giovedì 15 settembre 2016

Cortocircuito a 5 stelle


Fabrizio Rondolino
L'Unità 15 settembre 2016
La politica italiana è lieta di dare finalmente il benvenuto alla Casaleggio Associati srl
Se vince il No al referendum, Renzi deve fare un passo indietro: ma per me va benissimo andare al voto anche nel 2018. Magari si può trovare un altro premier, un governo di scopo e fare quindi la legge elettorale»: reduce dal giro estivo in scooter e forte della benedizione pubblica di “Beppe” in persona, Alessandro Di Battista torna in tv e si lancia nella grande politica. Intervistato da Lilli Gruber, martedì sera, annuncia una svolta epocale: i grillini scendono dalla montagna, e pur di mandare via Renzi sono disposti a fare un governo – “di scopo”, secondo la bizantina terminologia ereditata direttamente dalla Prima Repubblica – che cambi la legge elettorale e accompagni la legislatura alla sua scadenza naturale.
Il caso vuole che sulla stessa rete, poco dopo, ci sia Pierluigi Bersani ospite di Giovanni Floris. L’ex segretario del Pd, già umiliato in diretta streaming da Grillo tre anni fa, conclude il suo intervento con una dichiarazione sorprendente: «I 5 Stelle sono un partito di centro antiCasta. Io vorrei che ci fosse un centrosinistra largo capace, in un sistema tripartito, di cercare un dialogo col centro». Che non è il centro di Alfano e Casini, né tantomeno di Moro e Martinazzoli, ma, incredibilmente, quello di Dibba e Di Maio. Bersani non parla di «governo di scopo», ma il cortocircuito è immediato e inevitabile: a tre anni dal clamoroso fallimento del «governo di cambiamento» che l’allora segretario del Pd, dopo l’inaspettata sconfitta elettorale, avrebbe voluto guidare con l’appoggio del Movimento 5 stelle, eccoci tornati al punto di partenza.
Per salutare il lieto evento, il Fatto di ieri esaltava il «cambio di linea e di visione» del M5s, sottolineava con simpatia «la corte dell’ex segretario Pd» e già pregustava una «maggioranza alternativa, impastata tra M5s, bersaniani e chissà chi altro». «Chissà chi altro» è un riuscito eufemismo per indicare Brunetta e Salvini, senza i quali non esistono maggioranze alternative a Renzi in questo Parlamento. Ma questo è un dettaglio, per statisti di quel livello. Il problema però è che ieri mattina Luigi Di Maio ha smentito categoricamente: «La linea del M5s non è cambiata, io e gli altri miei colleghi pensiamo che se dovessero vincere i No e Renzi dovesse dimettersi, allora il Presidente della Repubblica traccerà la strada. Ma abbiamo dei punti fermi: andiamo al governo con i voti degli italiani». E sul «governo di scopo» cala anzitempo il sipario. O no? Se sgombriamo il campo dalle ingenuità, resta però in campo una costante cui il M5s in questi anni non è mai venuto meno: dichiararsi in prima battuta disponibile ad un qualche accordo – è stato così sulle unioni civili, ma anche sull’Italicum – e poi, quando l’interlocutore mostra di voler fare sul serio, sfilarsi con il primo pretesto (o anche senza pretesto alcuno) per riprendere il bombardamento a tappeto.
L’elementare giochino è utile a consolidare la purezza rivoluzionaria del movimento senza mai sporcarsi le mani né mettersi seriamente in gioco. Non più tardi di dieci giorni fa, del resto, un informato retroscena del Corriere della Sera raccontava di un Di Maio «disponibile» a rivedere in Parlamento la legge elettorale; neppure un paio di giorni dopo, lo stesso Di Maio – che ormai, da politico consumato, ha imparato a dire tutto e il suo contrario con la medesima configurazione dei muscoli facciali – ha definito Renzi «schizofrenico» per la sua disponibilità a modificare l’Italicum. In ogni caso, la politica italiana è lieta di dare finalmente il benvenuto alla Casaleggio Associati srl. Non c’è soltanto il «governo di scopo»: ci sono anche, alla bisogna, il «governo tecnico», il «governo istituzionale», il «governo delle larghe intese», il «governo del Presidente», il «governo-ponte», il «governo di tregua» e, se tutto ciò non bastasse, il mitico «governo balneare» della nostra adolescenza.

domenica 11 settembre 2016

L’8 settembre infinito


Walter Veltroni
L'Unità 11 settembre 2016
Forse proprio quel giorno il rapporto tra i cittadini e il potere si è incrinato
È passato senza celebrazioni storiche e senza neppure ricordi doverosi l’anniversario dell’otto settembre. Non c’è nulla da festeggiare, in quella data. Diciamoci la verità: sarebbe un giorno da nascondere sul calendario della storia se non fosse per la prova di eroismo fornita a Porta San Paolo da militari e antifascisti che resistettero, molti pagando con la vita, all’occupazione tedesca.
Il re che fugge e lascia la capitale in mano alle SS, il governo Badoglio che farfuglia e tiene il piede in mille staffe, l’abbandono della nostra flotta costretta a vagare per il Mediterraneo senza ordini certi, l’umiliazione dei bombardamenti che gli alleati fecero per costringere gli italiani a mantenere la parola data il 3 settembre a Cassibile con la firma dell’armistizio.
Non tutti conoscono o ricordano l’umiliante messaggio ultimativo che il comandante alleato Eisenhower fu costretto a inviare al governo italiano che, dopo aver siglato l’accordo, traccheggiava e chiedeva dilazioni : “Ho intenzione di diffondere l’esistenza dell’armistizio all’ora programmata originariamente. Se voi o qualunque parte delle vostre forze armate mancherete di cooperare come precedentemente concordato, renderò di pubblico dominio in tutto il mondo una documentazione completa relativa a questo affare… La mancanza da parte vostra nell’adempiere pienamente agli obblighi verso l’accordo firmato avrà le più serie conseguenze per il vostro paese”.
Ricevuto il secco testo alleato improvvisamente , come in un film di Alberto Sordi, la casa reale e Badoglio convocano il Consiglio della corona e, contemporaneamente, preparano le valige. Restano così soli i soldati sbandati, i marinai alla deriva, i prigionieri, i resistenti, il popolo.  Si usciva da una dittatura e da una guerra, guerra che non finiva. I primi balbettanti passi del post fascismo furono all’insegna della codardia e della doppiezza.
“Tutti a casa” si intitola il film più celebre su quei giorni folli e così comincia il post fascismo, in un paese che è uscito dalla dittatura senza chiedersi compiutamente come c’era entrato.
Otto settembre italiano forse non si è mai concluso, quei mali non hanno smesso di allignare tra le fila di un paese che con la Resistenza, la Costituzione, le lotte sindacali e civili, il contrasto del terrorismo ha mostrato di sapere essere migliore dei disvalori che nel dna nazionale la ferita nel rapporto tra potere e popolo di quell’otto settembre ha sedimentato. Un Paese fragile perché abituato o costretto ad arrangiarsi, uno Stato non credibile perché, in persone e norme, sempre uguale a se stesso, anche prima e dopo il fascismo. E poi il trasformismo, il correre in soccorso dei vincitori, il non accettare mai che una cosa sia come sembra, il complottismo per cercare giustificazioni. Dobbiamo liberarci da questa zavorra. Non mancano le energie che possono scuotere queste tare ereditarie.
Bobbio disse che durante gli anni del consenso al regime non serviva neanche il bastone, era sufficiente l’aggrottare le ciglia da parte dei gerarchi per garantirsi entusiastici e diffusi sostegni. Siamo un Paese esposto all’emotività, alla paura, alla rabbia, alle facili promesse. Molte delle nostre scelte, nel secolo scorso, sono state drammaticamente segnate da questi atteggiamenti. Persino il terrorismo è stato impregnato di quell’odio e di quell’ambi – guità, i “compagni che sbagliano”, che è un dato permanente del nostro essere nella storia.
I social oggi stanno amplificando questa tendenza, tutto esasperando e semplificando e, ancor di più, facendo del dialogo un ferrovecchio sostituito dall’insulto o dalla demonizzazione del pensiero dell’altro. Se non la pensi come me sei un nemico, sei altro da me e quindi un nemico. L’altro – pensiero o etnia, religione o comportamento sessuale – è qualcosa di inaccettabile, di negativo. Invece è proprio nel rapporto con l’a l t ro pensiero, con l’altra esperienza, che si riesce a cambiare come la vita richiede, si cerca il giusto oltre i confini delle proprie convinzioni, si alimenta il più essenziale dei preparati umani: il dubbio. Sviluppare, modificandole, le idee è possibile, talvolta giusto, necessario per portare i propri valori nei contesti storici mutati. Ma riemerge il trasformismo, quello di cui vediamo triste spettacolo in parlamento, con eletti che cambiano casacca sei volte in una legislatura e partiti di cui si fa fatica a indicare la linea politica perché sono, per definizione, delle legioni straniere di uomini politici sbandati, cavalli scossi il cui traguardo è solo la rielezione.
La politica è altro e l’Italia lo sa bene. La democrazia, fragile ed esposta al temporale di questo tempo difficile, ha bisogno di essere forte, capace di decidere, trasparente, veloce, partecipata davvero. E la politica, una volta definita una moderna ed equilibrata innovazione istituzionale, dovrà ritrovare un rapporto con il popolo. E lo ritroverà solo se caccerà i mercanti dal tempio, se farà pulizia morale, se smetterà di apparire una fabbrica di carriere e potere più che un servizio, se tornerà ad essere la più alta missione civile immaginabile.
Altrimenti finirà col sembrare meno matto di quanto si possa dire il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti che, Reagan si sarebbe rivoltato nella tomba, ha indicato Putin come modello. Trump ha strizzato l’occhio a un sentimento che si diffonde in lungo e in largo: la voglia di un potere forte, autoritario. Riemerge e, se non stiamo attenti, può attecchire. Anche nel Paese dell’otto settembre che non finisce mai.

giovedì 8 settembre 2016

Smontata la balla su Sala indagato. Ma Travaglio non lo dice


Fabrizio Rondolino
L'Unità 8 settembre 2016
La “notizia” è falsa: a fine luglio, già prima delle ferie estive, la Procura di Milano ha chiesto al gip Laura Marchiondelli “l’archiviazione del fascicolo”
Quando Marco Travaglio scriverà il suo Manuale del buon giornalista – e prima o poi lo farà, statene certi – troveremo senz’altro anche questa regola: una notizia falsa si pubblica con grande risalto in prima pagina, una notizia vera non si pubblica né in prima né da nessuna altra parte. Purché, naturalmente, la notizia falsa danneggi qualcuno o qualcosa che ha a che fare con Matteo Renzi, e la vera invece possa aiutarlo. Quando è in ballo la Casaleggio Associati srl, invece, la regola è un’altra: il server ha sempre ragione, e se ha torto è perché ha letto male l’e-mail, e dunque ha ragione lo stesso.
Ieri il Fatto ha sparato in prima pagina una “notizia” che, nelle intenzioni del maestro di giornalismo Travaglio, avrebbe dovuto riequilibrare il disastro grillino per autocombustione che si sta consumando a Roma: “Sala, indagato e bugiardo, resta”.
La “notizia” è falsa: a fine luglio, già prima delle ferie estive, la Procura di Milano ha chiesto al gip Laura Marchiondelli – citiamo dal Corriere della Sera di oggi il sempre preciso Luigi Ferrarella – “l’archiviazione del fascicolo nel quale il nuovo sindaco di Milano, Giuseppe Sala, era stato iscritto nel registro degli indagati (su esposto del consigliere comunale di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato) per non aver inserito alcuni immobili e quote societarie nell’autocertificazione patrimoniale richieste ai titolari di talune cariche pubbliche dal decreto legislativo 33/2013 sulla trasparenza della Pubblica amministrazione”.
“La valutazione del pm Giovanni Polizzi – prosegue Ferrarella –, d’intesa con il neoprocuratore di Milano Francesco Greco e il capo del pool Pubblica amministrazione Giulia Perrotti, è stata che si sia trattato non di alterazione della realtà, ma di ‘mera incompletezza di informazioni’ perché Sala ‘si sarebbe limitato a dichiarare la titolarità del terreno di Zoagli sul quale gli immobili [non dichiarati, ndr] sono stati edificati’.”
Perché citiamo il Corriere e non il Fatto? Perché sul Fatto della notizia (vera) non c’è traccia. Per i suoi pochi lettori Sala resta “indagato e bugiardo”, mentre invece non è sotto inchiesta da luglio e non ha mai mentito. Evviva Travaglio, evviva il giornalismo!

domenica 4 settembre 2016

basta un sì

“Basta un sì”. Testimonial a sorpresa del Comitato per il Sì al referendum costituzionale alla Festa de l’Unità di Milano

A che punto è la notte


Walter Veltroni
L'Unità 4 settembre 2016
Tutto sta cambiando e ciascuno di noi credo debba sentirsi interpellato dai grandi quesiti che questo tempo di transizione porta con sé
“A che punto è la notte?”. È la frase con la quale si apre il secondo atto del Macbeth di Shakespeare e, conseguentemente, il titolo di un libro degli indimenticati Fruttero e Lucentini. Il Partito democratico di Spello, magnifico luogo italiano dove il 10 febbraio del 2008 presentai l’identità dell’allora nascente Pd, mi ha invitato a parlare, alla festa de l’Unità, partendo da questa frase. Già la sera precedente a Pesaro e prima ancora a Bologna mi aveva colpito la quantità di persone e di attenzione che ha accompagnato incontri nei quali non si parlava di attualità politica, non si entrava nelle polemiche del giorno dato.
Si è pensato insieme, si sono cercate le parole giuste per dare ragione alle cose che accadono e che, altrimenti, possono apparire un caos nero e nervoso per fronteggiare il quale la paura e la rabbia sembrano la ricetta migliore. Invece l’unica via è attivare ragione e speranza, cervello e cuore. La politica, quella grande e bella, deve servire a questo, proprio a questo. Forse sbaglio, tuttavia a me pare che , specie tra la nostra meravigliosa gente, ci sia un grande bisogno di ritrovare le ragioni profonde dell’impegno politico e del sentirsi sinistra moderna. In un tempo frettoloso, fatto di slogan, di invettive rapide e intrise d’odio, di semplificazioni bambinesche io credo che esista, in modo diffuso, la necessità delle motivazioni più grandi e alte. Quelle che rendano la politica davvero bella, il senso giusto per persone vere e non un magheggio per furbacchioni e disonesti.
Tutto sta cambiando e ciascuno di noi credo debba sentirsi interpellato dai grandi quesiti che questo tempo di transizione porta con sé. La sinistra è nata per liberare chi lavorava dallo sfruttamento . Oggi la precarietà rende la ricerca o il mantenimento del lavoro una condizione umana nuova e terribile. Chi vive in questo tempo, non lo si sottovaluti, non si sente mai socialmente sicuro. Non ha mai la certezza che , trovata l’occupazione, la sua vita sia stabilizzata e la sua condizione umana resa tranquilla da una retribuzione, una casa, una famiglia, una pensione.
Sembra di vivere sull’acqua e non ci si deve meravigliare, allora, se ogni tanto sembra di affondare e si comincia a gridare e cercare qualsiasi appiglio. La società precaria è, inevitabilmente, una società emotiva. E una società emotiva è più esposta a suggestioni demagogiche o autoritarie. La storia ce lo ha insegnato.
Voglio essere sincero. Non sono sicuro, non sono affatto sicuro, che la democrazia sarà, naturalmente, la forma di governo di questa società. Temo che appaiano oggi più intriganti esperienze di guida veloci e semplificate. Che la democrazia sembri, con le sue deleghe e procedure, un dagherrotipo e che invece appaia come un contemporaneo selfie la decisione immediata di un leader carismatico. E nella stagione dell’odio, in cui siamo ripiombati immemori degli anni settanta, anche il pluralismo appare un di più, non necessario. Oggi non si contrastano le idee dell’altro, lo si demonizza, delegittima, insulta. Si combattono le persone, non le loro idee. Nella convinzione, di cui certe nuove formazioni e culture sono impregnate, di essere depositari della verità rivelata e assoluta. Se non sei come me sei da cancellare. Il mondo , nel suo meraviglioso arcobaleno, è inutile che esista. Chi non è con me è un miscredente o un disonesto. Attenzione, lo dico da osservatore, sta nascendo, sotto le mentite spoglie della dichiarata lotta ai partiti, un nuovo partitismo, la tendenza a portare dentro la logica interna e alle divisioni interne ogni decisione, facendo prevalere sull’interesse generale quello di partito, anche se chiamato movimento.
“A che punto è la notte?”. Fonda, se si guarda, ricordandosene, a quello che accade alle porte dell’Europa, in un paese simile al nostro. Chi dissente è messo in galera, si chiudono giornali e radio, si impedisce, lo ha raccontato Dario Fo, di mettere in scena le sue opere o quelle di Shakespeare. Proprio l’autore di “A che punto è la notte…”. Tutto avviene con il furbo disinteresse di ciascuno. Vengono in mente gli ammonimenti di Brecht sullo stare attenti a non occuparsi della storia, perché poi può essere troppo tardi e può essere la storia a occuparsi, ruvidamente, di te.
Oggi si vota in una regione tedesca. È il land di Angela Merkel, e una sconfitta in casa peserebbe enormemente sulla forza e sul prestigio della cancelliera e sullo stesso destino dell’Europa. I sondaggi, si sa, ormai sono come gli oroscopi. Dicono, speriamo stiano scherzando, che la formazione dell’ultradestra sia oltre il venti per cento. Sarebbe un fatto enorme. Come lo è il risultato che partiti analoghi hanno raggiunto in Austria o si teme possano ottenere in Francia. La notte rischia di essere buia, così. Sembriamo averlo dimenticato, come succede spesso in questo tempo a scadenza settimanale, ma gli inglesi, con il loro voto, hanno deciso di uscire dall’Europa. E, in questi giorni, in Spagna si corre il rischio di precipitare verso le terze elezioni in un anno. Ancora, negli Stati Uniti un estremista corre, speriamo senza arrivare primo, per essere presidente.
In questo contesto, lo dico sommessamente, sarebbe un gravissimo errore far precipitare in una crisi uno dei pochi governi progressisti ed europeisti rimasti. E chi governa apra, includa, si faccia carico della condizione di ansia in cui vive, dopo anni di recessione, la parte più debole del paese.
La democrazia è bellissima e delicata. Deve, per poter fronteggiare questo tempo caotico, essere forte, capace di decidere, capace di attivare le energie esistenti tra i cittadini, chiamandoli a una nuova stagione di partecipazione e potere diffuso. Sarebbe tanto grave se i lavoratori, nel privato come nel pubblico, partecipassero alla gestione delle loro aziende? Se i cittadini fossero chiamati dai comuni non solo a esprimere la loro rabbia nei confronti delle cose che non vanno, ma fossero sollecitati ad assumere ruoli di gestione e responsabilità facendosi così carico di quella complessità delle cose che oggi viene da tutti rifiutata? Siamo tutti bravi, con 140 caratteri di Twitter, a dire quello che bisogna fare. Ma poi un terremoto, anche che riguardi quattro piccoli paesi, svela come è complessa la ragnatela del nostro vivere. E come sia tanto difficile quanto urgente, ricostruirla come e dov’era.
La notte è fonda. Ma è la politica grande, solo quella, che può spingerci fino al mattino.

sabato 3 settembre 2016

Perché la riforma Boschi ha realizzato il mandato degli elettori democratici


Francesco Sanna
L'Unità 3 settembre 2016
Ha ragione Arturo Parisi, il testo sottoposto a referendum è nel solco dell’Ulivo
Le elezioni politiche del 2013, ancor più dopo la sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale che ha sancito l’illegittimità della legge elettorale, hanno fatto emergere specie tra gli elettori del centro-sinistra,  una domanda che, per farla semplice potrebbe dirsi così: chi vi autorizza a cambiare la Costituzione?
Mentre nelle legislature precedenti era implicito che il Parlamento potesse intraprendere la revisione costituzionale, oggi tra le critiche – anche in forma dotta – di chi dissente sulla riforma, ve ne è una più radicale che contesta la mancanza di un’investitura preliminare degli elettori a cambiare la Carta fondamentale.
Normalmente, la risposta che diamo si fonda sulla natura straordinaria del momento politico, il discorso di insediamento di Giorgio Napolitano, il dovere di dimostrare che il Parlamento aveva la capacità di fare le riforme, l’assunzione del tema quale punto programmatico dei Governi Letta e Renzi. Ma è chiaro che tale risposta non soddisfa la domanda di coloro che pretendono l’investitura costituente, ritenendo che non vi sia mai stata. Se non si risponde bene si rischia di subire l’accusa di usurpare una funzione che non si possiede ed il conseguente “not in my name“.
E’ allora importante, per chi non voglia eludere nessuno dei temi che si discutono nella campagna referendaria, andare a riprendere brevemente cosa  proponevano gli ultimi programmi del centrosinistra. Anzitutto per rintracciare in essi (se vi era) il “mandato” a riformare la Costituzione. E poi vederne più da vicino coerenze e distanze con il testo approvato, e magari trovarvi idee e motivazioni per il proprio voto nel referendum confermativo.
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Intanto è da rilevare come la proposta agli elettori di intervenire sulla seconda parte della Costituzione non è una novità di questa legislatura.
Le tesi dell’Ulivo, pubblicate nel dicembre del 1995,  introducevano il tema del superamento del bicameralismo paritario in maniera nettissima: esso era collocato tra i primi punti del programma. Certo, la Carta non aveva visto la riforma del Titolo V, l’ampliamento della legislazione concorrente tra Stato e Regioni e l’enorme contenzioso che nei quindici anni successivi la Corte Costituzionale sarebbe stata chiamata a dirimere, e dunque la tesi indicava una mutazione in senso federale della Repubblica senza porsi il problema di definire meglio il confine delle competenze tra le Regioni e lo Stato.
Ma sicuramente l’Ulivo proponeva che il Senato non votasse più la fiducia al Governo, fosse composto da “esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali“, in un numero che  “dipenderà dalla popolazione delle Regioni stesse, con correttivi idonei a garantire le Regioni più piccole“.  Le “istituzioni regionali” alle quali i senatori sarebbero dovuti appartenere sono evocate genericamente, ma è chiaro che potessero essere  sia i rappresentanti delle assemblee legislative sia gli esecutivi, le Giunte regionali. Sicuramente il numero dei senatori determinato dalla entità della popolazione della Regione non avrebbe potuto portare al modello Bundesrat, la seconda camera del Parlamento tedesco formata dai delegati dei Governi regionali, né al modello americano in cui gli stati piccoli o grandi “portano” comunque a Washington due senatori. Inoltre, tale seconda Camera avrebbe avuto un potere legislativo fortemente differenziato, poiché sarebbe stato esercitato ” per la deliberazione delle sole leggi che interessano le Regioni, oltre alle leggi costituzionali“.
L’Ulivo voleva la “riduzione dei tempi di discussione dei provvedimenti, assicurando tempi certi per il voto sui progetti del Governo“, l’innalzamento del numero di firme per proporre il referendum abrogativo, e valutava  “l’eventualità di introdurre nella Costituzione la previsione di forme di referendum “propositivo” collegate all’iniziativa popolare, con tutte le regole e le cautele necessarie in tema di condizioni dell’iniziativa, di formulazione dei quesiti e di disciplina della consultazione“.
Vedo una assonanza delle Tesi uliviste molto forte con i contenuti della riforma di oggi.
Quindi sono d’accordo con Arturo Parisi, che riconosce alle riforme costituzionali approvate dal Parlamento un contenuto “nel solco” delle tesi programmatiche dell’Ulivo del 1996, mentre penso sbagli Andrea Pertici, professore a Pisa, tendenza “Possibile”  – a sostenere che le distanze prevalgono sulle similitudini.
Per tenere in piedi la critica di Pertici occorrerebbe forzare le parole di Parisi, tramutando il “solco” tracciato ben venti anni prima dalle Tesi dell’Ulivo in un articolato preciso di norme costituzionali. Il solco per forza di cose ha subito l’erosione del tempo e si colloca in paesaggio istituzionale mutato. Ma l’orientamento della riforma è decisamente il medesimo.
Del resto, è la logica stessa della revisione costituzionale, necessitando di un consenso parlamentare vasto, che porta a non trascrivere pedissequamente i programmi di una forza politica, anche maggioritaria, nella norma costituzionale. Anche in vista del possibile referendum confermativo, infatti, è utile che le forze presenti in Parlamento si riconoscano complessivamente nella riforma e rintraccino nei testi il proprio anche parziale contributo.
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Dieci anni dopo, nel 2006, il programma de l’Unione, “Per il bene dell’Italia” (quello delle 281 pagine), pur reagendo polemicamente al tentativo del centrodestra di affermare la logica della “dittatura della maggioranza”, “evitando ogni confronto democratico”, propone modifiche a 18 articoli della Costituzione.
Sugli istituti di partecipazione, l’amplissima coalizione guidata da Romano Prodi affermava l’intenzione di ampliarli e arricchirli anche rivitalizzando il referendum abrogativo: “proponiamo per questo di aumentare da 500.000 a 750.000 il numero di firme necessarie per indire un referendum e di ridurre il quorum previsto per la validità della consultazione alla metà dei voti espressi nelle precedenti elezioni alla Camera dei Deputati“. La soluzione adottata dalla riforma 2016 è identica, salvo che per la previsione di 800.000 firme di richiesta e per il mantenimento, in una sorta di doppio binario, del sistema attuale (500.000 firme e referendum valido se partecipa la metà più uno degli elettori).
Sulle garanzie istituzionali, ci si impegnava ad “elevare la maggioranza necessaria ad eleggere il Presidente della Repubblica“, senza peraltro individuarla né indicare a partire da quale scrutinio. Il tema è recepito dalla riforma 2016, che dal quarto al sesto scrutinio prevede non più la maggioranza assoluta dei componenti del Parlamento in seduta comune, ma i tre quinti, e dal settimo scrutinio i tre quinti dei votanti.
Molto chiara la proposta della riforma sulla funzione del nuovo Senato: “bisogna coinvolgere le autonomie territoriali nella definizione dell’indirizzo politico nazionale“. L’obiettivo si ottiene “superando l’attuale bicameralismo paritario, ovvero istituendo un Senato che sia camera di effettiva rappresentanza delle regioni e delle autonomie“, “espressione delle autonomie territoriali“, “titolare di competenze legislative differenziate rispetto alla Camera dei Deputati”. Il numero dei senatori, “effettivi rappresentanti degli interessi del loro territorio“, “sarà ridotto a 150“.
Sulla divisione dei poteri tra lo Stato e le Regioni, il programma ritiene che occorra ridefinire “le materie di esclusiva competenza statale“, ricentralizzando “la disciplina dei rapporti di lavoro, la tutela e la sicurezza del lavoro (ma la competenza sul mercato del lavoro e la formazione professionale rimane alle Regioni), l’ordinamento delle professioni e delle comunicazioni, le norme generali sulle grandi reti di trasporto e navigazione, il trasporto e la distribuzione dell’energia, la strategia nazionale per il turismo“. A questo proposito si può dire che la manovra sulla ridefinizione delle competenze effettuata dalla riforma è più ampia, ma tutti i punti del programma 2006 vi sono ricompresi.
“Per il bene dell’Italia” prevede l’introduzione di una clausola di supremazia per la quale al Parlamento è consentito di “intervenire con legge per tutelare l’interesse della Repubblica anche in materia di competenza regionale quando siano in gioco superiori interessi della collettività, quando si debba garantire l’unità giuridica o economica del Paese o garantire l’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio dei diritti costituzionali“. Come è noto, la riforma 2016 introduce la clausola di supremazia, richiedendo però che essa possa essere attivata solo per iniziativa del Governo, che il nuovo Senato possa richiederne l’esame e la Camera possa superare le sue proposte di modifica a maggioranza assoluta a sua volta con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei deputati.
La legislatura dell’ultimo Governo Prodi ebbe vita breve, ma va ricordato che molte delle proposte contenute nel programma “Per il bene dell’Italia” furono trasfuse nel lavoro parlamentare della Commissione Affari Costituzionali della Camera, noto come “Bozza Violante”.
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Nelle prime elezioni – anno 2008 – alle quali partecipa il Partito Democratico, il nuovo soggetto politico presenta un programma nel quale molti dei contenuti che ho ricordato sono ripresi e precisati. In primo luogo, “il Presidente del Consiglio dovrebbe ricevere da solo la fiducia esclusivamente dalla Camera“. E “i disegni di legge approvati dal Governo dovrebbero essere votati entro una data certa, comunque non oltre due mesi“. Entrambi questi punti – esclusa la fiducia al solo Presidente –  fanno parte della attuale riforma.
La differenziazione dei compiti del Senato è disegnata nella previsione  per cui “le leggi, tranne quelle costituzionali, di revisione costituzionale e quelle che ordinano i rapporti tra centro e periferia, dovrebbero – in caso di conflitto persistente – essere approvate dalla sola Camera.”
Il Senato, formato da “100 membri scelti dalle autonomie regionali e locali, è la sede della collaborazione tra lo Stato e tali autonomie.  La opportuna revisione dell’elenco di materie del Titolo V con una clausola di supremazia, trasversale alle materie, per il livello federale, col consenso del Senato, consentirebbe di superare la conflittualità  permanente“.
E ancora “vanno introdotti il referendum propositivo, nel caso in cui una proposta di legge di iniziativa popolare con un milione di firme sia ignorata dal Parlamento per un biennio, e norme rigorose contro tutti i conflitti di interesse e il cumulo di cariche pubbliche; il quorum di partecipazione per la validità  dei referendum va ricondotto alla metà  più uno dei partecipanti politicamente attivi, quelli che hanno votato alle precedenti elezioni politiche; alla Camera va previsto un significativo Statuto dell’Opposizione, a cominciare dalle Commissioni parlamentari di inchiesta, che devono essere decise su richiesta di un quarto dei deputati.”
Come si vede, il PD a vocazione maggioritaria di Veltroni precisa ed amplia, nel programma offerto agli elettori, la prospettiva riformatrice aperta dall’Ulivo e dalla coalizione del 2006.
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Il Partito Democratico, con Pierluigi Bersani segretario forza di opposizione nella legislatura 2008/2013, raffina ulteriormente i punti di aggiornamento della Costituzione con il documento elaborato dalla Assemblea Nazionale programmatica (eletta dalle primarie a cui parteciparono oltre tre milioni di persone) del 21 e 22 maggio  2010, i cui contenuti – ulteriormente discussi nel seminario del Forum Istituzioni tenutosi alla Camera alcune settimane dopo, a cui partecipano e intervengono decine di costituzionalisti – saranno trasfusi nel programma delle elezioni politiche.
E così, nelle elezioni del febbraio 2013 la coalizione di centro-sinistra “Italia. Bene Comune” (PD, SEL, Socialisti, Centro Democratico) che propone Bersani alla guida del Governo, attribuisce esplicitamente alla attuale legislatura una “funzione costituente“.
Nel documento programmatico di sintesi, che impegna tutti i futuri eletti, il primo punto si intitola “Democrazia“. In esso si afferma che “sulla riforma dell’assetto istituzionale, siamo favorevoli a un sistema parlamentare semplificato e rafforzato, con un ruolo incisivo del governo e la tutela della funzione di equilibrio assegnata al Presidente della Repubblica. Riformuleremo un federalismo responsabile e bene ordinato che faccia delle autonomie un punto di forza dell’assetto democratico e unitario del Paese…..Daremo vita ad un percorso riformatore che assicuri concretezza e certezza di tempi alla funzione costituente della prossima legislatura“.
Più in dettaglio, il documento del Partito Democratico, “L’Italia Giusta – Riformare le istituzioni per superare la crisi della democrazia”, partendo dalla necessità di cambiare la legge elettorale, vuole “una netta differenziazione tra il sistema elettorale della Camera – che deve favorire la costruzione nelle urne di una maggioranza di governo – e il sistema elettorale del Senato –  che deve favorire la rappresentanza dei territori”.
L’obiettivo sarebbe stato “riqualificare il Parlamento come luogo della rappresentanza politica della nazione (Camera) e dei territori (Senato)”.
Ci si arrivava ridando “autorevolezza e rappresentatività al Parlamento, oltre che con una nuova legge elettorale, attraverso il dimezzamento del numero dei parlamentari, il potenziamento delle funzioni di controllo, il superamento del bicameralismo paritario con funzioni e competenze differenziate tra Camera e Senato: la Camera dei deputati, rappresentante della nazione, sarebbe titolare del rapporto fiduciario mentre il Senato, rappresentante delle autonomie territoriali, avrebbe il potere di richiamare tutte le proposte di legge approvate dalla Camera entro i limiti e alle condizioni fissate dalla Costituzione; dovrebbe inoltre “governare” il rapporto tra Stato, Regioni, Autonomie locali. Le leggi costituzionali e quelle che regolano i rapporti tra Stato, Regioni e Autonomie locali sono bicamerali. Deve essere valorizzato, come richiesto dal Trattato di Lisbona, il ruolo dell’intero Parlamento e dei Consigli regionali nei processi di decisione comunitaria”.
E ancora “si deve inoltre rafforzare l’istituto del referendum, aumentando il numero delle sottoscrizioni necessarie per l’iniziativa, anticipando il giudizio della Corte Costituzionale sull’ammissibilità dei quesiti, abbassando il quorum richiesto per la validità della consultazione, riferendolo alla partecipazione al voto registrata nelle precedenti elezioni per la Camera dei deputati. Rafforzare le proposte di legge di iniziativa popolare, assicurando entro termini ragionevoli l’esame parlamentare della proposta e il voto finale“.
“Sui disegni di legge del governo può chiedere il voto a data fissa, compatibile con la complessità del provvedimento, nei limiti e secondo le modalità stabilite dai regolamenti parlamentari “.
Nell’ambito di un  “regionalismo cooperativo e solidale“, la riforma proposta dal Partito Democratico avrebbe puntato a “ridurre le sfere di competenza concorrente, introdurre la clausola di sovranità, definire una cornice unitaria di comune responsabilità (Stato, Regioni, AALL) nell’attuazione delle politiche nazionali. Anche rispetto al rapporto e alla ripartizione di competenze tra Stato e Regioni le parole chiave sono: razionalizzazione ed efficienza”.
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Leggere il complesso dei più importanti punti programmatici del centrosinistra italiano accanto ai contenuti della riforma costituzionale racconta una continuità ideale, di analisi dell’invecchiamento della organizzazione istituzionale della Repubblica e di indicazione di soluzioni frutto di un lungo e competente confronto democratico.
Analisi, elaborazioni e soluzioni discusse alla luce del sole, e con la capacità di coinvolgimento di cui i partiti ed il sistema politico sono stati capaci, nel tempo politico, sociale e culturale dato.
Per questo sono convinto che aver affrontato il compito difficile della riforma costituzionale in questa legislatura non abbia tradito il mandato degli elettori democratici, ma lo abbia realizzato. Il rimaner fermi, questo sì, avrebbe significato negare la “funzione costituente della legislatura” a cui si è impegnato chi è entrato in Parlamento nelle liste del PD. Ma anche i contenuti della riforma mantengono il senso ed in alcuni casi il tratto puntuale della promessa assunta davanti ai cittadini.

Informate Travaglio che gli amministratori cacciati dalla Raggi non erano “targati Pd”


Fabrizio Rondolino
L'Unità 3 settembre 2016
Nessuno dei dimissionari è targato Pd, il povero Travaglio si conferma prima di tutto una persona poco informata
Qualcuno, per favore, si armi di tanta pazienza e spieghi a Marco Travaglio che cosa è successo a Roma. Sentite un po’ che cosa scrive oggi il piccolo Suslov della Casaleggio Associati srl: “Chi passa per Roma sa bene che fogna sono i trasporti e i rifiuti. Eppure basta che quanti han contribuito a ridurli così, cioè gli ad di Ama e Atac targati Pd, vengano accompagnati alla porta o si dimettano nel giorno giusto per diventare i beniamini dei giornaloni. […] Se la Raggi se li fosse tenuti – conclude il povero Travaglio – sarebbe accusata di continuità col passato”.
Ora, anche i gatti del Colosseo sanno che l’amministratore unico di Ama, Alessandro Solidoro, è stato scelto da Virginia Raggi meno di un mese fa. Specialista di crisi aziendali, ex bocconiano e ufficiale dell’Esercito, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Milano e vicepresidente degli esperti contabili di Bruxelles, Solidoro, dichiarava la Raggi lo scorso 4 agosto, “è stato scelto da me insieme ai due assessori Muraro e Minenna e sicuramente traghetterà l’Ama in una nuova era, un’era che vede l’economia circolare come il punto di arrivo di una nuova concezione del ciclo dei rifiuti”.
Armando Brandolese, amministratore unico di Atac, era stato invece chiamato dal commissario Francesco Paolo Tronca nel dicembre 2015 e aveva accettato di lavorare a titolo gratuito per un anno. Laureato in Ingegneria meccanica e professore emerito del Politecnico di Milano, Brandolese svolge da vari decenni attività professionale rivolta alla valutazione delle prestazioni e alla razionalizzazione degli impianti industriali, nonché al monitoraggio dei processi e dei sistemi produttivi dal punto di vista strategico, impiantistico-tecnologico e organizzativo-gestionale.
Marco Rettighieri, direttore generale di Atac, è stato invece nominato a febbraio dopo aver superato la selezione, durata alcune settimane, della commissione mista Atac-Campidoglio, come previsto dal relativo bando pubblicato alla fine dello scorso dicembre. Rettighieri, due lauree, insegna alla Business School della Luiss ed è noto per l’esperienza maturata in Italia e all’estero nella gestione di processi complessi di natura trasportistica e industriale, nonché di progettazione e di società di servizi. Fra i motivi delle dimissioni, una lettera all’assessore ai Trasporti Linda Meleo in cui la accusa di ingerenze sul trasferimento di un ingegnere della linea Roma-Viterbo iscritto al M5s e cugino di un assessore municipale grillino.
Nessuno dei tre dimissionari è dunque legato all’amministrazione Marino, nessuno ha avuto responsabilità di alcun tipo nelle passate gestioni di trasporti e rifiuti, nessuno di loro è “targato Pd”. Due sono stati nominati da Tronca, il terzo da Virginia Raggi.
Il povero Travaglio, di cui comprendiamo la disperazione al cospetto del fallimento dei suoi amichetti a cinque stelle, si conferma dunque, prima di tutto, una persona poco informata.