martedì 27 maggio 2014

Eventi storici, ma Renzi non ha tempo

Stefano Menichini 
Europa  

Dal voto di domenica un'incredibile sequenza di novità clamorose per la sinistra. Eppure il premier non festeggia. Perché sa quanto sia volatile e quanto sarà esigente quel 40,8 per cento. E perché a Bruxelles lo aspetta una responsabilità enorme
In una sola domenica si concentrano più fatti storici che in sette anni di vita del Partito democratico. Ma colui che l’ha resi possibili non ci si ferma su, se non per una breve frase di circostanza, per dichiarare una commozione che non trapela da nessuna parte.
È la prima volta nella storia della repubblica che un partito di sinistra sfonda la mitica quota 40. È il più ampio distacco mai registrato fra il primo partito e chi lo segue. È la prima volta che la sinistra è maggioranza in tutte le regioni. Un partito di sinistra torna dopo decenni a insediarsi nel Nord, con cifre da capogiro in una delle aree più industrializzate d’Europa, ritrovando contatto con pezzi di società che parevano irrangiungibili. Appena entrato nel Pse, il Pd ne prende già la guida, col maggior numero di eletti. Il governo è l’unico nell’Unione che avanza nelle urne.
Renzi ottiene questi risultati sei mesi dopo essere diventato segretario del Pd, dopo neanche tre mesi a palazzo Chigi. Solo due anni fa nel suo stesso partito lo definivano un infiltrato, un estraneo, un alieno: evidentemente lo era davvero rispetto a quella sinistra lì.
Lui però, almeno in pubblico, non solo non festeggia ma è già altrove, si occupa d’altro. E fa bene. Sapevamo che il difficile sarebbe arrivato dopo il voto. Non pensavamo però che sarebbe stato così difficile. Nonostante la vittoria. Anzi, proprio in ragione di essa.
Proviamo a mettere in fila le grane che aspettano il trionfatore delle europee, togliendo però subito di mezzo l’unica sulla quale ci siamo concentrati nelle scorse settimane contribuendo tra l’altro a confondere le idee ai malcapitati militanti del movimento Cinquestelle.
Infatti, il meno grave dei problemi del premier pare essere la tenuta del quadro politico nazionale. Un po’ tutti vedevamo il grande innovatore rallentato nella sua azione, frenato da avversari dichiarati e occulti, costretto nella palude di un parlamento che non lo amava, convincente solo in parte sulle misure economiche sulle quali aveva puntato e che tanti – dai famosi tecnici del senato agli impazienti commentatori liberal – consideravano o esagerate o insufficienti, a scelta.
Concentrati sul rapporto tra Renzi e il Palazzo, abbiamo pensato che per tutti questa sarebbe stata la pietra sulla quale valutarlo. Per Grillo, la pietra alla quale inchiodarlo. Così abbiamo perso di vista l’essenza del renzismo, che è altrove. Alcuni milioni di italiani infatti hanno incontrato Matteo Renzi per la prima volta solo domenica, e la reazione di affidamento che nel dicembre scorso era stata degli elettori delle primarie si è estesa a una grande parte del corpo elettorale.
Proprio questo affidamento consegna al Pd e al suo segretario il primo problema. Quel 40,8 per cento, appunto perché contiene persone che per la prima volta pensano di potersi fidare di un leader di sinistra, sarà terribilmente esigente. E volatile: la fluidità elettorale (almeno di questo, merito va dato a Grillo) è tale che il Pd non può dare per acquisito un risultato così eccezionale. Di qui l’urgenza che Renzi avverte e che ha restituito a chi aspettava da lui feste e sorrisi. Un’urgenza che il premier ribalterà sugli altri partiti: tutti malconci e sofferenti per l’alleanza o per l’ostilità col Pd, ma egualmente obbligati a guardare in faccia la domanda di riforme che sale potente dal paese.
Poi, anzi prima, c’è l’Europa. Abbiamo la risposta alla domanda di questi mesi: chi può difendere gli interessi italiani contro l’euroburocrazia e politiche sbagliate. Ma non sappiamo se all’attenzione conquistata da Renzi nel Pse e fra i suoi colleghi capi di governo corrisponderanno un’adeguata capacità e la forza politica necessaria a invertire la rotta. Imprevedibilmente, sulle spalle di questo uomo di neanche quarant’anni pesa oggi una responsabilità che travalica i confini. Lui, il presunto sbarazzino, la sente tutta. Ecco perché non ha tempo per festeggiare.

«Grazie a Matteo si è avverata la vocazione maggioritaria».


Corriere della Sera 27/05/14

Walter Veltroni, il suo «record» delle elezioni 2008 è stato spazzato via.
«Sono tra quelli che hanno festeggiato il superamento di quella soglia, raggiunta in condizioni di grande difficoltà: la crisi del governo dell’Unione, la forza di Berlusconi».

Quella volta però vinse la destra.
«Il 2008 fu una tappa per insediare la ragione stessa della nascita del Pd: dare all’Italia quel grande partito riformista di massa che non aveva mai avuto. Un partito a vocazione maggioritaria, che andasse oltre le colonne d’Ercole dei 12 milioni di voti che la sinistra ha raggiunto nei suoi momenti più alti. Un partito votato dai piccoli imprenditori e dagli operai, perché ha a cuore la comunità nazionale, l’interesse generale del Paese. Un partito non “socialdemocratico” ma democratico, aperto a identità diverse. Per me è un sogno che si avvera».

In mezzo però c’è stata la rottamazione. La vittoria di Renzi non nasce anche dal fallimento della vostra generazione?
«Non mi pare la cosa più rilevante. La nostra generazione ha commesso molti errori, ma non si può dimenticare che ha portato per la prima volta la sinistra al governo, e ha posto le premesse, dal Lingotto al Circo Massimo, perché la vocazione maggioritaria del Pd si realizzasse. Renzi ha fatto emergere una nuova classe dirigente. Succede, è giusto, ed è nel corso della storia. Anche noi lo facemmo, quando passammo dal Pci al Pds».

Ma ci voleva uno che non venisse da quel mondo per raggiungere il risultato.
«Renzi e io veniamo da mondi diversi, ma abbiamo la stessa idea: il Pd non deve limitarsi a riempire il proprio recinto, per poi unirlo al recinto dei vicini. Il Pd deve saper parlare a tutti gli italiani. Questo risultato storico è frutto di due circostanze oggettive: il fatto che Renzi sia al governo da poco, e abbia indicato la possibilità di un cambiamento; e la crisi di Berlusconi. Ma c’è anche una circostanza soggettiva: la personalità stessa di Matteo, la sua determinazione, la “cattiveria” che io non ho saputo avere; cosa che mi sono sempre rimproverato come un difetto. Se il sogno si è avverato, il merito è suo. Compreso il merito di aver sfidato, da riformista, tutti i conservatorismi».

Come giudica il risultato di Grillo?
«L’esasperazione del linguaggio non ha pagato. Né ha pagato la logica dello scontro tra amico e nemico. Detto questo, Grillo è ancora sopra il 20%. Non ho mai creduto al parallelo con Marine Le Pen: l’elettorato dei Cinque Stelle è molto più complesso, esprime una richiesta di innovazione che in parte Renzi è riuscito a intercettare».

L’estrema destra nazionalista è il primo partito sia in Francia sia in Inghilterra.
«Questo rende ancora più prezioso il risultato raggiunto in Italia da un partito che ha un’idea indiscutibile e insieme innovativa dell’Europa. Ma sarebbe un grave errore che la Commissione di Bruxelles pensasse di averla sfangata e continuasse come prima. La crisi istituzionale ed economica genera paura, chiusura sociale, populismo: una somma di ingredienti che può creare guai spaventosi. L’Europa è come un aereo che ha superato la fase del decollo: o prosegue il volo, o si schianta. Dobbiamo fare gli Stati Uniti d’Europa, costruire l’Europa della tecnologia, dello sviluppo, dell’ambiente, delle politiche sociali».

In Italia si tornerà presto a votare per le Politiche?
«Non credo. Ho apprezzato le prime dichiarazioni degli esponenti di Forza Italia, che non rinnegano gli accordi sulle riforme elettorali e istituzionali. Nel progetto del Pd ci sono bipolarismo e alternanza, più capacità di decisione democratica, più poteri del governo, più controllo delle Camere, partiti aperti e trasparenti, una macchina dello Stato più leggera ed efficiente. Fare le riforme è il compito di questo Parlamento».

Berlusconi è finito?
«Se con tutto quello che è successo Berlusconi riesce ancora a mettere insieme il 16,8%, vuol dire che ha ancora un’area di consenso. Cercherà di mettere in campo una nuova leadership: probabilmente quella di sua figlia Marina».

Alfano tornerà con Berlusconi o resterà alleato del Pd?
«Sono contento che sia Vendola sia Alfano abbiano raggiunto il quorum. Alfano lavora per costruire un centrodestra moderato, nell’ambito di un bipolarismo normale. Non credo però che potrebbe stare in una destra antieuropea».

Ma con Grillo i poli non sono tre?
«Se le istituzioni funzionano, se la politica decide, anche Grillo non potrà limitarsi a dire no ma dovrà partecipare ad azioni positive. Attenzione però a non sottovalutarlo. E a non perdere di vista il 40% di italiani che si è astenuto, nonostante si votasse in due Regioni e in 4 mila Comuni».

Che effetto le ha fatto sentire piazza San Giovanni scandire il nome di Berlinguer, rispondendo all’invito di Casaleggio che evocava la questione morale?
«Berlinguer aveva ragione a porre la questione morale, che vale sempre, per tutti, ogni giorno. Ma è sbagliato usare Berlinguer nella battaglia politica. Io nel mio film l’ho raccontato fermandomi al giorno in cui è morto. Non si possono attribuire le proprie idee a chi non c’è più. Berlinguer è un patrimonio della democrazia italiana; come Moro, La Malfa, Pertini, Parri».

Se la legislatura continua, tra i compiti di questo Parlamento potrebbe esserci l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
«Tra i motivi per cui mi piace questo risultato, c’è la sconfitta dell’attacco a Napolitano. So quanto gli è costato restare al suo posto. Ora si può lavorare a quel percorso di riforme istituzionali che il presidente ha sollecitato al momento della sua rielezione».

Lei da segretario Pd avanzò la candidatura di Ciampi. Stavolta?
«Non ho più queste responsabilità. Si può amare il potere, e si può amare la politica. Se ami il potere, quando lo perdi è tutto finito. Se ami la politica, continui a farla per tutta la vita. Io sono fatto così: potrei avercela con Renzi; invece lo apprezzo. E ho fatto campagna per lui in giro per l’Italia come centinaia di migliaia di militanti».

Walter

"Grazie a Renzi si è avverato il mio sogno: dare all'Italia quel grande partito riformista di massa che non aveva mai avuto. Un partito a vocazione maggioritaria"

Walter Veltroni

lunedì 26 maggio 2014

Una giornata particolare


Riccardo Imberti
 
Era da tempo che non si vedevano giornate come questa, che non si vivevano sensazioni simili.
Il risultato elettorale del PD di Matteo Renzi ha illimpidito il paesaggio, fino a ieri descritto come un cumulo di macerie; ha risvegliato la speranza in milioni di cittadini che ne sentivano fortemente il bisogno; ha persuaso gli elettori che il cambiamento è possibile. 
Basterebbero queste tre considerazioni per rendere speciale questa giornata di maggio. 
Dobbiamo continuare per la strada intrapresa. È necessario proseguire, con determinazione e trasparenza, nelle scelte annunciate senza resistere a categorie o corporazioni, a interessi particolari o privilegi di parte.
La moltitudine di cittadini che ha votato PD e Renzi ha compreso che siamo di fronte ad un momento decisivo per l'Italia e per l'Europa. 
Per il nostro Paese, all’Italia di Matteo Renzi spetterà il compito di guidare un'Europa attraversata da venti discordanti. Il voto di ieri ha sconquassato in molti Paesi gli equilibri esistenti e ha reso debolissimi i leader delle formazioni tradizionali, eccezion fatta per la Germania, che ha sì confermato i consensi alla Merkel e rafforzato la SPD di Schulz, ma ha altresì visto riapparire e riaffermarsi sentimenti di un passato che tutti speravamo non tornassero.
È solo nel nostro Paese che, grazie al risultato ottenuto dal Pd, chi governa ha potuto, oltre ogni sondaggio, ottenere un chiaro ed evidente consenso al proprio indirizzo politico. Al nostro Paese dunque spetterà anche il gravoso ma fondamentale compito di rimettere in ordine, con le giuste priorità, le politiche in Europa. A partire dal superamento delle scelte congiunturali che hanno segnato l’indirizzo europeo del centro destra e che non hanno sortito nessun risultato positivo per milioni di giovani, di cittadini, di famiglie e di lavoratori.
Anche l'Europa cambia verso. L'occasione data all’Italia della presidenza europea dovrà dimostrare che in Europa un cambiamento è possibile, che il vecchio continente - libero da paure ed egoismi dei singoli stati e dalla presunzione di essere una grande potenza - sa mettere in agenda scelte coraggiose per sfidare le criticità della globalizzazione.
Io credo che la determinazione e la forza di Renzi rendano possibile un salto di qualità nelle politiche europee e, soprattutto, consentano di ripensare il modello sociale dell’Europa unita, ridisegnando un orizzonte di speranza per i milioni di lavoratori e di giovani che nel vecchio continente vogliono costruire il loro futuro. 
Questo è il significato più profondo e affascinante di questo esito elettorale. Una scommessa che se assunta con responsabilità potrà riportare l'Italia a svolgere il proprio ruolo nel progetto europeo. 
Io ci credo.

Il gesto, il Muro, lo scandalo


Paola Caridi
Invisible Arabs

Spero abbiate letto il programma ufficiale del viaggio di Papa Francesco. Il gesto di ieri, la sosta di fronte al Muro di Separazione, sul lato palestinese, nella Betlemme della Natività, risulta di gran lunga più chiaro dopo aver scorso l’agenda ufficiale e i suoi tanti dettagli. Dettagli su cui si può ragionare da domani, a visita conclusa, soprattutto dopo la tappa di Gerusalemme.
L’immagine del Papa di fronte a un Muro colmo di sofferenza pretende, comunque, una sosta. Una riflessione. Il Papa non ha detto nulla. Ha compiuto un gesto, quello di rendere visibile il Muro. Anzi, per dirla meglio, di imporre il Muro all’attenzione di una stampa molto spesso distratta o superficiale, oppure ignorante. O peggio.
Esercitare il dovere della verità non è di tutti. Non è per tutti. Papa Francesco ha invece mostrato lo scandalo, senza parlare, solo poggiando la mano sul Muro e facendosi il segno della croce.
Il segno della croce… Lo fanno tutti i venerdì alcuni uomini e donne, sacerdoti e suore, che percorrono la via dolorosa accanto al Muro. Gruppo sparuto, testimone costante dello scandalo e della vergogna di questo Muro, costruito da Israele negli ultimi dieci anni. Uno sparuto gruppo che – ricordando quello che Giorgio La Pira disse al suo allievo Vittorio Citterich in una (quasi) deserta chiesa della Mosca sovietica – rende testimonianza. Urla ciò che non viene scritto, e reso noto.
Mentre alcuni giornalisti si dilettavano, alla vigilia della visita del Papa, a descrivere persino le doti di questo Muro, nascondendone comunque la vista, Francesco lo ha mostrato. In tutto il suo enorme scandalo. Senza dire nulla. Perché qualsiasi descrizione è superflua.
Papa Francesco ha sciolto, ieri, il nodo in cui mi ero attorcigliata per anni. Quel nodo che descriveva il fallimento di noi giornalisti, incapaci di descrivere il Muro. Afasici, nel cercare di far comprendere quanto sia inumano. Francesco non ha parlato, lo ha toccato, e lo ha così mostrato. Lui, centro della notizia per la stampa al seguito, ha costretto giornalisti spesso distratti a mostrare ciò di cui molti di loro non avevano voluto parlare, appena il giorno prima.
Eppure, quell’agenda ufficiale del viaggio aveva già detto qualcosa, tra le righe. Aveva detto che Papa Francesco quel Muro non voleva attraversarlo. Forse perché – è la mia ipotesi – non voleva sancirne, avallarne l’esistenza. Era la posizione, peraltro, di alcuni diplomatici di vaglia, negli scorsi anni, quando il Muro cominciò a essere innalzato tra Gerusalemme e Betlemme. Non passare attraverso quei varchi nel Muro per evitare di renderlo cosa fatta, elemento della geografia del conflitto. I consoli a Gerusalemme sono in sostanza consoli del corpus separatum, più o meno. E il corpus separatum del 1947 comprendeva nei suoi confini proposti non solo Gerusalemme, ma Gerusalemme e Betlemme assieme, come un solo corpo. Bastava non passare dal Muro, per non sancire lo scandalo. E invece da quel Muro siamo passati tutti…
Il Papa lo ha al contrario sorvolato, in elicottero. Lo ha visto ferire la terra, sicuramente. E forse proprio per questo ha fatto uno strappo al protocollo, è sceso e lo ha toccato. Perché lo ha visto spaccare la terra e le genti. Scandalosamente.

buongiorno Italia