giovedì 4 giugno 2015

“Il premier ora cerchi il dialogo a sinistra ma chi è in minoranza deve rispettare le regole”


ORIANA LISO
La Repubblica 4 giugno 2015
Giuliano Pisapia Il sindaco di Milano: “Proseguire con le divisioni sarebbe suicida. Governare vuol dire anche cercare soluzioni comuni, se però non arrivano è giusto che decida la maggioranza”
«Per costruire una coalizione coesa e di governo serve un ponte tra sinistra e Pd: è un lavoro non più rinviabile. Prima o poi ci saranno le elezioni politiche, presentarsi divisi sarebbe un suicidio. Per questo credo sia importante e utile a tutti che la sinistra del Pd non parli con voci diverse e interloquisca positivamente con la sinistra responsabile e di governo, non solo in parlamento, ma anche nel Paese. È con questo metodo che in centinaia di Comuni in il centrosinistra è maggioranza e dimostra di saper governare bene».
Sindaco Giuliano Pisapia, chi sono i vincitori e i vinti di queste elezioni?
«Per una parte dell’elettorato, anche di centrosinistra, ha contato certamente lo spirito di rivalsa nei confronti di Renzi. Hanno perso tutti: il Pd oltre 2 milioni di voti rispetto al 2014, il Movimento 5 Stelle ha preso circa il 60 per cento dei voti in meno rispetto alle Politiche. Le liste di sinistra che non si sono presentate all’interno della coalizione di centrosinistra hanno avuto risultati ben al di sotto delle aspettative. L’unica vera vincitrice è la Lega, ma ha cannibalizzato Forza Italia e quindi non ha portato alcun valore aggiunto al centrodestra. Il dato più preoccupante, per tutti, è quello dell’astensionismo ».
L’onda renziana si è infranta sugli scogli della Liguria?
«In Liguria hanno sbagliato in molti. Sia chi ha insistito su un candidato divisivo, convinto che si può vincere e governare da soli, sia chi, dopo la sconfitta alle primarie, è uscito dal partito - ma non dall’europarlamento – ritenendo che il Pd fosse il nemico da sconfiggere, regalando così la regione alla destra. Neppure De Gasperi governò da solo: politica è anche la fatica del dialogo per trovare soluzioni condivise e quindi più realizzabili. Trovare un accordo nel proprio schieramento sui problemi da risolvere rende più forti, non più deboli».
Il 7-0 non c’è stato, e neanche il 6-1. Colpa degli “impresentabili”? Oppure gli elettori hanno punito il governo per le sue politiche?
«Difficile dire cosa abbia pesato di più. Certo, la riforma della scuola ha portato ad una vera e propria ribellione sul merito e sul metodo dei lavori parlamentari. Bastava un maggiore dialogo e un confronto costruttivo per arrivare a soluzioni condivise ed evitare la guerriglia contro il presidente del Consiglio. Sono convinto che poche e ragionevoli modifiche avrebbero evitato un così forte astensionismo e un voto “contro”, anziché “per”».
Per anni il nemico è stato Silvio Berlusconi. Ora è la Lega?
«Berlusconi aveva un’egemonia tale per cui ogni sua decisione era insindacabile, Non è più così, si è visto. Ora dovranno trovare il modo di far emergere persone di valore: non credo che il centrodestra, se non vuole perdere il voto di tanti suoi elettori possa consegnarsi interamente alla Lega».
Una Lega che ha vinto al grido di “ruspa, ruspa”, i 5 Stelle con gli slogan anticasta: il populismo è ancora vivo?
«Populismo e demagogia sono ancora vivi. Mi pare che i 5 Stelle stiano facendo passi avanti: forse cominciano a capire che criticare è facile, ma governare è difficile, soprattutto in un periodo di crisi. La Lega cerca, invece, di far dimenticare la sua corresponsabilità, nei lunghi anni in cui ha governato, nell’aver portato il Paese a un passo dal default. Cavalca tutte le situazioni più complesse e delicate senza mai proporre soluzioni praticabili. Un consenso facile ma che non ha, e non può avere, l’appoggio dei moderati, neppure di chi in passato ha votato centrodestra».
Milano voterà fra un anno. Quali insegnamenti arrivano dal voto di domenica?
«A Milano è forte il senso dell’unità, pur in presenza di sensibilità diverse, che per me sono una ricchezza: è naturale e positivo che ci siano momenti di confronti e anche di scontro, ma poi bisogna avere il coraggio e la forza di decidere. E, in democrazia, quando non c’è condivisione, non possono che prevalere le scelte della maggioranza. La sinistra deve smetterla di parlare con cinque voci diverse, bisogna interloquire, ma con paletti e conseguenze certe per chi non si attiene a quelle regole. Solo insieme il centrosinistra vince sia a livello locale che a livello nazionale ».
Passando per le primarie? Sono indispensabili?
«Indispensabili no, utili sì. A Milano, cinque anni, fa furono importantissime, questa volta credo saranno necessarie perché potrebbero esserci più candidati. L’importante è che, dopo, l’impegno sia totale e da parte di tutti. Chi conosce Milano è ben consapevole che il candidato sindaco del centrosinistra non potrà che essere scelto dai milanesi e di questo è convinta tutta la coalizione ».
Chi vincerà le primarie potrà trovarsi di fronte Matteo Salvini.
«Non credo si candiderà, anche perché per Forza Italia sarebbe uno smacco cedere alla Lega, oltre al presidente della Regione, anche il sindaco di Milano, diventerebbe un partito senza futuro. Fare il sindaco è un mestiere bellissimo, ma anche difficilissimo, soprattutto in un periodo di continui tagli agli enti locali: è più facile cambiare la felpa tra un trasmissione e l’altra che risolvere i tanti problemi quotidiani ».
Lei non ci ripenserà? 
Il 2 giugno tantissimi milanesi, in visita a Palazzo Marino, glielo hanno chiesto.
«È stato commovente, ma a tutti ho risposto: ora tocca a voi».
Cosa farà allora?
«Adesso sono impegnato solo su Milano. A fine mandato, senza un ruolo istituzionale, vorrei contribuire, con l’esperienza di questi anni, a costruire quel ponte nel centrosinistra».

Per Renzi è solo propaganda: noi siamo al 37 per cento.


Corriere della Sera 04/06/15
Marco Galluzzo
L’elaborazione del voto non è finita e nemmeno quella sorta di silenzio (almeno rispetto agli standard comunicativi) che si è autoimposto dalla notte dello spoglio. La rabbia per la perdita della Liguria è sbollita, quella per le modalità della sconfitta ancora no: «Sono disposto a ragionare con chiunque, ma non con chi non ha votato l’ultima fiducia al governo, con chi non crede nell’azione portiamo avanti». 
 Da Palazzo Chigi trapela pochissimo, di prima mattina i dati sull’occupazione valgono l’unica comunicazione, via tweet, del presidente del Consiglio: il messaggio è un «avanti tutta sulle riforme» che non lascia spazio a margini di incertezza. Lunedì sera, al rientro dal G7 in Germania, a meno che la direzione del partito non slitti di un giorno, farà un’analisi delle Regionali che metterà nel mirino chi ha remato contro, chi punta in modo «inaccettabile» a mettere i bastoni fra le ruote del governo, che avrà probabilmente tratti inediti: «Rielaborando i dati — dice il leader ai suoi — il partito è al 37 per cento, nessuno ha fatto un’analisi puntuale». 
 Insomma Renzi è pronto a ricucire, dentro il Partito democratico, con tutti coloro che ci credono, che riconoscono i frutti dell’azione del governo, che lavorano in modo costruttivo per migliorarla: sta anche valutando se concedere più tempo alla discussione sulla scuola. Ma con gli altri, «con quelli che non ci credono» c’è poco da discutere o da fare: la linea del presidente del Consiglio non cambierà per quella che viene giudicata come una naturale ammaccatura di Midterm, «cosa che in qualsiasi Paese avviene, per un partito di governo, soprattutto se si fanno le riforme». 
 Per questo c’è da aspettarsi che lunedì arriveranno parole molto chiare sull’atteggiamento di quella minoranza che agli occhi del premier ha il solo scopo di indebolirlo: «Non scendo a patti con nessuno, basta veti e basta discutere all’infinito di tutto, l’azione di governo andrà avanti spedita», è la linea che viene dettata ai suoi. 
 Anche il ritorno delle previsioni matematiche sui numeri al Senato, su una maggioranza che sarebbe sul punto di sfarinarsi, vengono bollate come propaganda messa in giro ad arte: a Palazzo Chigi si dicono più che tranquilli, «abbiamo 30 voti di vantaggio e non cambierà nulla». Il gruppo nuovo dei fittiani, la fuoriuscita di due senatori dell’area popolare che già non votavano per il governo (Mauro e Di Maggio), non cambiano gli equilibri su cui Renzi si dice sicuro di poter contare. 
 Del resto in queste ore Renzi è impegnato anche su fronti internazionali che a suo giudizio dovrebbero venire prima, e non dopo, le fibrillazioni interne del suo partito: nel corso del G7, domenica e lunedì, nonostante non sia nell’agenda formale del vertice, e non sia fra gli argomenti che Angela Merkel ha scritto a vari quotidiani europei presentando l’appuntamento, si discuterà anche di Libia, della situazione di crisi interna al Paese, della bozza Onu che l’Italia sta spingendo e la cui approvazione al momento appare più complessa di qualche giorno fa. 
 Di Libia, e dunque di immigrazione clandestina, e anche di Siria, visto che le ultime notizie allarmanti che fanno sponda fra le Capitali, e arrivate anche a Palazzo Chigi, raccontano di un Assad che starebbe sostenendo l’Isis utilizzandolo contro una delle proprie opposizioni interne. Non ci sarà Putin, e questo rende forse zoppa (se non controproducente) ogni discussione sulla Libia, ma anche la suggestione internazionale di restituire un ruolo ad Assad, per arginare l’avanzata del Califfato, viene meno. 
 Nella distanza fra questi argomenti e le polemiche interne al suo partito c’è anche una chiave del silenzio di Renzi

Elezioni 2015 : La “brutta vittoria” del PD.


Blog Confini
intervista di Pierluigi Mele
Dopo il voto delle regionali il PD si sta interrogando, con forte tensione, sulle cause di questa “brutta vittoria”. Ne parliamo con Giorgio Tonini, vice-presidente del gruppo PD al Senato.
Senatore Tonini, il test elettorale delle regionali segna, al di là del dato numerico (5 a 2 a favore del PD), una battuta d’arresto della forza propulsiva di Renzi. La clamorosa sconfitta della Paita in Liguria e quella della Moretti in Veneto pongono problemi politici pesanti. Cosa non ha funzionato?
Lei dice “al di là del dato numerico”. E certo non possiamo fermarci al 5 a 2. Ma non possiamo neppure prescinderne. In qualunque paese del mondo, un partito di governo che, a più di un anno dal suo insediamento, a luna di miele col paese ormai dimenticata, nel pieno di riforme difficili, controverse e conflittuali, spesso proprio con la propria costituency elettorale, rafforzasse o anche solo mantenesse il suo primato nei poteri locali, verrebbe considerato un vincitore e non uno sconfitto. Il Pd oggi governa 17 regioni italiane su 20. Abbiamo perso la Liguria, ma conquistato la ben più popolosa Campania. Molti vorrebbero perdere sempre così. I nostri cugini socialisti francesi, che con Hollande e Valls governano a Parigi, si sono svegliati terzi alle elezioni amministrative, dopo il centrodestra di Sarkozy e la destra di Le Pen. Noi ci siamo svegliati con qualche livido, ma ancora primi. Detto questo, è evidente che abbiamo avuto due sconfitte, certamente gravi. La più grave in Veneto, perché lì eravamo tutti uniti, mentre la destra si era divisa, e ciò nonostante siamo andati indietro, molto indietro, rispetto alle europee. L’altra sconfitta, quella in Liguria, è invece in gran parte figlia delle nostre divisioni interne: divisi, siamo stati battuti da un centrodestra che, per quanto unito, si è fermato sotto il 35 per cento. Due sconfitte e cinque vittorie. Io la chiamo, vista nel suo complesso, una brutta vittoria, una vittoria ai punti, rispetto alla bella vittoria per ko delle europee. Ma una brutta vittoria è sempre meglio di una bella sconfitta.
Qualunque vittoria sarebbe peraltro una vittoria dimezzata, in presenza di un così elevato tasso di astensione, che ha sfiorato stavolta il 50 per cento. Non crede che il Pd abbia fin qui sottovalutato questo fenomeno? Non sarebbe ora di interrogarsi su di esso in modo meno rituale e superficiale?
Sono d’accordo con lei. Penso anche che a poco servano recriminazioni e lamentazioni. A mio modo di vedere, nell’astensione di domenica scorsa si sono saldate tre componenti. La prima, quella di fondo e di lungo periodo, ha a che fare con la secolarizzazione della politica. Su questa questione, che da decenni interroga i filosofi e i sociologi della politica, c’è poco di nuovo da dire e forse anche poco da fare. La seconda componente, più recente (in Italia la sua comparsa ha coinciso con la crisi della seconda Repubblica e della guerra civile fredda tra berlusconismo e anti-berlusconismo), ha alla base la protesta contro la “casta” dei politici, più che la politica come tale. Su questo versante i rimedi sono chiari: bisogna completare l’opera di disboscamento della gìungla dei privilegi dei politici, sapendo peraltro che neppure questo sarà sufficiente, se non si riuscirà a dimostrare che la politica può riuscire a cambiare in meglio le cose, la vita concreta dei cittadini. Il Pd e il governo Renzi su questa scommessa si giocano il futuro. Infine, la terza componente, misurabile in un buon 10-15 per cento, esprime il distacco radicale rispetto all’istituzione regione in quanto tale. Non a caso, nelle città dove si votava per i sindaci, la percentuale di partecipanti al voto è salita ben oltre il 60 per cento. E oltre il 60 era stata la partecipazione alle europee, segno che l’Europa, nel bene e nel male, coinvolge le menti e i cuori degli italiani più delle regioni. Credo che in particolare su quest’ultima componente del non voto sia urgente una riflessione e un piano d’azione, per rilanciare la credibilità dei governi locali, la loro funzione democratica, che oggi se forse non è ancora compromessa, è indubbiamente assai appannata. La riforma del Senato e del titolo V deve essere l’occasione per questo rilancio.
Quello che si è notato, prendendo i due casi emblematici (Campania e Liguria), è la distanza tra la realtà nazionale e il livello locale. Insomma il gruppo dirigente nazionale è parso debole nell’imporre i criteri della rottamazione. Così siete andati al voto da una parte (Liguria) con un candidato debole, Paita, che rappresentava la continuità con Burlando, e dall’altro con “l’impresentabile” De Luca che vi creerà, con la sua vittoria, non pochi problemi. Insomma oltre al dato politico emerge una “insipienza” politico-organizzativa. Non è venuto il tempo di superare la “cultura dell’uomo solo al comando”?
Se davvero ci fosse, nel Pd, un uomo solo al comando, Renzi avrebbe potuto scegliere i candidati a sua immagine e somiglianza. Come faceva Berlusconi. Ma il Pd non è Forza Italia. Lì, per statuto, è (o era) il leader a scegliere i candidati, tutti i candidati. Noi siamo un’altra cosa. Da noi i candidati li scelgono i cittadini con le primarie. E così è stato anche stavolta. A parte i due uscenti, che non sono stati sottoposti a primarie perché nessuno li ha sfidati, Rossi in Toscana e la Marini in Umbria (peraltro né l’uno né l’altra definibili come renziani, ma semmai lealmente e apertamente collocati nel partito su opposte sponde rispetto al segretario), tutti e cinque gli altri sono stati scelti con la partecipazione decisiva di centinaia di migliaia di nostri elettori. Neppure le primarie sono un sistema perfetto. Vincere le primarie non garantisce la vittoria alle elezioni. Ma noi non ci chiamiamo Partito democratico per finta. E Renzi, e con lui tutti noi, ha fatto campagna elettorale per sette candidati che, alle primarie nazionali del 2012, avevano tutti sostenuto Bersani e non lui. E lui li ha sostenuti, tutti e sette, perché erano i nostri candidati, i candidati del Pd, scelti dai nostri elettori con le primarie. Detto questo, è evidente che c’è un problema, grande come una casa, di rinnovamento della classe dirigente diffusa: un rinnovamento che per ora si è in gran parte fermato a Roma e ha solo lambito i territori. Bisogna dedicarsi con più energia a questo lavoro, assolutamente fondamentale. Ma nel rispetto del nostro modello di democrazia, dunque formando e selezionando una nuova generazione di dirigenti, capace di farsi valere nel confronto democratico, non imponendo o eliminando qualcuno attraverso un di più di dirigismo.
Veniamo al quadro interno al PD. Anche qui ci sono problemi a non finire. Ovvero il ruolo della minoranza interna. Non le pare che un’altra lezione di queste elezioni sia quella di recuperare il “metodo Mattarella” (ovvero la ricerca delle scelte condivise)? Ha qualcosa da dire alla minoranza?
Come è normale che sia, fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. L’albero ligure è caduto, sotto il peso delle nostre divisioni, e ha fatto molto rumore. Ma in tutte e sei le altre regioni, il Pd è stato unito, vincendo in cinque casi e perdendo in Veneto. Dunque, quello che lei giustamente chiama il “metodo Mattarella”, ovvero la ricerca delle scelte condivise, se non nel merito, almeno nel metodo (democratico), è il modo ordinario di vivere e di decidere dentro il Pd. Perché questo metodo possa funzionare, c’è però bisogno di richiamare una precondizione: tutti devono sentirsi impegnati dalle decisioni che, democraticamente, si prendono insieme. Una parte della minoranza, forse perché non le era mai capitato di non essere maggioranza, questo principio fa fatica ad accettarlo e rivendica il diritto di votare come crede nelle assemblee elettive e addirittura di presentare candidati alternativi alle elezioni. Il problema è che nessun partito democratico può funzionare così. Su questo punto, dunque, un chiarimento fra noi è necessario e urgente. Non c’è, peraltro, solo un problema di metodo. Le vicende interne al Pd hanno messo in evidenza anche un problema di sostanza, vorrei dire politico-culturale. Il mito fondativo del Partito democratico non è l’unità delle sinistre, ma l’unità, si potrebbe dire il ricongiungimento, dei riformisti, storicamente divisi in partiti e perfino in schieramenti diversi, in un riformismo nuovo, capace di confrontarsi in modo positivo con i grandi cambiamenti del nostro tempo. Per una parte della nostra minoranza, rischiare (e sottolineo la parola rischiare) un riformismo nuovo, non è adempiere alla nostra missione di democratici, ma tradire la nostra storia. Così come sfidare le pigrizie della sinistra conservatrice, politica e sindacale, è infrangere il mito, duro a morire, nonostante la nascita del Pd, la lezione di Veltroni e la rivoluzione di Renzi, dell’unità delle sinistre e del “pas d’ennemis à gauche”. Su questo crinale, per così dire “ideologico”, è raccomandabile il massimo rispetto reciproco e un modo di argomentare e discutere pacato, ma non si può chiedere a Renzi e a tutti noi di diplomatizzare le differenze, fino a ridurre un sano perché vero conflitto politico ad una questione di buone maniere.
E veniamo alla vicenda della Presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi. Lunedì sera, a “Piazzapulita”, ha chiesto le scuse da parte del PD per come è stata trattata da alcuni esponenti del suo partito. Un episodio che brucia sulla “pelle” del suo partito…
Non saprei, può darsi che qualcuno abbia usato nei suoi confronti qualche parola di troppo. Resta il fatto che Rosy ha gestito un passaggio delicato e difficile, come la prima applicazione di un codice di autoregolamentazione ad un processo elettorale, in modo assolutamente sbagliato. Non lo dico io, lo hanno detto in modo inequivoco personalità insospettabili come Saviano o Cantone. Mi permetto di aggiungere che nessuna delle vicende giudiziarie che riguardano De Luca ha a che fare con la mafia o la criminalità organizzata. E dunque la sua inclusione in quella lista di “impresentabili”, peraltro alla vigilia del voto, quindi negando di fatto a lui e al Pd, come agli altri coinvolti nella vicenda, qualunque diritto di replica efficace, è stato un colpo basso che ha inquinato in modo grave il confronto elettorale. Sarebbe stato inaccettabile nei confronti di un avversario. Nei confronti di un compagno di partito lascia senza parole.
L’idea del Partito della Nazione è uscita bocciata dall’esito elettorale. Lo sfondamento a Destra non c’è stato. E questo impone sicuramente un ripensamento verso una identità più “ulivista” del partito. E’ così per lei?
Dalle elezioni regionali il Pd esce confermato nella sua funzione di “partito del Paese”, non solo perché governa 17 regioni su 20, ma anche e soprattutto perché è l’unico partito che non si limita a dare voce alla rabbia e alla paura, magari alimentandole cinicamente, ma cerca di produrre risposte di speranza attraverso l’azione politica e di governo. È vero che, rispetto alle elezioni europee, in particolare in Veneto, ma anche, in misura minore, in Liguria e in Umbria, il centrodestra ha ripreso parte dello spazio elettorale che gli avevamo sottratto. Al contrario di tanti, anche nel Pd, che paventavano la nascita del regime del partito unico renziano, non ho mai pensato che il travaso di voti dal centrodestra verso di noi fosse irreversibile. Allo stesso modo, oggi non penso che noi democratici dobbiamo tornare a considerare irraggiungibili i voti di quel fitto tessuto produttivo, civile, sociale, culturale, che è la forza di molti nostri territori, in particolare ma non solo al Nord, e rassegnarci a rientrare nel nostro tradizionale recinto identitario. Le europee hanno dimostrato, un anno fa, che quei consensi sono contendibili. E noi democratici dobbiamo restare coi piedi ben piantati in quella contesa. Solo in questo modo, peraltro, il Pd può essere il degno erede della stagione fondativa dell’Ulivo, che fu animata proprio dallo slancio verso l’unità dei riformisti, alla conquista di consensi in tutta la società italiana.
Certamente iI vincitore politico è stata la Lega di Salvini e c’è stata anche la tenuta del movimento 5 stelle, che ha ottenuto risultati rilevanti. Chi deve temere di più Renzi?
Il politologo Salvatore Vassallo ha corretto l’analisi del voto proposta a caldo dall’Istituto Cattaneo e che confrontava le mele dei voti di lista alle regionali, con le pere di quelli alle europee. Vassallo ha ripreso la più convincente metodologia, da lui stesso elaborata nell’ambito del Cattaneo, del confronto tra le performance elettorali, non delle singole liste, ma di aree politiche omogenee (centrosinistra, centrodestra, M5S), in modo da tener conto delle diverse modalità tattiche adottate dalle forze politiche nelle diverse elezioni, regolate, come è noto, da differenti leggi elettorali. Sulla base di questo metodo di calcolo, Vassallo conclude che il Pd-centrosinistra ha avuto una flessione nazionale di circa 5 punti (più che fisiologica per una forza alle prese con difficili problemi di governo) e territorialmente concentrata in Veneto e Liguria, che lo ha portato dal 42,3 per cento delle europee al 37,1 delle regionali. Al contrario, grazie alla Lega ma non solo, il centrodestra ha riconquistato quasi 13 punti percentuali, riportandosi al 35,2 rispetto allo sprofondo del 22,4 di un anno fa. Sulla base di questi dati, è assai probabile che lo sfidante del Pd, alle prossime elezioni politiche, sia il centrodestra. Anche perché il M5S esce dalle regionali al 15,7 per cento, quasi 10 punti in meno delle politiche e quasi 20 sotto l’area di centrodestra. Naturalmente, per risultare davvero competitivo, il centrodestra deve trovare uno Zaia nazionale: un federatore capace di rappresentare una proposta di governo e di assorbire e metabolizzare la Lega di Salvini, utilizzandone la forza, ma senza cederle la guida. Un’impresa non impossibile, ma tutt’altro che facile.
Ultima domanda: la legislatura arriverà al 2018?
Non sono una chiromante e non mi avventuro in previsioni. Registro solo che il Pd ha tutto l’interesse ad arrivare al 2018 per cercare di trarre il massimo beneficio, in termini di consenso, dagli effetti delle riforme, in particolare in termini di ripresa della crescita e dell’occupazione. Ma anche il centrodestra ha bisogno di tempo, per gestire un’operazione difficile come l’uscita di scena di Berlusconi e l’individuazione di un nuovo assetto e una nuova leadership. Entrambi i principali schieramenti hanno interesse a completare la riforma costituzionale e in particolare quella del Senato, senza la quale potremmo trovarci di nuovo in un Parlamento senza un chiaro vincitore, alle prese con la formazione dell’ennesimo governo non deciso dagli elettori.

mercoledì 3 giugno 2015

La frenata del partito nazione rilancia la minoranza Fassina: retromarcia sulla scuola o sarà scissione. Speranza accusa e c’è chi sogna di tornare all’Ulivo.


Corriere della Sera 02/06/15
La «non sconfitta» impone una riflessione profonda e un cambio di passo. La minoranza del Pd non infierisce e non calca gli accenti, ma dopo la frenata di Renzi prova a rialzare la testa. C’è la sinistra di Stefano Fassina, che non condivide l’analisi «trionfalistica» del voto e non è disponibile «ad andare a sbattere con il Pd». E c’è quella di Roberto Speranza (e Pier Luigi Bersani) che vuole «stare fino in fondo nel Pd» e però non rinuncia al sogno di costruire, da dentro, un’alternativa a Renzi. 
 «Prima o poi ritornerà il Pd delle origini — sospirava due giorni fa Bersani, sul Corriere —. Io dal Pd non me ne vado, io il Pd lo voglio salvare... La battaglia continua» . E se Gianni Cuperlo non ha alcuna nostalgia della vecchia «ditta», nella minoranza ex Ds c’è chi non rinuncia al sogno di riprendere il timone del Nazareno. 
 Con Renzi invincibile, l’idea di scalare il partito sembrava pura utopia. Ma la battuta d’arresto delle Regionali ha galvanizzato la parte più ribelle della minoranza, che ora aspetta al varco Renzi in Parlamento e chiede un «cambio di rotta». Come ha detto Bersani, «la riforma costituzionale deve cambiare...». 
 Massimo Mucchetti è pronto alla sfida e sottolinea come il Pd, dai dati dell’Istituto Cattaneo, «perde due milioni di voti rispetto al 2014 e un milione rispetto al 2013». Miguel Gotor, nel commentare quella che definisce «una non sconfitta», consiglia ai renziani «di non fare gli struzzi» e rimarca che il Pd «ha subito una notevole emorragia di voti a livello nazionale». L’astensionismo cresce in Regioni rosse come Toscana, Umbria e Liguria e il senatore bersaniano legge il dato come un campanello di allarme, quasi la conferma della mutazione genetica del partito: «Una parte dei nostri non si riconosce nella trasformazione che Renzi ha impresso al Pd e preferisce fermarsi un giro». 
 Per Roberto Speranza «il partito della nazione indistinto, in cui scompare il confine tra destra e sinistra e ci può stare dentro tutto, è indebolito». L’ex presidente dei deputati, che lasciò la poltrona per non votare l’Italicum, ritiene che sulla scuola il Pd abbia «pagato un prezzo salatissimo». Per il leader di Area riformista, «il punto è la linea politica» e adesso, numeri alla mano, si aspetta che Renzi riconosca le responsabilità e accetti di aggiustare il tiro: «Bisogna rivendicare le cinque Regioni vinte, ma comprendere che un pezzo significativo del nostro mondo non ha condiviso le ultime scelte. Il segretario dovrebbe capire che c’è bisogno di riunire il Pd ed evitare altre fratture». Per Speranza la scissione non è all’ordine del giorno e lui, come Bersani, resterà nel Pd «per fare emergere un punto di vista che non sia schiacciato su Renzi». Il motto dei riformisti? «Autonomia e responsabilità». 
 Anche per Rosy Bindi il partito della nazione è in frenata e Renzi salverà la «ditta» solo tornando all’Ulivo. Nessuno ovviamente gioisce per i voti in fuga, ma è evidente come la minoranza del Pd abbia tutto l’interesse a leggere in negativo i numeri per accorciare il divario tra il Pd di Bersani e il Pdr, il partito di Renzi. «Siamo tornati al 25 per cento» sottolineano in tanti, rievocando il mantra con cui la maggioranza ha picchiato duro sui bersaniani, da quando alle Europee il Pd toccò la vetta del 40,8%. Ora Renzi ha quasi dimezzato il suo bacino elettorale e se dal Nazareno buttano la croce sulla minoranza, Fassina declina le responsabilità della sinistra: «Si cerca in Pastorino il capro espiatorio, ma quel pezzo di Pd che lo ha votato in Liguria, non avrebbe votato la Paita neanche sotto tortura. Se si fa finta che il problema sia il dissenso di alcuni di noi, non si va da nessuna parte». 
 Se la riforma della scuola al Senato non cambierà, l’ex viceministro potrebbe tener fede all’impegno di lasciare il Pd. Anche per Alfredo D’Attorre la riflessione sul «dopo» è aperta: «C’è una emorragia impressionante di voti a sinistra che finisce in astensione o al M5S. Un mondo nostro che rischia di non riconoscersi più in questo Pd». Che fare, adesso? Da dove ripartire per incollare i cocci? 
 Lunedì in direzione l’analisi del voto potrebbe trasformarsi in resa dei conti. D’Attorre chiede a Renzi «una verifica senza rimozioni né trionfalismi» e spiega che non si può ridurre tutto alla definizione di «sinistra masochista», ma bisogna aprire una «grande consultazione sui grandi temi, come la scuola». Poi l’affondo contro la foto, che ha fatto il giro del web , e che ritrae Renzi e Orfini mentre giocano alla Playstation: «Lasciamo stare i videogiochi e torniamo alla realtà, che è molto, molto dura». 
 La minoranza è divisa in tre tronconi. Gli irriducibili, come Fassina. I riformisti che lavorano per ricostruire l’alternativa e sfidare Renzi al prossimo congresso. E i filo-renziani, come Matteo Mauri e Cesare Damiano, che chiedono a Renzi un «premio» per aver votato l’Italicum, magari con la scelta del nuovo capogruppo. Si è parlato dell’ex dalemiano Enzo Amendola, ma ora il segretario sembra orientato a mettere in quella casella-chiave Lorenzo Guerini, liberando la poltrona di vicesegretario per Lotti o Rosato.

La fine di un modello. Il centrodestra senza più equilibrio.


Francesco Verderami
Il Corriere della Sera 3 giugno 2015 

Quasi tutti inneggiano all’unità ma tutti o quasi continuano a dividersi. Nemmeno si è concluso lo spoglio delle Regionali che già i verdiniani preparano l’ennesima diaspora nei gruppi parlamentari di Forza Italia, mentre in Ncd l’ex ministro De Girolamo e soprattutto il coordinatore nazionale Quagliariello allargano la faglia nel partito tra quanti vorrebbero proseguire l’esperienza di governo e quanti invece mirano al «chiarimento» per dargli un taglio definitivo. La verità è che il voto di domenica ha sancito la fine del vecchio centrodestra, perché era chiaro che la clamorosa vittoria di Toti in Liguria non avrebbe potuto coprire del tutto l’emorragia di consensi azzurri, dettata (anche) da altre sfide fratricide in Puglia, in Campania, in Toscana... 
 In quello che un tempo è stato il fronte moderato si assiste a una forma di cannibalismo politico, un meccanismo di auto distruzione dei partiti di appartenenza. Il processo era già iniziato, ma ora ha subito un’accelerazione per effetto del successo della Lega, che conquistando il primato nelle urne sta determinando una mutazione genetica nell’area guidata per venti anni da Berlusconi. Così, il laboratorio del nuovo centrodestra somiglia tanto al vecchio centrosinistra, e non solo per l’immagine del partito più forte che progetta di attrarre al suo progetto alleati in certi casi ridotti al rango di cespuglio. Ma soprattutto perché nella coalizione il ruolo guida toccherebbe a una forza posta all’ala dello schieramento, come lo erano i Ds nell’Unione. 
 Certo Salvini ieri ha ammorbidito i toni, e sebbene abbia rivendicato il ruolo di anti-Renzi in virtù del risultato, è consapevole che del futuro rassemblement lui potrà essere «il lievito», che insomma al momento opportuno accetterà di discutere sul nome di un altro eventuale candidato premier. Ma sulla centralità della Lega non intende fare transazioni, un altro aspetto che ricorda il centrosinistra del passato, quando D’Alema diceva a Prodi: «Noi le conferiamo la nostra forza». È un punto fondamentale, non a caso Salvini batte sempre il tasto sul «nostro programma», prima di dire che con Berlusconi l’intesa sui «contenuti» si può fare: «Ma sull’Europa la pensiamo diversamente...». E la politica estera — come l’economia — fu uno dei nodi che soffocò i governi del centrosinistra. 
 Ecco il rebus che sembra al momento irrisolvibile. Per dirla con l’ex ministro Matteoli, «ricostruire il centrodestra è indispensabile. Ma non possiamo farlo attorno a Salvini, così come non è più possibile farlo attorno ai vecchi equilibri». Il leader del Carroccio lascia che siano i suoi potenziali alleati a risolvere il problema, pronto — come facevano i Ds nel centrosinistra — a discutere della premiership ma non della leadership. Anche perché in cuor suo continua ad accarezzare il sogno di diventare sindaco di Milano, sfida che fra un anno — insieme a Napoli — impegnerà i partiti. 
 Ma mentre la Lega domina la scena, attraendo Fitto e persino Tosi, l’area dei moderati si dilania. Berlusconi vede le sue truppe sfaldarsi alla Camera e al Senato, e davanti alle lamentele torna ad assicurare «il cambio dei capigruppo»: un modo per prendere tempo fino al prossima vertice, quando rinnoverà la fiducia a «Paolo e Renato, compagni di mille battaglie». Il punto è capire come si muoverà in Parlamento sulle riforme, perché Romani vorrebbe riaprire il confronto con Renzi, mentre Brunetta è l’ideologo dell’intransigenza. 
 La vittoria di Toti consente intanto a Berlusconi di tenere (quasi) tutto in equilibrio, e di lavorare al piano per smontare Ncd. La missione «Repubblicani» — in nome dell’«unità» — ha l’obiettivo di assorbire i voti e un pezzo della classe dirigente di Area popolare: è la testa di «Angelino» che vuole nel suo piatto. Le Regionali sono state una prova durissima per Ncd, sebbene Alfano dica che «anche stavolta non sono riusciti ad abbatterci». Tuttavia il posizionamento del suo partito lo espone a spinte contrapposte, e Quagliariello — chiedendo il cambio dell’Italicum — ha aperto una crepa profonda. 
 Il vecchio centrodestra non c’è più, perché si è esaurita la spinta propulsiva del fronte moderato. Il rischio per il nuovo — come spiega Cicchitto — è che si attacchino alla Lega «alcune deboli protesi di centro, compresa una Forza Italia dimezzata». Cosa non si fa per arrivare all’«unità».

DEL COME TAGLIARE IL RAMO SUL QUALE SI E' SEDUTI, INCOLPANDO L'ALBERO DELLA CADUTA.

Sandro Albini
Mi riferisco alla condotta della sinistra PD in quest'ultimo anno e, in particolare nel corso della campagna elettorale: obiettivo creare più difficoltà possibili al Governo espressione del PD. Non uno dei provvedimenti significativi adottati, dopo estenuanti mediazioni con loro, ha raccolto il consenso. Così sugli 80 euro, anche se qualche frutto lo stanno producendo, idem sul job act anche se sta favorendo la crescita dell'occupazione ed è riconosciuto come un ottimo provvedimento da tutte le istituzioni economiche internazionali (ma non piace alla Camusso). Non parliamo della scuola sulla quale si alza il muro ad ogni accenno di cambiamento da chiunque venga proposto. L'idea di Renzi di dare stabilità al corpo insegnante ed un ruolo dirigente ai Presidi non piace al sindacato che, nel pubblico impiego ha la sua ultima "ridotta".La sinistra PD ne ha fatte di tutte per accodarsi alle posizioni più conservatrici e antiriforma su tutti i temi, presentando agli elettori una compagine inaffidabile perché dilaniata al proprio interno. Da ultimo il capolavoro della spocchiosa Bindi. Gli elettori, nel dubbio, se ne sono rimasti a casa. La sinistra PD, dopo essere stata causa della defezione, sostiene impudentemente che i disertori sono suoi seguaci e che se la maggioranza del PD fa quello che vuole la minoranza, torneranno all'ovile. Ragionamento che sfiora la demenza. Costoro sono riusciti a far perdere la Liguria perché il Cofferati si è sentito offeso dalla vincita alle primarie della Paita. Con soddisfazione ha sostenuto che se si fosse candidato Pastorino il PD avrebbe vinto. Ma ci prende per scemi? Pastorino ha preso il 4% pur essendo sostenuto dalla fronda Civatiana, Cofferatiana e cgiellina. Il sabotaggio della sinistra un risultato l'ha conseguito: finalmente, dopo un anno, sono riusciti a far perdere qualcosa al loro partito, sporcandone l'immagine. Per costoro la goduria sarebbe vedere sempre un Matteo al governo, ma con un cognome diverso da quello dell'attuale presidente del Consiglio. Avrebbero spazio per fare opposizione, l'unica cosa che sanno fare anche in casa propria.

lunedì 1 giugno 2015

Cinque a Due

I risultati delle elezioni devono far riflettere. Certo, si doveva far meglio: presentare proposte migliori e programmi più innovativi, coinvolgere l'elettorato che si astiene in maniera sempre più massiccia, selezionare candidati irreprensibili. Certo.
I risultati devono però far riflettere soprattutto chi le ha perse. Le regioni in cui si votava erano sette. In cinque ha vinto il centrosinistra. In due ha vinto il centrodestra. Forza Italia viaggia intorno al 10% ed è superata dalla Lega, mentre il M5S, ancora una volta, non riesce a sfondare tra chi vota. SEL esce perdente persino in Puglia.
Ormai, in Italia il centrodestra amministra solo tre regioni, di cui due a presidenza Leghista. Il M5S nessuna. Il centrosinistra ne amministra sedici e la Valle d'Aosta fa storia a sé.
"Le elezioni sono competizioni, quindi i numeri sono determinanti e contano i risultati." Lo ha detto ieri sera Antonio Padellaro, fondatore del Fascio Quotidiano, mentre gongolava per una possibile vittoria di Forza Italia in Umbria e Campania. Vittoria che non si è verificata.
Chi ha vinto ieri è chiaro, così come è chiara la fotografia degli ultimi anni. Il resto sono considerazioni da Processo del Lunedì, in cui la claque delle squadre sconfitte snocciola alibi, scuse e proclami per le tifoserie.
Attilio Caso