giovedì 26 giugno 2014

Riforme Italicum, l’ora del disgelo tra il premier e M5S

PIERO IGNAZI
La Repubblica - 26/6/14

“Sì alle preferenze ma resti il ballottaggio” La svolta tripolare

L’incontro tra Pd e M5S porta tre novità nella politica italiana. Offre un’immagine meno decisionista e più dialogica ad un Pd che sembrava voler procedere nelle riforme con un passo da Blitzkrieg. Mostra un Movimento 5Stelle lontano anni luce dall’arroganza post-elezioni politiche .
MODIFICA , in prospettiva, le dinamiche del sistema partitico, fin qui ingessato in una diarchia, a volte conflittuale, a volte consensuale, tra Pd e centro-destra.
Il Pd sta prendendo atto, giorno dopo giorno, del peso e della responsabilità conseguenti all’essere diventato il partito di gran lunga maggioritario del nostro Paese. Le pose eccessivamente assertive della leadership democrat dei primi tempi hanno lasciato posto ad una certa ponderatezza, frutto di una maggiore, autentica, sicurezza. L’obiettivo dei mille giorni, cioè di una governabilità di lungo periodo nel corso della quale realizzare il programma riformatore, conferma questo nuovo respiro del governo. Le stesse dichiarazioni di Matteo Renzi all’indomani delle elezioni europee avevano il to- no grave di chi è consapevole che, con quel voto, le responsabilità crescevano di scala. Vale a dire che, dopo maggio, non ci sono più alibi: grava tutto sulle spalle del Pd. Agli onori elettorali corrispondono gli oneri del governare, o meglio, del ben governare. Da questa consapevolezza sono venuti la disponibilità all’incontro con il M5S nonostante le polemiche durissime di questi ultimi mesi e l’atteggiamento aperto e dialogico durante il vertice di ieri. Rispetto al prendere o lasciare di qualche tempo fa, (forse tattico per evitare di incagliarsi al proprio interno) sentire Renzi che, pur ponendo le sue condizioni, si dice disposto a discutere i punti avanzati dai pentastellati, il cambio di registro è indubbio (e positivo).
Ben altro cambio è quello del M5S. A sentirli ieri, sembrava passato un secolo dallo streaming con Pierluigi Bersani, per non dire degli insulti di Grillo a Renzi nell’incontro di rito per la formazione del governo. Il mancato sorpasso, e anzi la voragine apertasi tra i due partiti, ha fatto fare un bagno di realismo ai grillini. Nell’arco di poche settimane, non si sa però attraverso quale procedura deliberativa interna, la strategia dei 5Stelle ha cambiato verso. Dalla contrapposizione frontale al dialogo.
Il governo e il Pd non sono più l’immagine stessa del male, una banda di farabutti e malfattori da spazzar via perché origine e causa della crisi italiana, bensì interlocutori legittimati dal voto di una larga parte dell’elettorato. Questa inversione non può essere che benvenuta: finalmente un partito rilevante (tuttora nettamente secondo, con cinque punti di vantaggio su Forza Italia) rientra in gioco invece di limitarsi ad urlare il proprio sdegno contro tutto e tutti. Rimane però un interrogativo. Ovvero: il M5S ha espresso e incanalato una rabbia sociale profonda che, inutile nasconderlo, ancora esiste anche se alle Europee si è un po’, ma solo un po’, attenuata. Le fortune elettorali dei grillini derivano proprio da questa loro capacità di incanalare la protesta, in quanto partito nuovo, vergine rispetto a malversazioni e scandali, e soprattuto “antagonista” al sistema. I 5Stelle hanno sfondato perché hanno sfumato le loro tradizionali tematiche ambientaliste e post-moderne facendo irrompere la protesta, molto più redditizia in termini di voti. Il passaggio alla fase costruttiva dopo tanta enfasi sulla distruzione non potrà non avere delle ripercussioni nel mondo pentastellato. Per molti, la contaminazione con «gli altri» verrà vista come un tradimento. E infine, dall’altra parte, la componente più ecologista e progressista continua a non digerire la scelta euroscettica del rapporto con Farage.
Ad ogni modo questo ingresso nella politica da parte del M5S modifica le dinamiche del sistema partitico. Fin qui vi erano due soli attori in gioco, il Pd e il centro-destra, con rapporti variamente intrecciati, di cooperazione su alcuni tavoli — quello governativo con il Ncd di Angelino Alfano e quello delle riforme con Forza Italia ed embrionalmente anche con la Lega — ma di opposizione su altri. Questa diarchia sghemba viene alterata dall’uscita dal ghetto dei grillini. Ora il sistema si articola su tre poli, nessuno dei quali escluso dal gioco politico. Vedremo chi trarrà maggior vantaggio dal nuovo assetto.



Dalla violenza verbale al confronto tecnico lo streaming è soffice.


Corriere della Sera 26/06/14

Doveva essere la nuova puntata del tormentone in streaming. E invece attorno a quel tavolo forse è andata in scena una svolta politica. Tutti ad aspettarsi il nuovo episodio di una fortunata serie in Rete, con tutte le battute, le facce, le punzecchiature, le pose, i recitativi. E invece è successo qualcosa, nel vertice in diretta tra il pd di Renzi e i 5 Stelle capeggiati da Di Maio, di cui dovrà preoccuparsi chi ha siglato il patto del Nazareno, credendolo infrangibile. Tra breve si rivedranno, il Pd e i 5 Stelle, e sulla legge elettorale hanno più cose da dirsi di quante non siano quelle che dividono irrimediabilmente. Ma come, si insultavano sanguinosamente in campagna elettorale e adesso gli adepti di Grillo vanno a incontrare l’«ebetino» Renzi? Nessuno credeva che potesse uscirne qualcosa, se non un altro spettacolo. Tutti immaginavano: ecco la mossa disperata dei grillini, suonati dolorosamente alle elezioni, messi fuori gioco dal successo travolgente di Renzi. Tutti almanaccavano, ma no, è troppo tardi, una resipiscenza fuori tempo massimo, e poi Renzi non potrà mica cambiare alleati in corsa e dare, dicevano i più perfidi e maligni, il benservito a Berlusconi che tanto si era speso per lui in campagna elettorale. Aspettavano Grillo in persona. Chissà, magari finiva ancora a male parole. Una guerra tra primedonne in diretta streaming. E invece no. Ognuno ha detto la sua, con una pacatezza che è quasi risultata caramellosa. Una bonarietà inconcepibile tra chi si è affrontato fino a un mese fa con una violenza verbale. Tutti a parlare di percentuali, schemi, numeri. Invece del fragore delle mazze in una pugna senza fair play, risuonavano nel soffice dialogo streaming parole impegnative come «governabilità». E alla fine addirittura la convergenza, la doppia disponibilità. E il «rivediamoci». Vederci non è stato inutile. Parlarsi è stato una scelta saggia, rifacciamolo. E lo rifaranno. Ma per dirsi non cose generiche, bensì cose molto precise. In pratica, esclusa la questione un po’ bizzarra dei voti dati contro qualcuno, una delle perle del «complicatellum» di puro conio grillino, su tutto il resto l’interlocuzione è aperta. Sulle preferenze Renzi è possibilista. Non dice nettamente di no. Finora aveva detto: nulla di dogmaticamente contrario al sistema delle preferenze, ma pacta sunt servanda, e il patto del Nazareno con Berlusconi escluse tassativamente il sistema delle preferenze. Mi dispiace, so benissimo che questo è uno degli aspetti più indigeribili del Porcellum, ma non posso andare oltre, Ora dice che è possibile. Non che si farà, ma che comunque non farà le barricate. Per Di Maio e gli altri esponenti del Movimento 5 Stelle è la buona novella: il premier si dice pronto ad accogliere una loro proposta. E, quasi a voler contraccambiare la cortesia, vogliono mettere sul vassoio della festa, una loro disponibilità: quella sul doppio turno. Non è che è stato siglato un patto, ma si è stabilito un percorso comune. Un arrivederci su due elementi importanti, decisivi di una nuova legge elettorale. Però, si dà il caso che questi siano i due punti più indigesti per Berlusconi, Verdini, Forza Italia, i contraenti del patto del Nazareno. Sulle preferenze, Berlusconi è stato categorico. Sul doppio turno, ha già dovuto ingoiare la storia del ballottaggio tra le due coalizioni maggiori che, per godere del premio di maggioranza senza aver superato una certa soglia, devono sfidarsi in una competizione numero due. In più, Forza Italia rischia di non essere nemmeno tra i primi due, con Grillo davanti. E in più, Renzi da solo, senza coalizioni e alleanze fastidiose e paralizzanti, ha preso oltre il 40 per cento, superando la soglia minima di voti per ottenere il premio di maggioranza. Finora ha accettato tutto, Berlusconi, pur di intestarsi le riforme istituzionali e incarnare il ruolo di Padre della Patria. Ma oggi rischia di non essere più determinante. Con lo streaming si profila la possibilità (per ora, solo la possibilità) di un cambio di maggioranza sulla riforma elettorale. Sulla riforma del Senato, no, non è possibile. Ma sulla legge elettorale sì. Con Grillo che può smentire chi dice che i suoi voti non servano a niente. Con Renzi che si libera dei vincoli del Nazareno. Con Berlusconi che rischia di pentirsi di aver creduto al «Silvio, stai sereno». Un piccolo terremoto. Molto più di uno show in streaming.

M5S prende applausi e un bel rischio

Stefano Menichini 
Europa  

L'incontro con Renzi produce qualche novità sulle riforme e segna una svolta nella linea di Grillo. Che in questo modo però corre un pericolo.
Un incontro normale (ormai anche lo streaming lo è). Tra politici normali (ammesso che si possa definire così Matteo Renzi). Per parlare di una normale questione politica come la riforma elettorale (peccato il vizio di chiamarla con fastidioso latinorum). Ed è proprio la normalità la notizia eccezionale della riunione di ieri tra la delegazione del Pd e quella dei Cinquestelle, un piccolo evento dal quale potrebbero scaturire fatti nuovi sul terreno delle riforme (difficile) ma che vale soprattutto in sé, per il cambio di strategia da parte dei grillini.
La disponibilità al dialogo e al confronto, movimentato dalla necessità di Luigi Di Maio di arginare la facondia di Renzi, è un inedito per M5S. È quello che gli hanno sempre chiesto gli interlocutori politici a cominciare dal Pd (sempre con secondi fini, va ammesso), è sicuramente quello che si sono sempre aspettati tanti elettori, alla fine è stata la svolta decisa da Grillo e Casaleggio dopo la delusione delle Europee.
I fatti nuovi sul terreno della riforma elettorale stenteranno a concretizzarsi. Il Pd ha molte pulsioni interne sul ripristino delle preferenze, ma la disponibilità di Renzi non arriverà fino a rovesciare i termini dell’accordo con Berlusconi: se Forza Italia non cambia linea, Renzi non romperà l’intesa su questo punto. Analogamente, non è verosimile che M5S spinga il proprio interesse su doppio turno e premio di maggioranza fino al punto di entrare nella dialettica altrui: possono parlare col Pd, ma in cambio il Pd deve pagare il prezzo dell’abiura del patto del Nazareno.
Chiaramente Renzi trova ogni convenienza in questa versione aggiornata della politica dei due forni, che per di più gli offre la possibilità di farsi seguire dall’elettorato grillino senza subire demonizzazioni. Proprio per questo è facile la finestra di dialogo si chiuda presto e il blog di Grillo torni ricettacolo di pazzi come quelli che hanno aggredito Maria Elena Boschi.
Se questo negativo passo indietro si verificherà, non sarà solo per calcolo tattico. C’è un problema di fondo, identitario: può sopravvivere M5S alla “normalità” che tutti gli chiedono, a cominciare da intellettuali e giornalisti compagni di strada? Il dubbio è che Casaleggio e Grillo si siano rassegnati alla linea del confronto, ma che la loro originaria impostazione oltranzista fosse più funzionale alla natura del movimento e alla sua protezione dalle insidie di interlocutori pericolosi. Nessuno più pericoloso di Matteo Renzi.

mercoledì 25 giugno 2014

Il M5S da Renzi, è il dopo-Grillo

Mario Lavia 
Europa  

L'incontro Renzi-Di Maio ha fatto vedere che i grillini sono diventati un partito normale, che sta al gioco politico
Ricordate, a febbraio, la consultazione di Renzi, allora premier incaricato, con Grillo e gli altri Cinquestelle? Bene, dimenticatelo. Allora fu tutto un mandarsi a quel paese: il comico specialmente brillò per scostumatezza, con il povero Renzi che implorava, «Beppe, esci da questo blog, esci da questo streaming».
Cinque mesi dopo – in mezzo c’è stato il 40,8% del Pd renziano e il flop dei grillini con due milioni di voti in meno – la scena è cambiata radicalmente: nell’incontro fra Renzi (accompagnato da Zanda, Speranza, Moretti e Serracchiani) e il M5S (Di Maio, Brescia, Buccarella, l’”esperto” Toninelli) si è assistito ad un confronto costruttivo, pacato, di merito). Un novità assoluta. Non solo nei toni (che pure per un partito nato sul vaffa è quanto mai significativo), ma anche nella sostanza.
Nel merito della legge elettorale le novità ci sembrano soprattutto due: la disponibilità di Renzi ad affrontare la questione delle preferenze; e la simmetrica disponibilità del grillini ad accettare il doppio turno, che per il Pd è il vero cardine irrinunciabile dell’Italicum. E dunque si potrebbe dire che, almeno in teoria, fatto salvo il doppio turno (che consente di conoscere il nome del vincitore la sera stessa delle elezioni) l’Italicum è potenzialmente ri-discutibile. Come la prenderà Forza Italia? Capirà adesso che non può traccheggiare oltre?
In ogni caso, ora si discuterà senza tanti lacci e lacciuoli in commissione al senato. L’aria è che non è che si deve chiudere domani. Meglio un po’ di tempo in più, ma fare meglio: e ora nel gioco c’è anche il M5S.
Merito a parte, torniamo sull’importanza politica dell’incontro Renzi-Di Maio. Per ribadire, in conclusione, che si ha netta la sensazione che il M5S esce finalmente “da questo blog” e comincia a fare politica, non si schifa di sedersi al tavolo e di svolgere un ruolo nel gioco parlamentare. Sì, pare proprio che il M5S sia diventato un partito normale. In un certo senso siamo entrati nel dopo-Grillo, cioè si sta superando l’idea di un gruppo autoreferenziale e che sta solo sui tetti del parlamento. Non è una cattiva notizia.

mi faccia il piacere!!!!

Massimo D'Alema ieri avrebbe detto di Renzi: "non è un buon segretrio sta facendo soffrire il PD". Lo dice senza vergognarsi....Ma non ha pensato che con lui e quelli della ditta saremmo arrivati dopo Grillo? E ogni volta che si affacciava in TV perdevamo voti? D'Alema fattene una ragione...la tua idea di partito è il passato.... e la tua stagione è chiusa!
Riccardo Imberti

Scopriamo il Renzi di lunga durata

Stefano Menichini 
Europa  

La fase della corsa frenetica alle scadenze ravvicinate è finita. Ora il messaggio vincente in Europa è quello della stabilità e dei progetti di medio periodo: effetto miracoloso delle elezioni e di una maggioranza parlamentare che si gonfia.
Mille giorni. Tre anni. Fino al maggio 2017. Il premier che ama i cronoprogrammi ne ha tirato fuori un altro. Stavolta però non si tratta di una guerra lampo, una frenetica rincorsa per rispettare scadenze sovrapposte le une alle altre. L’impressione è che una prima fase – un po’ eroica, un po’ velleitaria, comunque di impatto – sia finita. Non c’è più bisogno di bruciare i tempi, e con essi avversari e ostacoli. Ora l’immagine da trasmettere, all’interno e all’estero, è quella di un governo rafforzato e rinfrancato che allunga il passo e fissa obiettivi di lungo periodo: più seri, ambiziosi, ragionati. Si abbassa il tasso di propaganda, ci si propone solidi e affidabili.
Il risvolto nazionale è evidente. Anche se nella politica italiana i traumi sono sempre possibili, svanisce l’ipotesi (che era rimasta presente) di elezioni anticipate necessarie a consegnare a Renzi una maggioranza sua, diversa da quella incerta ereditata dalle elezioni del febbraio 2013 e dalle larghe intese di Letta. Evidentemente l’effetto calamita del Pd (e nel Pd) in parlamento è talmente forte da fugare le paure di agguati. Anzi, in questi giorni Renzi scopre l’utilità di avere all’opposizione due poli equivalenti, con i quali giocare nella partita delle riforme: in caso di elezioni anticipate, almeno il polo di centrodestra rischierebbe di svuotarsi troppo e il gioco finirebbe.
La stabilità di governo è anche un potente asset da far valere in Europa. Paradossalmente, in questo momento l’Italia può considerarsi tra i paesi più stabili dell’Unione. L’impegno a realizzare le riforme promesse non si appoggia più su acrobatici artifici verbali, bensì su una maggioranza e su un programma che possono avere dei critici ma non hanno alternative.
È presto per verificare se le aperture di Angela Merkel su politiche di bilancio di maggiore flessibilità si tradurranno in realtà. Molto dipenderà dal ciclo economico, dalle mosse che Mario Draghi potrà consentirsi e dai rapporti di forza con i quali si uscirà dalla lunga transizione del potere europeo, fino al novembre prossimo.
Renzi ottiene ciò che prima di lui avevano chiesto Berlusconi, Monti, Letta. È la controprova che in Europa non serve alzare la voce, fare gli offesi o i sarcastici, minacciare. E neanche è risolutivo puntare sull’appartenenza a un ceto consolidato. L’unica via è conquistare un ampio consenso popolare su precisi obiettivi di cambiamento, battendo sul campo le forze dello scetticismo.

martedì 24 giugno 2014

basta compiti zia...

“noi non chiediamo di violare la regola del 3 per cento nel rapporto deficit/pil. Come la Germania di allora, però, vogliamo smettere di vivere l’elenco delle raccomandazioni come una lista della spesa, che trasforma l’Europa in una vecchia zia noiosa che ci spiega i compiti da fare. Non basta avere una moneta, un presidente in comune, una fonte di finanziamento in comune: o accettiamo destino e valori in comune o perdiamo il ruolo stesso dell’Europa davanti a se stessa”

Matteo Renzi