mercoledì 26 marzo 2014

Sì del senato alla fiducia sulle province: 160 sì, 133 no

Europa 26 marzo 2014

Dopo la giornata convulsa di ieri il disegno di legge Delrio sul riordino delle province ha superato l’esame del senato dopo che nella mattinata di oggi il governo aveva posto la questione di fiducia. L’aula ha approvato con 160 sì e 133 no. Il 24 febbraio, giorno in cui il governo Renzi si presentò per la prima volta a palazzo Madama, a votare sì furono in 169 mentre i no 139. Lo strappo del gruppo Popolari per L’Italia, guidati dall’ex ministro della difesa Mario Mauro, è dunque parzialmente rientrato.
Quello delle province era un passaggio cruciale per il cammino del governo tanto che, dinanzi agli sbandamenti della coalizione, il presidente del Consiglio ieri sera ha cercato su Twitter il consenso dell’opinione pubblica: «Se domani passa la nostra proposta sulle Province, tremila politici smetteranno di ricevere un’indennità dagli italiani». Anche oggi Renzi ha voluto ribadire il concetto: «Siamo consapevoli che alcune province lavorano bene, ma dare un segnale chiaro forte e netto, con tremila posti per i politici in meno, è la premessa per dare speranza e fiducia ai cittadini e non è un caso che la riduzione di costi e posti della politica è la premessa per restituire 80 euro ai cittadini».

Cambiare...senza tregua


Riccardo Imberti  
26 marzo 2014 


Tutto va di fretta. E' passato poco più di un mese e Renzi ha lanciato macigni dentro lo stagno della politica italiana. Ha capito che il Paese non può più attendere. 

Riforme, riforme, riforme.  Questo è il grido che sale da tanti cittadini, che attendono da troppo tempo la soluzione dei nodi che hanno ingessato l'Italia per lunghi anni. 

Matteo ci sta provando.

L'accelerazione impressa dal Premier sta suscitando attese e irritazione. Attese da parte delle famiglie che da tempo faticano ad arrivare a fine mese, dai lavoratori che quotidianamente rischiano di perdere il lavoro e dai troppi giovani, ai quali, non solo è negato il futuro, ma vivono una drammatica precarietà nel presente.

A chi si lamenta, in particolare, sindacati e imprese, mi sento di chiedere, cosa hanno saputo fare negli anni recenti, oltre a tutelare i garantiti.  

Il Governo con l'intervento sull'Irpef,  metterà nelle tasche di tante famiglie un centinaio di euro, non basteranno certamente, ma non sono poca cosa; la riduzione dell'Irap, la semplificazione burocratica e la riduzione dei costi energetici, non saranno sufficienti a rilanciare l'economia, ma è un primo tassello che va nella giusta direzione.

Al sindacato, che si lamenta per la mancata convocazione degli affollatissimi e spesso inconcludenti tavoli di concertazione del passato, dico che è giunta l'ora, anche per loro, di cambiare verso. La rappresentanza è un fatto importante per la democrazia, ma quando diventa burocrazia inamovibile, e liturgia inconcludente, è un problema. Domenica si è tenuta a Brescia Leonessa 2014, una iniziativa di grande interesse; ho ascoltato l'intervento di tanti giovani motivati e professionalmente preparati; quando ho chiesto loro cosa ne pensavano del sindacato, la risposta univoca è stata: sindacato chi?

Le misure annunciate sono perfettibili e quindi devono e possono essere arricchite da chi ha a cuore l'uscita dell'Italia dalla crisi, magari, anche dai tanti intellettuali che pontificano dalle pagine dei giornali. 

Da parte mia insisto nel suggerire a Renzi di rivedere l'acquisto degli F35, dispendiosi e di portare avanti l'idea di una difesa europea.

Plaudo infine sulla necessità di stabilire un tetto agli stipendi dei grandi manager con buona pace dell'onorevole Barca. E al dott. Moretti aggiungo che se non gli basta la metà del suo attuale stipendio se ne può andare, ci sono migliaia di professionisti bravi e competenti  in grado di sostituirrlo, non solo professionalmente. Manager che saprebbero dimostrare una maggiore sensibilità  nei confronti del servizio anche per i tanti pendolari italiani, che ogni giorno si recano al lavoro su treni sporchi,  mai in orario, che costringono i passeggeri a viaggiare come sardine. Più ascolto le dichiarazioni di Moretti e dei suoi compari e più mi convinco che è urgente un cambiamento radicale a tutti i livelli.


Senatus mala bestia

Stefano Menichini 
Europa  

Le votazioni sulle province sono un pessimo auspicio per riforma elettorale e riforme costituzionali. Renzi sapeva che palazzo Madama non gli è amico, ma i senatori devono conoscere il rischio che corrono davanti agli elettori.
Finché esiste nella attuale forma, il senato ha la libertà e anzi il dovere di intervenire nel processo legislativo. Del resto, fin dal primo giorno di vita del governo Renzi era evidente a tutti quanto fosse cattiva la chimica fra il nuovo premier e la vecchia assemblea, né lui aveva fatto il minimo sforzo per migliorare il rapporto.
La combinazione di questi fattori rende palazzo Madama il luogo cruciale della riuscita del tentativo renziano. Si può scegliere: le votazioni di ieri sull’abolizione delle province, prima in commissione e poi in aula, possono essere considerate un successo per Delrio e Renzi (in fondo gli scogli sono stati superati, con scrutinio segreto, e su un tema che vede una lobby attivissima); oppure, in attesa di vedere che fine farà questo provvedimento, si può trarre dal passaggio sulle province il presagio più funesto per le altre controverse riforme in arrivo: l’Italicum e le leggi costituzionali su Titolo V e, appunto, ridimensionamento dello stesso senato.
La difficoltà era nota a Renzi. Compresa quella rappresentata dall’ostilità di buona parte dello stesso gruppo Pd. La commissione affari costituzionali di palazzo Madama è quella palude nella quale la riforma elettorale è stata trattenuta e neutralizzata per mesi fino a dicembre, con disappunto dello stesso capo dello stato. Il M5S, traumatizzato dalle rotture interne, nell’ansia di ostacolare Renzi smentisce se stesso fino al punto di intitolarsi la difesa degli enti burocratici periferici.
Insomma, se c’è in Italia un luogo votato a resistere a Renzi a ogni costo, questo è palazzo Madama. Senatores boni viri, senatus mala bestia. Da Cicerone a oggi, non vale come giudizio sui singoli parlamentari: è la logica politica che li trasforma in difensori di un bunker.
Era chiaro che l’inversione di agenda tra completamento dell’Italicum e legge costituzionale sul senato, fosse pure una scelta obbligata, avrebbe consegnato il successo delle riforme renziane ai più ostinati avversari. L’arma dello scioglimento anticipato è inutilizzabile. Rimane però fortissima, come richiama oggi anche Giorgio Tonini, l’esposizione del senato-istituzione e di ogni singolo senatore – in primis quelli eletti nel Pd – alla responsabilità gravissima di far saltare non un singolo articolo o una singola legge, ma l’intera stagione del cambiamento da tutti riconosciuta come essenziale davanti al giudizio severo di una pubblica opinione che, prima o poi, agirà da corpo elettorale anche nei confronti di questo ceto politico.

martedì 25 marzo 2014

Grande giornale satirico...


Tra Francia e Italia troppe differenze

Pierluigi Castagnetti 
Europa  

Nei prossimi due mesi vanno spiegati ai cittadini i costi della nonEuropa
I risultati delle elezioni amministrative francesi sono stati tanto annunciati quanto fatalisticamente lasciati accadere senza nessuna strategia di contrasto preventivo. Il fatalismo elettorale è una malattia incompatibile con la responsabilità della politica.  Una sciatteria che ha portato il Partito socialista, per la seconda volta dopo Mitterrand, a scivolare al terzo posto proprio nella legislatura in cui governa, e il partito conservatore, l’Ump, a diventare il primo partito nonostante le lacerazioni interne e la mancanza di una leadership autorevole.
È vero che i trend politici non sono facilmente contendibili in tempi brevi, ma non è meno vero che ci si debba provare. In Italia, qualunque sia il giudizio sulla sua strategia, Renzi ci sta provando: questa è la ragione per cui, per quanto sia doveroso allarmarsi e  allertarsi per il possibile contagio, il Pd ha ragione di sperare che le cose qui andranno meglio.
Non solo perché il populismo del M5S e della Lega è diverso da quello del Fn francese, ma soprattutto perché l’iniziativa del nostro governo punta a ridurre l’area del disagio e del dissenso popolare mettendo mano ad alcune questioni che tradizionalmente ne sono la causa.
C’è un’ulteriore differenza: da noi si vota, contemporaneamente alle europee, per il rinnovo di due consigli regionali importanti (Piemonte e Abruzzo) e di numerosi comuni che riguarderanno circa dieci milioni di elettori. Anche in Francia per la verità si è votato per il rinnovo delle amministrazioni locali, ma il clima elettorale europeo là si è già dimostrato decisivo, e molto. Da noi sarà ancora più evidente. Non è dunque facile fare previsioni perché nei due mesi che ci separano alle elezioni il clima si surriscalderà ancor più di quanto già si intravvede.
La recente lunga intervista a Enrico Mentana di Beppe Grillo ci offre già il campionario degli argomenti “di pancia” che  dilagheranno oltremisura. Occorre allora darsi una strategia elettorale volta a smontare – e non è difficile – quegli argomenti; l’importante è non sottovalutarli, perché quando fossero entrati nella testa, e nella pancia, della gente non sarebbe facile farli uscire. Sarebbe un errore rincorrerli, giustificarli, contestarne solo gli eccessi condividendone  nella sostanza la direzione, illudendosi di poter contare sulla ragionevolezza e sul senso di responsabilità dei cittadini: se l’Euro è stato un errore, se l’Europa è una prigione da cui uscire, finiranno per essere premiate quelle forze politiche che promettono di farlo più velocemente.
È del tutto evidente che la linea della mera austerità si è rivelata utile in un primo tempo, ma oggi è sbagliata; che lo spazio riconosciuto in questi anni alla Germania è stato in una certa misura inevitabile, ma oggi deve essere rivisto e ripristinata una logica genuinamente comunitaria; che l’apprezzamento dell’euro sulle altre monete di riferimento internazionale è servito a irrobustire le economie continentali con minori problemi per l’export e le delocalizzazioni “sottocasa”, ma oggi non la si può più accettare; che la centralità del Mediterraneo ha potuto  essere postposta prima delle “primavere arabe” e quando le economie nordiche potevano permettersi il lusso di disinteressarsene, nel bene e nel male, ma oggi non è più rinviabile. Tutte questioni che il nostro governo sta affrontando.
Ma quando si insinua nell’opinione pubblica da parte di alcune forze politiche, con una linea disinvolta e irresponsabile, l’idea che senza l’Europa per noi tutto sarebbe più facile, allora si rende necessario confermare con coraggio, responsabilità e nettezza le ragioni della nostra appartenenza irreversibile alla Comunità.
I prossimi due mesi dovranno essere utilizzati per spiegare agli italiani, giorno dopo giorno, quali sarebbero i costi politici, economici e umani della “NonEuropa”. Un lavoro che non potrà essere lasciato alla sola iniziativa dei candidati alle elezioni europee, ma dovrà rappresentare il cuore della strategia comunicativa, “educativa” e politica di tutto il partito.
Non basteranno semplici evocazioni di De Gasperi e Spinelli, o coltivazioni emotive della pace europea, delle radici cristiane, dei programmi Erasmus, della libera circolazione delle persone e dei capitali: questo poteva bastare sino a qualche decennio fa quando il sentiment europeista si trovava naturalmente in circolazione nelle vene del paese. Oggi è necessaria una specifica concretezza, proprio perché l’Europa è entrata nella concretezza della vita delle persone, delle famiglie e delle imprese.
E allora, per esempio, si dovrà parlare delle infrastrutture per alcuni settori della ricerca fondamentale e applicata, per l’energia, per le grandi scelte ambientali relative allo sviluppo compatibile, per una efficace politica anticongiunturale, per le politiche di difesa comune, soprattutto oggi quando le frontiere orientale e meridionale sono diventate particolarmente delicate, per le iniziative già in fase di avvio dei grandi investimenti (come l’Ice, European Citizen Initiative) con l’obiettivo in pochi anni di incrementare alcuni milioni di posti di lavoro.
Per non parlare della necessità di consolidare quello che, nonostante tutto, è ancora oggi il più grande mercato interno del mondo, di fronte alle sfide dei grandi mercati emergenti, condizione che – se saremo capaci di strutturare il governo politico dell’Unione – ci metterà nella possibilità di contenere l’anarchia e la prepotenza dei grandi investitori finanziari mondiali.  La NonEuropa esporrebbe economie affaticate e indebitate come la nostra a rischi assolutamente ingovernabili e imprevedibili. Occorre parlare chiaro, dirlo e documentarlo senza timidezze e sciatteria agli elettori, che non sono naturaliter tenuti a conoscere e riflettere su tutti questi argomenti.
Siamo solo agli inizi della campagna elettorale e, dunque, non è possibile fare previsioni attendibili sugli esiti elettorali, anche se già circolano proiezioni non proprio rassicuranti. L’ultima stima di “PollWatch2014” dice che il Pse e il Ppe probabilmente saranno appaiati, 28,5 contro 28,4%, i liberali all’8,8%: Ppe, Alde e Ecr (conservatori) potrebbero contare su 325 seggi, corrispondenti al 43%, mentre Pse, Verdi e Gauche arriverebbero a 309 seggi, pari al 41,4%.
L’altra agenzia che ha organizzato sondaggi a livello europeo, Cicero, grossomodo conferma questa previsione. Dunque, inevitabilmente  ci si avvia verso grandi intese nel parlamento europeo, com’è stato finora (anche se si finge di non saperlo). Ma, al di là dei numeri, ciò che occorre evitare è che nel sangue dell’Europa vengano iniettate tossine populiste in misura insopportabile. Occorre cioè contenere il contagio francese. Per quanto riguarda l’Italia la responsabilità del Pd è veramente grande.

Province, verso il sì del senato all’abolizione. Renzi: 3000 indennità in meno

Europa  

Governo e maggioranza due volte sotto, poi arriva il via libera al provvedimento. «Un episodio isolato – spiega il relatore Russo – che non influirà sul percorso dell'approvazione del provvedimento, che arriverà entro domani». Numeri in bilico: una pregiudiziale di costituzionalità presentata dal M5S bocciata per 4 voti
«Se domani passa la nostra proposta sulle province, tremila politici smetteranno di ricevere un’indennità dagli italiani». Matteo Renzi, via twitter, valorizza al massimo la riforma che porterà alla abolizione delle province. Il provvedimento è in dirittura d’arrivo, domani il sì definitivo del senato.
L’esame in commissione affari costituzionali, che si è svolto questa mattina, però non è stato dei più tranquilli. Governo e maggioranza, infatti, sono andati sotto due volte prima su un emendamento dell’opposizione e poi uno dello stesso relatore: la norma di Sel restituisce alle province le competenze sull’edilizia scolastica. L’emendamento di Russo, invece, fissava un tetto alle indennità dei presidenti delle province in misura non superiore a quella del sindaco del comune capoluogo.
Secondo la riforma Delrio, infatti, fino al 31 dicembre 2014 gli enti vivranno una fase di cosiddetto “accompagnamento”: se il ddl passerà definitivamente, per 9 mesi le giunte provinciali continueranno a esistere, e solo dal 1° gennaio 2015 il disegno del sottosegretario alla presidenza del consiglio, prenderà realmente forma. Da qui ad allora, le province commissariate rimarranno tali, mentre le 52 che a maggio sarebbero dovute andare al rinnovo rimarranno in carica così come sono: ai vertici, gli stessi amministratori in scadenza che saranno tali per il periodo di transizione.
Sul nodo delle indennità, però, i giochi non sono ancora fatti: secondo il sottosegretario ai rapporti con il parlamento, Luciano Pizzetti l’emendamento, bocciato in commissione, potrebbe essere riproposto e recuperato in aula. A incidere sull’esito delle votazioni, l’assenza, decisiva, del senatore di maggioranza Mario Mauro (Per l’Italia).
Intanto oggi pomeriggio l’aula del senato ha respinto la pregiudiziale di costituzionalità targata M5S al ddl Delrio di riforma delle province. Solo 4 voti di scarto hanno impedito alla pregiudiziale di affossare definitivamente il ddl Delrio sulle province e le città metropolitane. I voti a favore sono stati infatti 112 contro i 115 contrari e un astenuto che a Palazzo Madama vale come voto contrario.
Si procede ora con la discussione generale. Il voto sul provvedimento, salvo ritardi o slittamenti, potrebbe arrivare già domani sera. «Il senato voterà, entro domani, a favore dell`abolizione delle province dimostrando che cambiare si può. Questi sono fatti ed è l’unica cosa che conta». Lo ha detto il senatore del Partito Democratico Francesco Russo, relatore sul ddl Delrio di riforma delle Province.
«In commissione affari costituzionali si è verificato un episodio marginale che ha visto il governo e la maggioranza battuti su un emendamento dell’opposizione che restituisce alle Province le competenze sull’edilizia scolastica – sottolinea l’esponente Pd – e su un emendamento del relatore che fissava un tetto all’indennità dei presidenti delle Province in misura non superiore a quella del sindaco del capoluogo dei comuni associati».
«Si è trattato di un incidente dovuto all’assenza di un senatore. Un episodio isolato – conclude il senatore Russo – che non influirà sul percorso dell’approvazione del provvedimento».

bellissima esperienza