lunedì 3 agosto 2015

E' etico evitare gli sprechi. Perché dico sì ai tagli sanitari.


Corriere della Sera 03/08/15
Giuseppe Remuzzi
La spending review può essere l’occasione per rilanciare il Servizio sanitario nazionale partendo dall’etica di evitare gli sprechi: certi servizi vanno ridotti e certi altri potenziati. 
 I l decreto legge appena approvato in Senato prevede altri dieci miliardi di tagli in tre anni sulla salute. Il Ministro Beatrice Lorenzin questa volta è ottimista, «è per salvare la sostenibilità del Ssn», ma medici e governatori sono contro: “Se si continua così salta il sistema della sanità pubblica”». Chi ha ragione? Vediamo. Il Servizio Sanitario nazionale lo hanno inventato gli inglesi, noi con la legge 883 del 1978 l’abbiamo fatto nostro. Quel giorno, con quella legge, l’Italia ha compiuto un atto di grande civiltà e si è portata ai vertici della classifica della buona sanità. A noi sembra normale che se uno è malato possa avere un trapianto di cuore o di fegato e le cure più avanzate per il cancro senza spendere un euro. In molte parti del mondo non è così; avere qualcuno di malato in famiglia significa perdere tutto e indebitarsi. Nonostante gli sforzi di Hillary Clinton prima e di Obama adesso, è così anche negli Stati Uniti. Ancora oggi chi non è abbastanza ricco da pagarsi un’assicurazione privata e nemmeno così povero da ricevere aiuti dallo Stato non ha di che curarsi, ma Howard Brody, che è professore di medicina nel Texas una ricetta ce l’ha. Lui sostiene che quello che si spende in interventi che non portano alcun beneficio agli ammalati arriva al 30 percento del budget e «basterebbe evitare esami e interventi inutili per dare a tutti tutto quello che serve» anche negli Stati Uniti. L’articolo è nel New England Journal of Medicine, gli hanno messo un titolo bellissimo «Dall’etica dei tagli all’etica di evitare gli sprechi». Ma i medici criticano, anche là: «Noi dobbiamo curare non far quadrare i conti, se si spende troppo, pazienza». «No — scrive Brody — questo ragionamento non sta in piedi, se per dare tutto a tutti dovessimo esaurire le risorse, non ci sarebbe più niente per nessuno». E poi quello che non serve può far male; un esame del sangue fatto per niente genera altri esami e raggi e persino interventi chirurgici, tutto questo può portare a complicazioni che poi generano altri accertamenti e altre spese. «L’etica di evitare gli sprechi» deve essere un imperativo morale per tutti — continua Brody — anche per i cittadini». Da noi la spending review può essere l’occasione per rilanciare il Ssn partendo proprio dall’etica di evitare gli sprechi. Non possiamo permetterci interventi di nessun tipo per cui non ci sia nella letteratura medica evidenza di efficacia. Molti dei nuovi farmaci antitumorali hanno costi elevati, anche 60.000 euro per ciclo di cura. Ma i benefici sono quasi sempre modesti. Vanno prescritti? E’ meglio qualche settimana di vita in più fra grandi sofferenze o usare una piccola parte di quei soldi lì per garantire a chi è malato di essere assistito a casa sua? E ancora, è venuto il momento di chiudere davvero i piccoli ospedali e quelli che non servono. Ma non qualcuno, tutti. L’hanno fatto in tante parti del mondo e non è successo niente. Certo non si può tagliare e basta se in una certa Regione chiudiamo 50 ospedali dovremmo dare più risorse a quelli che restano. «To reduce cost, the best approach is often to spend more on some services to reduce the need of others» — scriveva qualche tempo fa Michael Porter sul New England Journal of Medicine — insomma per ridurre i costi certi servizi vanno ridotti e certi altri potenziati. L’etica di evitare gli sprechi è anche questo. «Niente tagli lineari» ha promesso il Ministro, appunto. Certi medici pensano che l’attenzione a quanto si spende sia in contrasto con l’etica professionale. Non è così, sono due facce della stessa medaglia; e affrontare il problema dei costi non incrina affatto il rapporto con gli ammalati, tutt’altro, certo bisogna saperci spiegare. Quello che si può fare oggi in medicina è praticamente illimitato ma nessun Sistema Sanitario al mondo può dare tutto a tutti, bisogna fare delle scelte. Vuol dire confrontarsi ogni giorno con l’enorme mole di conoscenze della letteratura medica; è questo che aiuta a distinguere cosa serve realmente agli ammalati, di che cosa si può fare a meno e cosa invece per quanto nuovo o sofisticato non serve affatto. E se per un certo problema non ci sono dati in letteratura bisogna saperli produrre (anche negli ospedali). Come fare in pratica? Servono formazione e ricerca e coinvolgere medici e infermieri e tutti gli altri operatori in grandi progetti di ricerca. «I risparmi (della spending review, ndr) verranno assegnati alla ricerca» ha detto in questi giorni il Ministro Lorenzin. Impeccabile, noi la prendiamo in parola. 
 


domenica 2 agosto 2015

I diciannove No.


Corriere della Sera 01/08/15
corriere.it
I toni del confronto si potevano intuire già ieri mattina. Leggendo i titoli della nuova L’Unità : una citazione morettiana d’annata, «Facciamoci del male», condita con la parola «imboscata». E leggendo le dichiarazioni dei dirigenti del Pd sui 19 franchi tiratori della minoranza, che hanno mandato giù il governo, prima che la riforma Rai passasse: dal «vigliacchi» di Luca Lotti agli «irresponsabili» di Roberto Giachetti. I 19 incriminati non indietreggiano di un millimetro. L’ex sindaco di Brescia Paolo Corsini detta un comunicato che è una fucilata: «Tal Luca Lotti, insigne statista del biliardino, chiama vigliacchi i senatori del Pd che non hanno votato la delega sulla Rai, dopo averne chiesto invano l’accantonamento. Fa il suo lavoro di mazziere: la perfetta incarnazione di quel servo che ubbidisce illudendosi di comandare, come avrebbe detto uno dei padri del cattolicesimo democratico. Non c’è da stupirsi: da subito applica la lezione appresa alla mensa di Verdini». 
 Parlando con Corradino Mineo, a lungo volto televisivo Rai, nonché direttore di Rainews, non ci si può aspettare un impeto minore. E se Matteo Renzi avanza l’ipotesi che con «l’imboscata» sull’articolo 4 (la delega al governo sulla riforma del canone), sia stato mandato «un messaggio» da parte della minoranza, Mineo conferma: «Certo, è un preciso avvertimento politico, effetto collaterale della follia renziana. Sulle riforme costituzionali 25 senatori gli hanno detto che non votano con lui. E invece di aprire la discussione, che fa? Fa convergere i verdiniani e cambia la dichiarazione di voto sull’arresto di Azzollini. Renzi maramaldeggia e ci sfida. Ma così mette il Paese su un piano inclinato verso il burrone: o viene al confronto o non c’è più la maggioranza. E neanche il Pd». Mineo, che ha votato no alla riforma Rai nel suo complesso, la giudica «sbagliata, una presa in giro»: «Peggiora la legge Gasparri, rende la Rai subalterna al governo, che è la peggiore delle lottizzazioni. È una riforma che rende la Rai più governativa, ma lasciandola ugualmente consociativa». 
 Maurizio Migliavacca, bersaniano, è più misurato ma ugualmente netto nel negare «imboscate»: «Federico Fornaro, che era il primo firmatario, aveva espresso quella posizione al gruppo e poi all’Aula. Tutto alla luce del sole». Migliavacca considera la riforma «modesta»: «Si occupa solo della governance . E male: ho sempre pensato che un sistema pubblico debba essere indipendente dai partiti, ma anche dai governi, visto che le leggi rimangono e gli esecutivi cambiano». 
 Fornaro ribadisce la sua tesi: «Una delega troppo generica è una delega in bianco all’esecutivo e non è prevista dalla Costituzione. Miguel Gotor definisce la riforma «un’occasione mancata». Quanto alla delega, non si fida più: «Nel nostro voto ha contato anche l’esperienza delle deleghe nel jobs act : le votammo fidandoci e invece il governo le modificò, ignorando i pareri della Commissione lavoro, votati da tutto il Pd. Sono ferite che non si dimenticano». Per il resto, Gotor preferisce non rispondere «ai toni bellicosi» dei renziani: «Attendiamo un confronto sulla riforma del Senato. È interesse comune cercare l’unità». 
 Lucrezia Ricchiuti, civatiana, sembra aver perso ogni speranza e ribatte punto su punto: «Lotti e Giachetti sono patetici. Pensano soltanto alle lotte di potere, non alla carne e al sangue del Paese. Perché su Azzollini ci hanno dato libertà e su una materia di competenza parlamentare come la Rai ci volevano costringere a votare sì? La verità è che ci trattano come zerbini. Perché non recuperano i 500 milioni di canone evaso?». Sulla riforma costituzionale la maggioranza c’è ancora? «I verdiniani sono meno di quello che speravano. Ma si son già messi d’accordo con Forza Italia: gli danno qualche poltroncina Rai e si prendono i loro voti». 


DELLE NON RAGIONI DEL SEN. CORSINI


Sandro Albini
2 agosto 2015
La difesa delle posizioni della sinistra DEM argomentata sulle pagine bresciane del corriere di oggi non è convincente. Sostenere che rientra nella dialettica democratica essere rappresentanti di un partito che esprime il governo del Paese e in sede parlamentare votare contro le indicazioni del partito e del gruppo cui si appartiene per "mandare un messaggio" non è solo preoccupante ma inquietante. Tradotto se la maggioranza del partito non fa quel che vuole la minoranza allora si minaccia un "vietnam parlamentare" come titola la stampa nazionale. E questa sarebbe la democrazia? Conosco la complessità della società odierna ma annacquare i provvedimenti legislativi con sfibranti mediazioni per giungere a testi che non incidono sulla realtà lasciando sostanzialmente le cose come prima, non mi sembra il modo migliore per far uscire l'Italia dalle secche nelle quali l'ha confinata il metodo consociativo degli ultimi decenni. Poiché su ogni provvedimento importante la minoranza dem si comporta come le minoranze parlamentari, ne tragga le conclusioni: esca dal partito. Se rimane dentro non può farlo solo per tendere imboscate al governo espressione del partito nel quale militano: che ne è delle regole di convivenza di una qualsiasi organizzazione per cui si possono fare all'interno tutte le battaglie per difendere le proprie idee ma nelle sedi istituzionali le proposte approvate vanno sostenute e difese? Se si ha la pretesa intellettualistica di vedere derive antidemocratiche anche laddove il governo cerca di superare le ignavie (e le insidie) parlamentari, paventando foschi scenari buoni per teste malate, allora si può capire la pervicacia con la quale i 19 (o i 25) continuano la loro per nulla leale battaglia. A meno che costoro si considerino parte di un PD virtuale parallelo a quello reale nel quale tutto è consentito. Nel vecchio (e saggio) PC sarebbero stati cacciati con ignominia. Questi volgono lo sguardo a Bisanzio mentre il mondo corre lasciando ai margini i permalosi e gli inetti.

La burla generosa all’amico comunista.


Corriere della Sera 02/08/15
Aldo Grasso
El Burlador de Sevilla. Ha suscitato molto clamore la lettura del lascito testamentario di Mario D’Urso, le chic et le charme , l’avvocato che si destreggiava fra alta finanza, case reali e jet set. 500 mila euro sono finiti a Fausto Bertinotti, sindacalista di formazione proletaria, casa di ringhiera al Precotto. 500 mila euro, una miliardata del vecchio conio, come si sono affrettati a sottolineare in molti. 
 L’amicizia tra D’Urso e Bertinotti era nota. L’avvocato conosceva mezzo mondo, frequentava i salotti glam di New York e quelli dei finanzieri liberal, intrecciava rapporti con scrittori, politici e attori, impavido come un eterno adolescente. Gli piaceva sedurre, gli piacevano i coniugi Bertinotti, forse incuriosito dall’ascensore sociale su cui il subcomandante era salito, passando dalla rudezza dei cancelli della Fiat alla morbidezza del cachemire, dalle fumose assemblee di fabbrica ai salotti romani. 
 Don Juan e il sindacalista dall’erre moscia. L’avvocato D’Urso era un perfetto nobiluomo, un cortegiano d’altri tempi. Ed è proprio nel Libro del Cortegiano di Baldassar Castiglione che per la prima volta viene introdotto nella nostra lingua il sostantivo spagnolo burla, il lazzo amichevole. 
 Il comunismo si può vincere in tanti modi: con la guerra, con la caduta del muro di Berlino, con Solidarnosc, con il lusso degli oligarchi. Anche con una burla generosa: argent de poche per il fantasma dell’ortodossia marxista.

«L’Italia è uscita dal tunnel della crisi Il risparmio è il pilastro della crescita».


Corriere della Sera 02/08/15
corriere.it
L’INTERVISTA CARLO MESSINA, CEO DI INTESA
Le banche, per certi versi, sono una specie di termometro. Misurano il clima dell’economia, le difficoltà o lo stato di salute dei loro clienti. Così ascoltare l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, dà l’idea di come l’Italia, nonostante tutto, si sia rimessa in moto. «Siamo fuori dalla crisi. I segnali vanno tutti in questa direzione...». 
 Le stime, da Bankitalia a Confindustria, segnalano una crescita possibile tra lo 0,7 e l’1 per cento... 
 «Vedo che il Paese accelera. E il rialzo delle stime del Pil ne è una prova evidente. Euro ai minimi, petrolio a questi livelli, tassi e spread molto bassi. Lo dico dalla fine del 2014 che questo sarebbe stato l’anno della svolta, un anno che non può essere sprecato...». 
 Un banchiere ottimista non è così frequente da incontrare... 
 «Guardi, noi intermediamo ogni giorno transazioni degli italiani per 20-25 miliardi di euro: famiglie, imprese, multinazionali, istituzioni. Dalla fine dello scorso anno vediamo segnali positivi: ad esempio, l’onda delle sofferenze, cioè i crediti che le imprese in difficoltà fanno fatica a restituire, si sta riducendo in misura rilevante. Vediamo anche che le imprese hanno ricominciato ad investire. E non soltanto quelle più orientate all’export ma anche quelle più legate alla domanda interna. La svolta insomma c’è stata. Un trend che non è più in discussione». 
 Anche il vostro peso nel mercato riflette questo clima. 
 «Mi pare molto importante, anche simbolicamente, che Intesa Sanpaolo si contenda testa a testa la posizione del primo titolo per capitalizzazione della Borsa italiana con l’Eni, storicamente al primo posto. Un fatto rilevante anche per il Paese: noi non produciamo auto o beni di lusso, ma siamo l’infrastruttura finanziaria dell’economia reale e ci sentiamo l’espressione della sua ripresa in questa fase. Un dato: con una capitalizzazione salita da 26 a circa 58 miliardi, siamo molto più avanti di grandi istituti europei considerati più blasonati». 
 Ormai gli investitori internazionali sono oltre 50%. 
 «Per la verità sono arrivati al 60% del capitale, da circa il 40% di un 18 mesi fa. In termini reali, al netto della performance del titolo, la cifra impegnata dall’estero sulle nostre azioni oscilla tra i 7,5 e i 10 miliardi di euro, la più elevata in valori assoluti. Questo significa che gli investitori esteri credono nelle potenzialità del nostro Paese. In fondo, noi come banca siamo l’espressione della forza dell’economia reale, della sua intatta capacità di crescere e competere. In passato, le grandi aziende quotate italiane trattavano “a sconto” per via della debolezza del Paese; oggi, al contrario, c’è un visibile “premio Italia” per chi, come noi, valorizza la forza del nostro sistema produttivo. C’è grandissimo interesse da parte di investitori Usa e asiatici. E c’è un elemento che non sottovalutato...». 
 Quale? 
 «Il risparmio degli italiani». 
 Detto da un banchiere è facile... 
 «Viene considerato un dato acquisito, ma non lo è. Il risparmio degli italiani è “tripla A”. Siamo secondi al mondo, dopo i giapponesi, per capacità di risparmio. Noi, come Intesa Sanpaolo per raccolta netta di risparmio gestito in Europa siamo secondi solo a BlackRock, leader mondiale del settore, con la differenza che noi raccogliamo solo in Italia, loro in tutto il continente. Se al risparmio, nelle sue varie forme, aggiungiamo i depositi gestiamo 850 miliardi di euro». 
 Vero. Ma anche il nostro debito pubblico è da record, viaggia ben oltre i duemila miliardi. 
 «Tutti enfatizzano questo aspetto. Però, più che rispetto al PIL il debito pubblico andrebbe commisurato agli attivi di cui il Paese dispone: risparmi e patrimonio immobiliare delle famiglie ad esempio, che valgono nell’insieme circa 10 trilioni di euro. Una ricchezza tra le più consistenti a livello mondiale. E il confronto sarebbe così più realistico. Il risparmio è un pilastro fondamentale della nostra economia: dovremmo ricordarcelo più spesso». 
 Forse ora bisognerebbe anche consumare un po’ di più. 
 «Noi vediamo che c’è una fascia di classe media che continua a risparmiare ma che, in questa fase di fiducia ritrovata, sta ricominciando anche a comprare. Una spinta ai consumi che renderà più forte la ripresa». 
 È finito il credit crunch? 
 «Per quello che ci riguarda non abbiamo mai chiuso le porte del credito. Quest’anno, nel primo trimestre abbiamo concesso 8 miliardi di credito a medio lungo termine, nel secondo 11 per un totale di 19 miliardi. In tutto il 2014 i miliardi erogati erano stati 27. C’è una forte crescita della domanda di credito. Noi, da soli, garantiamo finanziamenti all’economia quanto tutte le altre banche italiane. E nel 2015 supereremo la soglia prevista di 37 miliardi». 
 Sì, ma molte aziende sono ancora in difficoltà, i crediti a rischio hanno raggiunto la quota record di 320 miliardi di euro a livello di sistema. 
 «Come dicevo, il flusso degli incagli e delle sofferenze sta calando in modo molto significativo. Come Intesa Sanpaolo ci siamo impegnati in modo particolare a riportare le aziende in bonis: nel primo semestre di quest’anno ne abbiamo recuperate 8.500, in un anno e mezzo circa 17.500. Significa tutelare 200.000 posti di lavoro, secondo alcune stime. Cerchiamo quindi di offrire un sostegno concreto all’economia del Paese. Certo, la riforma del mercato del lavoro con il Jobs act è certamente un fatto importante per l’occupazione, ma anche le scelte di una banca come la nostra possono essere decisive». 
 Ma gli azionisti? 
 «Un’istituzione come Intesa Sanpaolo deve creare valore per i soci ma anche per il Paese. Abbiamo l’orgoglio di essere tornati leader. Lo vedo qui in Banca, il coinvolgimento di tutte le persone impegnate in un progetto che le riguarda. Tutte». 
 Lei dice che i risparmiatori si sentono più sicuri. E la casa? Come va il mercato immobiliare? 
 «Con lo spread impazzito a oltre 500 punti era difficile fare qualunque ragionamento. Chi possedeva titoli di Stato non poteva venderli se non al prezzo di perdite elevate. Con lo spread a livelli normali, anche il patrimonio finanziario delle famiglie ha recuperato valore. E questo sta rimettendo in moto un circolo virtuoso. Lo vediamo da come crescono i mutui, a ritmi che non si vedevano da anni. Anche per le banche, peraltro, la rivalutazione degli immobili ha un impatto importante sui conti. Lo ripeto, il clima è cambiato». 
 Ma la Grecia è ancora lì, il salvataggio è solo agli inizi. 
 «Con il quantitative easing di Mario Draghi e della Bce non poteva esserci una soluzione diversa. La speculazione ha potuto fare poco. E anche i rischi di contagio sono stati effettivamente ridotti. Sa che cosa è cambiato?». 
 No, dica... 
 «Gli investitori internazionali hanno fiducia che ora in Italia le cose si cominciano a realizzare. Che le riforme si cominciano a fare. Da questo punto di vista il Governo sta lavorando bene». 
 Entrerete nel fondo salva imprese? 
 «Non abbiamo ancora visto i piani. Quando vedremo, faremo le nostre valutazioni». 
 La bad bank? 
 «La bad bank può essere uno strumento, ma non mi sembra la priorità. Quello che conta è avere regole che funzionino: poter recuperare un credito in tre anni anziché in sette, oppure dedurre fiscalmente le perdite in un solo anno invece che in 18. Queste innovazioni sono state introdotte, e produrranno effetti positivi». 
 Come vanno i rapporti con il nuovo supervisore, la Bce? 
 «Siamo soddisfatti, abbiamo stabilito una relazione molto positiva, basata sul reciproco rispetto. E la Banca d’Italia ha svolto un grande lavoro che va riconosciuto». 
 Intesa Sanpaolo ha appena deciso l’addio al duale. 
 «Se la banca ha avuto successo ciò si deve anche a un sistema di governance che ha funzionato bene. Poi ci sono le persone, e da questo punto di vista il merito del professor Bazoli è indiscusso: un protagonista della storia economica del Paese e il principale artefice della creazione di Intesa Sanpaolo, oggi una delle banche più forti a livello internazionale. Negli ultimi tre anni il Consiglio di Gestione è stato guidato con grande competenza e equilibrio dal professor Gros-Pietro, col quale c’è grande sintonia». 
 C’è un gran movimento nelle Popolari. 
 «Sì, lo vedo, ma non ci riguarda. I nostri progetti di crescita sono rivolti all’estero, in particolare nel private banking e nel risparmio gestito. Stiamo aprendo una sede a Londra e rafforzeremo la nostra presenza in Svizzera». 
 Siete usciti da Telecom. Avrete un ruolo nella banda larga? 
 «Come finanziatori, se ce lo chiederanno, sì. Dopo aver esaminato la validità dei progetti». 
 Le autostrade? 
 «Le quote che deteniamo verranno dismesse». 
 Rcs? 
 «Fa parte delle partecipazioni che saranno cedute durante l’arco del nostro piano di impresa, cioè entro il 2017». 
 I dividendi? 
 «Abbiamo annunciato un piano di dieci miliardi in quattro anni. Lo rispetteremo». 
 Come si trova con le fondazioni-socie? 
 «Hanno assicurato stabilità e una prospettiva serena, essenziale per realizzare i nostri progetti. Sono state decisive per l’aumento di capitale del 2011. E noi abbiamo ripagato quella fiducia con le cedole e con l’andamento del titolo». 
 In base agli accordi con il Tesoro Compagnia San Paolo, Firenze, Bologna e Cariparo dovranno cedere alcune quote. 
 «Hanno tre anni di tempo». 
 Non ci saranno difficoltà a collocarle... 
 «Credo proprio di no. Chi investe su di noi investe sull’Italia e oggi sono in molti a volerlo fare. La nostra è una Banca solida, profittevole e in grado di crescere. Basata principalmente in un Paese finalmente in ripresa». 



La guerriglia psicologica di Lucia Annunziata. L’uso spregiudicato dell’Huffington


31/07/2015
In questo articolo Enzo Puro smaschera la strategia comunicativa del giornale on line della Annunziata. Mettendo in atto le teorie di Luigi Cavallo, l’Huffington scatena ogni giorno una vera guerriglia psicologica mirata a demoralizzare i sostenitori del PD Renziano.
Da molto tempo seguo la titolazione quotidiana dell’Huffington post il cui Direttore è Lucia Annunziata.
In questo mio articolo vi riproporrò i titoli che in questa lasso di tempo il giornale on line fondato da Arianna Huffington e legato in Italia al gruppo editoriale di De Benedetti, ha sparato in tutta pagina sul Partito Democratico.
La lettura quotidiana di questo giornale mi ha fatto ritornare in mente le teorie di un grande spione vissuto nel secondo dopoguerra.
Parlo di Luigi Cavallo, infiltratosi durante la Resistenza nelle file del PCI e che nel primissimo dopoguerra ha lavorato nella Unità torinese.
Abbandonò il PCI da sinistra e ce lo ritroviamo poi al soldo di Valletta alla Fiat e sodale del Conte Edgardo Sogno e delle sue ambigue organizzazioni di destra.
E fu proprio il Conte Sogno, in una intervista ad un giovane Aldo Cazzullo, a raccontarci la teoria di questo poliedrico spione.
Diceva questo Cavallo che per combattere il PCI e demoralizzare i suoi militanti (in una sorta di vera guerriglia psicologica) era completamente inutile attaccarlo sull’antipatriottismo e sui suoi legami con l’URSS. Questi argomenti non facevano presa nella base comunista. Bisognava invece usare, contro il Pci e contro soprattutto i dirigenti di fabbrica, argomenti di estrema sinistra, criticare il PCI elencando i suoi tradimenti ed insinuando anche sulla moralità di chi in fabbrica si batteva per i lavoratori.
Ed infatti nel periodo in cui Cavallo fu operativo a Torino si diede da fare a creare gruppi e gruppetti di estrema sinistra e soprattutto a diffondere giornalini e volantini che mettessero in evidenza i tradimenti dei comunisti.
Ecco, io credo che la Lucia Annunziata (non so quanto consapevolmente) applichi al suo giornale on line questa teoria.
E quella dell’Huffington è una agenda setting tutta mirata a costruire tradimenti ed errori da parte del PD e di Renzi.
Inventandoseli spesso o amplificandoli se gli errori a volte hanno un minimo di verità (non sono tra quelli che crede che Renzi non sbaglia mai).
Tra poco elencherò questi titoli ma i più significativi sono quelli fatti durante le trattative per il Presidente della Repubblica dove all’Huffington (e devo dire in tutta la stampa di opinione) davano per certo che dentro il patto del Nazareno la clausola più importante fosse quella che assegnava a Berlusconi la scelta del nuovo Presidente.
Di titoli che insinuavano questa manovra in quel periodo la Annunziata ne fece tanti ma quello, andando all’indietro, che mi colpì di più fu questo: “Come mandare Berlusconi al Quirinale e vivere per sempre felici e contenti”.
Come andò a finire lo sappiamo tutti.
E la Annunziata ci riprova in questi giorni sul Presidente Rai con il seguente titolo: “Il governo si arrende; RAI avanti con la Gasparri. Sulla Rai rinasce l'asse Pd e Forza Italia”.
Ma andiamo con ordine.
Chi è innanzitutto Lucia Annunziata?
Di lei sappiamo che iniziò la sua carriera nel Manifesto e che nel 1977 partecipò all’assalto a Lama all’Università di Roma dove, come lei racconta in un libro, lanciò sampietrini contro la classe operaia che difendeva il grande leader sindacale.
Leggete con quale lirismo racconta nel suo libro dedicato al 1977 questo suo gesto: “Sulla mano pesava un sampietrino - uno di quei cubi di pietra scura, con una faccia liscia e tre appena sbozzate, usati per pavimentare le strade e lasciati spesso in giro nei lavori in corso. Un possente pezzo di materia inerte, dall'innocente aria di giocattolo, che piega il polso. Nell'aria volava di tutto, lanciai il mio, che fece un percorso breve e andò ad atterrare chissà dove - svanì, andò su un albero, su un braccio, su una testa? Nel momento in cui si staccò dalla mano mi riafferrò una grande calma, il biglietto era stato pagato, avevo fatto anche io omaggio al dio della rivolta». E conclude dicendo “ero molto orgogliosa di quella pietra”.
Naturalmente lo slogan di quella gruppettara era “né con lo Stato né con le BR”.
In seguito come tanti che in quegli anni si distinsero per la loro violenza verbale (e non solo) contro il PCI la Lucia Annunziata fece carriera, passando a Repubblica.
In anni più recenti fu nominata dal governo di centrosinistra Presidente della Rai (nessuno si ricorda cosa fece di buono) ma soprattutto fu direttrice responsabile di Aspenia, la rivista della fondazione Aspen, struttura del gruppo Bildenberg alle cui riunioni riservate la Annunziata era ospite fissa.
Ed è Lei che oggi guida la riscossa di tutta quella parte di élite italica che non accetta l’arrivo in politica di un parvenu provinciale come il nostro premier, un tizio che non si genuflette davanti ai santoni dell’editoria, che coltiva un suo progetto di autonomia della politica e che si è messo in testa di cambiare l’Italia senza ascoltare i consigli di Scalfari o della stessa Annunziata.
E lo fa direttamente o attraverso soprattutto due giornalisti all’uopo incaricati, specializzati in retroscena ed in insinuazioni senza senso (parlo di Angela Mauro ed Alessandro de Angelis).
Ecco alcuni titoli dei suoi editoriali:
“Ma Renzi è adatto a governare?”
“Cambio di pagina: ora Renzi non ha più né gufi né alibi.”
“Effetto Dorian Gray per Matteo Renzi “
“Così è finito il Partito democratico “
“La "cacciata" di 10 dissidenti: un fallimento per Matteo Renzi “
“Per Renzi un giorno da Berlusconi - Ha salvato Azzollini, incassato Verdini, si è arreso alla legge Gasparri”
I titoli degli articoli della Lucia sono il sottofondo ritmico su cui si innestano poi i solisti del giornale che sviluppano il tema. Ed il sottofondo serve a creare nel lettore e nell’elettore PD dubbi e sconforto, mettendo in dubbio appunto le capacità di governo di Renzi insieme alla fine del Partito Democratico, la bufala della repressione del dissenso (il riproporsi di un suo ricordo giovanile forse, l’appello di Deleuze e Guattari contro la repressione del PCI), e il rinverdimento del frame Renzi uguale a Berlusconi.
Creato questo sottofondo irrompono in scena i solisti.
E qui c’è da sbizzarrirsi.
Li metto alla rinfusa ma è evidente quale è il frame che i titoli a percussione dell’Huffington stanno costruendo.
“Il Governo Renzi nasce debole, non basta essere giovani per avere lunga vita”
“I ballottaggi rendono l'Italicum una roulette russa per Matteo Renzi”
“Addio Pd, ecco il Partito della Nazione che imbarca destra e riciclati in tutta Italia”
“Mafia Capitale, Renzi nel bunker in un clima da '92 prova a prendere tempo su Roma e sul Senato si affida al gruppo di Verdini”
“Referendum greco, Matteo Renzi non tocca palla sulla trattativa tra Tsipras e asse franco-tedesco.”
“Un premier ingabbiato e un Pd dissanguato”
“Tor Sapienza e maltempo, la paura che ha Renzi del paese reale”...
“Mafia Capitale, la doppia paralisi di Roma: la nuova giunta Marino è già partita male. E Renzi non sa che fare”
“Ecco la stampella di Denis: riforme blindate e sinistra spaccata. E Renzi incassa in silenzio”
Ed è così tutti i giorni.
E’ evidente che l’obiettivo non è di informare. L’obiettivo è gettare nel panico i sostenitori del PD. La Annunziata sa bene che la grande maggioranza dei sostenitori del PD sono molto sensibili ad alcuni temi ed è su quei temi che quel giornale insiste. In maniera sfacciata e maniacale.
Sia chiaro, a conclusione di questa mia avvelenata, che io sono un Democratico ed in quanto tale un sostenitore della totale libertà di stampa.
Sosterrò sempre il diritto della signora Annunziata di scrivere stronzate così come del signor De Angelis e della signora Mauro. E se qualcuno volesse impedirglielo mi batterei con ogni mezzo in loro difesa.
Ma la loro libertà (al netto di calunnie e diffamazioni naturalmente) è uguale alla mia libertà di criticare aspramente questa signora presuntuosa ed arrogante

Il vero ribelle è il partito del Pil.


Corriere della Sera 01/08/15
Dario Di Vico
Matteo Renzi alla fine ce l’ha fatta e sulla Rai il governo ha incassato con ampio scarto di voti l’ imprimatur del Senato. Senza voler sottovalutare il peso numerico della sinistra dem e soprattutto la sua indubbia autorevolezza, gli avversari interni del premier appaiono come quei calciatori più bravi nel rilasciare le interviste pre partita che nel farsi valere nelle mischie sottoporta. Anche Matteo Salvini quando deve passare dalla propaganda spicciola, e spesso scontata, a dare prova di vera incisività politica mostra tutte le sue lacune o comunque i suoi ritardi. I Cinquestelle, dal canto loro, sono bravissimi nell’esercitare la critica feroce del potere fino allo sberleffo ma si perdono un attimo dopo. Così il vero partito di opposizione al renzismo resta il Pil, un partito dannatamente concreto e che non si piega ai desiderata di Palazzo Chigi. Aspettiamo i dati di metà agosto sul secondo trimestre del 2015 ma intanto i riscontri che di volta in volta vengono dalla produzione industriale, dall’occupazione e dagli indici di fiducia ci fanno vivere sull’ottovolante, un giorno sembrano autorizzare l’ottimismo più limpido, il giorno dopo ci riservano una doccia scozzese. E ieri con le ultime rilevazioni sul tasso di disoccupazione è successo proprio così. 
 

 La verità è che si sta confermando l’intuizione secondo la quale l’economia del dopo crisi sarebbe stata un’altra delle terre incognite alle quali dovremo abituarci. I cicli economici si preannunciano molto più corti, sembra profilarsi una scissione tra recuperi di efficienza e ricadute sociali, i rapporti di potere si spostano a favore delle piattaforme digitali e a discapito dei produttori (tagliando sì l’intermediazione ma non generando nell’immediato ricchezza alternativa). Da cronisti annotiamo come in Italia i bilanci delle banche e delle imprese tornino ad essere lusinghieri — a volte anche in maniera pronunciata — mentre le rilevazioni sui posti di lavoro, la povertà e la condizione del Sud scandiscono il perdurare di un’ampia condizione di disagio. Si è già parlato a lungo delle riprese senza occupazione, il rischio è di trovarci di fronte anche a un ampliamento delle distanze tra vagoni di testa e vagoni di coda. I tempi di trasmissione della ripartenza possono essere più lunghi di quelli che conoscevamo, se non altro perché in materia di occupazione c’è da riassorbire il maggiore stock di cassa integrazione della storia. 
 La fenomenologia della vita aziendale è ricca di spunti: osserviamo, ad esempio, come anche in questo agosto la Electrolux lavorerà senza fermarsi ma questo sforzo non si tradurrà in un aumento delle persone che lavorano perché si tratta di far fronte a picchi di produzione e non a incrementi stabili delle vendite di elettrodomestici. Il risultato è che le imprese in svariati casi hanno timore ad aumentare strutturalmente il perimetro degli addetti perché giudicano i mercati ancora troppo volubili. Anche sul piano delle aspettative delle famiglie non abbiamo conosciuto una vera inversione della tendenza. Si continua a risparmiare tanto — circa un nucleo su due secondo i dati Ixè — ma si agisce così per paura, equivale a mettere sacchi di sabbia davanti alla porta per timore di una nuova alluvione. Di fronte a queste evidenze c’è chi sostiene che fin quando non si detasserà la casa gli italiani non si capaciteranno del tutto che è arrivata davvero l’ora di un cambio di passo anche nei loro comportamenti e nei consumi. Di fronte a un’economia reale così riottosa a farsi dettare i tempi dalla politica, Matteo Renzi ha avuto finora una doppia reazione. Spesso ha pensato di poterle far cambiar verso usando a piacimento la leva della comunicazione (leggi propaganda), negli ultimi tempi però ha iniziato a ragionare in termini di discontinuità politico-culturale. A cambiare la cassetta degli attrezzi. La repentina svolta sulle tasse fa parte di questo percorso, è il tentativo di rispondere alle incognite del Pil con una strumentazione più aggressiva e capace di dialogare con l’Italia profonda. 
 Anche la sortita del sottosegretario Claudio De Vincenti, che ha invitato le imprese a quotarsi in Borsa per salire di taglia e intercettare meglio la ripresa, rappresenta una novità per certi versi inattesa. Ma quello che manca all’appello in questa riconversione di cultura politica è lo stimolo che può venire dal portafoglio di competenze del ministero affidato a Graziano Delrio. Si può (e si deve) rilanciare il mattone impostando però un nuovo modello di business capace di puntare sul privato e scontare il declino dei lavori pubblici. Esistono già delle proposte sensate, si tratta di renderle praticabili. Presto.