domenica 26 ottobre 2014

Israele, l’omaggio di un leader-falco alle tombe arabe.


Corriere della Sera 25/10/14
corriere.it
Reuven Rivlin è stato eletto presidente dopo il carismatico Shimon Peres, i capelli argento pacifisti che tutti riconoscono in Europa. In contrapposizione con il Nobel per la pace, Rivlin (irrobustito e irrigidito nella destra israeliana) non crede alla soluzione dei due Stati – i palestinesi non otterranno l’indipendenza da Israele – eppure continua a cercare soluzioni per quella che ormai considera una società «malata». Ha girato un video muto che commuove più di mille parole contro la violenza/bullismo a scuola assieme a un bambino arabo, ha ripetuto gli appelli contro il razzismo più di qualsiasi slogan nazionalista.

Vuole provare a mettere insieme i cocci di un Paese e di una Storia fratturati, «tikkun olam» è l’espressione in ebraico. Uno dei vasi frantumati nel passato che il neo-presidente vuole ricomporre è la memoria del massacro a Kfar Kassem, villaggio arabo dove nel 1956, primo giorno della guerra del Sinai, la polizia di frontiera israeliana (fa parte dell’esercito) uccise 47 persone, tra loro 9 donne e 17 bambini, non avevano rispettato il coprifuoco.

Domani una cerimonia commemora la strage e Rivlin ha voluto esserci. Il Likud, il suo partito, lo ha attaccato. Non ha cambiato idea, ha voluto esserci, l’aveva promesso prima di ricevere l’incarico. Perché – gli riconosce Haaretz, da sempre quotidiano della sinistra israeliana – sta cercando di essere il presidente di tutti. Anche degli arabi israeliani, di quelli che vogliono essere chiamati palestinesi e hanno la cittadinanza (come minoranza) dello Stato ebraico. Sono loro ad aspettarsi che a Kfar Kassem nel discorso Rivlin dica «abbiamo sbagliato, chiediamo scusa». La diplomazia israeliana — proclama un detto confermato negli ultimi 35 anni — è fatta da politici di destra che firmano gli accordi di pace. Anche la pace con se stessi, quella che riconosce gli errori commessi, non solo i torti subiti.





Oligarchi, falchi ed eroi di Guerre stellari L’Ucraina «divisa» vota all’ombra di Putin.


Corriere della Sera 26/10/14
Giuseppe Sarcina
Si vota in Ucraina, ma la partita si gioca anche tra Mosca, Washington e Berlino. Contano il voto di 34 milioni di elettori e le trame dei quattro-cinque oligarchi cui risponde una larga quota dei candidati che si presentano, suddivisi in 29 partiti, nelle prime elezioni politiche del dopo Maidan.

Non è in discussione la leadership del presidente Petro Poroshenko. La formazione che porta il suo nome, secondo gli ultimi sondaggi, dovrebbe raggiungere il 30% dei consensi. Quanto basta per diventare il perno della coalizione di governo e designare il nuovo premier. Ma è l’unica certezza in un Paese attraversato da profondi sommovimenti emotivi, prima ancora che politici. Le urne rimangono chiuse nella Crimea «russificata» e nelle regioni di Donetsk e Luhansk, controllate dai separatisti.

Guerra o pace: è la prima linea di demarcazione di queste consultazioni. Poroshenko guida lo schieramento favorevole a un accordo stabile e comunque al dialogo. Ha già firmato una legge che concede larga autonomia ai due distretti ribelli; si è dichiarato disponibile ad accettare il risultato delle elezioni locali che dovrebbero tenersi il 7 dicembre, ma che i leader filo russi hanno messo in calendario per il 2 novembre. Su questa posizione si colloca in modo esplicito solo il partito della «Forte Ucraina», guidato da Sergij Tigipiko, esponente del vecchio regime di Viktor Yanukovich. Le altre forze vanno considerate «a favore del combattimento» o comunque contro una rapida intesa con Putin. Qui il capofila è un ex giornalista di 41 anni, Oleh Lyashko, guida del partito radicale, accreditato di un 15% dai sondaggi. Sulla stessa linea «Patria» di Yulia Tymoschenko, ex primo ministro, con un consenso in via di evaporazione stimato tra il 7 e l’8%, mentre la sua ricchezza è tuttora tra le più cospicue dell’Ucraina.

Tra i due blocchi si agita uno sciame di nuove realtà, quindici-venti sigle costituite da attivisti di varie organizzazioni, da giovani metropolitani, dagli intellettuali. Il più originale è forse il Partito Internet, con militanti mascherati da Darth Vader, di Guerre Stellari. Quasi nessuno di questi, però, supererà la soglia minima del 5% richiesta per entrare in Parlamento. Uno dei pochi che dovrebbe farcela è il «Fronte nazionale», capeggiato dal primo ministro dimissionario Arseniy Yatsenyuk.

In serata è attesa una prima indicazione dagli exit poll, ma il quadro sarà chiaro solo tra qualche giorno, quando arriveranno i risultati anche dei collegi uninominali. La legge elettorale prevede che metà dei 450 deputati della Rada sia eletta con il sistema proporzionale, l’altra metà con quello maggioritario. E qui bisogna tracciare la seconda linea, questa volta non ufficiale e quindi non visibile. I collegi sono, perlopiù, pertinenza degli oligarchi, i ricchi industriali che sommano fabbriche, televisioni, servizi finanziari e, appunto, influenza politica. Yanukovich era un oligarca, Tymoshenko, e lo stesso Poroshenko anche. I nomi che più si sono spesi nella campagna sono tre: Igor Kolomoisky, che è anche governatore di Dnipropetrovsk, cui si deve la proposta di costruire un muro al confine con la Russia; Dmitry Firtash, antico sodale di Yanukovich, e Rinat Akhmetov, il padrone del Donbass. Tutti e tre investono in modo trasversale nella politica. Sono una variabile difficile da calcolare. Poroshenko proverà a mettere tutti d’accordo, mantenendo la sostanziale continuità nella strategia del «dialogo armato» con Mosca. Il primo segnale verrà dalla nomina del primo ministro. Il più quotato è il trentaseienne Volodymyr Groisman, premier a interim e uomo direttamente collegato a Poroshenko.

Groisman potrebbe essere una scelta che non sia vissuta come ostile da Putin e, nello stesso tempo, gradita da Barack Obama e Angela Merkel.




Quei diritti umani calpestati 
che ignoriamo (per pavidità).


Corriere della Sera 26/10/14
corriere.it
A Teheran Reyhaneh Jabbari è stata impiccata al termine di un processo-farsa, colpevole di aver colpito a morte l’uomo che la stava stuprando. Ci saranno proteste blande, comunicati misurati, prudenti prese di posizione. O forse niente. Con l’Iran, nel turbolento scacchiere medio orientale, bisognerà pur tenere la porta aperta.

I corpi degli impiccati che penzolano sulle piazze di Teheran vanno cancellati, lo impone la sapienza diplomatica. I diritti umani sprofondano nell’oblio. Il realismo politico trionfa. Nessuno verrà in soccorso delle vittime di regimi sanguinari e oppressivi.

La fine rovinosa delle «primavere» arabe ha sradicato la difesa dei diritti umani fondamentali dall’agenda politica dei governi. L’opinione pubblica internazionale è stanca e impaurita. Dimentica i 230 mila morti in Siria, e anzi non dissimula nemmeno un certo compiacimento per i massacri compiuti da Assad: mica vogliamo darla vinta agli sgozzatori che praticano la decapitazione rituale degli infedeli? Certo che no. E infatti nessuno obietta se nell’Egitto dei militari, golpisti ma pur sempre laici, le prigioni della tortura son tornate a riempirsi con una frenesia persino sconosciuta ai tempi del dittatore Mubarak, e fioccano le condanne a morte per i membri dei Fratelli musulmani: mica vogliamo rafforzare gli assassini del fondamentalismo fanatico? Certo che no. Poi però dobbiamo accettare che uno strato spesso di ovatta ottunda la percezione di quello che sta accadendo in Pakistan, vulcano che può esplodere in ogni momento, dove una ragazza cristiana, Asia Bibi, viene condannata a morte con l’accusa grottesca di «blasfemia». In Iran hanno anche scatenato la guerra santa contro le donne che avevano osato assistere a una partita di volley e sono state arrestate. Facciamo finta di non vedere l’assurdità. Tra un po’ diremo che bisogna rispettare i costumi dei popoli, per metterci in pace con la coscienza. In passato qualcuno si era permesso di stupirsi perché all’Onu la commissione dedicata ai diritti umani risultava presieduta da un esponente del regime poliziesco di Gheddafi. Ce ne siamo pentiti: quel tiranno buffone teneva buone le teste calde, con i metodi che conosciamo. E ora abbiamo smesso di protestare. E anche di cogliere i risvolti grotteschi del realismo politico.

L’Arabia Saudita fa parte della coalizione contro l’Isis: davvero dovremmo indignarci perché il possesso di un crocefisso o di un rosario, nascosti in casa, è sufficiente per la condanna a morte di un «blasfemo» cristiano? Il realismo politico impone il silenzio, l’accondiscendenza, persino l’appoggio ai regimi che violano senza pudore i diritti umani più elementari.

Non dobbiamo scandalizzarci se gli scherani di Hamas ammazzano un po’ di palestinesi con esecuzioni sommarie ed esponendo per strada i corpi martoriati dei «collaborazionisti»: il realismo politico ci consiglia di non esagerare con le parole di condanna, che invece possono essere spese senza ritegno contro Israele, senza nessuna conseguenza spiacevole per noi. Ma anche se usciamo geograficamente dal mondo incandescente del fondamentalismo religioso, la consegna del silenzio sui diritti umani appare tassativa e intransigente. Il Tibet martoriato, il Dalai Lama che non bisogna nemmeno accogliere nelle visite ufficiali, i dissidenti in galera, la censura, le condanne a morte degli oppositori. Temi molesti, inopportuni, che rischiano di compromettere i buoni affari con un gigante che è meglio non fare arrabbiare. Su Putin, poi, il silenzio è diventato un dogma.

Lui sì che conosce il modello per trattare con i fanatici pericolosi: lo ha sperimentato in Cecenia, radendo al suolo Grozny. Oggi Putin deve essere blandito, ci sono ragguardevoli contratti da onorare, figurarsi se è il caso di chiedere all’autocrate come vengono trattati i dissidenti, i gay, gli oppositori, i giornalisti che spariscono e non si adeguano alla stampa di regime. Magari ci dispiace anche, ma non ci conviene manifestare il nostro civile disappunto perché al peggio non c’è mai fine e male abbiamo fatto ad affidarci ai ragazzi della «primavera» e forse ci siamo ficcati nei guai andando a impedire ai talebani di Kabul le lapidazioni delle donne negli stadi.

È la legge del realismo. Reyhaneh Jabbari riposi in pace.

Un italiano su due è contro gli sbarchi 
ma dice sì alla cittadinanza agli immigrati.


Corriere della Sera 26/10/14
corriere.it
Recentemente la questione dell’immigrazione è ritornata di grande attualità dopo essere finita in secondo piano negli ultimi anni sia nell’agenda politica, sia in quella mediatica, nonché nella gerarchia delle priorità dei cittadini, preoccupati dell’occupazione, dei problemi economici e delle tutele sociali più che degli stranieri presenti in Italia.

Il segretario Matteo Salvini ne sta facendo uno dei principali cavalli di battaglia della Lega Nord e sembra essere premiato da questa scelta in termini di popolarità personale e di consenso per il proprio partito. Beppe Grillo ha fatto dichiarazioni che hanno suscitato grande clamore, sostenendo che chi entra in Italia con i barconi debba essere immediatamente identificato: i profughi sono da accogliere mentre i clandestini sono da ris pedire a casa. Qualche settimana prima, scrivendo sul suo blog, rifletteva sul rischio di infezioni conseguente all’arrivo crescente di extracomunitari. Salvini e Grillo sono due leader che hanno un grande fiuto riguardo a quanto si sta muovendo nell’opinione pubblica e il sondaggio odierno lo conferma.

La maggioranza assoluta degli intervistati (56%), infatti, ritiene che gli immigrati in arrivo siano troppi e bisognerebbe rimandarne indietro molti; il 30% pensa che il loro numero sia adeguato ma si debbano impedire nuovi arrivi mentre il 9% ritiene che tutto sommato gli extracomunitari siano pochi, tenuto conto del contributo che possono dare al nostro Paese in termini di natalità e di lavori umili che gli italiani preferiscono non svolgere.

Secondo l’84% l’Europa ha lasciato solo il nostro Paese nel fronteggiare l’emergenza crescente degli sbarchi degli immigrati. Una ristretta minoranza è di parere opposto e pensa che l’Italia si lamenti troppo dato che il numero di immigrati presenti sul nostro suolo è inferiore rispetto a quello di altri Paesi.

Le opinioni si dividono nettamente rispetto alla politica adottata dall’Italia sugli sbarchi: un italiano su due è del parere che siamo stati troppo tolleranti e avremmo dovuto respingerli, mentre il 42% pensa che ci siamo comportati nel modo giusto, né troppo tolleranti né troppo rigidi; infine il 6% ritiene che siamo stati troppo rigidi, poco solidali e accoglienti. Le critiche all’eccesso di tolleranza prevalgono tra tutti gli elettori con l’eccezione di quelli del Pd. Ed è interessante sottolineare che tra i cattolici la percentuale di coloro che criticano la tolleranza è superiore (oltre 53%), nonostante le posizioni assunte da papa Francesco su questo tema a partire dalla simbolica visita a Lampedusa del luglio 2013. Va tuttavia ricordato che tra i cattolici prevalgono i segmenti più sensibili agli allarmi sociali (persone anziane, meno scolarizzate, residenti nei centri più piccoli, ecc.) e la paura determina spesso reazioni di chiusura.

Infine il tema dello ius soli: la proposta avanzata dal premier Renzi di riconoscere la cittadinanza ai figli degli immigrati che sono nati in Italia e hanno completato almeno un ciclo di studi scolastici incontra il favore del 43% degli italiani; un intervistato su quattro (26%) si mostra ancora più aperto, dichiarandosi favorevole a concedere la cittadinanza a tutti i figli di immigrati nati in Italia indipendentemente dalle scuole che hanno frequentato. E, al contrario, una percentuale di cittadini simile (27%) appare più chiusa, ritenendo sbagliato modificare le norme attuali e facilitare l’acquisizione della cittadinanza italiana. Gli atteggiamenti di chiusura prevalgono solo tra gli elettori di Forza Italia (45%), sebbene Silvio Berlusconi in settimana abbia sostenuto che è doveroso dare la cittadinanza ai figli degli immigrati.

In sintesi: gli italiani si dividono sul giudizio riguardante la gestione degli sbarchi, pensano che l’arrivo degli immigrati sia eccessivo, ritengono che l’Europa ci abbia lasciati soli ad affrontare il problema, sono prevalentemente favorevoli al riconoscimento della cittadinanza agli immigrati nati in Italia.

Il tema dell’immigrazione è molto complesso e suscita nella pubblica opinione reazioni ambivalenti, influenzate dalla prospettiva con cui viene affrontato. I cinque milioni di immigrati presenti in Italia non rappresentano un gruppo omogeneo, basti pensare ai Paesi di provenienza, alle condizioni lavorative, oppure al fatto che si tratti di stranieri di seconda generazione o arrivati da poco. Quanto più l’immigrato viene considerato come un fenomeno sociale indistinto tanto più prevalgono gli atteggiamenti di preoccupazione e di chiusura. Al contrario se si fa riferimento a persone straniere con cui si entra in contatto (dalle badanti ai compagni di scuola dei propri figli) le opinioni cambiano. La politica sembra esserne consapevole e per inseguire il consenso oscilla tra chiusure (i respingimenti) e aperture (ius soli), allo stesso modo dell’opinione pubblica.

Le due sinistre parallele 
che non si appartengono più.


Corriere della Sera 26/10/14
Aldo Cazzullo
La sinistra del futuro è il mungitore sikh con bandiera rossa o Fabio Volo con telecamera?

 I precari dei trasporti o il finanziere Serra che propone di impedire loro di scioperare? I tipografi dell’ Unità con la foto degli occhiali rotti di Gramsci o i nuovi alfieri del made in Italy Bertelli, Farinetti, Cucinelli?

 La mattinata al corteo della Cgil e il pomeriggio alla Leopolda hanno mostrato che la scissione — anche cromatica — non è nelle volontà, è nelle cose. Mai vista a Roma una manifestazione così rossa, ognuno con la sua pettorina: chimici, tessili, agroindustria, costruzioni e legno, energia e manifattura, trasporti e Nil, Nuove identità di lavoro, che non si sa come chiamare. A Firenze in molti hanno avvertito l’opportunità di indossare la camicia bianca. Contro Berlusconi la Cgil sfilava in un’atmosfera di rabbia e di gioia, si sentivano tensione ed energia. Stavolta il sentimento prevalente è l’angoscia. Certo, si canta e si balla con gli inni tradizionali — Bandiera Rossa, Bella Ciao, Contessa — e la musica etnica. Ma i manifestanti raccontano storie di sconfitte e talora di disperazione, come quelle degli ex lavoratori dell’ex stabilimento Montana di Paliano, Frosinone: «Sono venuti di notte con i Tir, hanno portato via i macchinari e la merce, non abbiamo più trovato nulla. In 36 siamo rimasti senza lavoro». Alla Leopolda si tenta di rappresentare la fiducia e si finisce per esprimere soddisfazione, talora compiacimento. Rituale tra la convention Usa e la seduta degli alcolisti anonimi: «Mi chiamo Alfredo, sono il direttore di una piccola società di biotecnologia…». Slogan: «Il futuro è solo l’inizio».

 Anche Landini con felpa Fiom dice che «questo corteo è solo l’inizio». Se Renzi ha conquistato il centro, è inevitabile che alla sua sinistra nasca un nuovo partito; e i punti di riferimento non saranno certo D’Alema e Bersani, cui neppure la minoranza Pd obbedisce più, e forse neanche la Camusso, che con tono lamentoso critica la prima manovra espansiva di un governo italiano da tempo. Landini appare il leader predestinato della sinistra che verrà, l’antagonista naturale di Renzi, cui lo avvicina un feeling personale ma da cui lo separa il sospetto di essere stato usato, anche in funzione anti-Cgil. In futuro potranno ancora rendersi utili l’uno all’altro: il premier confermerà di aver rotto con la sinistra tradizionale, il sindacalista di essere l’unico vero oppositore. Per Renzi il corteo non esprime odio ma estraneità, i pensionati della Spi imbacuccati contro il primo freddo ne parlano come di un nipotino deviato, i percussionisti africani in maglietta portano un cartello con la sua caricatura.

 Renzi si improvvisa conduttore e chiama sul palco i «cortigiani» come li definisce Vendola, in realtà tra i più importanti imprenditori italiani, qualcuno sin troppo entusiasta. Cucinelli vaticina «un grande rinnovamento morale, civile, economico, spirituale». Oggi è atteso Farinetti: «Dirò che sono un renzista, non un renziano; fedele al metodo, non all’uomo». Dall’ultima Leopolda è cambiato tutto, Renzi è andato al governo, ha ricompattato il partito chiudendo l’accordo con Errani in Emilia e Rossi in Toscana, ha messo ai margini gli uomini del rinnovamento come Richetti, che è venuto lo stesso. La sinistra è al potere ma l’Unità ha chiuso, «il voto a tempo indeterminato non esiste più» dice del resto il premier, tra due anni potrebbe avere un Parlamento docile nelle sue mani con Salvini sindaco di Milano e la Meloni di Roma. Patrizio Bertelli, il signor Prada: «Io rispetto gli operai, ho passato la vita con loro, ma questo corteo mi è sembrato una liturgia, come la Pasqua e il Natale». 

Alla fine si è andati o di qua o di là, nessuno ha osato farsi vedere sia al corteo sia a Firenze, neppure l’ex segretario del sindacato e del partito, Epifani: «Ho scelto Roma, non ce la faccio ad andare alla Leopolda, che comunque considero interessante. Il problema è come il Pd possa tenerla insieme con una piazza in cui la maggioranza l’ha votato». Un problema irrisolvibile. Non è come quando i ministri comunisti di Prodi protestavano contro il loro stesso governo: quella fu una contraddizione, o un’astuzia, subito punita dagli elettori. Ora ci sono due mondi separati, che non si riconoscono e non si appartengono più.




venerdì 24 ottobre 2014

Renzi a Mentana: «Quella della Cgil è una protesta sindacale ma anche politica contro il governo»

Fabrizia Bagozzi 
Europa  
È finito il tempo in cui un a manifestazione di piazza può bloccare il paese»
«in ogni caso – ha aggiunto il premier – niente stucchevoli  ping pong fra la Leopolda e piazza san Giovanni. La Leopolda è un’altra cosa. Alla Leopolda non si protesta, si propone. Io voglio rimettere in moto la speranza dell’Italia, il resto lo lasciamo a chi vuole protestare. Ho davvero molto rispetto per la Cgil e la sua manifestazione ma è finito il tempo in cui una manifestazione di piazza può bloccare il paese». «Ascolteremo comunque tutti, chi protesta a san Giovanni e i sessanta milioni di italiani che sono a casa».
E quando Mentana gli fa notare che si tratta di proteste contro  di lui, Renzi risponde: «Se mi fossi dovuto impressionare per tutte le volte che qualcuno è stato contro di me, non avrei fatto molta strada. Ora noi dobbiamo pensare a cambiare l’Italia».
Quanto all’Europa Renzi si è detto soddisfatto, il compromesso sullo 0,30 per quanto riguarda il deficit strutturale anziché lo 0, 50 voluto da Barroso e lo 0,10 voluto dall’Italia «mi pare che regga», anche al passaggio di consegna fra commissari europei della prossima settimana.  «La legge di stabilità che finalmente riduce le tasse è andata bene anche in Europa». «Ora l’Europa è più attenta alla crescita e allo sviluppo. E in ogni caso anziché di solo rigore occorre parlare anche al cuore. E parlare un po’ di più all’Europa delle famiglie e meno a quella dei ragionieri».
Rispetto alle affermazioni di Cameron ha ribadito che lui – Renzi – ha sì parlato di «arma letale», ma riferendosi «alla tecnocrazia e alla burocrazie europea e non tanto alla questione dei conti che comunque è stata una doccia fredda per quei paesi che dovranno dare dei soldi in più».
Ha poi aggiunto il premier: «L’Europa deve restituire passione e non solo dati, numeri e rigore. Ora anche  lì iniziano a prendere le misure, hanno capito che non stiamo scherzando. Ciò detto, l’Italia deve fare ciò che ha promesso e fare le riforme: giustizia, fisco, pubblica amministrazione, legge elettorale. Cose sempre promesse ma che l’Europa non ha mai visto concretizzarsi. Dopodiché interverremo anche su come funziona l’Ue, am una cosa per volta perché tutto insieme non lo reggiamo».

Ultimo tango a Bruxelles

Mario Lavia 
Europa  
Alla fine del suo mandato Barroso mette l'Italia sotto la lente. E Renzi gioca la sua battaglia come col senato, le Regioni, i professoroni
Agli sgoccioli della sua decennale presidenza della Commissione europea Josè Barroso ha deciso di non fare sconti all’Italia e di svolgere quel ruolo da protagonista che in questi 10 anni purtroppo ha mancato spesso e volentieri.
Lui s’inalbera con chi dice che si stia esibendo in questo ultimo tango con un occhio alla sua rentrée politica in Portogallo. Ma è del tutto naturale che Renzi guardi non a Barroso ma a Juncker, come l’interlocutore con cui fare seriamente i conti. Dietrologie a parte, resta il fatto che con la lettera di ieri il vertice uscente della Commissione segnala al governo italiano una pesante criticità, ed è a questo che bisognerà rispondere. E nessuno dubita che il governo, con l’accurata regia di Padoan, saprà dire la sua nel merito dei problemi. Pubblicamente.
Perché è chiaro che quella tra Bruxelles e Roma è una partita ormai squadernata. E delicata per tutti. Per la buona ragione che scatenare un conflitto con l’Italia potrebbe far riesplodere turbolenze sui mercati. Ma Barroso ha voluto comunque mettere sotto la lente l’Italia, l’Austria, e anche quella Francia che i Trattati ha deciso di violarli alla grande.
Ora, può benissimo darsi che la lettera brussellese divulgata ieri avrà una replica e la cosa potrà chiudersi lì. L’impressione però è che ormai Renzi voglia fare con l’Ue quello che in vario modo ha fatto con il senato, i professoroni, il Pd, le Regioni: affrontare tutti senza complessi di inferiorità. Si è capito che la sua tattica è sempre questa: più è attaccato più alza la voce. Colpendo duro.
Con i senatori ha fatto così: e la riforma è passata proprio a palazzo Madama. Così con i partiti: e si sta verificando con un certo ottimismo (vedi Berlusconi di ieri) l’intesa con Forza Italia sulle riforme. Così col suo partito, il Pd: e la minoranza è andata in difficoltà. Così con le Regioni: e la notizia è che si sta mediando positivamente.
Vedremo con l’Europa  se riuscirà a rovesciare un rapporto finora subalterno. Se riuscirà a svecchiare modalità, procedure, ritualità e anche contenuti. È una proiezione della sua aggressiva battaglia “italiana”.
È una linea, questa del premier, non un omaggio al suo esprit fiorentino. Rischiosa, ma forse è l’unica.