domenica 20 dicembre 2015

La triste parabola di Sinistra Italiana a rimorchio di Grillo


Mario Lavia
L'Unità 19 dicembre 2015
La vicenda parlamentare della sfiducia a Boschi conferma la mancanza di strategia e di ambizione del nuovo gruppo.
Vedere Sel, o Sinistra Italiana come si chiama adesso, attovagliarsi al tavolino da picnic di Grillo e Salvini proietta una luce malinconica su un partito che si considera, ed è, ancorato ai valori e alle pratiche della sinistra italiana. Non ha alcun senso politico accodare il proprio vagone ad un treno propagandistico peraltro guidato da una macchinista che con gli ideali della sinistra ha veramente poco a che fare come il Dibba. Soprattutto, in mancanza di argomenti di merito forti.
Già, perché il buon Arturo Scotto, il capogruppo di Si, ieri in aula è dovuto ricorrere ad un fantasioso «conflitto d’interessi potenziale» per trovare uno straccio di motivazione che giustificasse il sì alla mozione grillina, una inedita fattispecie giuridica che grida vendetta davanti a qualunque manuale di diritto privato, oltre che al buon senso. Ma non basta: l’ha buttata in politica, Scotto, un pochettino più rozzamente di quanto la sua esperienza politica potesse far supporre: «Non ci agganceremo mai al vagone di un governo che compie scelte sbagliate sul terreno del lavoro e dell’economia. Non è possibile che da due anni e mezzo non si sia ancora cominciato a lavorare alla legge sul conflitto di interessi».
E cosa c’entra la politica economica con il merito della accuse a Boschi? Nulla. Ma il problema di Sinistra italiana va evidentemente oltre la performance di Scotto. Ed è un problema di strategia, cioè il problema eterno dell’analisi e della individuazione dell’avversario principale. I leader di Sinistra italiana non pare si pongano l’obiettivo di crescere, di andare oltre gli angusti limiti del 3-4% (e ringraziassero il cielo che l’Italicum fissa la soglia di sbarramento al 3, quella è stata davvero una norma ad partitum), di superare l’identità di “cespuglio”: in una parola, di diventare “grandi”. Perché se davvero cercasse di andare oltre la logica antica e comoda della testimonianza, di bypassare la mentalità del gruppuscolo, Sinistra italiana andrebbe a lavorare là dove ci sono suoi voti potenziali, persone conquistabili, ambienti socialmente familiari: e cioè nel vasto bacino che oggi è presidiato da Cinquestelle.
Invece niente. Il nemico è Matteo Renzi, e stop. E Matteo Renzi va preso di punta, e prima di tutto. Da quando c’è Renzi, il partito di Vendola è regredito su posizioni ultraminoritarie smarrendo completamente il riferimento del governo, la comprensione della complessità dei problemi, il gusto della fatica della ricerca di soluzioni. Di qui discendono comportamenti politici e parlamentari alla fine inutili: ostruzionismi e, appunto, propagandistiche mozioni di sfiducia.
La bussola non è la ricerca di intese, pur nella polemica, con il Pd che piaccia o no è evidentemente il partito basilare del sistema politico e nettamente centrale nel centrosinistra, come non è lo lo sforzo per trovare alle amministrative candidature comuni (a proposito, una domanda: ma a Torino al secondo turno voteranno Fassino o la Appendino?); ma il suo contrario, come fare cadere il governo e dare un colpo alla leadership di Renzi. Esattamente quello che dice Grillo. Però, e va detto con una certa amarezza, fra Grillo e Scotto la gente vota Grillo.

venerdì 18 dicembre 2015

Scontro Renzi-Merkel: “Angela, non diteci che date il sangue all’Europa”


Rudy Francesco Calvo
L'Unità 18 dicembre 2015
Al Consiglio europeo, il premier italiano torna all’attacco della Germania: la scintilla è il fondo per salvare i risparmiatori delle banche fallite.
È un Matteo Renzi che gioca ancora all’attacco quello che si è presentato alla seconda giornata del Consiglio europeo in corso a Bruxelles. Dopo aver accusato ieri il ruolo di primus inter pares che sta giocando indebitamente la Germania, oggi il premier italiano ha avuto un vivace scambio di battute con la Cancelliera Merkel sulle questioni economiche, a partire da quelle che riguardano il salvataggio delle banche. “Non potete raccontarci che state donando il sangue all’Europa, cara Angela”, avrebbe detto il presidente del Consiglio, secondo quanto riferisce chi partecipava alla riunione.
La scintilla che ha acceso lo scontro è il completamento dell’unione bancaria, uno dei temi sul tavolo del Consiglio oggi. In particolare, i capi di Stato e di Governo si trovano a discutere del cosiddetto ‘terzo pilastro’, cioè lo schema di assicurazione europea dei depositi che, tanto per fare un esempio, avrebbe consentito un intervento più efficace a tutela dei risparmiatori colpiti dal recente fallimento delle quattro banche italiane.
“Perché la Germania si oppone?”, è stata la domanda di Renzi. Una posizione, quella italiana, che tra l’altro sta trovando sempre più sostenitori al tavolo europeo, a partire dalla Francia, ma anche altri, come Portogallo, Grecia e Ungheria. E perfino i Paesi baltici hanno avuto da ridire sulle posizioni tedesche. Tanto che la soluzione caldeggiata dal nostro Paese era stata inizialmente inserita nello schema di conclusione dei lavori del Consiglio, ma è stata poi cancellata.
Merkel oggi si è limitata a riconoscere che le diverse emergenze intervenute nel frattempo hanno impedito una discussione sulla questione bancaria, ma senza fare alcun passo avanti. Ed è a quel punto che è scattato il battibecco con Renzi, che ha ricordato alla Cancelliera come il suo Paese non avesse certo da piangere di fronte ad alcune scelte imposte recentemente all’Europa, a partire dal salvataggio greco (che ha consentito alle aziende tedesche di acquistare gli aeroporti delle isole elleniche), per finire con il raddoppio del gasdotto NorthStream, a scapito di SouthStream, sul quale si concentrano invece gli interessi italiani.

Travaglio furente contro i giudici: perché non fate come dico io?


Fabrizio Rondolino
L'Unità18 dicembre 2015
L’escalation del direttore del Fatto che accusa tutti, dal Csm in giù, pur di ottenere un avviso di garanzia per papà Boschi
Quando arriva l’avviso di garanzia a Pier Luigi Boschi? Travaglio è impaziente, e da un paio di giorni lancia messaggi neppur troppo velati ai suoi (ex?) amici magistrati. Prima la campagna sul presunto conflitto d’interessi del pm che indaga su Banca Etruria, accusato di essere un consulente di palazzo Chigi (la consulenza fu attivata dal governo Letta, è a titolo gratuito e scade il 31 dicembre); poi, nell’editoriale di ieri, un avvertimento diretto (“Può darsi che il pm di Arezzo iscriva anche papà Boschi sul registro degli indagati…”); infine, oggi, un intero editoriale che vorrebbe parlare di Licio Gelli ma che, in realtà, è una durissima requisitoria contro la magistratura.
Il direttore del Fatto punta fremente l’indice contro, nell’ordine, il Csm (che non ha detto una parola sul presunto conflitto d’interessi del pm di Arezzo Roberto Rossi), la Corte dei conti (colpevole di aver “frettolosamente archiviato, con una rapidità senza precedenti, l’indagine sulle note spese di Renzi sindaco”), la Corte costituzionale (“di stretta osservanza renziana”, se non fosse per Modugno, che essendo stato indicato dal M5S è naturalmente per l’organo del M5S “l’unico che avesse i requisiti”), il Tribunale di Milano e la Corte d’appello (che “assecondarono, con scelte discrezionali e talora mai viste prima, la melina degli avvocati di Berlusconi” nel processo Mills), l’Anm (dove “a menare le danze dei giochi correntizi è l’ex pm Cosimo Ferri, signore delle tessere di Magistratura indipendente”).
Tutti costoro – ripetiamo: il Csm, la Corte dei Conti, la Corte Costituzionale, il Tribunale e la Corte d’Appello di Milano e l’Associazione nazionale magistrati – sarebbero secondo Travaglio asserviti al potere: ieri di Berlusconi, oggi di Renzi. A meno che… a meno che il pm Roberto Rossi, per “rifarsi una verginità”, non decida di inviare un avviso di garanzia a Pier Luigi Boschi. L’intera magistratura italiana è avvertita: o fate come intima Travaglio, oppure siete dei venduti. Berlusconi, al confronto, era un dilettante.

giovedì 17 dicembre 2015

Firmata l’intesa per il governo di unità nazionale in Libia


guido ruotolo
La Stampa 16 dicembre 2015
Gettate le basi per un nuovo inizio nel processo di transizione democratica
In Libia è stata firmata l’intesa decisiva per il governo di unità nazionale. «Questa è una giornata storica» ha detto l’inviato speciale dell’Onu, Martin Kobler, parlando a Skhirat, in Marocco, durante la cerimonia. «Firmando questo accordo politico - ha affermato il diplomatico tedesco - state portando a termine un processo, state voltando pagina». «In Libia - ha continuato Kobler, rivolgendosi ai firmatari - siete personaggi politici importanti e la vostra presenza qui dimostra il vostro impegno a far ripartire la transizione democratica in Libia».
La Libia che nel febbraio del 2011 si liberò del dittatore, del colonnello Muammar Gheddafi, dopo cinque anni di guerra civile strisciante, prova a dare vita a una svolta, sottoscrivendo l’accordo proposto dal mediatore delle Nazioni Unite. 
E’ un giorno storico. Esponenti del Parlamento di Tobruk e del Congresso nazionale di Tripoli, l’Alleanza delle forze nazionali e i Fratelli Musulmani, singole personalità ed esponenti della società libica, delle municipalità più significative, come Misurata e Zintan, hanno sfidato quelle forze che da anni si oppongono alla transizione democratica. 
In questi ultimi anni, la guerra tra le diverse milizie, tra gli schieramenti radicali islamisti ha dovuto fare i conti anche con la penetrazione di centinaia di militanti dell’Isis che hanno conquistato territori e città, nella Cirenaica spingendosi fino a Sirte, ma essendo presente anche a Tripoli e sulla costa confinante con la Tunisia (Sabratha). 
Paesi confinanti e importanti del mondo arabo ma non solo, in questi anni hanno «sponsorizzato» milizie e partiti, gruppi e associazioni con armi e soldi. E ancora oggi ci sono Paesi e forze che perseguono obiettivi di divisione della Libia. C’è ancora chi insegue il sogno di un ritorno al passato con la Libia divisa tra Cirenaica, Fezzan e Tripolitania. 
Quaranta giorni di tempo, ha chiesto il consigliere militare del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, il generale Paolo Serra, per mettere in sicurezza la capitale, Tripoli, con l’aiuto di forze di polizia internazionale che l’Italia e l’Inghilterra dovrebbero garantire.  
Si parla di migliaia di uomini che insieme alle milizie lealiste con le quali ha dialogato in queste settimane il generale Serra, dovranno garantire la sicurezza a Tripoli, intanto delle ambasciate straniere e dei siti sensibili, come le rappresentanze istituzionali libiche (sede del governo, dei ministeri, del Parlamento), gli aeroporti, le arterie di comunicazione. 
Ma prima che tutto questo diventi operativo ci sarà bisogno di alcuni passaggi decisivi. Già domani si dovrebbe riunire il Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite (il nostro ministro degli Esteri, Gentiloni, volerà a New York dopo la firma dell’accordo) che dovrà approvare una risoluzione che potrebbe autorizzare l’uso di contingenti di polizia e di addestratori. Molto dipenderà, naturalmente, dalle richieste libiche, del nuovo presidente del Consiglio Presidenziale, Serraj Faiez, che sarà anche il presidente del consiglio dei ministri. 

mercoledì 16 dicembre 2015

La solita Leopolda


Erasmo D'Angelis
L'Unità16 dicembre 2015
I numeri della Leopolda: 24 mila partecipanti con 621 giornalisti di 400 testate accreditate.
C’è chi prova e riprova da giorni a raccontare e a far immaginare, molto per polemica e un po’ per frustrazione, la tre giorni della sesta edizione della Leopolda come «spettacolo della politicabaraccone», «teatrino renziano», «fiera delle autoreferenzialità», «esibizione di governo e di potere», «occasione mancata», «flop», «esercizio di potere», «una specie di Asilo Mariuccia» , «raduno del principe con i suoi clientes», «iniziativa dallo scarso appeal», «poco trendy», «per nulla cool». C’è chi vorrebbe paragonarla a cosa non è mai stata e a cosa non sarà mai: una specie di X Factor della politica italiana, le convention di Forza Italia, i meeting e i congressi di partito, i workshop e i seminari per addetti, i convegni di corrente, insomma quelle liturgie politiche che per decenni sono servite per spartirsi a pezzi e bocconi lo Stato. Bè, cominciamo allora dando i numeri così mettiamo in fila per bene le cose....

martedì 15 dicembre 2015

Giorgio Gori: “Ora Milano deve aprirsi di più, finora ha fatto tutto da sola”


Teresa Cardona
L'Unità 15 dicembre 2015
Il sindaco di Bergamo parla del presente e del futuro del capoluogo: “Avanti con le primarie, serviranno anche a Sala”
In quest’ultimo anno, Milano – grazie a Expo, ma non solo – sta vivendo un momento particolarmente felice…
Sì, assolutamente. L’Expo ha rappresentato per Milano l’occasione per una forte emancipazione, sia dal punto di vista della visibilità internazionale – con importanti ricadute turistiche – sia sotto il profilo della qualità complessiva della vita in città. La prospettiva dell’Esposizione universale ha spinto Milano a un miglioramento che ha coinvolto tutti i settori dell’amministrazione e della vita pubblica, con mobilità e cultura in particolare evidenza. Il risultato è stato ed è sotto i nostri occhi: la città è più viva, più efficiente e più internazionale. 
Come giudica la gestione che è stata fatta dell’evento?
I numeri dell’Expo parlano da soli. Giudico molto positivamente la gestione che è stata fatta. La macchina ha funzionato nel modo migliore nonostante le difficoltà e i ritardi che si erano accumulati. Si è anche riusciti a dare spessore al titolo dell’esposizione: intorno al tema dell’alimentazione sostenibile si è finalmente messa in moto una riflessione di scala mondiale, grazie anche all’Enciclica di Papa Francesco, e in questo contesto mi pare che l’Italia abbia guadagnato una nuova consapevolezza delle proprie potenzialità agroalimentari. Non mi pare si tratti di risultati effimeri, anzi: credo che porteranno frutti significativi nei prossimi anni. È andato bene anche dal punto di vista – un poco più “periferico” – della mia città: grazie allo stimolo dell’Expo il 2015 è stato un anno speciale anche per Bergamo e per la sua provincia, con un forte rilancio della cultura e della vocazione turistica della città.
Come vede il futuro dell’area, anche alla luce del progetto presentato qualche settimana fa dal premier Matteo Renzi?
Mi pare che il disegno che ha via via preso corpo sia quanto mai promettente: trasformare l’area in un grande hub della conoscenza e della ricerca nel campo delle Scienze della Vita, di scala europea, con il concorso delle maggiori università e istituzioni culturali del Paese è quanto di più ambizioso (ma sensato) si possa cercare di fare. Il governo mi sembra determinato. E’ importante che le istituzioni del territorio lo siano altrettanto.
Da amministratore, come valuta l’esperienza della giunta Pisapia?
Molto positivamente. La giunta Pisapia ha restituito dignità e trasparenza all’amministrazione milanese. Ha fatto egregiamente la sua parte sull’Expo e ha guidato il rilancio della città. Alcuni episodi – penso al completamento di Porta Nuova, alla riqualificazione della Darsena e all’apertura della nuova sede di Fondazione Prada – hanno contribuito in modo decisivo alla crescita della statura internazionale di Milano.
Lei è sindaco di Bergamo da un anno e mezzo. Quali sono i punti di forza della sua amministrazione?
Il punto di forza è che lavoriamo tanto, con impegno e con molta concretezza. La città ha di per sé ottime potenzialità: la differenza è che adesso le cose succedono, i cambiamenti si vedono. Dalla riqualificazione delle aree dismesse all’innovazione tecnologica, dalle politiche di welfare municipale all’impiantistica sportiva, dalla cultura al turismo. C’è un bel clima, c’è molta voglia di fare.
Se toccasse a lei essere il prossimo sindaco di Milano, anche alla luce della sua esperienza amministrativa a Bergamo, quale sarebbe la “parola chiave” più efficace per la città dei prossimi cinque anni? A quali temi e progetti darebbe priorità?
Il rilancio della città ha bisogno di essere consolidato, reso concreto e permanente. Se Milano – come può certamente fare – aspira a essere una delle capitali d’Europa deve riuscire a rendere strutturali alcuni elementi di innovazione, come minimo su scala metropolitana, o meglio ancora guidando un processo regionale. In questi anni non è stato così. Milano ha fatto per sé, con poca capacità di allargare lo sguardo. La competizione su scala continentale impone a mio avviso un cambio di prospettiva e maggiore apertura.
Come vede la prossima scadenza delle primarie? Sarà un’opportunità per selezionare la proposta e il candidato sindaco migliore?
Ne sono convinto. Le primarie sono fondamentali anche per costruire il patto di coalizione intorno al vincitore: è lì che nasce l’alleanza per governare insieme. Serviranno quindi a tutti e in primo luogo a Beppe Sala, che andando nei circoli e nei quartieri ha l’occasione per farsi conoscere e apprezzare.

lunedì 14 dicembre 2015

indietro tutta!!!

La Cosa Rossa (l’insieme di tutte le sigle della sinistra, Pd escluso) sembra essere naufragata ancor prima di salpare.