può permettersi un’altra legislatura senza riforme economiche e istituzionali, tanto meno di avviarsi verso nuove elezioni anticipate, proprio nell’anno di una timida, e a lungo agognata, ripresa.

Sergio Mattarella, 35 anni di politica all'insegna della riservatezza


La sua vita cambia il 6 gennaio 1980 con la morte del fratello Piersanti, presidente della Regione Sicilia. In Parlamento per 25 anni, è stato più volte ministro e vicepresidente del Consiglio. Sono passate alla storia le sue dimissioni nel 1990 contro la legge Mammì
di GIOVANNI CEDRONE
Schivo, pacato, sembra che non abbia mai partecipato a un talk show in tv. La riservatezza del nuovo Capo dello Stato Sergio Mattarella è proverbiale ma, leggendo la sua biografia, difficilmente si può pensare che potrà essere un presidente sbiadito. Perché nei momenti che contano ha sempre avuto il coraggio di prendere decisioni anche scomode. Il premier Renzi lo ha definito "un uomo della politica con la P maiuscola e difensore della Costituzione". "La forza d'animo - disse Mattarella in una rarissima intervista radiofonica del 1991 - la determinazione ad agire non è necessariamente espressa dai decibel, dal volume della voce o dal modo in cui ci si esprime, non è gridando che si esprime maggiore forza di volontà". Questa frase, forse, rappresenta proprio il manifesto del suo modo di fare politica.
Il nuovo inquilino del Quirinale Sergio Mattarella è uno dei pochi politici della Prima repubblica che ha avuto un ruolo di rilievo anche nella Seconda. E sono in molti a paragonare la sua figura a quella dell'ex Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro non solo per la comune adesione alla Dc e al cattolicesimo politico. Profondamento legato alla sua Palermo (dove torna ogni week end) è il primo Capo dello Stato siciliano della storia repubblicana. Appassionato di calcio, è tifoso del Palermo, ma con un debole per l'Inter.
Nato a Palermo il 23 luglio 1941, vedovo (sua moglie è morta nel 2012), ha tre figli: Bernardo Giorgio (responsabile dell’Ufficio legislativo del ministero della Pubblica amministrazione guidato da Marianna Madia), Laura e Francesco. Un nipote, Bernardo, figlio del fratello maggiore Piersanti, è stato deputato all'Assemblea regionale siciliana. Mattarella era sposato con Marisa Chiazzese, sorella di Irma, cognata di Piersanti. Dalla morte della moglie, avvenuta nel 2012, vive nella foresteria della Corte costituzionale, a due passi dal Quirinale. Forse un segno premonitore. Per il trasloco dovrà fare solo pochi metri. In famiglia ha sempre respirato pane e politica: il padre Bernardo è stato membro dell'Assemblea costituente e più volte ministro per la Dc prima nei governi successivi alla Liberazione e poi a cavallo tra gli anni '50 e '60. Bernardo Mattarella, antifascista ma anche convinto anticomunista, è passato alla storia tra l'altro per un intenso scambio epistolare con il padre del cattolicesimo politico in Italia, don Luigi Sturzo, in esilio negli Stati Uniti durante il ventennio fascista. A casa Mattarella sono passati tutti i più grandi esponenti democristiani dell'epoca e anche un monsignore che avrebbe fatto strada, Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. Inevitabile per lui l'approdo alla politica.
La morte del fratello Piersanti e l'ingresso in politica. La carriera di Mattarella in realtà sarebbe dovuta rimanere a debita distanza dalla politica. A Roma, dove si era trasferito con la famiglia, diventa nel 1961 responsabile per il Lazio della Gioventù Studentesca di Azione Cattolica, incarico ricoperto fino al 1964. Il suo impegno è proseguito all'Università, dove ha fatto parte della Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Ma la sua vocazione era l'insegnamento: laureato in Giurisprudenza, è diventato professore di Diritto parlamentare all'Università di Palermo. Tutto cambia il 6 gennaio 1980: il fratello Piersanti, presidente della regione Sicilia, viene ucciso mentre va a messa con la famiglia. L'assassinio, ad opera della mafia, avviene proprio mentre Piersanti Mattarella, allievo di Aldo Moro, si appresta ad allargare la sua giunta al Partito Comunista. Piersanti è morto tra le braccia del fratello minore Sergio, accorso subito sul luogo dell'attentato. Ed è proprio quella tragedia a spingere Sergio Mattarella verso l'impegno in politica nelle file della Democrazia cristiana.

Quella visita in Panda simbolo di rottura


MICHELE SERRA 
La Repubblica 1/2/2015
Inevitabile che la Panda grigia di Sergio Mattarella che sfila fino alle Fosse Ardeatine, ultimo gesto privato e insieme primo gesto pubblico del nuovo presidente, si imprima nella retina del pubblico, vasto o meno vasto, che ancora guarda a Roma non come a un enorme detrito o a un incomprensibile groviglio di cinismo e di intrallazzi, ma come alla capitale del paese.
L’utilitaria grigia di famiglia, non la berlina blu di Stato, trasporta l’uomo che incarna le istituzioni, e tanto basterebbe ad accendere l’attenzione. La politica è fatta (anche) di simboli e ai simboli si aggrappa soprattutto quando si sente impoverita di significati e svuotata di prestigio. Del presidente uruguagio Pepe Mujica è proverbiale e notissimo il Maggiolino parcheggiato davanti alla porta di casa; magari meno l’opera politica, significativa almeno quanto l’automobile. Ma parole e gesti possono essere simbolici tanto quanto lo “stile”. E in questo senso la scelta di Mattarella di andare alle Fosse Ardeatine è stata potente e spiazzante, anche per l’impressionante scarto tra quel luogo tragico e solenne e lo scadente calibro che la politica per prima sembra concedersi, sfibrata da una crisi che in Italia non è solo economica. Il rischio retorico non è stato neppure considerato, è stato semplicemente polverizzato dal gesto di Mattarella: come se la misura della politica e delle sue istituzioni non fosse, per la persona che sale al Quirinale, neppure in discussione.
L’equazione nazismo-terrorismo non è nuova, Parigi l’ha appena fatta sua dopo le stragi islamiste, e anche in quel caso l’unità della Nazione (là soprattutto con la imponente comunità di musulmani francesi) è stata evocata, anzi rievocata come solo antidoto efficace allo smarrimento e alla paura, come negli anni terribili della guerra e dell’occupazione nazista. In una brevissima dichiarazione, raccolta dai pochi presenti e non in favore di telecamere, il nuovo presidente ha citato “l’alleanza tra Nazioni e popolo che seppe battere l’odio nazista, razzista, antisemita e totalitario” aggiungendo che “la stessa unità in Europa e nel mondo saprà battere chi vuole trascinarci in una nuova stagione di terrore”. Che le radici della nostra democrazia e della Repubblica, e subito dopo dell’unità europea, affondino nella sconfitta del nazifascismo non è un’opinione, sono pagine di storia (italiana ed europea). Però sbiadite, per quasi l’intero corso della seconda Repubblica; e spesso rilette come ragione non di unità nazionale, ma di divisione. L’antifascismo defalcato da sentimento fondante (e politicamente plurale) della nostra comunità nazionale a causa di lite tra opposte fazioni, quasi una vecchia bega che il trascorrere degli anni rende sempre più immotivata, anacronistica, ridicola.
Il breve pellegrinaggio del dodicesimo presidente della Repubblica alle Fosse Ardeatine, per quanto informale, prende di petto quella impostazione, tra l’altro molto tipica dei nuovi partiti e movimenti populisti. E sottolinea, al contrario, la vitalità non solo simbolica ma anche politica delle radici antifasciste e antitotalitarie dalle quali nacque la stagione costituente: non si combatte il nuovo terrore se ci si dimentica come si è combattuto, sconfiggendolo, quello vecchio.
Sarà interessante capire se la prima sortita di Sergio Mattarella da presidente verrà intesa da tutti come “unitaria”, e da quanti tra gli attori della politica italiana, media compresi. O se qualcuno la considererà “divisiva” per il solo fatto che rimette l’accento dell’identità politica nazionale, e continentale, sull’antitotalitarismo e l’antirazzismo, ovvero sulla democrazia. E’ come se i primi, timidi abbozzi di una Terza Repubblica trovassero ispirazione più nel dna politico della Prima che nella confusa vitalità della Seconda. Si presume che il dodicesimo presidente, andando con mezzi propri e idee proprie alle Fosse Ardeatine, sapesse che non è un gesto qualunque e forse, alla luce della nostra storia politica recente, neppure un gesto neutrale.