Dopo la giornata convulsa di ieri il disegno di legge Delrio sul
riordino delle province ha superato l’esame del senato dopo che nella
mattinata di oggi il governo aveva posto la questione di fiducia. L’aula
ha approvato con 160 sì e 133 no. Il 24 febbraio, giorno in cui il
governo Renzi si presentò per la prima volta a palazzo Madama, a votare
sì furono in 169 mentre i no 139. Lo strappo del gruppo Popolari per
L’Italia, guidati dall’ex ministro della difesa Mario Mauro, è dunque
parzialmente rientrato.
Quello delle province era un passaggio cruciale per il cammino del
governo tanto che, dinanzi agli sbandamenti della coalizione, il
presidente del Consiglio ieri sera ha cercato su Twitter il consenso
dell’opinione pubblica: «Se domani passa la nostra proposta sulle
Province, tremila politici smetteranno di ricevere un’indennità dagli
italiani». Anche oggi Renzi ha voluto ribadire il concetto: «Siamo
consapevoli che alcune province lavorano bene, ma dare un segnale chiaro
forte e netto, con tremila posti per i politici in meno, è la premessa
per dare speranza e fiducia ai cittadini e non è un caso che la
riduzione di costi e posti della politica è la premessa per restituire
80 euro ai cittadini».
Tutto va
di fretta. E' passato poco più di un mese e Renzi ha lanciato
macigni dentro lo stagno della politica italiana. Ha capito che il
Paese non può più attendere.
Riforme,
riforme, riforme. Questo è il grido che sale da tanti
cittadini, che attendono da troppo tempo la soluzione dei nodi che
hanno ingessato l'Italia per lunghi anni.
Matteo
ci sta provando.
L'accelerazione
impressa dal Premier sta suscitando attese e irritazione. Attese da
parte delle famiglie che da tempo faticano ad arrivare a fine mese,
dai lavoratori che quotidianamente rischiano di perdere il lavoro e
dai troppi giovani, ai quali, non solo è negato il futuro, ma vivono
una drammatica precarietà nel presente.
A chi si
lamenta, in particolare, sindacati e imprese, mi sento di chiedere,
cosa hanno saputo fare negli anni recenti, oltre a tutelare i
garantiti.
Il
Governo con l'intervento sull'Irpef, metterà nelle tasche di
tante famiglie un centinaio di euro, non basteranno certamente, ma
non sono poca cosa; la riduzione dell'Irap, la semplificazione
burocratica e la riduzione dei costi energetici, non saranno
sufficienti a rilanciare l'economia, ma è un primo tassello che va
nella giusta direzione.
Al
sindacato, che si lamenta per la mancata convocazione degli
affollatissimi e spesso inconcludenti tavoli di concertazione del
passato, dico che è giunta l'ora, anche per loro, di cambiare verso.
La rappresentanza è un fatto importante per la democrazia, ma quando
diventa burocrazia inamovibile, e liturgia inconcludente, è un
problema. Domenica si è tenuta a Brescia Leonessa 2014, una
iniziativa di grande interesse; ho ascoltato l'intervento di tanti
giovani motivati e professionalmente preparati; quando ho chiesto
loro cosa ne pensavano del sindacato, la risposta univoca è stata:
sindacato chi?
Le
misure annunciate sono perfettibili e quindi devono e possono essere
arricchite da chi ha a cuore l'uscita dell'Italia dalla crisi,
magari, anche dai tanti intellettuali che pontificano dalle pagine
dei giornali.
Da parte
mia insisto nel suggerire a Renzi di rivedere l'acquisto degli F35,
dispendiosi e di portare avanti l'idea di una difesa europea.
Plaudo
infine sulla necessità di stabilire un tetto agli stipendi dei
grandi manager con buona pace dell'onorevole Barca. E al dott.
Moretti aggiungo che se non gli basta la metà del suo attuale
stipendio se ne può andare, ci sono migliaia di professionisti bravi
e competenti in grado di sostituirrlo, non solo
professionalmente. Manager che saprebbero dimostrare una maggiore
sensibilità nei confronti del servizio anche per i tanti
pendolari italiani, che ogni giorno si recano al lavoro su treni
sporchi, mai in orario, che costringono i passeggeri a
viaggiare come sardine. Più ascolto le dichiarazioni di Moretti e
dei suoi compari e più mi convinco che è urgente un cambiamento
radicale a tutti i livelli.
Le votazioni sulle province sono un pessimo auspicio per riforma
elettorale e riforme costituzionali. Renzi sapeva che palazzo Madama non
gli è amico, ma i senatori devono conoscere il rischio che corrono
davanti agli elettori.
Finché esiste nella attuale forma, il senato ha la libertà e
anzi il dovere di intervenire nel processo legislativo. Del resto, fin
dal primo giorno di vita del governo Renzi era evidente a tutti quanto
fosse cattiva la chimica fra il nuovo premier e la vecchia assemblea, né
lui aveva fatto il minimo sforzo per migliorare il rapporto.
La combinazione di questi fattori rende palazzo Madama il luogo
cruciale della riuscita del tentativo renziano. Si può scegliere: le
votazioni di ieri sull’abolizione delle province, prima in commissione e
poi in aula, possono essere considerate un successo per Delrio e Renzi
(in fondo gli scogli sono stati superati, con scrutinio segreto, e su un
tema che vede una lobby attivissima); oppure, in attesa di vedere che
fine farà questo provvedimento, si può trarre dal passaggio sulle
province il presagio più funesto per le altre controverse riforme in
arrivo: l’Italicum e le leggi costituzionali su Titolo V e, appunto, ridimensionamento dello stesso senato.
La difficoltà era nota a Renzi. Compresa quella rappresentata
dall’ostilità di buona parte dello stesso gruppo Pd. La commissione
affari costituzionali di palazzo Madama è quella palude nella quale la
riforma elettorale è stata trattenuta e neutralizzata per mesi fino a
dicembre, con disappunto dello stesso capo dello stato. Il M5S,
traumatizzato dalle rotture interne, nell’ansia di ostacolare Renzi
smentisce se stesso fino al punto di intitolarsi la difesa degli enti
burocratici periferici.
Insomma, se c’è in Italia un luogo votato a resistere a Renzi a ogni costo, questo è palazzo Madama. Senatores boni viri, senatus mala bestia. Da
Cicerone a oggi, non vale come giudizio sui singoli parlamentari: è la
logica politica che li trasforma in difensori di un bunker.
Era chiaro che l’inversione di agenda tra completamento dell’Italicum
e legge costituzionale sul senato, fosse pure una scelta obbligata,
avrebbe consegnato il successo delle riforme renziane ai più ostinati
avversari. L’arma dello scioglimento anticipato è inutilizzabile. Rimane
però fortissima, come richiama oggi anche Giorgio Tonini, l’esposizione
del senato-istituzione e di ogni singolo senatore – in primis
quelli eletti nel Pd – alla responsabilità gravissima di far saltare non
un singolo articolo o una singola legge, ma l’intera stagione del
cambiamento da tutti riconosciuta come essenziale davanti al giudizio
severo di una pubblica opinione che, prima o poi, agirà da corpo
elettorale anche nei confronti di questo ceto politico.
Nei prossimi due mesi vanno spiegati ai cittadini i costi della nonEuropa
I risultati delle elezioni amministrative francesi sono stati
tanto annunciati quanto fatalisticamente lasciati accadere senza nessuna
strategia di contrasto preventivo. Il fatalismo elettorale è una
malattia incompatibile con la responsabilità della politica. Una
sciatteria che ha portato il Partito socialista, per la seconda volta
dopo Mitterrand, a scivolare al terzo posto proprio nella legislatura in
cui governa, e il partito conservatore, l’Ump, a diventare il primo
partito nonostante le lacerazioni interne e la mancanza di una
leadership autorevole.
È vero che i trend politici non sono facilmente contendibili in tempi
brevi, ma non è meno vero che ci si debba provare. In Italia, qualunque
sia il giudizio sulla sua strategia, Renzi ci sta provando: questa è la
ragione per cui, per quanto sia doveroso allarmarsi e allertarsi per
il possibile contagio, il Pd ha ragione di sperare che le cose qui
andranno meglio.
Non solo perché il populismo del M5S e della Lega è diverso da quello
del Fn francese, ma soprattutto perché l’iniziativa del nostro governo
punta a ridurre l’area del disagio e del dissenso popolare mettendo mano
ad alcune questioni che tradizionalmente ne sono la causa.
C’è un’ulteriore differenza: da noi si vota, contemporaneamente alle
europee, per il rinnovo di due consigli regionali importanti (Piemonte e
Abruzzo) e di numerosi comuni che riguarderanno circa dieci milioni di
elettori. Anche in Francia per la verità si è votato per il rinnovo
delle amministrazioni locali, ma il clima elettorale europeo là si è già
dimostrato decisivo, e molto. Da noi sarà ancora più evidente. Non è
dunque facile fare previsioni perché nei due mesi che ci separano alle
elezioni il clima si surriscalderà ancor più di quanto già si
intravvede.
La recente lunga intervista a Enrico Mentana di Beppe Grillo ci offre
già il campionario degli argomenti “di pancia” che dilagheranno
oltremisura. Occorre allora darsi una strategia elettorale volta a
smontare – e non è difficile – quegli argomenti; l’importante è non
sottovalutarli, perché quando fossero entrati nella testa, e nella
pancia, della gente non sarebbe facile farli uscire. Sarebbe un errore
rincorrerli, giustificarli, contestarne solo gli eccessi condividendone
nella sostanza la direzione, illudendosi di poter contare sulla
ragionevolezza e sul senso di responsabilità dei cittadini: se l’Euro è
stato un errore, se l’Europa è una prigione da cui uscire, finiranno per
essere premiate quelle forze politiche che promettono di farlo più
velocemente.
È del tutto evidente che la linea della mera austerità si è rivelata
utile in un primo tempo, ma oggi è sbagliata; che lo spazio riconosciuto
in questi anni alla Germania è stato in una certa misura inevitabile,
ma oggi deve essere rivisto e ripristinata una logica genuinamente
comunitaria; che l’apprezzamento dell’euro sulle altre monete di
riferimento internazionale è servito a irrobustire le economie
continentali con minori problemi per l’export e le delocalizzazioni
“sottocasa”, ma oggi non la si può più accettare; che la centralità del
Mediterraneo ha potuto essere postposta prima delle “primavere arabe” e
quando le economie nordiche potevano permettersi il lusso di
disinteressarsene, nel bene e nel male, ma oggi non è più rinviabile.
Tutte questioni che il nostro governo sta affrontando.
Ma quando si insinua nell’opinione pubblica da parte di alcune forze
politiche, con una linea disinvolta e irresponsabile, l’idea che senza
l’Europa per noi tutto sarebbe più facile, allora si rende necessario
confermare con coraggio, responsabilità e nettezza le ragioni della
nostra appartenenza irreversibile alla Comunità.
I prossimi due mesi dovranno essere utilizzati per spiegare agli
italiani, giorno dopo giorno, quali sarebbero i costi politici,
economici e umani della “NonEuropa”. Un lavoro che non potrà essere
lasciato alla sola iniziativa dei candidati alle elezioni europee, ma
dovrà rappresentare il cuore della strategia comunicativa, “educativa” e
politica di tutto il partito.
Non basteranno semplici evocazioni di De Gasperi e Spinelli, o
coltivazioni emotive della pace europea, delle radici cristiane, dei
programmi Erasmus, della libera circolazione delle persone e dei
capitali: questo poteva bastare sino a qualche decennio fa quando il sentiment
europeista si trovava naturalmente in circolazione nelle vene del
paese. Oggi è necessaria una specifica concretezza, proprio perché
l’Europa è entrata nella concretezza della vita delle persone, delle
famiglie e delle imprese.
E allora, per esempio, si dovrà parlare delle infrastrutture per
alcuni settori della ricerca fondamentale e applicata, per l’energia,
per le grandi scelte ambientali relative allo sviluppo compatibile, per
una efficace politica anticongiunturale, per le politiche di difesa
comune, soprattutto oggi quando le frontiere orientale e meridionale
sono diventate particolarmente delicate, per le iniziative già in fase
di avvio dei grandi investimenti (come l’Ice, European Citizen Initiative) con l’obiettivo in pochi anni di incrementare alcuni milioni di posti di lavoro.
Per non parlare della necessità di consolidare quello che, nonostante
tutto, è ancora oggi il più grande mercato interno del mondo, di fronte
alle sfide dei grandi mercati emergenti, condizione che – se saremo
capaci di strutturare il governo politico dell’Unione – ci metterà nella
possibilità di contenere l’anarchia e la prepotenza dei grandi
investitori finanziari mondiali. La NonEuropa esporrebbe economie
affaticate e indebitate come la nostra a rischi assolutamente
ingovernabili e imprevedibili. Occorre parlare chiaro, dirlo e
documentarlo senza timidezze e sciatteria agli elettori, che non sono
naturaliter tenuti a conoscere e riflettere su tutti questi argomenti.
Siamo solo agli inizi della campagna elettorale e, dunque, non è
possibile fare previsioni attendibili sugli esiti elettorali, anche se
già circolano proiezioni non proprio rassicuranti. L’ultima stima di
“PollWatch2014” dice che il Pse e il Ppe probabilmente saranno appaiati,
28,5 contro 28,4%, i liberali all’8,8%: Ppe, Alde e Ecr (conservatori)
potrebbero contare su 325 seggi, corrispondenti al 43%, mentre Pse,
Verdi e Gauche arriverebbero a 309 seggi, pari al 41,4%.
L’altra agenzia che ha organizzato sondaggi a livello europeo,
Cicero, grossomodo conferma questa previsione. Dunque, inevitabilmente
ci si avvia verso grandi intese nel parlamento europeo, com’è stato
finora (anche se si finge di non saperlo). Ma, al di là dei numeri, ciò
che occorre evitare è che nel sangue dell’Europa vengano iniettate
tossine populiste in misura insopportabile. Occorre cioè contenere il
contagio francese. Per quanto riguarda l’Italia la responsabilità del Pd
è veramente grande.
Governo e maggioranza due volte sotto, poi arriva il via libera al
provvedimento. «Un episodio isolato – spiega il relatore Russo – che non
influirà sul percorso dell'approvazione del provvedimento, che arriverà
entro domani». Numeri in bilico: una pregiudiziale di costituzionalità
presentata dal M5S bocciata per 4 voti
«Se domani passa la nostra proposta sulle province, tremila
politici smetteranno di ricevere un’indennità dagli italiani». Matteo
Renzi, via twitter, valorizza al massimo la riforma che porterà alla
abolizione delle province. Il provvedimento è in dirittura d’arrivo,
domani il sì definitivo del senato.
L’esame in
commissione affari costituzionali, che si è svolto questa mattina, però
non è stato dei più tranquilli. Governo e maggioranza, infatti, sono
andati sotto due volte prima su un emendamento dell’opposizione e poi
uno dello stesso relatore: la norma di Sel restituisce alle province le
competenze sull’edilizia scolastica. L’emendamento di Russo, invece,
fissava un tetto alle indennità dei presidenti delle province in misura
non superiore a quella del sindaco del comune capoluogo.
Secondo la riforma Delrio, infatti, fino al 31 dicembre 2014 gli enti
vivranno una fase di cosiddetto “accompagnamento”: se il ddl passerà
definitivamente, per 9 mesi le giunte provinciali continueranno a
esistere, e solo dal 1° gennaio 2015 il disegno del sottosegretario alla
presidenza del consiglio, prenderà realmente forma. Da qui ad allora,
le province commissariate rimarranno tali, mentre le 52 che a maggio
sarebbero dovute andare al rinnovo rimarranno in carica così come sono:
ai vertici, gli stessi amministratori in scadenza che saranno tali per
il periodo di transizione.
Sul nodo delle indennità, però, i giochi non sono ancora fatti:
secondo il sottosegretario ai rapporti con il parlamento, Luciano
Pizzetti l’emendamento, bocciato in commissione, potrebbe essere
riproposto e recuperato in aula. A incidere sull’esito delle votazioni,
l’assenza, decisiva, del senatore di maggioranza Mario Mauro (Per
l’Italia).
Intanto oggi pomeriggio l’aula del senato ha respinto la
pregiudiziale di costituzionalità targata M5S al ddl Delrio di riforma
delle province. Solo 4 voti di scarto hanno impedito alla pregiudiziale
di affossare definitivamente il ddl Delrio sulle province e le città
metropolitane. I voti a favore sono stati infatti 112 contro i 115
contrari e un astenuto che a Palazzo Madama vale come voto contrario.
Si procede ora con la discussione generale. Il voto sul
provvedimento, salvo ritardi o slittamenti, potrebbe arrivare già domani
sera. «Il senato voterà, entro domani, a favore dell`abolizione delle
province dimostrando che cambiare si può. Questi sono fatti ed è l’unica
cosa che conta». Lo ha detto il senatore del Partito Democratico
Francesco Russo, relatore sul ddl Delrio di riforma delle Province.
«In commissione affari costituzionali si è verificato un episodio
marginale che ha visto il governo e la maggioranza battuti su un
emendamento dell’opposizione che restituisce alle Province le competenze
sull’edilizia scolastica – sottolinea l’esponente Pd – e su un
emendamento del relatore che fissava un tetto all’indennità dei
presidenti delle Province in misura non superiore a quella del sindaco
del capoluogo dei comuni associati».
«Si è trattato di un incidente dovuto all’assenza di un senatore. Un
episodio isolato – conclude il senatore Russo – che non influirà sul
percorso dell’approvazione del provvedimento».