sabato 9 maggio 2015

Renzi attacca D’Alema e i «ribelli»: c’è una sinistra a cui piace perdere.


Corriere della Sera 09/05/15
Marco Imarisio
Che botte, ragazzi. «Questo è il terreno della partita tra la sinistra che coltiva il desiderio di perdere da sola contro quella che preferisce vincere insieme». Sarà che la Liguria è ormai il ring sul quale voleranno i primi sganassoni, elezioni regionali che all’improvviso hanno assunto il valore di una prova di laboratorio per verificare lo spazio di una possibile esistenza in vita oltre il Pd. Comunque Matteo Renzi ci va pesante con la fronda di Luca Pastorino, deputato europeo uscito dal gruppo ancora prima del suo mentore Pippo Civati per creare una lista che numeri alla mano complica di molto la vita al Partito democratico. «C’è chi vuole cambiare le cose e chi invece si accontenta di perdere e far perdere» dice, quasi un invito mascherato al voto utile. 
 Ai Magazzini del Cotone nel porto antico di Genova ci sono diversi tipi di sinistra. Il servizio d’ordine è fornito dai camalli della Compagnia unica, armadi a quattro ante con jeans sdrucito e giubbotto di pelle inneggiante al compianto padre nobile Paride Batini che amava definirsi come l’ultimo stalinista, la cui figlia corre però con una lista tutta sua, a sinistra dell’ipersinistra. In platea si fa notare la grisaglia leggermente più riformista di Vittorio Malacalza, fresco primo azionista di Carige, il più lesto ad abbracciare e baciare la candidata del Pd al suo ingresso in sala, seguito da Aldo Spinelli, storico signore della terminalistica portuale e altri pezzi di potere ligure. 
 Quando si abbassano le luci, la prima a parlare è Paita, portatrice di una candidatura sofferta e di una determinazione che la sta portando a una campagna elettorale molto vivace, poco incline ai compromessi. A lei tocca la bastonatura degli avversari esterni, a cominciare dal centrodestra e da Giovanni Toti, descritto come un candidato riluttante, desideroso di tornare presto alle sue comparsate nei talk show. «L’idea che lui possa battermi spaventa voi ma soprattutto lui». 
 Al fronte interno ci pensa invece il presidente del Consiglio, che mette insieme vecchi e nuovi concorrenti usando come argomenti a sostegno delle sue tesi anche la disfatta laburista in Inghilterra. Massimo D’Alema, che a mezzo stampa aveva alzato il dito citando il calo di iscritti nel Pd diventa così un campione dei «nostalgici del 25 per cento, quelli che stavano bene quando si perdeva, quelli che hanno avuto la loro occasione e l’hanno persa». L’analisi renziana del voto nel Regno Unito, molto pro domo sua , gioca molto sulla scelta del Miliband sbagliato. I laburisti avevano David, pupillo di Tony Blair, e Ed «molto radicale, capace di diventare segretario con l’aiuto della burocrazia di partito». Scegliendo l’ultimo hanno messo fine all’esperienza del blairismo. Morale a futura memoria della favola albionica: «Quando la sinistra sceglie di non giocare la partita del riformismo, può vincere qualche congresso ma perderà sempre le elezioni». 
 Londra chiama Bogliasco, paese del quale il reprobo Pastorino è sindaco. «Lo è diventato con i voti del Pd, così come è diventato eurodeputato, poi ha scelto di lasciare il partito senza per altro dimettersi dalle due cariche. Facendo così rappresenta lo spot migliore della sinistra che vuole perdere sempre e comunque». Renzi evita di dirlo, ma oltre al rimpianto per la terza via, elezioni inglesi e liguri hanno in comune anche un numero. «Si è parlato di deriva autoritaria a proposito della nostra riforma elettorale, ma guardate l’Inghilterra dove oggi col 36% dei voti i conservatori hanno la maggioranza assoluta. Con la nostra riforma invece saremmo andati al ballottaggio». 
 Con la legge elettorale ligure, invece, quella è la percentuale richiesta per avere il premio di maggioranza necessario a governare. Se non ci arrivi, sei costretto ad alleanze che avrebbero il sapore della resa alla minaccia da sinistra oppure quello del compromesso in odor di patto del Nazareno che darebbe vento alle vele di Civati e dintorni, non solo in Liguria. La posta in gioco è questa. A giudicare dalle carezze rifilate al convitato di pietra Pastorino, in Liguria non si gioca una partita da poco.

anniversari

non dimentico....37 anni fa...


venerdì 8 maggio 2015

Gli alleati stoppano Berlusconi “No al Partito Repubblicano riguarda solo quelli di FI”


CARMELO LOPAPA
La Repubblica 7 maggio 2015
Salvini: “Non esiste”. Meloni: “Niente ammucchiate” Ma il leader forzista insiste: “Si dovranno adeguare” 
«A me delle loro critiche non importa nulla, cosa vi aspettavate? Siamo in campagna elettorale». Silvio Berlusconi non rinuncia al progetto del Partito repubblicano o come altro si chiamerà il «grande contenitore dei moderati» che ha deciso ormai di lanciare. A giugno si parte.
Il capo di Forza Italia rientra a Roma dopo la lunga parentesi d’affari ad Arcore. Riceve un gruppo di candidati pugliesi, parla con i dirigenti che vogliono sapere quanto faccia sul serio e soprattutto come reagire al fuoco di fila degli (ipotetici) alleati, da Salvini alla Meloni. L’ex Cavaliere non retrocede. «Noi dobbiamo rivolgerci ai milioni che non vanno più a votare e poi tutti, perfino Salvini, dovranno fare i conti con questa legge elettorale. Vedrete che anche Matteo cambierà idea, il ragazzo metterà la testa a posto». Si tratta solo di attendere il 31 maggio, è la convinzione. Ai candidati che lo hanno inchiodato per ore a caccia di selfie da esibire poi in campagna elettorale, ripete che ormai non c’è alternativa: «Bisogna convincere gli elettori che devono votare per un unico grande partito. Prendete il mio caso, la rivoluzione liberale mi è stata impedita dagli alleati con cui sono stato costretto a convivere». Listone unico, dunque. Ma con chi? Matteo Salvini, come ha ripetuto ieri in un’intervista alla Stampa, non ne vuol sapere: «Mai, non mi sciolgo in Forza Italia». Il progetto, di cui sono a conoscenza i leghisti a lui più vicini, è ormai altro: alzare sempre più il tiro, portare il 15 per cento attestato da sondaggi a un mirabolante 20 e scalzare Beppe Grillo. Insomma, puntare al ballottaggio col Pd, ma col vessillo della Lega sopra quel listone. E a quel punto deciderà Berlusconi se starci o meno. Ma da gregario, appunto. E sferzante lo è in queste ore anche Giorgia Meloni dei Fratelli d’Italia: «Lo diciamo subito, non siamo disponibili a nessuna ammucchiata. Ci abbiamo già provato, si chiamava Popolo della libertà ed è naufragato». Chi resta? Alfano e i suoi? «Non ci convince, l’Italicum è destinato a far competere due partiti di governo, non anti sistema come Lega e M5s», ragiona Gaetano Quagliariello. Come dire, se del listone dovesse far parte il Carroccio, non ci sono margini di convivenza. Dentro Forza Italia alle dichiarazioni entusiastiche dei fedelissimi si affiancano riserve. Del capo dei dissidenti Raffaele Fitto, soprattutto. Al quale il partitone potrebbe anche andare bene, se non fosse che ci punta «da giorni il cerchio che inspiegabilmente viene definito magico: segnalo che nel Partito repubblicano americano ci sono le primarie e la leadership è contendibile e non sono due dettagli».
Ma anche un fondatore forzista della prima ora (e filo Usa) come Antonio Martino, coltiva i suoi dubbi: «Già sul partito repubblicano americano gravano pesanti contraddizioni, come la convivenza tra l’ala cattolica più radicale e quella fortemente laica. Qui vorrebbe dire tenere insieme dalla Binetti a Pannella, insostenibile. E poi il grande partito si regge quando c’è o si propone una leadership forte». E il centrodestra, sottinteso, per adesso non ne dispone.

E ora scatta l’operazione per costruire l’Ulivo 2.0 Renzi: “Pippo non porta voti”


GOFFREDO DE MARCHIS
La Repubblica 7 maggio 2015
Per Matteo Renzi, Civati non porterà con sé l’elettorato di sinistra. La preoccupazione del premier infatti sono sempre i voti e molto dopo vengono le scissioni di parlamentari. A Palazzo Chigi semmai dicono che «una sofferenza a sinistra ce l’abbiamo già. È quella che si è manifestata nello sciopero della scuola, che esiste nel rapporto col sindacato e con i contestatori del Jobs Act». Ma proprio per questo è meglio non tirare la corda, anche con Civati. L’ordine di scuderia ai dirigenti del quartier generale è non attaccare l’ex sfidante delle primarie. Perché le regionali incombono e Renzi punta a un successo pieno. Per questo l’importante è non rompere l’unità.
Il campo lasciato libero dal potenziale “partito della nazione” è però destinato a riempirsi con una Cosa nuova: L’Ulivo 2.0, una versione allargata di Sel, la coalizione sociale di Maurizio Landini. Nichi Vendola è già pronto al grande passo di sciogliere la sua formazione. Il punto è: quanti della minoranza del Pd seguiranno il deputato in uscita? Il vicesegretario Lorenzo Guerini è convinto: «Nessuno. Il che non vuol dire che non mi dispiaccia l’addio di Pippo». Civati ha parlato con Pier Luigi Bersani due giorni fa. Un lungo faccia a faccia. Gli ha spiegato le sue ragioni, ma non ha fatto breccia per organizzare una scissione corposa dentro il Pd. L’ex segretario comunque lo ha benedetto con l’amarezza che vive ormai da molti giorni a questa parte. «Fai bene a costruirti un futuro altrove».
C’è un solo strappo a sinistra che Renzi soffrirebbe davvero: è quello di Bersani, che gode di un credito profondo in una larga fetta del popolo Pd. Sarebbe più doloroso di Civati, sempre in termini di consenso, l’addio di Stefano Fassina. «Perché - dice un renziano - la legge elettorale non è un tema sentito dalla gente. Anzi, la base ci ha sempre detto di andare avanti. Diverso è il discorso sul sindacato e sul lavoro». Ma Fassina resta al suo posto, seppure a disagio. Così come Alfredo D’Attorre o Roberto Speranza. «Finchè c’è uno spazio il mio partito è il Pd - dice D’At- torre - e proverò a cambiare le cose qui dentro. Ma sono sicuro che Civati esprima il malcontento di una parte larga della base».
Il banco di prova per una scissione meno avventurosa sono le elezioni regionali del 31 maggio. È lo stesso banco di prova del governo Renzi. I possibili sostenitori di una Cosa rossa attendono l’esito del voto. E anche del non voto perché in alcune regioni ci si attende un astensionismo record pari a quello dell’Emilia- Romagna. Persino al Sud, ad esempio in Puglia. Si vuole così misurare il margine elettorale diffuso o meno di un nuovo partito, il bacino eventuale di un’operazione al lato di Renzi. Ecco questa prospettiva è più allarmante, dicono a Palazzo Chigi, dell’uscita, per il momento solitaria, di Civati. Ma il voto no, è un’altra storia. E l’ex sfidante può giocare la sua partita anche alle regionali in Liguria dove corre Luca Pastorino che condivide la sua linea, dove i renziani hanno puntato tutto sulla Paita e dove il Pd si gioca parecchio perché è una regione che già governava.
Dunque la battaglia interna passa non per la riforma del Senato o per la buona scuola ma per l’appuntamento del 31. «Penso che sia urgente fare un nuovo soggetto politico e che sia urgente lavorarci subito», avverte il coordinatore di Sinistra ecologia e libertà Nicola Fratoianni, spiegando che si aspetta di arrivarci dopo le regionali, intorno a giugno. Quella è la dead line. «Non una lista elettorale — precisa — come è capitato troppo spesso negli ultimi anni. Noi siamo a disposizione, mettiamo a disposizione gli strumenti parlamentari, i gruppi, il partito. Non proponiamo a chi esce dal Pd o a chi eventualmente uscirà prossimamente di aderire a Sel ma di fare insieme una cosa nuova, a cominciare dai gruppi parlamentari, a riformarne la struttura e il nome ». Vendola dunque fa sul serio «Sta succedendo qualcosa anche nel Paese», dice Fratojanni, «la manifestazione di ieri lo dice, c’è una larga domanda di rappresentanza».

mercoledì 6 maggio 2015

non sò dire altro....che pena

Riccardo Imberti
L'Italicum è stato approvato. Il Presidente della Repubblica ha posto la sua firma, il nostro Paese ha una nuova legge elettorale. Dopo anni di interminabili discussioni e fallimenti, la determinazione di Matteo Renzi ha finalmente cancellato il cosiddetto porcellum e ha approvato un testo di riforma che garantirà nella sua applicazione la governabilità a questo nostro disastrato Paese.
Sì, disastrato, perché nonostante abbia le risorse e le qualità umane per competere con gli altri paesi europei o del mondo, tende sempre a vedere il bicchiere mezzo vuoto.
Ciò che più fa specie comunque è che ogni iniziativa che viene presa trova sempre chi, per ragioni non sempre nobili, mette in evidenza gli aspetti negativi.
Quando ciò avviene da parte dell'opposizione è comprensibile, anche se capire il voltafaccia di Forza Italia alla Camera richiede uno sforzo sovrumano. Quando invece a fare le barricate ci si mette una parte della maggioranza tutto diventa incomprensibile. 
La maggioranza parlamentare comunque ha retto e la legge è approvata.
Un altro aspetto  incomprensibile da parte della cosiddetta sinistra del PD e del “ricomparso” Letta è stato il linguaggio usato nella definizione di un testo già modificato e approvato al Senato.
Oggi Civati, dopo tanti annunci, ha preso la decisione di lasciare il PD, per Renzi resta comunque un grosso problema con il quale dovrà fare i conti. La "vecchia guardia" e i suoi figliocci continua sistematicamente a votare contro le riforme che Renzi aveva annunciato di voler fare fin dalla primarie per la segreteria, vinte alla grande.
Questi "dirigenti" confermano con i loro comportamenti (che non accettavano quando comandavano loro) di non aver ancora digerito la sconfitta democratica e si comportano spesso come se appartenessero ad un altro partito. Il Job Act, la riforma elettorale, quella della scuola, ecc.
Il gruppo dirigente, con in testa Renzi, dichiara in ogni occasione che nessuno verrà espulso. Io sono d'accordo, ma se il comportamento di questi compagni continuerà nei modi finora assunti, come potrà il governo realizzare le riforme necessarie al Paese? Quando manca il buon senso e la coerenza, come può reggere il PD alle grandi sfide di questo nostro affannato Paese?
Qualsiasi soggetto politico non reggerebbe questo stress e non vorrei che al fondo di questi comportamenti vi fosse l'obbiettivo di "ripristinare" la vecchia “ditta” con le stanche liturgie del passato, con i caminetti di una classe dirigente che ha fatto il suo tempo e che anche nei comportamenti risulta inadatta a far fronte alle gradi sfide del nostro tempo e a rappresentare la speranza di tanti giovani e tante famiglie italiane.

Il PD dopo l’Italicum. Intervista a Giorgio Tonini


dal blog CONFINI
di Pierluigi Mele
Dopo l’approvazione, da parte della Camera, della legge elettorale il PD è attraversato da forte tensione. C’è da registrare l’uscita di Pippo Civati dal gruppo del PD alla Camera. Altri lo seguiranno?  Ne discutiamo con Giorgio Tonini, vice-presidente dei senatori PD.
Senatore Tonini, Renzi vince la battaglia sulla legge elettorale. Ma secondo alcuni è una vittoria sulle macerie: il dissenso pesante di alcuni leader della “ditta”, le opposizioni che lasciano l’aula. Insomma vince smentendo se stesso (visto che aveva affermato che le regole dovevano essere condivise). Insomma, davvero non si poteva evitare la forzatura? L’ex direttore del Corriere, per questa forzatura, ha definito Renzi un “maleducato di talento”. Ha ragione De Bortoli?
Non so a cosa si riferisse De Bortoli. Non credo volesse esprimere un apprezzamento sul piano personale. Forse si riferiva al modo di fare politica di Renzi, che certo non lascia molto spazio ai formalismi e alle ritualità, ma va al sodo, al nocciolo della questione. E il nocciolo della questione è, in effetti, parecchio maleducato. Mi riferisco alla durezza dei problemi che affliggono il paese e all’urgenza di affrontarli con determinazione. Prendiamo il caso delle legge elettorale. Io ho ancora nelle orecchie la ramanzina che due anni fa, all’inizio di questa legislatura, il presidente Napolitano aveva rivolto a noi grandi elettori — deputati, senatori, consiglieri regionali — che lo avevamo appena rieletto Capo dello Stato. Napolitano ci bacchettava, in un modo che De Bortoli forse definirebbe maleducato, certamente in modo giustamente rude, per non essere stati capaci, in anni di inconcludenza, di trovare l’accordo su una riforma della legge elettorale e della seconda parte della Costituzione. Da quella ramanzina nacque il governo Letta, col preciso compito di fare le riforme. Ma la condanna di Berlusconi, il voto sulla sua decadenza da senatore e la rottura in seno al centrodestra, avevano riportato la situazione al punto di partenza, in quell’eterno gioco dell’oca, al quale tanto assomiglia la politica italiana. Renzi ha avuto il merito di riportare Berlusconi al tavolo delle riforme e di stringere un accordo di merito su di esse. Un accordo che è stato modificato e perfezionato in parlamento e che ha portato ad un voto largo al Senato sull’Italicum.
Poi, Forza Italia si è sfilata di nuovo, stavolta a causa dell’elezione del presidente Mattarella, a giudizio di quel partito non sufficientemente condivisa. A quel punto avevamo tre strade davanti a noi: arrenderci, gettare la spugna per l’ennesima volta, davanti agli incomprensibili bizantinismi della politica italiana; oppure andare avanti modificando il testo votato al Senato, nel senso richiesto dalla minoranza interna al Pd, così avallando l’accusa di Forza Italia di voler scrivere le regole da soli; o invece portare all’approvazione definitiva il testo frutto dell’accordo fatto al Senato, anche accettando di pagare un prezzo interno al Pd, ma lasciando tutta intera a Forza Italia la responsabilità di rinnegarlo, peraltro per motivazioni estranee al merito della riforma. Renzi, e con lui la stragrande maggioranza dei deputati del Pd, ha scelto questa ultima strada, la strada della serietà. Dopo anni, per non dire decenni, di rinvii e fallimenti, stavolta si fa sul serio. C’è un testo, un buon testo, che è stato votato dal Senato a larga maggioranza. Per noi si vota quello, perché “pacta sunt servanda”. Se per altri non è così, saranno loro a doverlo spiegare ai cittadini.
Io non penso affatto che in questo modo Renzi abbia rinnegato il suo impegno per riforme condivise, semmai è il contrario. E non penso neppure che il voto alla Camera sull’Italicum sia una vittoria sulle macerie: a meno che non ci si riferisca alle macerie dei tatticismi, dell’inconcludenza, della irresponsabilità.
Veniamo alla legge. Certo è che il Porcellum, dalla Corte dichiarato incostituzionale tra l’altro per le liste bloccate, ora ce le ritroviamo nell’italicum. Non c’e il rischio di incostituzionalità?
Le liste bloccate non ci sono nell’Italicum. I deputati saranno eletti in parte con le preferenze, in parte con l’uninominale. In entrambi i casi, sarà garantito il vero e unico vincolo posto dalla sentenza della Corte, quello della riconoscibilità degli eletti da parte degli elettori. La Corte non ha infatti bocciato il Porcellum perché non prevedeva il voto di preferenza: se avesse detto quello che le fanno dire molti commentatori male informati, la Corte avrebbe messo fuorilegge, per così dire, le leggi elettorali di quasi tutta Europa, posto che il voto di preferenza c’è in Grecia e poco oltre. La Corte ha condannato il Porcellum perché si basava su lunghe liste bloccate, che rendevano quasi impossibile per gli elettori sapere per quale persona stavano votando, quando votavano per un simbolo di partito. La Corte ha dunque chiesto al Parlamento di prevedere un meccanismo che eviti questo problema, scegliendo tra i vari possibili: liste corte, anche bloccate (sul modello Spagnolo o tedesco), collegi uninominali (come in Francia o nel Regno Unito), o anche liste corte miste, in parte bloccate in parte no. L’Italicum segue questo ultimo esempio proposto dalla Corte. E prevede un sistema per l’appunto misto, basato su liste corte all’interno delle quali l’elettore può scegliere due nomi, un uomo e una donna, ai quali dare la sua preferenza; e su un cosiddetto ”capolista” bloccato, il nome del quale è stampato sulla scheda accanto al simbolo del partito che lo candida, sul modello del sistema uninominale. Si può condividere o meno questo meccanismo, che ha pregi e difetti come qualunque meccanismo. Ma non si può dire che non rispetti, in modo scrupoloso, il dettato della Corte costituzionale.
Quali sono i pregi e i limiti di questa legge?
Il pregio principale mi pare la garanzia di un vincitore. Al primo turno, se la lista che arriva prima prende almeno il 40 per cento dei voti, o in caso contrario al ballottaggio tra le due più votate, un partito vince il diritto e la responsabilità di governare il paese, attraverso un (moderato) premio di governabilità che gli assegna 340 seggi su 630. Non sarà più possibile che si verifichi un risultato nullo, come quello del 2013. Naturalmente, perché questo obiettivo si realizzi appieno, è necessario completare la riforma elettorale con quella costituzionale, superando l’attuale bicameralismo perfetto, trasformando il Senato in una Camera delle autonomie, con una importante funzione di raccordo tra l’attività legislativa statale e quella regionale, entrambe ricomprese in un quadro europeo, ma senza più il potere di dare o togliere la fiducia al governo, che diviene prerogativa esclusiva della Camera dei deputati. Quanto ai limiti, piuttosto parlerei di rischi, il principale dei quali è che sull’Italicum si riversi un’aspettativa eccessiva per qualunque legge elettorale. A una legge elettorale si può chiedere, se si vuole, un vincitore chiaro e certo. E l’Italicum, abbinato alla riforma del Senato, questo risultato lo dà. A una legge elettorale non si può invece chiedere la garanzia della stabilità e della durata dei governi. Mi spiego meglio: al partito che vince le elezioni l’Italicum assegna alla Camera una maggioranza di 25 seggi, più che sufficiente per far partire un governo, il governo del leader del partito vincitore. Ma cinque anni sono lunghi. E basteranno 25 deputati, su 340, almeno 240 dei quali eletti con le preferenze, per mandare il presidente del Consiglio a dimettersi al Quirinale. Altro che strapotere del premier, uomo solo al comando, ritorno del fascismo, legge Acerbo e simili stupidaggini! Perché il rischio dell’instabilità non si verifichi, sono necessarie due condizioni. La prima è il rafforzamento della tenuta interna dei partiti e dei gruppi. Se si afferma la prassi, che si sta pericolosamente instaurando anche nel Pd, secondo la quale in un gruppo parlamentare di maggioranza ci si comporta “secondo coscienza” ogni volta che lo si ritiene opportuno, perfino sulla fiducia al governo, è evidente che nessun gruppo, per quanto vincitore delle elezioni e assegnatario del premio di maggioranza, potrà mai garantire la stabilità. Avremo quindi di nuovo crisi di governo, elezioni anticipate, o governi “non eletti dai cittadini”, come ci si lamenta siano stati i governi Monti, Letta e Renzi. Se non si vuole che questo si verifichi, bisognerà lavorare a ristabilire regole di disciplina interna ai gruppi, assistite e rafforzate da norme antiframmentazione da prevedere nei regolamenti parlamentari. In caso contrario, è bene sapere che l’unico rimedio alla precarietà dei governi sarà procedere ad una revisione della forma di governo, rafforzando davvero i poteri del premier, o addirittura optando per un modello semipresidenziale. Se non stiamo attenti, potrebbe nascere un forte movimento politico in questo senso…
Veniamo al PD. Il suo partito è continuamente attraversato da forti movimenti “tellurici “. Mai come questa volta la spaccatura è stata pesante. Riuscirà Renzi a recuperare un rapporto dignitoso con la minoranza, oppure passerà alla storia come il segretario della scissione? Quali potranno essere gli argomenti di Renzi, nei confronti della minoranza, per evitare traumatiche divisioni?
Un partito grande non può essere un monolite. E che in un grande partito di centrosinistra ci siano idee, proposte, perfino visioni diverse, è un dato di fatto assolutamente fisiologico. In particolare, nel Pd è comprensibile che ci siano due grandi filoni di pensiero. Da una parte, c’è chi pensa al Partito democratico come ad un partito nuovo, per cultura politica, modello organizzativo, insediamento elettorale e classe dirigente, rispetto ai partiti storici della sinistra italiana, a cominciare dal Pci, così come rispetto alla stessa componente di sinistra della Dc. Un partito, fu definito da Walter Veltroni, “a vocazione maggioritaria”, per significare la spinta ad uscire dai confini tradizionali, sociali, culturali e perfino territoriali, della sinistra italiana, da sempre minoritari, per proporsi invece, attraverso una nuova sintesi politico-programmatica, come “partito del paese” (espressione che ho sempre preferito a quella, di derivazione togliattiana, proposta da Reichlin, di ”partito della nazione”). Dall’altra, c’è invece chi vede nel Pd la continuazione di quella storia, o di quelle storie, sotto nuove spoglie. Bersani vinse il congresso nel 2009 con lo slogan “diamo un senso a questa storia”, intendendo che nella versione, accusata di “nuovismo”, di Veltroni, il Pd aveva perso il senso della sua storia. Ma il Pd bersaniano, il Pd che più ha rilanciato la continuità con la storia della sinistra italiana, il Pd che ha pensato se stesso come figlio diretto dell’Emilia rossa e del compromesso storico, è un Pd che ha perso, prima nel paese, scoprendosi ancora una volta radicalmente minoritario, e poi nello stesso corpo del partito. Renzi ha riproposto e rilanciato, vorrei dire portato alle estreme conseguenze, con energia e freschezza e anche con una certa ”maleducata” ruvidezza (la “rottamazione”…) l’idea veltroniana della discontinuità. Fin qui ha inanellato una serie sorprendente di vittorie tattiche, sbaragliando tutti gli avversari, sia interni che esterni e portando il Pd al risultato elettorale record, in Italia e in Europa, del 40 per cento. Ma lui per primo sa che molte altre prove lo attendono: la prova di governo, sui terreni difficilissimi della politica estera ed europea, del rilancio dell’economia e delle riforme; e la prova del consenso, nel Pd e nel paese. La partita è dunque aperta. Davanti alle attuali minoranze del Pd, che a lungo avevano fatto il bello e il cattivo tempo nell’attuale partito e in quelli che lo hanno preceduto, sta la scelta tra una strategia di ostruzionismo distruttivo, contro Renzi costi quel che costi, anche a costo di minare le regole fondamentali dello stare insieme, come la lealtà di chi perde il confronto democratico nei riguardi di chi lo vince, o invece quella di ricostruire una prospettiva alternativa a Renzi su basi nuove, che mi parrebbe non possa prendere le mosse se non da un franco interrogarsi sulle ragioni della duplice sconfitta del Pd bersaniano.
Parliamo di Enrico Letta. Dopo più di un anno è tornato sulla scena. Va a Parigi per insegnare. Eppure alcuni pensano che sarà il principale antagonista di Renzi nel partito. Cosa pensa di Letta?
Di Letta penso tutto il bene possibile da molti anni. Penso che, anche grazie alla giovane età abbinata ad una certo non comune esperienza, abbia moltissimo da dare al Pd e al paese. Penso che i toni scelti in questi giorni, per una uscita di scena che in realtà è un rientro, non siano stati del tutto all’altezza della stima che si è conquistato nel giudizio di tanti.

Nichi e l'uscita di Civati dal Gruppo Parlamentare del PD


Attilio Caso 
6 maggio 2015
Sono costernato da questa amara decisione, che è stata il frutto di un lancinante travaglio, che denuncia tutto il dolore di un uomo della sinistra più autentica. Pippo ha resistito, erigendo mura di post e brandendo indignazioni come sciabole, ma ha dovuto abbandonare i gruppo parlamentare del PD.
Come avrebbe potuto ancora restare?  È affranto, anche perché negli ultimi giorni Giuliano Pisapia lo ha escluso dalla pulizia di Milano. Pippo avrebbe lavorato di post e con la giusta calma. Giuliano, ormai posseduto dal renzismo pragmatista e merkelista, aveva deciso di pulire subito. E con le mani. Avevo anche chiamato personalmente Giuliano e gli avevo detto: 'Caro Giuliano, fermati: Miguel e Luciano sono inorriditi dall'idea di vederti incorrere nel volgare lavoro manuale e ti propongono di far ricorso alla gratuita e generosa collaborazione delle dottorande e degli specializzandi, che collaborano con loro. Secondo Luciano e Miguel, questi ragazzi sarebbero fieri di arricchire il proprio curriculum di veri uomini della sinistra migliore e bella, aggiungendo il merito di aver risparmiato in assoluta libertà a te, principe del foro, il terribile momento umiliante della fatica.'
Ma Giuliano ha preferito lo strappo, in preda alla deriva autoritaria dell'efficentismo meneghinista ed ha pulito Milano con i milanesi. E con le sue mani. 
Cosa avrebbe pensato di tutto questo Gabo? 
Pippo così ha preso la decisione definitiva, ma sono sbigottito e stupefatto che ci si aspetti un'accoglienza da parte di SEL: con l'Italicum ogni posto in parlamento dovrà essere guadagnato nel nostro partito. E tanti vi lavorano da tempo e la fila è già lunga. 
Tuttavia, un piatto di orecchiette con le cime di rapa ad un dibattito su "Aristofane come profeta della svolta autoritaria del renzismo" sarà sempre a tavola per lui. 
Non è vero Luciano?"