mercoledì 24 settembre 2014

Monade a 5 stelle

SEBASTIANO MESSINA
La Repubblica – 24/9/14

BONSAI

Vorrei dare un consiglio non richiesto ai parlamentari pentastellati: decidetevi. Se accusate gli altri partiti di lottizzare tutto, non potete definire «uno schifo» il fatto che al Csm non ci sia «nessuno indicato dal M5S». Se li indicano gli altri è «uno scandalo senza precedenti », se li indicano i grillini si rispetta la democrazia. Gli altri — quelli che voi giudicate in blocco mafiosi, delinquenti e imbroglioni — hanno imparato da tempo che la democrazia è fatta anche di accordi faticosi e di compromessi amari, proprio quelle cose da cui voi rifuggite per non macchiarvi l’anima. E naturalmente nessuno può negarvi il diritto di rimanere nella vostra monade immacolata senza prendere con quelli neanche un caffè. Poi però, quando scoprite che il mondo va avanti anche senza di voi, non fingete di cadere dal pero. Altrimenti fate concorrenza a Grillo (il comico, non il leader).




L’ex postale ligure è la prima donna 
che può guidare la sigla «bianca».

Corriere della Sera 24/09/14
Antonella Baccaro

Annamaria Furlan (nella foto ), cinquantasei anni, genovese, eloquio inarrestabile, punteggiato da una «erre» arrotata, potrebbe diventare il nuovo segretario generale della Cisl succedendo a Raffaele Bonanni: la prima donna a ricoprire questo incarico. A nominarla dovrebbe essere, verso la prima decade di ottobre, il Consiglio generale, lo stesso che aveva incoronato il 15 giugno 2013, per la terza volta, il leader uscente Raffaele Bonanni che aveva voluto, appena tre mesi fa, Furlan, segretario generale aggiunto. Oggi, nella riunione dell’esecutivo, Bonanni dovrebbe dare l’annuncio del suo ritiro sei mesi prima della scadenza. Ma la linea del sindacato «non cambierà», ha precisato ieri quest’ultimo.

Furlan in effetti è molto vicina a Bonanni. La sua esperienza nel sindacato inizia a 22 anni sul luogo di lavoro, nel 1980 è delegata del Silulap, i lavoratori postali di cui diventa, successivamente, segretaria provinciale e regionale. Furlan approda poi alla guida della Cisl di Genova e alla Cisl regionale della Liguria. Dal 2002 è segretario confederale della Cisl, dove si occupa del settore terziario e servizi. Infine la nomina a «aggiunto», dedicata alla madre che «mi ha aiutato a conciliare famiglia e lavoro». Sulla modifica dell’articolo 18 Furlan ha detto di recente: «Il problema non è proprio questo: con tre milioni di disoccupati e il 45% dei giovani che non trova lavoro, il tema è un altro. Questa nuova norma assorbe quel milione di lavoratori precari, finte partite Iva, co.co.pro che sono i veri sfruttati del mondo del lavoro?». Sulla deriva dei corpi intermedi ha usato parole molto chiare: «Renzi è un modello di come la politica si rapporta con i cittadini e i corpi intermedi . E noi che facciamo? Dobbiamo contrapporre alla politica dell’uomo "solo al comando", la politica della partecipazione: torniamo tra la nostra gente, andiamo sui posti di lavoro. O saremo spazzati via».





L’epilogo dell’asse con la politica 
E alla Ducati il sindacato è già oltre.


Corriere della Sera 24/09/14
corriere.it

Avremo tutto il tempo per formulare un giudizio ponderato sulla Cisl di Raffaele Bonanni e su cosa abbia rappresentato in questi anni, di sicuro l’annuncio con il quale il leader sindacale anticipa di almeno sei mesi la sua uscita assume, nel mezzo della battaglia sull’articolo 18, un valore simbolico. Segna uno spartiacque tra il sindacalismo dello scambio politico e la costruzione di una nuova rappresentanza fondata sulle discontinuità della fabbrica, dei territori e del lavoro. Bonanni in questi anni, ma forse ancor più nelle ultime settimane, ha tentato disperatamente di tenere insieme l’intero sindacato, logorandosi nel tentativo di distinguersi dalla Cgil e al tempo stesso di sfilare assieme. In passato il gioco gli era riuscito perché si era costruito di volta in volta una sponda politica, ora ha capito che da Matteo Renzi non la avrà. E di conseguenza piuttosto che rimanere a bagnomaria, e andare a rimorchio di Susanna Camusso, Bonanni ha scelto di anticipare il cambio.

L’impressione però è che siamo solo al primo atto di un processo che potrebbe ridisegnare l’identikit del sindacalismo italiano. Un piccolo muro è caduto. È vero che la successione è già pronta e Annamaria Furlan sarà la prima segretaria generale della Cisl ma onestamente nemmeno i dirigenti della confederazione sanno cosa accadrà dopo. Nel Dna cislino c’è sempre stata la capacità di anticipare il cambiamento, di leggere le trasformazioni della società e ricavarne la bussola degli indirizzi sindacali. Da tempo però quest’abilità si è offuscata, si è consumato anche quello straordinario retroterra culturale che aveva prodotto uomini come Pierre Carniti, Bruno Manghi e Tiziano Treu. Se una colpa Bonanni l’ha avuta è stata quella di ridurre l’azione della Cisl a una sorta di politique d’abord, lasciando cadere l’attenzione al sociale proprio quando la Grande Crisi avrebbe richiesto un sovrappiù di ricognizione e di accompagnamento.

Mentre a Roma si consumava un colpo di scena, ieri da Bologna arrivava una notizia che faremmo bene a non sottovalutare. I sindacati (compresa la Fiom!) e la Ducati, società del gruppo Volkswagen, hanno sottoscritto un accordo che prevede il passaggio da 15 a 21 turni settimanali, il lavoro domenicale, un investimento di 11,5 milioni di euro e l’assunzione a tempo indeterminato di 13 operai specializzati. Per la prima volta nel comunicato che dà conto dello «storico accordo» (testuale, ndr ) accanto alle valutazioni aziendali ci sono, in grande evidenza, le dichiarazioni dei segretari di Fiom-Fim-Uilm dell’Emilia Romagna. È la riprova che il sindacato più si allontana dal gioco politico più contribuisce a costruire soluzioni per tutti. La strada da battere è questa e il caso Ducati non è una mosca bianca: sono decine e decine le intese firmate in fabbrica per gestire le ristrutturazioni, aumentare l’efficienza e sperimentare un nuovo tipo di tutele (il welfare aziendale). Lontano dagli inutili convegni romani del Cnel e con meno presenze nei talk show, il sindacalismo italiano può, dunque, tentare di riannodare il filo con la società italiana e i giovani.

Renzi vede i Clinton. E parla di Jobs act.


Corriere della Sera 24/09/14
Marco Galluzzo

Delle sue riforme o almeno di quella al momento più calda, contestata anche dal suo partito, il Jobs act, ne parla un po’ con tutti: con i Clinton, Bill che lo ha invitato e Hillary che è forse il futuro di questo Paese e che lui ha visto anni fa, nel 2006; con la presidente Michelle Bachelet, che al suo Cile sta imprimendo un’agenda di cambiamenti molto radicale; persino con Erdogan, con cui discute più dei curdi e della lotta all’Isis, ma alla fine anche delle riforme «che non sono cosmetica, stavolta facciamo sul serio».

Nella sua prima giornata a New York Renzi arriva dalla California a notte fonda, ma poco dopo le otto del mattino è già in viaggio verso il Palazzo di Vetro: la sessione sul clima ha gli ospiti e l’enfasi della grandi occasioni, nonostante non ci siano il presidente della Cina e quello dell’India, ovvero due fra i Paesi che producono più emissioni inquinanti in assoluto.

Le notizie che arrivano all’Italia, il gruppo di emendamenti della minoranza del pd alla riforma sul lavoro lasciano in apparenza distaccato il presidente del Consiglio, non c’è aria di nervosismo o di gabinetti telefonici sul filo dell’Atlantico, l’agenda non lo consente, la Serracchiani dall’Italia riassume in qualche modo il pensiero del capo: in direzione si voterà e poi il partito in Parlamento dovrà adeguarsi, come accaduto in altre occasioni.

Essere invitato alla Clinton Foundation è ovviamente un onore e per qualcuno in Italia anche occasione di pettegolezzo politico: di solito Massimo D’Alema non manca di enfatizzare di essere fra i pochi italiani ammessi al circolo di iniziative di una delle coppie più potenti del mondo, da ieri anche Matteo Renzi potrebbe fare valutazioni simili. Ma quello che conta non è l’ammissione alla Global Initiative di un ex presidente degli Stati Uniti e di una possibile futura inquilina della Casa Bianca, ma le conseguenze politiche che ne derivano.

Per Renzi il primo obiettivo è la promozione della propria agenda: il riformismo del primo Clinton, quel gruppo di analisi che andarono sotto il nome di Terza Via sono oggi storia, ma al presidente del Consiglio serve l’accostamento simbolico con esperienze che sono state di rottura. Non è un caso che fra i bilaterali della giornata, oltre al pranzo con il re di Giordania, cui partecipa anche il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, scelga di discutere a lungo con un simbolo del riformismo internazionale attuale, quella Bachelet che sta cercando di rendere il suo Paese un esempio di trasformazione economica, almeno nel contesto sudamericano.

L’atmosfera peraltro distrae dai fatti di casa nostra: quando Renzi arriva, prima del suo intervento, incontra Obama e gli altri leader presenti, accanto al segretario generale dell’Onu ci sono star della causa «green» come Al Gore e Leonardo DiCaprio. Il capo del governo ribadisce che l’Italia «fa parte della coalizione impegnata contro la minaccia terroristica dell’Isis, nel rispetto delle regole dell’Onu e del Parlamento», poi parla della lotta alle emissioni, occasione per milioni di posti di lavoro, «combattere i mutamenti climatici è anche una chiave per una nuova economia. Possiamo darci obiettivi più ambiziosi. Dall’economia verde verranno milioni di nuovi green jobs, i posti di lavoro legati all’economia verde sono realmente un’opportunità».

«L’Italia è pronta a contribuire al Fondo verde per il clima istituito dalle Nazioni unite con una dotazione significativa», aggiunge sottolineando che «in agosto il 45% della energia elettrica prodotta in Italia proveniva da fonti rinnovabili, il 22% delle imprese italiane ha investito in ambiente e sono quelle che esportano di più, innovano di più e producono più posti di lavoro (circa il 40% nel 2013). I bambini di Pechino, Copenaghen, Coney Island giocano su giostre italiane perché sono belle, divertenti, ma anche perché consumano meno».

Di pomeriggio è ancora Onu, la sessione sulle città, poi di sera il ricevimento offerto da Obama dove si continua a discutere di clima e anche di «come Europa abbiamo accettato di partecipare a un secondo periodo di impegno vincolante del Protocollo di Kyoto, fino al 2020 e stiamo fissando nuovi obiettivi al 2030», ci tiene a precisare Renzi, da presidente di turno della Ue.




La parabola araba. 
Da amici del Califfo ad alleati nei raid.


Corriere della Sera 24/09/14
corriere.it

Dignità e coerenza, in politica, saranno pure virtù impossibili da praticare. Ma la faccia tosta dovrebbe avere dei limiti, in nome della decenza. I Paesi arabi che hanno accettato di affiancare gli Usa nella guerra contro lo Stato islamico del sanguinario Al Baghdadi rappresentano il trionfo del più vergognoso doppiogiochismo. A parte l’eccezione del lealissimo regno di Giordania, tutti gli altri hanno moltissimo da farsi perdonare. Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Bahrein e Qatar sono stati infatti tra i primi responsabili dell’ascesa irresistibile del Califfo della morte. A diversi livelli lo hanno aiutato, finanziato, armato, sostenuto, in odio al regime siriano di Assad, alleato dell’Iran sciita, e forse per indebolire un produttore di petrolio concorrente: l’Iraq. Riad è il più potente dei voltagabbana. I sauditi pensano di poter comprare tutto e tutti. Hanno flirtato persino con gli odiati Fratelli musulmani, per poi coprire di miliardi l’Egitto del generale Al Sisi. Gli Emirati sono da sempre la banca che non pone domande sulla provenienza del denaro. Il Kuwait, che ha subito l’egoismo dei «fratelli», non impara mai abbastanza. Il Bahrein, dipendente da Riad, fa quello che gli viene chiesto. E poi c’è il Qatar: minuscolo Paese miliardario, avido ed egoista, che sottopone la politica alle bizze del suo emiro. Qualcuno ha sibilato: anche Obama, che l’anno scorso non aveva escluso di bombardare la Siria di Assad, oggi di fatto è «alleato» del dittatore contro il Califfo, perché «il nemico del mio nemico è mio amico». Vero, però i mezzi per sfidare il mondo Al Baghdadi non li ha avuti di sicuro dagli Usa.

Khorasan, il gruppo nel mirino con l’Isis 
«Progettava attentati contro l’Occidente».


Corriere della Sera 24/09/14
corriere.it

Sono tre i gruppi dell’estremismo jihadista presi di mira dai raid della coalizione guidata dagli americani che dall’altra notte colpiscono la Siria. In tutto sarebbero morti almeno 120 guerriglieri, circa 300 feriti, oltre a una trentina di civili uccisi. Ma i bilanci delle vittime restano confusi. Colpiti veicoli armati, posti di blocco, centri comando, fabbriche e depositi di munizioni, campi di addestramento. Il primo gruppo è quello stesso Stato islamico, l’autoproclamato Califfato, che sta all’origine dell’intervento militare americano a partire dall’8 agosto scorso in Iraq. Sino a pochi giorni fa i suoi obiettivi dichiarati erano regionali, puntava a creare una nuova entità politica a cavallo dei confini tra Iraq e Siria ispirata a una lettura fondamentalista e intollerante dell’islam sunnita. Sue vittime locali erano state tutte le minoranze non sunnite incontrate sul campo: sciiti, curdi, cristiani, yazidi, drusi e chiunque cercasse di opporsi. Sino a due giorni fa i raid Usa ne avevano bloccato l’avanzata verso Bagdad e in direzione dell’enclave autonoma curda nel Nord, oltre che contribuito a limitare le operazioni di «pulizia etnica» antisciite.

Ora sotto attacco sono invece i centri vitali dello Stato islamico in Siria. Prima di tutto la cittadina di Raqqa, considerata la vera capitale dei jihadisti nel Nord-est del Paese. Qui hanno i loro tribunali islamici, vi si trovano le celle degli ostaggi occidentali, qui per mesi e mesi hanno fatto sfilare trionfanti le armi e i prigionieri catturati nelle battaglie contro l’esercito di Bashar Assad, le altre milizie rivali e persino le unità regolari irachene. Qui avrebbero tra l’altro condotto anche centinaia di giovani donne yazide ridotte alla condizione di schiave. Altri obiettivi bombardati sono le zone petrolifere attorno alla cittadina di Deir el-Zour, catturate ai militari filo-Assad già un anno fa e diventate una delle fonti di arricchimento più importanti per i dirigenti del Califfato. Pare che uno dei suoi massimi leader militari, noto come Abu Omar al Shishani, intaschi quotidianamente circa un milione di dollari dal greggio estratto e venduto tramite intermediari sia a Damasco sia contrabbandato sul mercato turco. Ovvio che adesso questo traffico diventa praticamente impossibile. I missili alleati hanno colpito inoltre la zona di Hasakah, da dove i jihadisti cercano di attaccare le enclave curde dell’estremo Nord-est. Infine è stato devastato il centro frontaliero di Abu Kamal, ganglio di passaggio vitale tra le regioni sunnite siriane e quelle irachene.

Il secondo gruppo di estremisti sunniti attaccati in Siria è noto come «Khorasan», una formazione poco conosciuta, che la Cia indica come estremamente pericolosa. Contro di loro l’aviazione Usa ha lanciato ben otto raid. «In modo separato gli Stati Uniti hanno agito per impedire attentati imminenti contro interessi americani e occidentali condotti da un gruppo di qaedisti inveterati noti come Khorasan» si legge nel comunicato del Pentagono. L’intelligence, secondo la Cnn , temeva tra l’altro l’uso di bombe su aerei. La loro base principale si trova nei quartieri orientali di Aleppo mischiata a quelli tenuti dalle brigate di Al Nusra, il terzo gruppo preso di mira e a sua volta molto prossimo ad Al Qaeda. Nei loro comunicati gli americani non lo menzionano, forse per non creare attriti con gli alleati arabi, specie Arabia Saudita e Qatar, che sono noti per aver finanziato Al Nusra. Un particolare che mette in luce le contraddizioni interne alla coalizione alleata. Al Nusra ha però una dimensione regionale: mira a sconfiggere il regime di Damasco. Khorasan è invece pan-islamico, vuole esportare la rivoluzione. I suoi militanti sono quasi tutti stranieri.




Renzi all'Onu: "Sui cambiamenti climatici non c'è più tempo da perdere"

"E' importante il lavoro che l'Unione Europea sta facendo per arrivare a una riduzione delle emissioni almeno del 40% rispetto al 1990 entro il 2030 e dell'80-90% al 2050, sempre rispetto ai dati del 1990. I nostri figli attendono che a Parigi l'accordo sia vincolante, le nostre econonie attendono che i posti di lavoro legati alla green economy siano davvero una opportunità. L'Italia è pronta a contribuire al Fondo verde per il clima istituito dalle nazioni unite con una dotazione significativa che testimoni il nostro impegno". Così il presidente del consiglio italiano, Matteo Renzi, al vertice Onu sul clima. "L'impegno dell'Italia è anche nei numeri: ad agosto di quest'anno il 45% dell'energia elettrica proveniva da fonti rinnovabili, il 22% delle imprese ha investito nell'ambiente e le aziende che hanno investito di più sono proprio quelle legate alla tecnologia verde. Quello che stiamo facendo non guarda solo al passato ma è soprattutto un segno di responsabilità verso il futuro"