lunedì 27 aprile 2015

Tocca all’Italicum.
Renzi:noi non ci fermiamo.


Corriere della Sera 27/04/15
Al. T.
Sembra sfumare l’ipotesi di un rinvio del voto sull’Italicum, che arriva oggi nell’aula della Camera. La scelta se porre la fiducia potrebbe non riguardare le pregiudiziali di costituzionalità, ma i soli articoli del provvedimento. E contro l’ipotesi della fiducia si scaglia il leader di Area riformista Roberto Speranza, che la definisce «un errore madornale». Renzi però politicamente ha di fatto già posto la fiducia quando, alla Gruber, ha spiegato che se «l’Italicum non passa si va a casa». Insomma, il clima è incandescente, tant’è che c’è chi come Arturo Scotto, di Sel, denuncia «telefonate e pressioni indebite da ambienti governativi su singoli esponenti dei gruppi parlamentari sul voto di martedì».

 Ma il premier va avanti e parlando ai suoi dice che se l’Italicum fosse bocciato non sarebbe smentito solo lui, «ma l’intero Pd»: «Questa legge l’abbiamo cambiata tre volte per venire incontro alla minoranza. Ora vogliono cambiarla di nuovo. In realtà è che pensano di tornare da capo come sempre. Ma non glielo consentiremo». E ancora:
 «Si sono già dimenticati che li abbiamo portati al 41%. E che abbiamo vinto in 4 Regioni dove si era perso». In questa legislatura, prosegue Renzi, «un governo Brunetta-D’Attorre-Salvini non mi pare lo scenario più plausibile, ma sarebbe il Pd a quel punto a chiedere elezioni».

 E se il capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta riassume i suoi desiderata («Avanti fino al 2018 con la legislatura, no alle elezioni anticipate, no all’Italicum, via Renzi»), il premier non ha intenzione di desistere, perché «i nostalgici dell’inciucio, sia dentro il Pd che fuori, come Brunetta, si mettano l’anima in pace: il governo sarà di legislatura, fino al 2018». E per ulteriore conferma, racconta un episodio: «Mi ha molto colpito, a Marzabotto, il partigiano che mi ha detto: Matteo, noi di sinistra siamo così, litighiamo e discutiamo, ma tu vai avanti, non ti fermare».

 Speranza parla da Lucia Annunziata: «Renzi non deve mettere la fiducia, sarebbe un errore madornale, una violenza enorme verso il Parlamento». E se il governo mettesse la fiducia, cosa farebbe? «Se io oggi dicessi qui voto la fiducia, direi a Renzi ok metti la fiducia. Io dico che sarò leale fino in fondo, ma Renzi sia leale con il Parlamento. Non ho mai detto, comunque, che non voterò la fiducia». Speranza non vuole spaccature nel partito: «La scissione sarebbe un errore enorme, mi dà fastidio persino il suono della parola. Fuori dal Pd c’è il disastro». Ma dice di no a un Pd partito della nazione: «La gente mi chiede: il Pd litiga con la Camusso e imbarca Bondi e Verdini. Ma che sta succedendo?». All’ex capogruppo risponde così Renzi, parlando con i suoi: «Bondi e Verdini potranno pure appoggiare il governo, ma non entreranno mai nel Pd. Il partito della Nazione? Una espressione di Reichlin il giorno dopo le Europee». Quanto alla ricorrente evocazione dell’Ulivo, Renzi parla di «polemiche strumentali»: «C’è chi è sempre stato contro l’Ulivo di Prodi e ora cerca di usare quella stagione giocandola contro il presente. Noi il buono dell’Ulivo lo difendiamo sempre». E a conferma, si cita il seminario sulle primarie dieci anni dopo, che si terrà oggi con Arturo Parisi e Lorenzo Guerini .




Lealisti, indecisi e (pochi) irriducibili
Vanno in scena le tre minoranze.


Corriere della Sera 27/04/15
Alessandro Trocino
«Il punto è politico: qui rischia di venire meno un pezzo di Pd». Danilo Leva, bersaniano, non nasconde i timori per quello che accadrà quando si andrà al voto sull’Italicum, se venissero poste le questioni di fiducia. E il Pd rischia di arrivarci spaccato in tre tronconi: un corpaccione di renziani e lealisti che dirà di sì alle fiducie e nel voto finale; un gruppo consistente di bersaniani e cuperliani che non negherà il proprio via libera ma non nasconderà l’irritazione e la rabbia; e una minoranza di irriducibili, che consumerà uno strappo con la maggioranza del partito, dicendo di no alle fiducie e all’Italicum. Tra questi, ci sarà anche chi differenzierà il voto, dando la fiducia al governo, ma respingendo il provvedimento nel voto finale segreto.

I capofila della protesta sono noti. I no più secchi sono di Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre. Che ancora ieri ribadiva: «Questa legge elettorale è un pasticcio, un errore. Io non la voterò, senza modifiche. Nella sciagurata ipotesi, io non parteciperò al voto di fiducia e poi voterò contro».

 Con loro c’è anche Pippo Civati. E anche Rosy Bindi sembra pronta alla battaglia: «Se si metterà, io non negherò la fiducia al governo, negherò la fiducia ad un atto improprio del governo». Enrico Letta, dopo le punture dei giorni scorsi, non si sbilancia: «Vediamo cosa succede, è ancora tutto da decidersi».

 La pattuglia degli irriducibili per ora non sembra andare molto al di là delle dieci unità. Ma c’è un enorme punto interrogativo, che riguarda in parte Area riformista, la corrente guidata da Roberto Speranza e che è spaccata a metà, e soprattutto i cuperliani e i bersaniani. L’unica linea comune scelta finora è quella di non sbilanciarsi, per non scoprire il fianco. È possibile che il grosso della minoranza critica alla fine decida di non consumare la rottura, non votando fiducie e provvedimento, ma dirlo ora darebbe un’arma in più a Renzi.

 Marco Meloni, lettiano, spiega: «Dobbiamo insistere fino all’ultimo, respingendo la fiducia e ribadendo l’assoluta gravità. Per ora si può dire solo questo, procedendo passo dopo passo e cercando di evitare la fiducia». Ma se non si riuscisse a evitare? Alla fine cederete? «Non do affatto per scontata la fiducia da parte mia. Ma Renzi sbaglia se prova a mercanteggiarla con la durata del governo o con i diritti civili. Le norme elettorali non sono beni negoziabili». Posizione non dissimile da quella di Leva: «Noi siamo leali verso il partito, ma Renzi sia leale verso il Parlamento». Davide Zoggia è cauto: «Valuteremo alla luce del clima che ci sarà e delle eventuali forzature. Speranza ha ragione, ora tocca a Renzi riprendere il dialogo. Anche perché non può risolvere a sportellate le cose: alla fine magari ci riesci ma ti ritrovi con un problema grande come una casa». Enzo Lattuca, vicino a Bersani, voterà disgiunto: «Potrei votare la fiducia e dire no nel voto segreto. Perché sia chiaro che la mia contrarietà è verso questa legge, non verso il governo».

 I renziani la vedono diversamente: «Se l’Italicum non passa — spiega Angelo Rughetti — vuol dire che la minoranza vuole dettare legge senza numeri». Emanuele Fiano ricorda che «la legge attuale è stata bocciata dalla Consulta, cambiarla era un dovere». Per Ernesto Carbone «fermarsi ora sarebbe irrispettoso verso tutto il Pd».

 Dario Ginefra spera ancora nel dialogo: «Molti di noi, pur riconoscendosi nella minoranza, voteranno a favore della legge elettorale, auspicando una sua modifica successiva». Potrebbe essere il caso di Cesare Damiano: «La fiducia l’ho sempre votata, anche al governo Monti. E dovremo sostenere anche quelle sulle pregiudiziali di costituzionalità. Ma Renzi sappia che porre la fiducia sarà un ulteriore strappo nel Pd».

CANDIDATA E PM DIGERONIMO 
IN UNA NUOVA PORTA GIREVOLE.


Corriere della Sera 26/04/15
Marco Demarco
Neanche il tempo di uscire dal consiglio comunale di Bari, e già Desirée Digeronimo si prepara a entrare in quello regionale, al seguito del suo amico e collega Michele Emiliano. Entrambi sono infatti magistrati. Prestati alla politica, certo. Ma pur sempre magistrati, e non perché rimasti fedeli alla toga e ai valori della cultura giuridica, ma più terra terra perché né l’uno né l’altro si è mai formalmente dimesso. E ciò pur essendo lui ex primo cittadino di Bari, attuale segretario regionale del Pd e candidato governatore benedetto da Renzi; e lei candidata sindaco per una lista civica: fu battuta dall’attuale sindaco del capoluogo Antonio Decaro, anche lui passato, indenne, per una sua indagine. In consiglio comunale, Digeronimo c’era finita proprio in quella occasione. Poi però il Tar ha stabilito che il seggio le era stato illegittimamente attribuito. «Per me Miss Italia finisce qua», commentò lei, leggera, su Facebook. Ma si sottovalutava. Negli insoliti panni di Enzo Mirigliani, storico patron del concorso in bikini, Emiliano l’ha subito rimessa in gara. E lo ha fatto, tra l’altro, proprio mentre si complimentava con Nichi Vendola per aver regalato alla Puglia dieci «meravigliosi» anni di governatorato: da un lato gli diceva questo, inducendolo alla commozione fino alle lacrime, e dall’altro lo infilzava inserendo in lista Digeronimo, che di Vendola, poi assolto, è stata la grande accusatrice: da pm gli attribuì il concorso in abuso d’ufficio per aver favorito un primario. Tutto questo sembra quasi un remake di un vecchio «guardie e ladri». Ma purtroppo non è un film. Un padre costituente diceva che quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra. A Bari politica e giustizia intasano porte, finestre e balconi.

Le strategie dei Berlusconi 
«per non disperdere il patrimonio politico».

Corriere della Sera 26/04/15
Francesco Verderami
In famiglia conoscono la politica per averla frequentata, «dopo vent’anni vissuti accanto a nostro padre sappiamo bene cosa significa farla, sappiamo che è un inferno», dice Pier Silvio Berlusconi. Ma «l’inferno» ha un enorme potere attrattivo, e può accadere che si confonda per missione quella che in fondo è una tentazione. Periodicamente si è raccontato che i figli dell’ex premier fossero prossimi a varcare quella soglia, a volte sospinti a volte attratti, sebbene le voci siano sempre state smentite dagli eventi. Tuttavia non c’è dubbio che a casa Berlusconi il tema continui a essere al centro della discussione, se è vero che Pier Silvio qualche settimana fa — incontrando alcuni dirigenti liguri di Forza Italia — abbia confidato il suo pensiero: «Sappiamo bene che la politica è un inferno, ma sarebbe un peccato se questo patrimonio andasse disperso».

Così le dichiarazioni di Marina contro Renzi hanno alimentato l’idea che il progetto di famiglia non sia stato (del tutto) accantonato. Sia chiaro, non c’è nulla di imminente, anzi. In questi ultimi anni — fianco a fianco con il padre — la figlia sostiene di aver maturato «diffidenza e avversione verso le logiche della politica». Inoltre l’affondo nei riguardi del premier aveva un obiettivo tutto interno al gruppo, si trattava di un esercizio di leadership aziendale, un modo cioè per affermare definitivamente una linea non più condiscendente verso il capo del Pd, «anche perché le nostre società sono quotate in borsa e noi non abbiamo nulla da temere». Insomma, la numero uno di Mondadori si è mossa fuori dal perimetro del famoso «campo», ma proprio il piglio mostrato con Renzi non esclude una sua «discesa in campo» .

La politica è fatta di opportunità e di timing, e dunque solo se questi due fattori dovessero combaciare tornerebbe in agenda per Marina la necessità di dover decidere che fare. Tra l’ottobre e il novembre del 2013 fu davvero a un passo dall’ufficializzare la sua candidatura a premier. E se il governo Letta fosse caduto, portando il Paese alle urne, era già pronto il suo discorso: «Mai avrei immaginato di trovarmi su questo palco», recitava l’incipit. Con la chiusura di quella finestra elettorale, la figlia di Berlusconi riteneva definitivamente chiusa quell’esperienza mai iniziata.

Però qualcosa sta cambiando, lo si intuisce dalle mosse del padre che lavora alla nascita di un nuovo rassemblement di centrodestra sul modello dei Repubblicani statunitensi. Immagina una ripartenza, «penso a un altro ‘94», dice mentre studia gli amatissimi sondaggi, dentro i quali ci sono anche — guarda caso — i report che testano il gradimento di Marina. Ma per produrre davvero degli effetti, «un altro ‘94» deve prevedere — come allora — un leader nuovo e una nuova formazione politica, per dare risalto alla rottura rispetto al passato. Questo determinò venti anni fa il successo di Forza Italia e del suo cavaliere. Perciò venti anni dopo non possono più essere riproposte all’elettorato né Forza Italia né il suo cavaliere.

Solo se fosse questo il disegno, avrebbe un senso ciò che Berlusconi sta facendo, con la dismissione della sua creatura e dell’intero gruppo dirigente. Ecco il motivo che lo indurrà a togliere il proprio nome dal simbolo del partito alle prossime Regionali. Sarà un modo per non intestarsi la sconfitta e per avviare un processo di ristrutturazione che richiama le operazioni finanziarie: Forza Italia diventerà la «bad company» dove scaricare un fatturato politico che è a saldo negativo e che non dovrà pesare sul bilancio della «newco». «In attesa di trovare un nuovo leader, dobbiamo costruire un nuovo partito», ha detto l’altra sera ai gruppi parlamentari. Ed è naturale l’ostilità di chi si sente già rottamato, si capisce la reazione di Denis Verdini, ormai prossimo al distacco, e che ritiene di aver scorto il disegno: «Più volte Silvio ha iniziato a preparare sua figlia, ma lei non è il padre. E comunque io vado avanti per la mia strada».

Si vedrà se i Berlusconi prenderanno l’eredità politica di Berlusconi per evitare che «il patrimonio vada disperso». Servirà che coincidano timing e opportunità, perché oltre i voti c’è da gestire anche l’altro patrimonio di famiglia.


«Caro Enrico, e i tuoi saggi?». 
Il duello costituzionalisti-ex premier.


Corriere della Sera 26/04/15
M. Antonietta Calabrò
«Caro Enrico, do you remember Quagliariello? Era il ministro delle Riforme istituzionali del tuo governo e guidava la Commissione dei 35 saggi?». Stefano Ceccanti non si sottrae a un nuovo scambio di risposte con Enrico Letta, dopo che venerdì l’ex premier aveva espresso dubbi «sull’opportunità di approvare riforme a maggioranza risicata». E lo stesso fa Augusto Barbera: «Il protagonismo del governo in materia di riforme istituzionali, lo hai inventato proprio tu, Enrico, dopo il fallimento del governo Monti, e l’insuccesso di formare un governo a guida Bersani, lo ricordi? ».

A loro si aggiunge Francesco Clementi. Ceccanti, Barbera e Clementi facevano parte proprio della Commissione dei 35 saggi e via Twitter e blog hanno spiegato che non riescono a capire perché Letta oggi si mette di traverso sull’Italicum. Semmai, aggiunge Clementi, «Enrico dovrebbe intestarsi la paternità del lavoro: non è un buon motivo contestarlo, perché non si è riusciti a portarlo in porto». In gioco l’agognata riforma del sistema elettorale, e cioè l’approvazione definitiva dell’Italicum, gli equilibri all’interno del Pd, la fiducia e, secondo quanto detto dal premier Renzi, lo stesso governo.

Sempre Clementi dice: «Stimo Enrico come uno che al di là del posizionamento politico è sempre attento a mantenere un profilo riformista e giudicare la realtà delle cose, ebbene l’Italicum costituisce quella che si può definire “una precondizione di sistema”, e l’unica differenza con la proposta della “sua” Commissione di saggi è che il premio di maggioranza va alla lista e non anche alla coalizione». Barbera spiega perché questo cambiamento non è per niente liberticida: «Nel 2013 abbiamo trovato l’accordo sul governo del primo ministro, così come avviene in Spagna, Inghilterra e Germania. Una riforma per far funzionare il sistema modificando solo la legge elettorale. L’Italicum migliora quell’accordo correggendo uno dei difetti più gravi del maggioritario e cioè la formazione di coalizioni eterogenee in grado di vincere, ma non di governare. Basta ricordare i governi Berlusconi con Lega e An, e il nostro governo Prodi che andava da Mastella a Turigliatto». Secondo i tre costituzionalisti, Letta, inoltre «non disconosce il merito» della questione. Ceccanti: «Letta firmò anche il referendum Guzzetta». Ma Letta sostiene che è una questione di metodo: niente «aut aut». Risponde Ceccanti: «L’eventuale voto di fiducia è perfettamente legittimo, dal momento che il Regolamento della Camera permette il voto segreto anche per questioni politiche che non coinvolgono scelte di coscienza, a differenza del Senato. Ci sono vari precedenti su questioni istituzionali. Lo adottò De Gasperi nel 1953, Andreotti nel 1990 e prima di Andreotti De Mita, di fatto, nel 1988».

sabato 25 aprile 2015

Il segretario prepara la sfida 
per chiudere i conti con tutti.


Corriere della Sera 25/04/15
Francesco Verderami
Più della legge elettorale lo preoccupano gli sbarchi, più dell’opposizione parlamentare teme l’opposizione dei partner internazionali sulla crisi libica. 

Governare logora, secondo Renzi, ma non a Roma. Infatti è di ritorno da Bruxelles che ha confessato di essere a corto di energie, siccome «il vertice è stato assai stressante». In Italia non gli accade, perché dispone di un vantaggio che nessun suo predecessore ha mai avuto: ha ereditato un sistema debolissimo che dopo un anno era già figlio di un’altra epoca politica, e ora può usare la sua forza con tutta la spregiudicatezza di cui è capace, dato che in fondo è — per tutti i parlamentari — l’assicurazione sulla loro vita, l’unico che può garantire l’arrivo alla terra promessa, cioè alla fine naturale della legislatura.

 Perciò li lusinga e al contempo li minaccia. L’ha fatto anche ieri avvertendo che se cadesse l’Italicum cadrebbe anche il governo, evocando — ma senza dirlo per rispetto a Mattarella — le elezioni anticipate. Ma è un non problema, piuttosto è un esercizio di retorica, un modo per enfatizzare la questione prima di risolverla con una girandola di voti di fiducia. Il resto è tattica parlamentare: Renzi deve solo decidere se dar seguito al timing predisposto alla Camera — dov’è previsto già per la prossima settimana il primo voto a scrutinio segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità della legge — oppure far concentrare tutto l’esame del provvedimento nei primi giorni di maggio, così da evitare che il soufflè delle polemiche monti eccessivamente.

 Rischi che la legge elettorale venga affondata non ce ne sono, non a caso il premier è pronto alla scommessa, che si trasforma in sfida verso gli avversari nel Partito democratico. Il modo in cui ieri ha risposto a Letta e soprattutto a Prodi — rivelando che è stato l’Onu a non volere il Professore come mediatore in Libia «per via dei trascorsi legami con Gheddafi» — fa capire che Renzi non intende farsi chiudere nell’accerchiamento dei «rottamati», gli stessi che un tempo non smettevano di litigare e che ora — a suo parere — hanno preso a sentirsi per far contro di lui fronte comune.

 Li sfiderà in Aula, dove forse sul voto a scrutinio segreto per le pregiudiziali di costituzionalità si affiderà a una prova muscolare: niente fiducia in quel caso, perché Renzi deve dare almeno una dimostrazione di forza. Poi chiuderà i conti anche con Berlusconi, a cui deve andar bene il «colpo di Stato» che il capo del Pd sta per attuare. Lo ha capito il capogruppo di Ncd, Lupi, quando al collega forzista Brunetta ha consigliato di non chiedere voti segreti sul’Italicum: «Meglio il voto palese, Renato, dammi retta. Così Renzi non potrà mettere la fiducia, che fa gioco a lui e alla minoranza del Pd divisa». Niente da fare, segno che anche Forza Italia non vuole mostrare le proprie crepe.

 Insomma non è per quanto accade a Roma che al premier sono venuti «i capelli bianchi». È nel Mediterraneo che la sua leadership rischia di imbarcare acqua. C’è un motivo se per un anno si è tenuto distante dal dossier che ora è costretto a gestire. Lo spiegò ad Alfano, mesi fa, durante un vertice ristretto di governo, quando il titolare del Viminale — lasciato ad occuparsi della faccenda — chiedeva al premier un intervento: «Angelino, sull’immigrazione devi capire che in qualunque modo se ne parli, si beve», cioè si va in difficoltà, perché «non saremo mai talmente spietati da far concorrenza a Salvini nè mai talmente accondiscendenti da far concorrenza alla Boldrini».

 Aveva ragione, se non fosse che l’emergenza lo ha spinto in mare aperto. Il vertice a Bruxelles sarà pur stato «positivo», ma il potenziamento della missione Triton nel Mediterraneo non risolve, anzi rischia di far aumentare il fenomeno migratorio, il cui peso — senza la solidarietà europea — ricadrebbe (quasi) per intero sulle spalle dell’Italia. Ecco lo «stress» di cui Renzi si lamenta: non sarà facile infatti ottenere un ombrello diplomatico per affondare quei barconi, con Putin che si mette di traverso all’Onu, il Vaticano che anzitempo condanna l’operazione, i rischi che comporterebbe un «fai da te» sulle coste libiche della Marina italiana. Giocare all’uno contro tutti a Roma è facile per Renzi. Altra cosa è farlo fuori dai confini nazionali.

venerdì 24 aprile 2015

Mattarella: “Vi racconto il mio Venticinque aprile non abbassiamo la guardia così si riafferma la democrazia”


EZIO MAURO 
La Repubblica 24 aprile 2015
Il capo dello Stato “La nostra Costituzione è il frutto della lotta antifascista contro la dittatura e la guerra La qualifica di resistenti va estesa non solo ai partigiani ma ai militari che rifiutarono di arruolarsi nelle brigate nere”
Signor Presidente, lei ha attraversato la vita politica e istituzionale di questo Paese, ha vissuto la sfida delle Brigate Rosse alla democrazia, ha fronteggiato anche l’emergenza criminale più acuta. Che cosa legge nella data del 25 aprile, settant’anni dopo la Liberazione?
«Il Paese è fortemente cambiato, come il contesto internazionale. Non c’è più, fortunatamente, la necessità di riconquistare i valori di libertà, di democrazia, di giustizia sociale, di pace che animarono, nel suo complesso, la Resistenza. Oggi c’è la necessità di difendere quei valori, come è stato fatto contro l’assalto del terrorismo, come vien fatto e va fatto sempre di più contro quello della mafia. La democrazia va sempre, giorno dopo giorno, affermata e realizzata nella vita quotidiana. Il 25 aprile fu lo sbocco di un vero e proprio moto di popolo: la qualifica di “resistenti” va estesa non solo ai partigiani, ma ai militari che rifiutarono di arruolarsi nelle brigate nere e a tutte le donne e gli uomini che, per le ragioni più diverse, rischiarono la vita per nascondere un ebreo, per aiutare un militare alleato o sostenere chi combatteva in montagna o nelle città».
I VALORI DELLA RESISTENZA
Grazie a un moto di popolo democrazia e libertà hanno vinto ma vanno difese ogni giorno
LA RICONCILIAZIONE
Ha ragione Calvino: pietà per i morti ma è impossibile equiparare i giovani di Salò e i partigiani
Io penso che questo moto di rifiuto e di ribellione organizzata al fascismo e al nazismo, con la lotta armata, rappresenti un elemento fondamentale nella storia morale dell’Italia. Quell’esperienza parziale ma decisiva di ribellione nazionale, italiana, alla dittatura fascista è infatti il nucleo autonomo e sufficiente per rendere la nostra democrazia e la nostra libertà non interamente «octroyé» dagli Alleati che hanno liberato gran parte del Paese, ma riconquistate. 
Non crede che proprio qui nasca il fondamento morale della democrazia repubblicana?
«Ricordo che Aldo Moro definiva il suo partito, oltre che popolare e democratico, come «antifascista»: per lui si trattava di un elemento caratterizzante, appunto identitario, della politica italiana. Naturalmente nella nostra democrazia confluiscono anche altri elementi storici nazionali, ma quello dell’antifascismo ne costituisce elemento fondante. La Resistenza italiana mostrò al mondo la volontà di riscatto degli italiani, dopo anni di dittatura e di guerra di conquista. Non si può dimenticare il contributo che molte operazioni dei partigiani diedero all’accelerazione dell’avanzata alleata. Basti citare l’esempio di Genova, dove il comando tedesco trattò la resa direttamente con i partigiani. Il presidente Ciampi ha il merito di aver riportato all’attenzione dell’opinione pubblica il ruolo fondamentale che le forze armate italiane ebbero nella Liberazione. Cosa sarebbe successo se questi militari italiani avessero deciso in massa di arruolarsi nell’esercito della Repubblica Sociale? Quanto sarebbe stata più faticosa per gli Alleati l’avanzata sul territorio italiano e con quante perdite? La Resistenza, la cobelligeranza, pesarono sul tavolo delle trattative di pace».
Lei aveva quattro anni nel 1945. Ha dei ricordi familiari nei racconti di quei giorni?
«Mio padre era antifascista. Diciannovenne, nell’anno del delitto Matteotti, aveva fondato nel suo comune la sezione del Partito popolare di Sturzo; e aveva subito percosse e olio di ricino. Il giornale che dirigeva come presidente dell’Azione Cattolica di Palermo prese una posizione molto dura contro le leggi razziali e fu sequestrato più volte. Lanciò, via radio, dalla Sicilia già libera, un appello agli italiani delle regioni ancora sotto l’occupazione nazista e di Salò: partecipava, così, idealmente alla lotta della Resistenza e faceva parte dei primi governi del Cln mentre il Nord Italia veniva via via liberato dagli alleati e dai partigiani. Sono cresciuto nel culto delle figure di don Minzoni, Giacomo Matteotti, don Morosini, Teresio Olivelli».
È per queste ragioni che subito dopo la sua elezione al Quirinale ha voluto rendere omaggio alle Fosse Ardeatine?
«Mi è parso naturale, e doveroso, ricordare sia a me stesso, nel momento in cui venivo eletto presidente della Repubblica, sia ai nostri concittadini quanto dolore, quanto impegno difficile e sofferto hanno permesso di ritrovare libertà e democrazia. L’abitudine a queste, talvolta, rischia di inaridire il modo di guardare alle istituzioni democratiche, pur con tutti i difetti che se ne possono evidenziare, rifiutando di impegnarvisi o anche soltanto di seguirne seriamente la vita. Questo mi fa ricordare la lettera di un giovanissimo condannato a morte della Resistenza che, la sera prima di essere ucciso, scriveva ai genitori che il dramma di quei giorni avveniva perché la loro generazione non aveva più voluto saperne della politica. Inoltre, oggi, assistiamo al riemergere dell’odio razziale e del fanatismo religioso: i morti delle Ardeatine è come se ci ammonissero continuamente, ricordandoci che mai si può abbassare la guardia sulla difesa strenua dei diritti dell’uomo, del sistema democratico».
Lei è stato anche giudice della Corte costituzionale: dove sente la nostra Carta fondamentale più fedele ai valori della Resistenza? Condivide il giudizio di Norberto Bobbio secondo il quale il grande risultato della Resistenza è stata la Costituzione, perché portò la democrazia italiana «molto più avanti di quella che era stata prima del fascismo»?
«Della Costituzione vanno sempre richiamati, anzitutto, l’affermazione dei diritti delle persone, che preesistono allo Stato, e il dovere della Repubblica di realizzare condizioni effettive di uguaglianza fra i cittadini. Si tratta di punti centrali con cui i Costituenti hanno caratterizzato la nostra convivenza e che hanno dato risposta al desiderio di libertà e di giustizia di chi si batteva per liberare l’Italia. Bobbio diceva bene: non vi è dubbio che la Costituzione, dopo la dittatura, la ribellione e la resistenza non poteva che essere molto diversa da quella prefascista, disegnando una democrazia molto più avanzata, una Repubblica con finalità più ambiziose e doveri più grandi verso la società, del resto in linea con gli apporti culturali della gran parte della forze politiche dell’Assemblea Costituente».
Cosa pensa della polemica dei decenni passati sulla «Resistenza tradita», che ancora riemerge?
«Le risponderò con una citazione del presidente Napolitano. Parlando a Genova il 25 aprile del 2008, disse con estrema chiarezza: “Vorrei dire che in realtà c’è stato solo un mito privo di fondamento storico reale e usato in modo fuorviante e nefasto: quello della cosiddetta «Resistenza tradita», che è servito ad avvalorare posizioni ideologiche e strategie pseudo-rivoluzionarie di rifiuto e rottura dell’ordine democratico-costituzionale scaturito proprio dai valori e dall’impulso della Resistenza”. Condivido dalla prima all’ultima parola».
C’era in quella formula un sentimento che potremmo definire di «delusione rivoluzionaria», da parte di chi nel mondo comunista vedeva nella guerra di Liberazione una rivoluzione sociale: ma in realtà non crede che il vero tradimento della Costituzione sia avvenuto negli anni delle stragi di Stato, dei depistaggi, delle verità negate, delle infiltrazioni piduiste nei vertici degli apparati di Stato?
«Ogni movimento di liberazione porta con sé l’orizzonte e la ricerca di un ordine pienamente giusto e risolutivo dei temi della convivenza. Ma io credo che nessuno, oggi, guardando indietro possa ignorare che in Italia si è sviluppata una profonda e pacifica rivoluzione sociale: territori e fasce sociali, un tempo povere e del tutto escluse, hanno visto una radicale crescita. Il rammarico è che questo non sia avvenuto in maniera ben distribuita e ovunque e che il divario con il Mezzogiorno abbia ripreso ad aumentare. Ma chi ricorda le condizioni economiche e sociali dell’Italia negli anni Quaranta e Cinquanta può valutarne le trasformazioni intervenute nei decenni successivi. Va anche sottolineato che quel processo di crescita, difettoso per diversi profili, si è realizzato salvaguardando la democrazia, malgrado quel che è stato tentato per travolgerla, con insidie, come la loggia P2, aggressioni violente e stragi. Quelle trame a cui lei fa riferimento avevano un disegno e un obbiettivo comune. Quello di abbattere lo Stato democratico, di cancellare la Costituzione del 1948, di aprire la strada a un regime tendenzialmente autoritario. In questo senso, i terrorismi di qualsiasi colore — fatte salve tutte le diversità ideologiche, politiche e culturali — avevano un nemico in comune. Vi sono stati tradimenti della Costituzione ma va anche detto che le istituzioni e le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, hanno resistito. Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro ne costituiscono prova evidente».
Il terrorismo rosso che ha insanguinato l’Italia si è richiamato alla guerra partigiana: la sinistra operaia ha respinto quel progetto, e lo Stato democratico lo ha sconfitto. È stata questa la minaccia più forte per la democrazia repubblicana nata dalla Liberazione? Lei ha vissuto quegli anni, la tragedia Moro in particolare. Sente oggi come altrettanto grave la sfida del terrorismo jihadista? Non crede che oggi come allora, con tutte le differenze necessarie, lo Stato abbia il diritto di difendersi e di difendere i suoi cittadini che gli hanno concesso il monopolio della forza, ma insieme abbia anche il dovere di farlo rimanendo fedele alle regole democratiche e di legalità che la democrazia impone a se stessa?
«La lotta al terrorismo fu condotta dallo Stato senza sospendere le libertà civili e democratiche. Fondamentale, per battere il terrorismo, è stata l’unità di po- polo. I brigatisti rossi capirono ben presto che la loro sconfitta era avvenuta prima sul piano politico — nel rifiuto, cioè, delle masse operaie, di seguirli nella lotta armata — che sul piano militare o di polizia. Basti pensare al sacrificio di Guido Rossa. Nel caso del terrorismo degli anni Settanta e Ottanta la minaccia proveniva dall’interno. Oggi abbiamo una o più entità esterne, presenti in Paesi diversi, che incitano su Internet alla guerra santa contro l’Occidente e che confidano in una rivolta spontanea dei musulmani presenti all’interno di quei Paesi che si vorrebbero sottomettere al Califfato. Non c’è dubbio che si tratti di una minaccia nuova e insidiosa. La risposta alla globalizzazione del terrore non può essere cercata che nella solidarietà internazionale (la stessa per cui molti cooperanti mettono a rischio la vita, come è successo a Giovanni Lo Porto) e nella collaborazione sempre più stretta tra i Paesi che condividono gli stessi ideali di democrazia, di convivenza e di tolleranza. La sfida è, oggi come ieri, molto impegnativa. Non c’è dubbio che la società aperta e accogliente abbia dei rischi in più in termini di sicurezza rispetto a uno Stato di polizia. Ma possiamo chiedere ai cittadini europei di sobbarcarsi qualche fastidio o controllo in più, non certo di vedersi limitare diritti e prerogative che ormai sono patrimonio comune e irrinunciabile. Tradiremmo la nostra storia e i nostri valori».
Ma la Resistenza negli ultimi vent’anni è stata anche oggetto di una lettura revisionista che ha criticato la «mitologia» resistenziale e il suo uso politico da parte comunista, che pure c’è stato, attaccando il legame tra la ribellione partigiana al fascismo e la nascita delle istituzioni democratiche e repubblicane. Qual è il suo giudizio? Perché non c’è una memoria condivisa su una vicenda che dovrebbe rappresentare il valore fondante dell’Italia repubblicana?
«Stiamo parlando di una guerra che ha avuto anche aspetti fratricidi. Credo che sia molto difficile, quando si hanno avuto familiari caduti, come si dice adesso, “dalla parte sbagliata” o si è stati vittime di soprusi o di vendette da parte dei nuovi vincitori, costruire su questi fatti una memoria condivisa. Pietro Scoppola, nell’infuriare della polemica storico-politica sul revisionismo, invitava a fare un passo avanti e a considerare la Costituzione italiana, nata dalla Resistenza, come il momento fondante di una storia e di una memoria condivisa. Una Costituzione, vale la pena rimarcarlo, che ha consentito libertà di parola, di voto e addirittura di veder presenti in Parlamento esponenti che contestavano quella stessa Costituzione nei suoi fondamenti. Tranne poche frange estremiste e nostalgiche, non credo che ci siano italiani che oggi si sentano di rinunciare alle conquiste di democrazia, di libertà, di giustizia sociale che hanno trovato nella Costituzione il punto di inizio, consentendo al nostro Paese un periodo di pace, di sviluppo e di benessere senza precedenti. Proprio per questo va affermato che il 25 aprile è patrimonio di tutta l’Italia, la ricorrenza in cui si celebrano valori condivisi dall’intero Paese».
Cosa pensa delle violenze e delle vendette che insanguinarono il «triangolo rosso» e le Foibe in quegli anni? Non c’è stato troppo silenzio e per troppo tempo, in un Paese che non ha avuto un processo di Norimberga ma che oggi, settant’anni dopo, non dovrebbe avere paura della verità? E come rivive le immagini di Mussolini e Claretta Petacci esposti cadaveri a Piazzale Loreto?
«È stato merito di esponenti provenienti dalla sinistra, penso a Luciano Violante e allo stesso presidente Napolitano, contribuire alla riappropriazione, nella storia e nella memoria, di episodi drammatici ingiustamente rimossi, come quelli legati alle Foibe e all’esodo degli Italiani dall’Istria e dalla Dalmazia. Sono stati molti i libri e le inchieste che si sono dedicati a riportare alla luce le vendette, gli eccidi, le sopraffazioni che si compirono, anche abusando del nome della Resistenza, dopo la fine della guerra. Si tratta di casi gravi, inaccettabili e che non vanno nascosti. L’esposizione del corpo di Mussolini, di Claretta Petacci e degli altri gerarchi fucilati, per quanto legata al martirio che numerosi partigiani subirono per mano dei tedeschi nello stesso Piazzale Loreto pochi giorni prima, la considero un episodio barbaro e disumano. Va comunque svolta una considerazione di fondo: gli atti di violenza ingiustificata, di vendetta, gli eccidi compiuti da parte di uomini legati alla Resistenza rappresentano, nella maggior parte dei casi, una deviazione grave e inaccettabile dagli ideali originari della Resistenza stessa. Nel caso del nazifascismo, invece, i campi di sterminio, la caccia agli ebrei, le stragi di civili, le torture sono lo sbocco naturale di un’ideologia totalitaria e razzista».
Il tema della riconciliazione, a mio parere, va affrontato tenendo conto che la pietà per i morti dell’una e dell’altra parte non significa che le ragioni per cui sono morti siano equivalenti. «Tutti uguali davanti alla morte — scrive Calvino — non davanti alla storia». Qual è la sua opinione?
«Calvino mi sembra abbia centrato il tema. Non c’è dubbio che la pietà e il rispetto siano sentimenti condivisibili di fronte a giovani caduti nelle file di Salò che combattevano in buona fede. Questo non ci consente, però, di equiparare i due campi: da una parte si combatteva per la libertà, dall’altra per la sopraffazione. 
La domanda di Bobbio ai revisionisti è rimasta senza risposta: che cosa sarebbe successo se, invece degli alleati, avessero vinto i nazisti?».
Vorrei chiudere con Bobbio. «Il rifiuto dell’antifascismo in nome dell’anticomunismo — ha scritto — ha finito spesso per condurre ad un’altra forma di equidistanza abominevole, quella tra fascismo e antifascismo». E infatti da parte della destra è emerso pochi anni fa il tentativo di superare il 25 aprile, sostituendolo con un giorno di festa civile nel rifiuto di tutte le dittature. Come se non ci fossero altri 365 giorni sul calendario per scegliere una celebrazione contro ogni regime dittatoriale. A patto però di ricordare il 25 aprile, tutti, come il giorno in cui è finita la dittatura del fascismo, nato proprio in Italia. 
Cosa ne pensa? Il 25 aprile, ha detto Bobbio, ha determinato un nuovo corso nella nostra storia. Perché, semplicemente, «se la Resistenza non fosse avvenuta, la storia d’Italia sarebbe stata diversa, non sarebbe la storia di un popolo libero».
«Credo che quella dell’abolizione della festa della Liberazione sia una polemica ormai datata e senza senso. Sarebbe come dire: invece di celebrare il nostro Risorgimento, festeggiamo la Rivoluzione americana e francese... È vero che nel mondo ci sono stati diversi regimi totalitari e sanguinari, frutto di ideologie disumanizzanti. Ma la storia italiana è passata attraverso la dittatura fascista, la guerra, la lotta di Liberazione. E un popolo vive e si nutre della sua storia e dei suoi ricordi ».