mercoledì 3 settembre 2014

trova le differenze....

Tutti possono capire che la differenza tra -3,7 e +15,4 è una differenza enorme, che può appannare le facoltà critiche anche di un leader solitamente dotato di notevole autocontrollo.
D’Alema segretario di partito, nel 1997-98, provò, da presidente della Bicamerale, a mettersi alla testa di un’operazione avente come obiettivi la riforma costituzionale e la riforma elettorale. Risultati ottenuti: zero.
Renzi, segretario di partito, ha messo in dirittura d’arrivo la riforma elettorale, la riforma del titolo V della Costituzione e la riforma del Senato con connessa forte riduzione del numero dei parlamentari. Inoltre ha prodotto un incremento di mille euro netti annui delle buste paga di dieci milioni di lavoratori dipendenti: tutti risultati che D’Alema ha lungamente cercato ma che non ha mai nemmeno sfiorato.
- See more at: http://www.pdtoscana.it/dario-parrini-commenta-le-parole-di-dalema-alla-festa-dellunita-di-bologna-fallo-di-frustrazione-di-dalema-contro-renzi/#sthash.XaOIBB3I.dpuf
Renzi, segretario di partito, ha messo in dirittura d’arrivo la riforma elettorale, la riforma del titolo V della Costituzione e la riforma del Senato con connessa forte riduzione del numero dei parlamentari. - See more at: http://www.pdtoscana.it/dario-parrini-commenta-le-parole-di-dalema-alla-festa-dellunita-di-bologna-fallo-di-frustrazione-di-dalema-contro-renzi/#sthash.XaOIBB3I.dpuf

D’Alema, segretario di partito, nel 1997-98, provò, da presidente della Bicamerale, a mettersi alla testa di un’operazione avente come obiettivi la riforma costituzionale e la riforma elettorale. Risultati ottenuti: zero.

Renzi, segretario di partito, ha messo in dirittura d’arrivo la riforma elettorale, la riforma del titolo V della Costituzione e la riforma del Senato con connessa forte riduzione del numero dei parlamentari. 


D’Alema, premier da otto mesi, nelle europee del giugno 1999 riuscì nel capolavoro di portare il suo partito, i DS, al 17,4%: un fiasco (il PDS aveva preso il 21,1% alle politiche del 1996).
 
Renzi, dopo appena tre mesi di premiership, alle europee del maggio scorso ha condotto il suo partito, il PD, al 40,8%: un indubbio grande successo (alle politiche del febbraio 2013 il PD si era fermato al 25,4%).

Torna la Terza via, stavolta è mediterranea

Stefano Menichini 
Europa  

Domenica a Bologna Matteo Renzi avrà accanto a sé il francese Valls e lo spagnolo Sanchez. Due che lo indicano come modello. Gli anni di Blair non torneranno, ma chissà se Renzi sotto sotto ci crede.
Se la cosa diventasse seria parecchi dentro al Pd si metterebbero a lutto, perché per loro la Terza via di Blair, Schröder e Anthony Giddens è una stagione di resa e sconfitta dell’autentico spirito socialdemocratico. Per ora possono stare tranquilli, perché l’evocazione è solo immaginifica: parliamo di suggestioni, in attesa di verificare se da qualche parte torneranno a balenare rivoluzioni liberalsocialiste come quelle che vent’anni fa hanno cambiato (in meglio) la faccia di Gran Bretagna e Germania.
La politica è fatta però anche di messaggi. E quello che verrà lanciato domenica nell’ultima giornata della Festa nazionale del Pd pare significativo. Matteo Renzi chiama accanto a sé un collega premier, il francese Manuel Valls, e un collega segretario, lo spagnolo Pedro Sanchez. Che sono giovani, carini (soprattutto il secondo) e molto occupati a salvare i rispettivi malconci partiti dandosi come modello proprio il Pd italiano.
È un effetto collaterale del miracolo delle elezioni europee. Ps e Psoe, messi all’angolo rispettivamente dai lepenisti e dai simil-grillini di Podemos, hanno guardato con invidia alla batosta che Renzi ha inflitto alle destre e agli antisistema. Così hanno deciso di mettersi in scia. Dichiarandolo apertamente: abbiamo bisogno di un Renzi, a Parigi e a Madrid.
Per chi ha vissuto gli anni Novanta, diventa inevitabile ripensare a quando Prodi riceveva a Firenze Clinton e i leader della Terza via, a quando D’Alema, Veltroni, Rutelli, Letta andavano in processione a Londra per farsi benedire dagli spocchiosetti capi del New Labour.
Chiaro, stiamo bassi coi confronti. Renzi e i suoi cugini non hanno neanche abbozzato un impianto ideologico simile a quello che ruotava intorno alla globalizzazione ottimista, e che ha resistito perfino alle delusioni e alle smentite del default finanziario. Su molte cose i tre sono diversi e comunque partono in ritardo (Valls ha fatto scandalo per aver detto su imprenditori e operai la metà di ciò che disse Veltroni al Lingotto). Però è impossibile che Renzi non si identifichi almeno un po’ col suo mito Blair, che del resto l’ha più volte incoraggiato e riconosciuto.
Aspettiamo domenica per vedere se sarà davvero remake della Terza via, a trazione mediterranea e non più nordeuropea. E soprattutto per capire se e quanto ci credono loro, figliocci di Clinton (non potendoli obiettivamente apparentare con Berlinguer, Marchais e Santiago Carrillo).

martedì 2 settembre 2014

....arrivano i vostri!!!! perdevano le elezioni ma avevano un leader maximo".

D’Alema-Renzi, torna lo scontro su tutto: 

«Dal governo risultati non soddisfacenti». L'ex premier dalla Festa dell'Unità attacca il leader del Pd sulla gestione del partito e dell'esecutivo. 

"Io credo nel ruolo dei partiti, credo che un partito non possa essere il movimento del premier. I partiti dovrebbero avere una loro vita democratica, dei loro organismi dirigenti, sostanzialmente il Pd in questo momento non ha una segreteria, ma un gruppo di persone che sono fiduciarie del presidente del consiglio. In questo modo il partito finisce per avere una vita molto stentata".  D'Alema....

 

L’ultimo stop segna la fine della carriera di D’Alema

Fabrizio Rondolino 
Europa  

La “rottamazione” della classe dirigente che ha retto il centrosinistra nel ventennio berlusconiano può considerarsi simbolicamente conclusa con il pensionamento della sua personalità più significativa
La nomina di Federica Mogherini ad Alto commissario per la politica estera europea segna nei fatti la conclusione della carriera pubblica di Massimo D’Alema. È infatti assai improbabile che, sfumata questa occasione, altre se ne ripresenteranno in Europa o in Italia. La “rottamazione” della classe dirigente che ha retto il centrosinistra nel ventennio berlusconiano può dunque considerarsi simbolicamente conclusa con il pensionamento della sua personalità più significativa.
Anche la lunga storia del Pci – di cui D’Alema di fatto è stato l’ultimo segretario, sebbene il partito non ci fosse già più – giunge oggi al capolinea, e per dir così si estingue senza lasciare eredi.
La notizia – se così vogliamo chiamarla – è stata ignorata da tutti i media (con la sola eccezione di una vignetta di Giannelli sul Corriere di ieri), e anche questa è una notizia: vuol dire che l’opinione pubblica aveva già preso atto del tramonto quando il sole ancora indugiava rossastro sull’orizzonte, e oggi non ritiene di dover commentare, o anche soltanto registrare, un fatto considerato già compiuto e assimilato.
All’indomani delle sue dimissioni da palazzo Chigi, nell’aprile del 2000, D’Alema aveva cominciato a disegnare per sé un percorso internazionale, a cominciare dal nome della sua nuova Fondazione: un po’ per un’autentica passione che gli veniva direttamente da Berlinguer, e un po’ per tattica, perché tenersi (relativamente) lontani dalla politica interna è il modo più efficace per rientrarvi. Andreotti, per dire, ogni volta che perdeva la presidenza del consiglio si faceva eleggere presidente della commissione esteri della camera.
Naturalmente, D’Alema in questi anni non è stato affatto lontano dagli affari italiani. Anzi: secondo la regola aurea che governava il Pci e i suoi derivati fino a Renzi, il partito era governato da un’oligarchia che poteva dividersi anche con violenza, ma che tuttavia si ritrovava sempre unita nella scelta del leader, ogni volta cooptato dal sinedrio che ne guidava poi l’azione. Di questa oligarchia – ma forse sarebbe meglio parlare di aristocrazia – D’Alema ha sempre fatto parte, giocando in prima persona almeno due partite cruciali: nella primavera del 2006, quando sfiorò il Quirinale, e nell’autunno di tre anni dopo, quando si candidò senza successo alla carica di Mr. Pesc.
Se quest’anno ha riprovato a conquistarsi un posto in Europa – non sappiamo se con l’intenzione di coronare così la sua carriera, o di usare Bruxelles come un trampolino per il Quirinale – è perché D’Alema non si considera affatto un pensionato. Lo ha detto con l’abituale schiettezza in più occasioni, e non basta a smentirlo un banchetto alla sagra di Otricoli. Diversamente da Veltroni, che coltiva altre passioni oltre alla politica (usandole peraltro più o meno come D’Alema usa la politica estera: e vedremo se gli andrà meglio), il presidente di ItalianiEuropei è, per educazione, per formazione e per indole, totus politicus: in altri tempi avremmo detto che è un rivoluzionario di professione.
Si potrà discutere – e non è escluso che l’interessato voglia dire la sua – sulle modalità con cui la seconda candidatura europea di D’Alema è stata presentata, discussa, approvata e poi accantonata: è però facile immaginare che D’Alema si sia impegnato a fondo, e che oggi potrebbe sentirsi non pienamente soddisfatto del rapporto costruito non senza fatica, anche psicologica, con Matteo Renzi.
Dal punto di vista del renzismo, era evidente fin dal primo momento che D’Alema non sarebbe mai diventato il ministro degli esteri della Ue: alfiere del rinnovamento generazionale e della parità di genere, Renzi semplicemente non poteva nominarlo. Ma dal punto di vista di D’Alema le cose stanno in un altro modo: chi siede in quella che un tempo si chiamava “riserva della repubblica” e ha titoli e meriti per una carica di prestigio, di norma la ottiene. Così almeno accadeva nella Prima repubblica – e così, naturalmente, non è stato oggi.
L’ultimo stop a D’Alema, e l’indifferenza con cui è stato accolto, sono il simbolo di una stagione che si chiude. Altri pensionamenti seguiranno e, d’altro canto, avremo ancora molte occasioni per sentire la voce dell’unico comunista italiano divenuto presidente del consiglio: e tuttavia la partita è definitivamente chiusa, e il ciclo cominciato con la caduta del Muro e la “svolta” di Occhetto ha infine concluso il suo corso. Il Pci non c’è più.

Renzi, che delusione per i giornali

Stefano Menichini 
Europa  

L’effetto della trovata del count-down appoggiato a un sito internet è già scritto. I media scaveranno in ogni angolo del sito e quasi ogni giorno troveranno, inevitabilmente, materia di polemica. La speranza di palazzo Chigi è che il pubblico gradisca più di quanto non farà la critica specialistica
Se è vero quello che ha detto ieri Matteo Renzi, ha proprio ragione Filippo Sensi: il premier farà meglio a stare alla larga dalle polemiche con i giornali. Non per compiacenza, che tanto s’è capito ormai che tra lui e l’informazione non potrà mai scattare la dinamica dei piccoli o grandi favori incrociati con la quale hanno cercato di farsi benvolere politici più grigi di lui. Bensì perché sarebbe una inutile perdita di tempo, una battaglia senza vinti né vincitori della quale Renzi non ha alcun bisogno visto che è maestro della comunicazione disintermediata, del contatto diretto con l’opinione pubblica.
L’effetto della trovata del count-down appoggiato a un sito internet è già scritto. I media scaveranno in ogni angolo del sito e quasi ogni giorno troveranno, inevitabilmente, materia di polemica, di denuncia, di sfottò. O ci saranno troppi dettagli, con l’errore dietro ogni capoverso, oppure sarà troppo generico. La speranza di palazzo Chigi è che, come ogni volta che c’è Renzi di mezzo, il pubblico gradisca più di quanto non farà la critica specialistica.
Soprattutto però Renzi deve accettare le conseguenze di una situazione inedita creata proprio da lui. Che consiste, in questo momento, nella morte della cronaca politica applicata alla manovra di Palazzo, al gossip, allo scontro tra i partiti e nei partiti.
In poco più di sei mesi Renzi ha ucciso non solo i propri avversari, ma un intero genere letterario. Lo conferma per paradosso Lucia Annunziata, maestra del ramo, quando accusa Renzi di iper-politicismo: in quell’ambito, la battaglia fra leader per la mera conquista del potere, la storia è finita troppo presto per i nostri gusti.
Così, adesso, essere rimasto l’unico attore al centro della scena rende inevitabile il fuoco incrociato sul premier. Aver risolto, almeno per il momento, ogni conflitto di politics porta le policies in primo piano. Che sarebbe un bene – un bel passo avanti anche per l’informazione – se la voracità renziana non addensasse misure, decreti, annunci e realizzazioni in una nuvola dai contorni mutevoli di fronte alla quale si può rimanere ammirati, ma anche perennemente insoddisfatti.
In più, il concetto stesso dei Mille giorni obbliga i media a fare i conti con una prospettiva che alcuni possono considerare con fastidio. Il messaggio è che, almeno finché il boccino rimarrà in mano a chi lo gioca adesso, non ci saranno scossoni. Non sarà certo Renzi a fermare quel count-down con crisi, traumi, strattoni, rimpasti, cambi di maggioranza, elezioni anticipate o cose simili. L’unica vera incognita, ammesso che la pratica non sia già stata anticipata dietro le quinte, riguarda i tempi, i modi e gli esiti del preannunciato ritiro del capo dello stato. Tutto il resto che accende normalmente il gioco e le cronache politiche: poca roba.
Ecco allora – sia Renzi l’ultimo a lamentarsene perché la “colpa” è tutta sua – l’attenzione perfino esagerata ai dettagli dell’azione di governo. Ed ecco perché la confusione sulla riforma della scuola, il freno alla scure sulle municipalizzate o il ridimensionamento dello “sblocca-Italia” fanno notizia: una volta avrebbero dovuto spartirsi il menu quotidiano con qualche accesa guerra fra correnti. Oggi tocca convocare il carretto dei gelati, e non è proprio la stessa cosa.

lunedì 1 settembre 2014

don Gigi...noi siamo con te....

"Il quartiere lo voleva comandare iddu - dice Riina di don Puglisi, con tono di disprezzo - Ma tu fatti il parrino, pensa alle messe, lasciali stare... il territorio... il campo... la Chiesa... lo vedete cosa voleva fare? Tutte cose voleva fare iddu nel territorio... tutto voleva fare iddu, cose che non ci credete". È la chiesa impegnata nel territorio che fa infuriare Riina. Da don Puglisi a don Ciotti il passo è breve. Riina lancia subito l'idea di un altro omicidio eccellente contro un rappresentante della Chiesa: "Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo" salvatore riina

Grazie Luigi per il coraggio che ci dai

Don Virginio Colmegna 
1 settembre 2014

Don Luigi Ciotti, commentando l’insofferenza e le minacce mafiose nei confronti dell’attività di Libera e contro la sua persona, ha chiesto a tutti di continuare a costruire con entusiasmo e con un grande impegno sul territorio quella solidarietà che promuove legalità e contrasta ogni forma di ingiustizia, che si batte con intransigenza sul piano etico e promuove cittadinanza attiva sul piano politico. Coraggio Luigi. Sono sicuro che al tuo fianco ci troverai sempre in maggior numero in tutta Italia, giovani e meno giovani, realtà della società civile, comprese tante associazioni che operano in questo nostro territorio milanese che è una delle frontiere della criminalità, terreno di infiltrazioni mafiose, anche in vista di un appuntamento come Expo già contaminato da corruzione e malaffare.
La Casa della carità ha aderito a Libera condividendo appieno le cosiddette quattro gambe su cui si poggia il lavoro di questa associazione. Le ricordo per chi non le conoscesse (spero pochi) e le sottolineo per l’importanza che hanno: l’attività di riconciliazione e di attenzione alle vittime delle mafie e ai loro familiari con un messaggio forte di umanità che non si rassegna; l’impegno educativo a far crescere la coscienza di una legalità attiva impegnandosi con i giovani nelle scuole; l’impegno per restituire alla comunità i beni confiscati alla mafia aprendo quei luoghi a un uso sociale e inclusivo segnato dalla gratuità; l’impegno per politiche sociali giuste che Libera ha attivato insieme a tante realtà.
Si tratta di “impegni” chiesti a tutte le persone, credenti e non credenti, che vogliono vivere, crescere, lavorare in una società dove criminalità, corruzione, malaffare e malapolitica siano banditi per sempre. Ma, da sacerdote, da credente, consentitemi di sottolineare quello che l’amico Don Ciotti ha giustamente ribadito: l’insistenza perché siano rafforzate le politiche sociali, l’insistenza per promuovere legalità, sono per molti di noi un modo per essere fedeli al Vangelo, per una Chiesa che si apre e si interroga, che si inquieta ma che è portatrice di quell’anelito di giustizia che la beatitudine evangelica continuamente suggerisce. Pellegrini con il Vangelo delle Beatitudini nella bisaccia: questa è una passione educativa che, quando serve, ha il coraggio del silenzio, dell’invocazione, della preghiera. Luigi testimonia questo. La nostra solidarietà è un impegno per essere così, come lui. Grazie don Luigi. La Casa della carità, nel suo lavoro quotidiano per promuovere in questo nostro territorio inclusione e legalità a fianco di Libera, nelle tue parole trova ancor più coraggio per continuare.