domenica 26 febbraio 2017

La sinistra che si divide e la democrazia


Walter Veltroni
L'Unità 26 febbraio 2017
Ci accorgiamo di quello che sta accadendo intorno alle discussioni e divisioni della sinistra?
Molte persone mi hanno chiesto di pubblicare il testo del mio discorso all’assemblea nazionale. Lo faccio, sperando possa essere utile. Voglio solo fare una premessa: ci accorgiamo di quello che sta accadendo intorno alle discussioni e divisioni della sinistra?
Prendo gli ultimi tre giorni, solo quelli. Dunque: il leader della Lega, una persona che potrebbe avere in futuro importanti incarichi di governo, mette in rete un messaggio in cui rilancia, sostenendolo, l’aberrante video girato da due tipi che si beano per aver recluso in un contenitore di rifiuti due donne nomadi.
Salvini aggiunge di suo, a quel filmato agghiacciante, le seguenti parole: “ma quanto urla questa disgraziata?”. Ciò che è più terribile è vedere che ci sono stati decine di migliaia di “like” e leggere i commenti di persone che inneggiano al gesto e anzi incitano a forme ancora più efferate di discriminazione.
Negli Usa il novo presidente annuncia una fase di implementazione della corsa agli armamenti nucleari, invertendo la tendenza della presidenza Obama. Non è poco. Infine, nel disinteresse dei più, Trump ha impedito l’accesso in un suo incontro stampa a giornali che lui ritiene scomodi. Mi ha colpito che gli altri colleghi abbiano accettato questa discriminazione impensabile e non siano andati via.
Tre episodi, tra loro diversi, che dovrebbero farci riflettere su questo tempo. Non ci accorgiamo che la democrazia scricchiola? La democrazia non è fatta solo di regole e di istituzioni, è fatta in primo luogo di uno spirito, di un bisogno di libertà diffuso. Io, lo dico sinceramente, penso che mai come oggi questa non sia più una certezza. Alla sinistra vorrei dire che prima di frantumarsi in mille schegge l’una contro l’altra armata, dovrebbe capire quello che sta accadendo nel profondo dell’opinione pubblica, specie negli stati più deboli e abbandonati dalla politica.
Da molto tempo non partecipo alle riunioni degli organismi del nostro partito. Le mie scelte di vita, operate con la necessaria radicalità, mi hanno spinto a decidere così. Non è stato facile, come tutto il resto, ma era e sarà giusto così. Però oggi credo sia mio dovere prendervi pochi minuti per dire quanto mi sembri sbagliato e mi angosci quello che sta accadendo. E vorrei rivolgermi alle compagne , i compagni , agli amici con i quali abbiamo condotto tante battaglie, abbiamo conosciuto vittorie e sconfitte, momenti di gioia e stagioni difficili. A loro vorrei dire di non separare la loro strada da quella di tutti noi.
E non rivolgo questo appello in nome del tradizionale invito, pur legittimo, all’unità. No, lo dico perché del loro punto di vista, del loro senso critico, delle loro idee il partito democratico ha bisogno. Penso allo smarrimento e al dolore che stanno provando le persone che, in questi dieci anni, hanno creduto nell’idea e nella novità del partito democratico.
Il Pd non nasce dal nulla, c’è una storia dietro il nostro cammino. Un cammino lungo che tutti, nessuno escluso, dovremmo tenere sempre nella mente e nel cuore. La storia non comincia con nessuno di noi, mai. Per la prima volta, dal novecento, la grande maggioranza delle forze riformiste italiane, eredi di coloro che combattendo uniti il regime avevano riconquistato la libertà per tutti, si sono incontrate, nel Pd. Caduto il muro, finite le ideologie, non c’era ragione per la quale i riformisti non dovessero unirsi, non dovessero proporsi come governo possibile di questo paese. Prima del 1989 queste forze erano state legittimamente divise dalla storia. Ma, dopo, sono state divise solo dalle proprie logiche di contrapposizione.
Vogliamo ricordarci per una volta che nel 1994 se i progressisti e i popolari fossero stati uniti avrebbero vinto le elezioni e Berlusconi non avrebbe governato l’ Italia? Vogliamo dirci che se l’esperienza del primo governo Prodi, quello dell’Ulivo, fosse proseguita, la storia italiana avrebbe avuto un altro corso? Vogliamo dirci che dopo le elezioni del 2006 nella coalizione successe di tutto: la maggioranza che in parlamento votava contro il governo, le manifestazioni contro l’esecutivo con la presenza di ministri dello stesso? Vogliamo dirci che se non vi fosse stata la divisione nella sinistra Romano Prodi sarebbe stato eletto nel 2013 Presidente della Repubblica?
La sinistra, quando si è divisa, ha fatto male a se stessa e al paese. Questa è la verità. È stato proprio questo il demone della sinistra. La malattia è di natura politica e ridurla ai caratteri delle persone è una scorciatoia facile, come lo è cercare, personalizzando ,i capri espiatori di una sindrome profonda. Il Pd era nato per superare tutto questo. L’idea del Lingotto non era solo costruire la sintesi tra cattolici democratici e sinistra , era fare un partito tutto nuovo, per identità, programma e forma. Un partito del nuovo millennio, davvero riformista e davvero radicale. Non ossificato in correnti, male che non smette di devastare il Pd, ma terreno di partecipazione autentica , capace di innovazioni coraggiose e ben saldo sulle sue radici profonde.
Un partito della sinistra, non un indistinto. Quanto male ci hanno fatto le fole sui partiti della nazione o le stupidaggini sul fatto che non esistono più destra e sinistra! Ci stanno pensando Trump e la Le Pen a ricordarci la meravigliosa differenza che esiste tra chi pensa ad una società delle opportunità sociali e dell’inclusione umana e chi considera poveri e immigrati come pericoli o relitti da rimuovere. Il Pd è, ancora oggi, anche per merito di tutti i segretari che sono venuti dopo di me, la forza che può , da sinistra, immaginare di costruire una maggioranza nella società, prima che in parlamento. C’è una cosa a cui tengo: combattete sempre l‘idea che la sinistra sia obbligatoriamente minoranza in questo paese. Perché se lo è ,allora sono minoranza le ragioni dei diritti, della giustizia sociale, delle libertà di scelta. Sono minoranza i più poveri. Per questo, fosse anche solo per questo, la sinistra non può permettersi di essere minoranza per scelta, non ne ha il diritto. La sinistra democratica deve coltivare l’obiettivo di conquistare consensi ampi in virtù della forza, della radicalità e della coerenza della sua proposta. E , consentitemi di dirlo con affetto, non sarà con la parola d’ordine della rivoluzione socialista che questo accadrà.
Il Pd nacque per fusione, non per scissione. Io ne ho vissute, di separazioni : quella di Rifondazione, ad esempio, quando Occhetto, con un coraggio che mai gli è stato pienamente riconosciuto, salvò e trasmise in avanti la storia migliore del Pci. Non ero d’accordo con chi fece quella scelta di rottura ma rispettavo il loro travaglio, la profondità di un dissenso che nasceva dalle idee e solo da quelle.
Due sociologi francesi hanno descritto questa fase storica come la stagione delle “passioni tristi”. Temo abbiano ragione. Dentro questa dimensione io inscrivo la possibilità che si rompa oggi il più grande partito della sinistra europea per una questione che rischia di non restare scolpita nei libri di storia. So bene che esistono contrasti più di fondo ma all’opinione pubblica appare fin qui una questione interna , di procedure e tempi. Le differenze ideali, programmatiche, politiche e persino sulle questioni etiche sono legittime e , per me , vitali in un partito che non può mai essere né un monocolore né un partito personale ma una comunità aperta, fatte di differenze, unita da un comune sentire, da un comune sperare. Da tempo sono allarmato per l’abulìa della sinistra di fronte alla fase di più sconvolgente cambiamento storico che la nostra generazione abbia conosciuto. Tutto si sta rivoluzionando, il modo di lavorare, di distribuire la ricchezza, di sapere, di comunicare, di essere in relazione tra le persone. La precarietà è diventata il segno devastante di esistenze appese. Le tecnologie riducono lavori e la formazione, ancora non diventata cuore sociale e culturale della sinistra, non prepara al nuovo, non educa a un mondo che la politica stessa sembra non capire, non interpretare. Siamo immersi nella più lunga recessione degli ultimi due secoli, l’Occidente è segnato da grandi ondate migratorie, i mutamenti demografici stanno sconvolgendo il welfare. C’è o no materia per una riflessione collettiva di una sinistra che in tutto l’Occidente oggi è ai margini? La destra lo ha fatto, con consenso, e se ne vedono i segni. Ci accorgiamo che oggi vengono pronunciate parole di odio e discriminazione che ieri erano impronunciabili? E la sinistra ha il dovere di opporsi, anche in termini valoriali, a tutto questo. E ora la cosa che mi sta più a cuore, da tempo: la democrazia oggi fa fatica, sembra incapace di guidare un mondo troppo veloce per le sue regole, sembra stretta nell’alternativa tra un inquietante bisogno di semplificazione, persino autoritaria, e il mito della democrazia diretta.
La democrazia non è manna dal cielo, è stata, un’ eccezione , nella storia umana. Vive se è trasparente, se decide, se funzionano i controlli. Ma vive anche se è capace di immaginare nuove forme di partecipazione e di sussidiarietà dal basso, che coinvolgano e responsabilizzino i cittadini sottraendoli così alla subalterna ed esclusiva pratica dell’invettiva . La democrazia vive se i governi sono stabili. Guardate che davvero può essere devastante la prospettiva di nuove elezioni nelle quali non ci siano maggioranza e governo possibili. Dico la mia opinione, per quello che vale: sbaglierebbe chi pensasse che il modo migliore di contrapporsi ai Cinque Stelle sia la costruzione , di nuovo, di una grande alleanza “contro”.
Non sarà il consociativismo a sconfiggere l’antipolitica , sarà il riformismo vero. E fatemi aggiungere che se ora la prospettiva è un sistema proporzionale, con tanti partitini capaci di condizionare il governo e decretarne l’instabilità, con le preferenze ,che considero lo strumento più perverso del rapporto tra eletti ed elettori, rapporto che solo il collegio uninominale rende trasparente e virtuoso; se la prospettiva è il ritorno ad un partito che sembra la margherita e un altro che sembra i ds e a coalizioni eterogenee tenute insieme da logiche di potere; allora non chiamatelo futuro, chiamatelo passato. Un Pd più debole, un centro sinistra dilaniato da polemiche, aiutano ad affrontare queste sfide? Aiutano ad evitare che prevalgano ovunque forze la cui intenzione è la distruzione della più grande conquista del dopoguerra, l’Europa unita? La domanda è questa, solo questa. Un partito vale per gli altri, non per se stesso.
Dobbiamo abituarci a convivere, a essere, di volta in volta, maggioranza e minoranza, in un partito. Ma stando insieme, sempre rispettandoci e valorizzandoci. Vi devo dire la verità. Guardandolo da più lontano oggi il Pd sembra più impegnato in interminabili discussioni per decidere ciò che conviene ai singoli piuttosto che per decidere ciò che è più giusto per gli altri. Ciò che dovremmo fare. Vorrei dirla in questo modo : meno riunioni di corrente, più rappresentanza di bisogni s o ciali. Noi siamo figli di gente che ci ha educato così. Non pensavano a se stessi o a cosa conveniva loro i ragazzi che uscirono finalmente liberi da Via Tasso dopo la liberazione.
Non pensavano a se stesse le donne che, affermando i loro diritti, hanno scosso l’Italia facendola diventare moderna. Né lo facevano i cattolici che affermavano la pace quando la guerra sembrava ovvia. Non pensavano a se stessi, gli operai che scioperavano contro il terrorismo. Noi siamo figli di questa storia e di molto altro. Ho finito, mi scuso, ma sentivo il dovere di essere con voi, oggi. Perché spero che quella bandiera, quel simbolo, quell’ idea di unità comunque non vengano ripiegati e messi in soffitta. Io penso che del Pd, di una comunità di sinistra aperta, popolare, riformista e moderna, l’Italia e l’Europa abbiano un grande, disperato bisogno. State uniti, ne va del destino della sinistra e dell’Italia.

sabato 25 febbraio 2017

PD, la follia delIa scissione.


Pierluigi Mele intervista Giorgio Tonini 
24 febbraio 2017
Senatore Tonini, come sta vivendo, personalmente, questa scissione?
Diciamo che abbiamo conosciuto momenti migliori. Un gruppo di dirigenti storici della sinistra italiana, pur di abbattere il segretario in carica, peraltro alla prova di un congresso tutt’altro che scontato, non esita a dare un colpo al partito con l’obiettivo dichiarato di fargli perdere il primato elettorale nel paese. Un obiettivo folle e irresponsabile, non solo nei riguardi del Pd, ma anche nei confronti del paese, che non mi pare disponga di un’alternativa di governo pronta. E tutto questo in uno scenario europeo e internazionale da brivido, alla vigilia di elezioni francesi che potrebbero segnare la fine dell’Unione europea, o viceversa aprire una fase di nuovo sviluppo della costruzione politica dell’Europa, dalla quale un’Italia resa nuovamente instabile dall’esito infausto del referendum costituzionale, rischia di essere esclusa.
Nel suo territorio, il Trentino, che tipo di reazioni ha registrato?
Sconcertate. Praticamente nessuno ha seguito i fuoriusciti. Semmai c’è chi, contro la scissione politica, invoca la secessione territoriale. È un altro, piccolo sintomo dei rischi di disgregazione del paese.
A rivedere il film di questi ultimi due mesi, in cui il suo partito ha dato il peggio di sé, si fa ancora fatica a comprendere le motivazioni profonde di una scissione che assomiglia sempre più ad uno psicodramma collettivo. Insomma possono le differenze programmatiche, e ve ne sono diverse, giustificare una scissione? Questo è quello che si domanda l’opinione pubblica….
Differenze programmatiche ce ne sono, come è evidente, ma anche fisiologico, in un grande partito popolare e plurale. Ma non si fa una scissione, tanto meno in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, per qualche divergenza programmatica. Semmai ci si presenta al congresso con una piattaforma alternativa a quella del segretario uscente e si prova a metterlo in minoranza.
Parliamo di Matteo Renzi. Dica la verità Senatore Tonini, il comportamento dell’ex-segretario non è stato proprio di uno che fosse dispiaciuto della scissione. Anzi! Il comportamento ha continuato ad essere improntato sulla supponenza, menefreghismo delle ragioni degli altri, ingordigia di rivincita…. A parte quella piccola autocritica fatta in quella intervista ad Ezio Mauro su Repubblica, non c’è stata una vera autocritica sul suo operato. Eppure ragioni per farla ve ne sono. Insomma come può una persona così essere percepita come un segretario di tutti?
Per la verità, Renzi ha fatto molto di più che sottoporsi al rito un po’ comunista dell’autocritica: si è dimesso da presidente del Consiglio e poi da segretario del partito. Detto questo, è indubbio che la dote più spiccata di Renzi non sia l’inclinazione alla mediazione e al compromesso. Ma neppure questa è una ragione sufficiente per andarsene da un partito. Del resto, il principale regista della scissione, Massimo D’Alema, può dare poche lezioni al riguardo, diciamo… Siamo seri. La ragione della decisione di uscire sta in un radicale dissenso sulla natura del Pd. Per D’Alema e Bersani doveva essere l’ennesima metamorfosi del Pci, a cominciare dalla forma-partito, basata sulla mediazione al centro piuttosto che sulla competizione tra proposte alternative, e su un gruppo dirigente sostanzialmente inamovibile, che si rinnova lentamente e quasi solo per cooptazione. Renzi, pur con tutti i suoi limiti, ha avuto il merito storico di prendere sul serio il modello nuovo di partito pensato e voluto da Veltroni e di metterlo in atto, di farlo vivere non solo negli statuti, ma nella prassi quotidiana. Un modello aperto e competitivo, fondato sui due principi della vocazione maggioritaria e della contendibilità di tutte le cariche. Questo modello si è rivelato insopportabile per D’Alema e soci, al punto di tentare, con la scissione, di farlo saltare. Per fortuna non sembra che le dimensioni della rottura siano letali per il Pd. Anche se certamente sarebbe stato meglio poterne fare a meno.
E poi questa voglia smisurata, da parte di Renzi, di andare presto alle elezioni: non la vede come un suicidio per il PD? E la decisione dalla Direzione di concludere l’iter congressuale il 30 aprile non suona come una sconfitta del segretario dimissionario e la vittoria del partito della conclusione della legislatura a scadenza naturale?
Trovo la disputa sulla data delle elezioni, sei mesi prima o sei mesi dopo, malinconicamente comica. Renzi avrebbe avuto torto a pretendere di andare alle elezioni saltando il passaggio della sua rilegittimazione democratica attraverso il congresso. Ma ora il congresso c’è e si terrà prima del voto. A questo punto è la fuoriuscita dei dalemiani (e non le presunte smanie di rivincita di Renzi), che potrebbe portarci alle elezioni subito. A prescindere dai tempi del congresso del Pd. Da presidente della commissione Bilancio del Senato, mi sentirei di sconsigliare al governo di entrare nella sessione di bilancio con la sola certezza che i fuoriusciti dovranno utilizzarla per distinguersi tutti i giorni dal Pd, pena la loro irrilevanza politica e la loro scomparsa dai media. Ho già visto questo film: tra il 2006 e il 2008, protagonisti i gruppi e gruppetti che assediavano il Pd e il governo Prodi da sinistra e dal centro. Il finale obbligato furono le elezioni anticipate.
Parliamo dell’ex minoranza PD. Anche qui errori ve ne sono stati, dove, secondo lei, hanno sbagliato?
In particolare, direi, nel comportamento parlamentare. Non si contano infatti le occasioni nelle quali la minoranza non si è limitata a criticare le scelte della maggioranza del partito e del governo, come è suo diritto indiscutibile in un partito democratico. Ma si è dissociata nel voto, talvolta perfino in quello di fiducia, nelle aule parlamentari. Questo comportamento, tanto più se ripetuto, è strutturalmente incompatibile con l’appartenenza ad un partito. È già, di per sé, un comportamento scissionistico. Questo la minoranza lo sa e sa anche che la politica ha le sue leggi, diverse da quelle della fisica o della chimica, ma non meno stringenti. Una di queste leggi è la complementarietà, in un partito complesso e composito, del pluralismo della rappresentanza e della disciplina nel voto. Se si viola sistematicamente la disciplina, si mette a repentaglio la sostenibilità del pluralismo e si pongono quindi le basi della scissione. Questa regola non conosce eccezioni, nella storia dei partiti politici, e averla sottovalutata, da parte della minoranza, è stato un grave errore di superficialità.
Loro dicono: noi, con la nostra scissione, salviamo il centrosinistra. E’ così?
Il magnifico paradosso delle frequenti scissioni a sinistra è che vengono consumate sempre in nome dell’unità: un mito tanto celebrato sul piano retorico, quanto smentito su quello pratico. Ma la vera o presunta, diciamo tentata, scissione del Pd, in nome dell’Ulivo è una novità fantastica. L’Ulivo è sempre stato una coalizione che tendeva a farsi partito, frenata dall’istinto di conservazione dei partiti che avevano dato vita alla coalizione. In questo senso, pur con tutti i suoi limiti, il Pd è l’Ulivo realizzato: scindere il Pd in nome dell’Ulivo è quindi un nonsenso. Sarebbe come divorziare per tornare fidanzati.
Si potrà ricomporre la scissione? Su che basi potrà rinascere il centrosinistra?
Per me la domanda non ha senso. Il Pd è il centrosinistra che si fa partito. Un partito a vocazione maggioritaria, cioè un partito aperto e inclusivo e che non si limita a presidiare una nicchia più o meno grande di consenso, ma cerca di conquistare il “mainstream” del paese. Anche per questo la coincidenza nella stessa persona della funzione di segretario del partito con quella di candidato premier è un principio costitutivo del Pd. Volerlo rimuovere, come ora dice di voler fare Orlando, è proporsi di snaturare il Pd, per tornare all’idea di partito che era propria della Prima Repubblica. Questo non significa che il Pd non possa o non debba fare alleanze con formazioni minori alla sua sinistra o alla sua destra. Ma queste scelte tattiche, spesso imposte dal realismo dei numeri, non hanno nulla a che vedere con la natura del Pd, se non in quanto esprimono la sua vocazione a conquistare nuovi consensi al riformismo.
Ora inizierà il percorso congressuale. Ho la sensazione che non sarà facile coinvolgere il “popolo delle primarie”… Lei che ne pensa?
La partenza è certamente in salita: dopo una sconfitta strategica e una (per quanto ridotta) scissione, con alle viste un confronto elettorale che con assoluta probabilità non produrrà alcun vincitore, non è facile suscitare entusiasmo. Molto dipenderà dalla capacità di Renzi di rilanciare un progetto riformista per il paese: un progetto che prenda le mosse dalla batosta referendaria, assumendo fino in fondo il carico di inquietudine, di insoddisfazione, di sofferenza e di rabbia che quel voto ci consegna, ma non per cavalcarlo retoricamente, come fanno le molte famiglie populiste, ma per corrispondere ad esso con un di più di intelligenza, di immaginazione, di progettualità e di coraggio riformisti. La scelta di Renzi di ripartire dal Lingotto e di affidare il coordinamento del programma a un riformista a tutto tondo come Tommaso Nannicini è la partenza migliore di questa difficile impresa.
Infine una parola sul governo Gentiloni. L’Europa vuole la manovra correttiva presto, Renzi non ne vuol sapere di privatizzazioni, tasse sulla benzina, ecc. Non vedo messo bene il governo…
Nemmeno io. Ma non tanto per i presunti dissensi di Renzi, quanto per gli effetti della scissione. Ho sempre pensato e detto più volte che l’unico modo per accelerare la fine del governo Gentiloni è dunque quella della legislatura era la scissione, anche piccola, del Pd. Si chiama eterogenesi dei fini: un altro classico nella storia della sinistra.

mercoledì 22 febbraio 2017

Il clima del congresso /RM2

Dopo la direzione di ieri, qui l'intervento di Laura Venturi, è stata insediata la commissione per il Congresso e si è messa in moto la macchina che, a rigore di Statuto, ci porterà al più tardi entro il 19 giugno (ma probabilmente a maggio) ad avere il nuovo segretario del Partito Democratico.

Al momento hanno già detto che si candideranno Matteo Renzi e Michele Emiliano. Probabilmente ci saranno altre candidature, si tratta solo di aspettare.

Per il Partito Democratico il congresso, specie in un anno di elezioni (entro febbraio 18 la legislatura avrà termine), serve anche a designare la persona, coincidente con il segretario eletto, da candidare alla guida del governo dell'Italia. Fa parte di quella cultura che i padri del PD hanno voluto innestare nel DNA  di questo partito, che prende il nome di vocazione maggioritaria e che non sta ad indicare solo la volontà di governare, anzi, come dice qualcuno che il PD lo ha fondato (insieme ad altri), è un po' il contrario. Un partito maggioritario (di Walter Veltroni).

Bisogna uscire dal pantano della tattica e dei tatticismi e usare la triade di Alastair Campbell, Obiettivo Strategia Tattica, con l'ultima subordinata alle prime due e soprattutto al primo.

Per questo sarà importante, prima di raggrupparsi attorno ad un leader, costruire una squadra solida e coesa e rapportarsi in maniera costruttiva, leale e proficua con gli altri competitor alla segreteria e con i loro sostenitori. È nell'interesse di tutti, principalmente di colui che sarà il vincitore e quindi, ex ante, soprattutto del favorito.

Il PD non è un partito di cloni, la ricchezza e la composizione di valori diversi, sia quelli affluenti che ne hanno determinato la nascita, sia quelli nati e scaturiti con la discussione e l'elaborazione politica in questi primi 10 anni, tutti insomma, sono una ricchezza ed il patrimonio peculiare di questo soggetto politico, a tutt'oggi unico in Italia.





martedì 21 febbraio 2017

Roadmap per un congresso

Oggi la Direzione Nazionale del PD proverà a trarre le conseguenze da quanto deciso nella ultima riunione dell'Assemblea Nazionale prima del suo scioglimento, avvenuto e proclamato domenica 19 febbraio 2017.
Deciso in realtà è forse impreciso: tutto si è svolto per incastro naturale, a norma di Statuto Nazionale. Matteo Renzi si è presentato dimissionario all'Assemblea e non è quindi, già dalla mattina di domenica, più il segretario del PD: gli appelli a lui rivolti dagli scissionisti valgono, dal punto di vista formale e sostanziale, tanto quanto gli appelli rivolti all'ultima persona che si è iscritta al PD in questi giorni, se ne esiste una dotata di masochismo così spiccato (ma passerà il momento).
Nessuno si è candidato, nel tempo fissato dal Presidente Orfini, a svolgere la funzione di segretario reggente, "à la Epifani del 2013". Certificato questo, il congresso è stato automaticamente indetto, a norma di statuto appunto, e si dovrà concludere entro e non oltre la data del 19 giugno 2017, quattro mesi appunto. A norma di Statuto che non è più modificabile ormai da una Assemblea (organo legislativo) che è stata sciolta e non sarà più convocata.

il manifesto delle scorse primarie
Le richieste (che ometterò di aggettivare) che i cosiddetti scissionisti rivolgono al segretario uscito (non uscente, uscito, ormai) non hanno più nemmeno ragione d'essere: infatti Matteo Renzi con ogni probabilità non parteciperà nemmeno alla Direzione, con gesto che sarà sicuramente tacciato come arrogante (ma lo sarebbe stato anche il suo contrario, quindi ce ne faremo una ragione) ma che almeno renderà plastica la sua condizione di semplice iscritto, al momento. Futuro candidato segretario, non c'è dubbio, ma tant'è.

Detto questo io auspico che alchimie ed alambicchi trovino una formula che consenta anche a chi si è spinto troppo oltre (rispetto alle proprie reali intenzioni, non è un giudizio di merito) di trovare la soddisfazione che gli consenta un lancio stampa del tipo "avendo ottenuto che la data delle primarie per il segretario non si faccia il giorno x, quando era prevista la cresima di mio nipote, posso dire con soddisfazione che resterò nel PD". Ma tant'è: quattro mesi al massimo sono previsti, e quattro mesi al massimo dovranno essere.


lunedì 20 febbraio 2017

la sinistra non ha diritto di essere minoranza


Valter Veltroni
“Da molto tempo non partecipo alle riunioni degli organismi del partito, le mie scelte di vita mi hanno spinto a decidere così, era e sarà giusto così ma prendo pochi minuti per dire quanto mi sembra sbagliato quanto sta accadendo e per rivolgere un appello a tutti perché non si separi la loro strada da quella di tutti noi. Lo faccio non usando l’argomento tradizionale dell’invito all’unità ma dicendo ai compagni e agli amici che delle loro idee, del loro punto di vista il Pd ha bisogno“. “Se la sinistra fosse stata unita non avrebbe vinto Berlusconi, se l’esperienza del governo Prodi fosse proseguita la storia italiana avrebbe avuto un altro corso. Dopo le elezioni del 2006 successe di tutto. Se non vi fosse stata la divisione della sinistra, Romano Prodi nel 2013 sarebbe stato eletto presidente della Repubblica. La sinistra quando si e’ divisa ha fatto male a se stessa e al Paese: questa e’ la verita'”. “Il Pd era nato per superare tutto questo: il Lingotto non era solo fare una sintesi tra cattolici e progressisti ma per fare un partito tutto nuovo e davvero radicale nel suo riformismo. Un partito della sinistra, non un indistinto”. “Quanto male ci ha fatto il partito della nazione e l’idea di mancanza di differenze tra destra e sinistra: ci sta ricordando Trump che quelle differenze ci sono”. “Se la sinistra è minoranza sono in minoranza i diritti, le esigenze dei più poveri. La sinistra non ha diritto di essere minoranza per scelta ma deve conquistare consensi ampi e non sarà con la parola d’ordine della rivoluzione socialista che questo accadrà. Il Pd nacque per fusione non per scissione e oggi rischia di rompersi il più grande partito della sinistra europea per una una questione che appare interna, di procedure e di tempi, che non sarà capita”. “Se la prospettiva è il ritorno ad un partito che sembra la Margherita e a uno che sembra i Ds allora non chiamatelo futuro chiamatelo passato, perché quello è il nome giusto”.

«D'Alema crea sempre problemi»


Sergio Staino
20 febbraio 2017
Il direttore dell'Unità critica l'ex premier. E sulla scissione dice: «Sarebbe una tragedia. Ma andrebbe via chi ci ha portato in un tunnel da cui ci ha fatto uscire Renzi».
Un Partito democratico spaccato, Sergio Staino non lo vorrebbe proprio vedere. Ma il passato è passato, e il direttore dell'Unità non ha dubbi sulla parte con cui schierarsi: «Sarebbe meglio non ci fosse la scissione, non ne capisco il perché, sarebbe una tragedia, ma non finiremmo spogliati. Andrebbe via una parte che ho amato, a cui sono stato vicino, ma è anche la parte che ci ha portato nel tunnel da cui ci ha fatto venir fuori Renzi».
ELOGI A CUPERLO E VELTRONI. Intervenendo a margine del convegno, in corso al Maxxi di Roma, 'Satira, televisione e New media' organizzato dell'Associazione nazionale autori radiotelevisivi e teatrali, il vignettista ha spiegato: «Se i contestatori dovessero andar via, come ha detto anche Renzi, me ne farò una ragione», aggiungendo che dell'assemblea di domenica 19 febbraio ha amato i «discorsi alti» di Cuperlo, lo stesso Renzi, Teresa Bellanova, Fassino, Veltroni, «che è stato molto generoso a tornare in questo momento». Per lui la bellezza del Pd è l'essere «una forza polifonica, l'errore che stanno facendo i contestatori è considerarlo un partito monolitico, invece unisce molte più voci».
Staino non risparmia inoltre qualche battuta su D'Alema: «Con lui abbiamo un rapporto pluridecennale che è solo peggiorato. È rimasta la sua autoreferenzialità, il suo considerarsi sempre il più intelligente di tutti, credere di aver capito tutto lui. Ci ha portato così tanti problemi... e anche questa volta».
«D'ALEMA SI FA SATIRA DA SOLO». Durante il suo intervento al convegno ha anche ricordato una recente telefonata proprio con l'ex presidente del Consiglio: «Due giorni dopo il referendum avevo telefonato a D'Alema per chiedergli quell'intervista che prima mi aveva sempre negato per l'Unità. Mi ha detto di nuovo no, io gli ho chiesto perché, e lui mi ha risposto 'sono venuto, ho salvato l'Italia e me ne vado. Se un giorno servirà di nuovo salvarla, tornerò'. Che satira puoi fare su questo? Basta registrarlo».
«GUZZANTI IL MIGLIORE, CROZZA IL PIÙ EFFICACE». Oggi Staino in tutti i movimenti politici vede «cattiveria e grigiore. Anche nel M5s che forse sulla carta è innovativo, non noto intelligenza. Un Di Maio si fa satira da sé». Per quanto riguarda il panorama dei comici, secondo Staino «Guzzanti è il migliore a fare satira, ma quello che funziona di più è Crozza». Infine un commento sul futuro del quotidiano fondato da Antonio Gramsci: «Sembra che ripartiamo, ci sono nuovi assetti, probabilmente si amplierà la proprietà. Siamo un piccolo giornale, e ora non sarà di cronaca generalista, ma fortemente politico perché ce n'è bisogno in questo momento».

Nostalgia canaglia della Prima repubblica: tornano Pli, Msi e pugni chiusi


Mario Lavia
L'Unità 20 febbraio 2017
Torna la proporzionale. Occhetto: “Rischio conflagrazione per il Pd”
“Un numero così alto di liste non si vede neppure al Carnevale di Rio“, disse Bettino Craxi nel 1992. Quando il sistema politico si sbrindellava sotto i colpi della questione morale e del moltiplicarsi di liste e listarelle, effetto esasperato del proporzionale, all’epoca senza sbarramento. Proiezione elettorale di localismi, potentati, leaderismi, purismi ideologici.
Ora, un quarto di secolo dopo, ci risiamo.
Sui muri del centro di Roma sono apparsi dei manifesti del Pli – Partito liberale italiano – sconosciuto nipotino dell’antico e glorioso Pli di Giovanni Malagodi. L’operazione degli ex giovani neri Alemanno e Storace –  il Movimento nazionale per la sovranità – occhieggia nostalgicamente all’MSI, dove resta la dizione “Movimento” e la “s” sta per “sovranista” (aggettivo tanto di moda) e non per “sociale” come nel partito di Giorgio Almirante.
Persino i nuovi gruppi parlamentari bersaniani pare si chiameranno Nuova sinistra: forse non se lo ricorda nessuno, ma Nuova sinistra unita fu un cartello elettorale di estrema sinistra presentatosi alle politiche del 1979 che voleva far riunire tutti i partiti alla sinistra del Pci, una proiezione elettorale (sfortunata) di Democrazia proletaria che non elesse nemmeno un deputato.
Sì, c’è qualcosa di nuovo nell’aria, anzi, di antico. Come se la crisi della Seconda repubblica non schiudesse le porte alla Terza ma le spalancasse alla Prima. Tornano bandiere rosse e pugni chiusi e non ci sarebbe da meravigliarsi se rispuntassero edere, rose nel pugno, garofani, scudi crociati e persino soli nascenti (la falce e martello è già di Paolo Ferrero).
E’ il proporzionale che suscita l’esplosione del sistema politico, tanto quanto, per converso, il maggioritario aggrega.
Ecco perché proprio stamane Achille Occhetto, fautore del maggioritario quando la sinistra era ancora proporzionalista nel midollo, ha parlato di “conflagrazione” del Pd: perché si aspetta, nell’Italia post-4 dicembre (perché lo spartiacque è quello), un’esplosione di pezzi e pezzetti ciascuno geloso della propria autonomia e soprattutto custode della propria nicchia elettorale, locale, corporativa o addirittura personalistica. Con tanti saluti al cammino ventennale che, appunto, va dalla Bolognina dell’89 al Pd del 2007 passando per l’Ulivo.
Il punto è esattamente questo. E’ che una parte dei leader della sinistra italiana (il nome che viene facile è quello di Massimo D’Alema) ha sempre considerato il Pds, l’Ulivo e il Pd come meri strumenti tecnici e organizzativi per superare questa o quella crisi e non come una acquisizione politica e culturale sempre più avanzata. Ecco perché l’Ulivo non resse, ecco perché l’amalgama non era riuscito, ecco perché il Pd di Renzi va spaccato.
D’altra parte, guardiamo cosa già sta succedendo a sinistra del Pd. In pochi giorni sono nati Sinistra Italiana di Fratoianni, il gruppo di Arturo Scotto (scisso da SI), il Campo progressista di Pisapia, il nuovo partito bersanian-dalemiano, forse una “Cosa” meridionalista di De Magistris e, chissà, Emiliano, poi c’è sempre Possibile di Civati, e magari torneranno i Verdi, e chissà che succederà ai radicali, divisi fra i boniniani (Cappato-Magi) e il partito transnazionale di Maurizio Turco. E in questo quadro, si potrà negare una autonoma presenza repubblicana o socialista? E Maurizio Landini?
Ugualmente ci sarà un fiorire di liste centriste, una galassia già esplosa con l’esaurirsi dell’esperienza di Scelta civica di Mario Monti e con l’ennesima spaccatura del centro cattolico fra Casini e Cesa, ultimo capitolo di una saga infinita che dalla morte della Dc non ha mai conosciuto fine. E che anzi è andata intrecciandosi con la crisi della “vecchia” Forza Italia – dall’Ncd a Ala, è stato tutto un fabbricare piccoli alambicchi politici e di potere, microgruppi sul mercato parlamentare buoni a tutti gli usi. Qualcosa di più confuso dell’antico trasformismo.
Il pulviscolo di partiti e sigle elettorali pertanto destinato ad infittirsi. La soglia di sbarramento del 3% non è insormontabile. E dunque, ci si può provare.
Di fronte a tutto questo, Matteo Renzi ha puntato tutto sul referendum costituzionale e ha perso. Forse le fiches doveva metterle più sul maggioritario che sul Senato o sul Cnel. Ieri però ha citato, anche se en passant, la necessità di “una legge elettorale di impianto maggioritario” e Walter Veltroni ha ripreso la formukla del partito a vocazione maggioritaria “che fa alleanza”, una concezione più dinamica della”suo” Pd del 2008.
Non è detto, insomma, che moriremo proporzionalisti. Altrimenti, benvenuti al Carnevale politico del 2017.