lunedì 11 luglio 2016

Grillini di tutto il mondo calmatevi!

Fate vedere quello che sapete fare, non quello che non hanno fatto altri. La rendita di opposizione è FINITA.
Vittorio Zucconi.

venerdì 8 luglio 2016

La Raggi decide a Roma?


Chicco Testa
L'Unità 8 luglio 2016
Per il Pd non è l’ora delle ripicche, ma il momento di lavorare a testa bassa per la città
Sono stato facile profeta nello scrivere su questo giornale un mese fa che la vita della Sindaca Raggi, se avesse vinto e ha vinto, sarebbe stata assai difficile. Esattamente per il motivo per cui lo è poi effettivamente diventata. La sua mancanza di possibilità di decidere autonomamente e il doversi invece sottoporre ai controlli congiunti dei vari comitati strategici, meet up, Grillo, Casaleggio e compagnia. Come ugualmente Le si sarebbe ritorto contro quella dichiarazione di assoluta purezza che, superati i 5 anni nessun comune mortale può vantare come una virtù completamente intatta. E infatti saltano fuori intrecci di vario tipo che falciano uno a uno i possibili collaboratori. La cosa però non mi consola. Non solo perché un Sindaco deve poter governare e, sperabilmente, governare bene. Ma anche perché vedo il Pd farsi inesorabilmente trascinare in questo gioco al piccolo massacro.
La tentazione di rinfacciare è forte ed è difficile sottrarsi e non levarsi qualche soddisfazione. Ma così il Pd corre il rischio di continuare a giocare su un’agenda completamente sbagliata. Quella della ripicca sui difetti altrui. Mentre invece avrebbe bisogno di una cosa completamente diversa. Mettersi al lavorare a testa bassa sulle cose che servono alla città con spirito innovativo e formando una nuova classe dirigente . Anche per tappare le buche e fare in modo che non si riaprano ci vogliono idee, un metodo, delle scelte, un’organizzazione. Per non parlare di come tenere pulita la città, attirare i turisti, rilanciare le attività produttive. Purtroppo in campagna letterale, largamente dominata salve polemiche , di questo si è poco discusso. Ma il Pd nella Capitale non ha bisogno di una impossibile rivincita a breve. Ha bisogno di idee e di gruppi dirigenti. Le due cose vanno insieme, quando si lavora bene. Ma per questo ci vogliono tempo e pazienza.

giovedì 7 luglio 2016

Inps, Boeri: “Con il Jobs Act finalmente si è pensato ai giovani”


Stefano Minnucci
L'Unità 7 luglio 2016
Il presidente dell’Inps durante la sua relazione annuale: “Il Jobs act ha funzionato, ma si faccia qualcosa in più per contrastare la povertà, 6 milioni di pensionati sono sotto i mille euro”
“Nel 2015 il numero di contratti a tempo indeterminato è aumentato di più di mezzo milione”. A sottolinearlo è il presidente dell’Inps Tito Boeri, nel corso dell’annuale relazione dell’istituto di previdenza. Dopo questo grande balzo, fa notare però il numero uno dell’Inps, sarà difficile che nel 2016 gli occupati possano crescere ulteriormente, soprattutto in funzione della lenta ripresa in atto.
Ma il dato che Boeri tiene a sottolineare maggiormente riguarda i giovani, ai quali, osserva, “con il Jobs Act si è finalmente pensato”. “Non c’è dubbio che il 2015 sia stato un anno di grande cambiamento nelle modalità d’ingresso dei giovani nel nostro mercato del lavoro” aggiunge, sottolineando come ci stato un forte incremento nella quota di assunzioni con contratti a tempo indeterminato ai danni dei contratti a tempo determinato. “Il numero dei contratti senza una data di scadenza è aumentato del 62%, addirittura del 76% per i giovani con meno di 30 anni. Insomma – è la conclusione del ragionamento – finalmente un anno positivo per il mercato del lavoro dei giovani”.

segnaletica positiva


Caro Massimo, ricordi 19 anni fa?


Fabrizio Rondolino
L'Unità 7 luglio 2016
D’Alema, il ‘98 e la differenza tra un convegnista e un leader
C’era volta un grande leader politico che, giunto alla guida del più grande partito della sinistra italiana, avviò un coraggioso processo di innovazione politica e culturale, smontò e fece a pezzi il primo governo Berlusconi, costruì un’alleanza di centrosinistra destinata a vincere le elezioni e, al culmine del suo potere e delle sue ambizioni, aprì proprio con Berlusconi un dialogo serrato sulla riforma della Costituzione che sfociò nella presidenza di un’apposita Commissione bicamerale. Quando quel generoso e coraggioso tentativo fallì –era il 9 giugno del 1998 – la stagione delle riforme si chiuse per un lungo periodo.
E sebbene siano stati numerosi i tentativi di rianimarla, si riaprì soltanto sedici anni dopo, il 18 gennaio 2014, quando un altro leader, giunto alla guida del più grande partito della sinistra italiana, avviò un coraggioso processo di innovazione politica e culturale e aprì, di nuovo con Berlusconi, un dialogo destinato a passare alla cronaca come il Patto del Nazareno. Anche l’accordo stipulato da Renzi – come sedici anni prima quello sottoscritto da D’Alema – non resse alla prova della navigazione parlamentare e nel giro di qualche mese Berlusconi si sfilò. Qual è la differenza fra i due grandi leader della sinistra italiana in tema di riforme istituzionali? Che il primo, D’Alema, non ebbe la forza né il coraggio né probabilmente i numeri per proseguire sulla sua strada di riformatore e padre costituente, e consegnare infine all’Italia le riforme per tanti anni richieste e sempre discusse senza risultati. Mentre il secondo, Renzi, ha trovato la forza, il coraggio e i numeri per compiere la missione che si era prefissato e sulla quale aveva costruito la sua scommessa di governo. Diversamente dal 1998, quando un anno di chiacchiere si concluse in un nulla di fatto, oggi due anni di lavoro hanno prodotto una riforma attesa da decenni. La differenza fra un raffinato convegnista e un leader politico sta tutta qui.
Ora D’Alema torna a rivestire i panni del convegnista, rilasciando alla “Stampa” un’intervista surreale che pare scritta non oggi e neppure nel 1998, ma molti anni prima: forse nel 1983, quando si insediò la Commissione Bozzi, la prima ad occuparsi di riforme, e Renzi frequentava la seconda elementare. Basterà votare No al referendum, spiega D’Alema, e «si potrebbe fare una riforma condivisa, chiara e rapida», «approvabile dai due terzi dei parlamentari, che si può fare in sei mesi». Perbacco, questo sì che è parlar chiaro: e D’Alema – quello stesso che diciannove anni fa venne eletto presidente della Bicamerale – ci spiega sicuro come fare. «Penso a una riforma che preveda tre articoli – scandisce –. Primo: è ridotto il numero complessivo dei parlamentari. […] Articolo secondo: il rapporto fiduciario del governo è solo con la Camera dei deputati. […] Articolo terzo: nel caso in cui il Senato o la Camera apportino delle modifiche ad un testo di legge, tali modifiche vengono esaminate entro un tempo limitato da una apposita commissione (…) Fine della navetta, del bicameralismo perfetto e delle perdite di tempo».
Ottimo. Possibile che nessuno ci abbia mai pensato? E perché mai i «due terzi dei parlamentari» dovrebbero approvare proprio questi tre articoli, dopo averne affondati migliaia nel corso di trentatré anni? Naturalmente, D’Alema sa benissimo che questa proposta è una colossale fregnaccia, priva di ogni credibilità e di ogni fondamento. Se a ottobre vince il No, di riforme ovviamente non si parlerà più per un bel po’. Il cuore dell’intervista è infatti un altro: la caduta di Renzi. «Dopo di lui non ci sarà il diluvio, semmai il buonsenso», dice D’Alema. E nel caso questo buonsenso non sia ancora di casa al Quirinale, D’Alema si rivolge direttamente a Mattarella, prima citandone suadente «un bellissimo intervento che contrappose lo spirito della Costituente alla pretesa arrogante, allora di Berlusconi, di riforme a maggioranza», e poi tirandolo rudemente per la giacca: «Il Parlamento non soltanto potrà non essere sciolto – e da questo punto di vista confido nella saggezza del Capo dello Stato – ma io credo che ci saranno anche un governo e una nuova legge elettorale» senza «una impostazione rischiosamente iper-maggioritaria». «Chiedo di votare No per una vera svolta riformatrice», conclude D’Alema con perfida ironia (o lucido cinismo, fate voi): perché la «vera svolta riformatrice», se le sue parole hanno un senso, significa cacciare Renzi, formare un governo di larghe intese con Berlusconi, approvare una legge elettorale proporzionale che non consenta a nessuno di vincere ma, soprattutto, non costringa nessuno a perdere. Manca soltanto il ritorno alla monarchia.

martedì 5 luglio 2016

La strategia di Eric Cantona


Fabrizio Rondolino
L'Unità 5 luglio 2016
C’è un pezzo di Pd che non riesce ad accettare che la «Ditta» sia finita in mano ad un non (post)comunista
Dario Franceschini, con il garbo ironico che lo contraddistingue, ha concluso il suo intervento alla Direzione del Pd di ieri raccontando un aneddoto che merita di essere ripreso. Siamo nel 2009, è in corso la campagna elettorale per le primarie e Franceschini è il segretario in carica. Pierluigi Bersani lo sta sfidando per la leadership.
Al termine di un’iniziativa in Emilia, un militante avvicina Franceschini per fargli i complimenti. Ha fatto un ottimo lavoro, ha salvato il partito alle europee, gli dice. Ma poi conclude: «Però io voterò Bersani». «E perché?», gli chiede Franceschini. «Perché non posso mettermi contro il partito», risponde il militante. «Ma come? Il segretario del partito sono io…». Il nodo della questione è tutto qui: e se Franceschini, il primo segretario non (post)comunista del Pd, è troppo elegante per trarre una conclusione esplicita dal suo aneddoto, il significato resta chiaro, chiarissimo.
C’è un pezzo di Pd –nell’apparato e nel ceto politico, molto meno nella sempre glorificata e puntualmente ignorata «base» –che non riesce ad accettare che la «Ditta» sia finita in mano ad un non (post)comunista. Nel 2009 con Franceschini, oggi con Renzi. E ancora meno riesce ad accettare che un segretario non (post)comunista sia riuscito a fare in un paio d’anni ciò che i suoi predecessori, in vent’anni, hanno soltanto saputo annunciare, discutere, rivedere, affossare. Alla fine della sua lunga relazione dedicata in gran parte al quadro internazionale e di governo –Renzi aveva mostrato una sequenza di «Il mio amico Eric», il film di Ken Loach in cui il campione del Manchester Cantona è una specie di angelo custode che insegna a vivere allo sfortunato protagonista. «Devi fidarti dei tuoi compagni –dice Cantona –, altrimenti è tutto finito». Il problema del Pd –drammaticamente, tristemente evidenziato per l’ennesima volta anche nella Direzione di ieri –è che la minoranza non si fida della maggioranza né del segretario. Non interviene se non per «bombardare il quartier generale».
Ignora le cose fatte, non valorizza i risultati ottenuti dal governo, e anzi, al contrario, spesso «si vergogna». «Se volete che lasci –dice Renzi –non avete che da chiedere un congresso e vincerlo. Se volete dividere i due incarichi, non avete che da chiedere una modifica statutaria e farla approvare. Se volete che si cambi il modello organizzativo, fate proposte. Ma prima mettiamoci d’accordo su dove andare». Già, dove vuole andare la minoranza del Pd? Gianni Cuperlo ha accusato Renzi di vivere in un talent show, Roberto Speranza ha proposto libertà di voto al referendum di ottobre.
Ma su questa strada –la strada dell’insulto personale e del boicottaggio politico –è difficile che si possa costruire quel clima di fiducia reciproca che pure Renzi continua ad invocare, rivendicando con forza i risultati – sempre puntigliosamente definiti «di sinistra» –ottenuti in questi anni, dal Jobs Act (che ha prodotto mezzo milione di posti di lavoro, la più grande crescita del decennio) alle unioni civili, dagli interventi a sostegno della povertà alla massiccia redistribuzione del reddito a favore dei ceti medio-bassi compiuta con gli 80 euro.
Dipingere il renzismo come «un regime di plastica» e «un sistema di potere» non è battaglia politica: è sabotaggio. Soprattutto, non porta da nessuna parte. La sistematica distruzione del leader –la «strategia del conte Ugolino», secondo le parole divertite di Renzi –sembra essere l’ultima e unica risorsa di un ceto politico ripiegato su se stesso, litigioso, vendicativo e in definitiva sterile. Diversamente dal passato, però, oggi il Pd ha un leader che risponde agli elettori e non ai caminetti.

venerdì 1 luglio 2016

Delrio: “ L’Italicum è un’ottima legge che garantisce governabilità”


1 luglio 2016
Intervista al Ministro delle Infrastrutture sul Corriere della Sera
“L’Italicum è un’ottima legge che garantisce governabilità. Se qualcuno vuole cambiarla e proporre una legge migliore, lo faccia. Ma a pochi mesi dal referendum, mi pare un esercizio molto complicato trovare una maggioranza”. Così Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, in un’intervista al Corriere della Sera, che poi aggiunge: “Per me si può discutere di tutto. Ma faccio presente che questa legge è stata confezionata dopo numerose riunioni e passaggi parlamentari. Garantisce governabilità e aiuta a capire chi si assume la responsabilità. Per noi è il miglior punto di equilibrio”. 
La richiesta di passare al voto di coalizione è irricevibile? “Le richieste sono tutte legittime, ma il premio alla lista è nella logica della semplificazione dei partiti e del no al ricatto dei piccoli”, osserva il ministro che sottolinea: “Spero che nessuno voglia utilizzare la legge elettorale e il referendum come strumenti di lotta politica interna. Do la buona fede a tutti: resta da dimostrare come si trovino ora maggioranze in grado di approvare una nuova legge”. 
In vista del referendum, Delrio dice: “Questo non è un referendum su Renzi o sul governo, ma per avere un sistema efficiente che renda reali i valori della prima parte della Costituzione. Poi è chiaro che se non passano riforme strategiche come queste, un governo serio non può che prenderne atto”. Quindi con un no sarebbe crisi di governo? “Si’. Non cerchiamo consenso nei salotti o nelle correnti, ma tra la gente. Lavoreremo per convincere tutti, anche se il fatto che il 60% degli italiani non sappiano su cosa si vota mi preoccupa molto. Spero che serva la lezione del referendum britannico: fare politica contro è un modo infantile per aiutare il Paese”.