domenica 12 aprile 2020

"La profezia di Pasqua"

Le feste cristiane conservano, anche in una società largamente laica, il potere di commuovere gli animi e predisporre ad una considerazione più attenta delle cose. La Pasqua evoca la redenzione dell’uomo, che è in fondo la meta di ogni sforzo morale e di ogni impegno politico. Se la redenzione è l’affermazione di un valore fuori discussione e perciò, in sé, perfetta e compiuta, molti disegni di vita individuale e sociale sono invece in via di faticosa attuazione ed incontrano difficoltà gravi e talvolta insuperabili. Ma il principio resta, illuminante e stimolante. Il significato di questa giornata è nel riscontrare che in modo mirabile e misterioso, vi sono oggi, vi sono ora tutte le condizioni, perché l’uomo sia salvo, salvo per tutta intera l’estensione dell’esperienza umana. E’ un giorno di gioia, perché la salvezza è alla nostra portata. Ma è anche un giorno di preoccupazione, di critica e di ripensamento nel raffronto tra l’enorme possibilità offerta ed il ritardo, la limitatezza, la precarietà di ogni conquista umana: tra il bene dell’armonia e della pace, il quale contrassegna la pienezza della vita, e la realtà delle divisioni che separano l’uomo dall’uomo e lacerano il mondo.

La storia sarebbe estremamente deludente e scoraggiante, se non fosse riscattata dall’annuncio, sempre presente della salvezza e dalla speranza. E non parlo naturalmente solo di salvezza e di speranza religiosa. Parlo, più in generale, di salvezza e di speranza umane che si dischiudono a tutti coloro che hanno buona volontà. La gioia pasquale, della redenzione dell’uomo, della pienezza dell’uomo, della comune dignità e concordia degli uomini che sono chiamati a vivere insieme, non lascia nessuno indifferente, proprio perché essa corrisponde ad una esperienza più larga e costituisce il simbolo altamente emotivo della generale vocazione per andare al di là comunque di se stessi e a dare senso più pieno ed autentica dignità alla vita. L’esperienza politica, come esigenza di realizzare la giustizia nell’ordine sociale, di superare la tentazione del particolare, per attingere valori universali, è coinvolta dunque nello sforzo di fare, mediante il consenso e la legge, l’uomo più uomo e la società più giusta. Il che vuol dire perseguire, con gradualità e limiti certo inevitabili, la salvezza annunciata, ad un tempo luminosamente certa e paurosamente lontana.

Questo può essere forse un rasserenante richiamo in una giornata come questa. Tutto quello che si muove nel mondo, sia nel chiuso insondabile delle coscienze sia nella grande arena del collettivo e dell’esterno, ha la stessa difficoltà che lo mette alla prova, lo stesso sforzo e sacrificio che lo contrassegna, la stessa nobiltà di un traguardo esaltante. Possiamo tutti insieme, dobbiamo tutti insieme sperare, provare, soffrire, creare, per rendere reale, al limite delle possibilità sul piano personale come su quello sociale, due piani appunto che collegano e s’influenzano profondamente, un destino irrinunciabile che segna il riscatto dalla meschinità e dall’egoismo. In questo muovere tutti verso una vita più alta, c’è naturalmente spazio per la diversità, il contrasto, perfino la tensione. Eppure, anche se talvolta profondamente divisi, anche ponendoci, se necessario, come avversari, sappiamo di avere in comune, ciascuno per la propria strada, la possibilità e il dovere di andare più lontano e più in alto. La diversità che c’è tra noi non c’impedisce di sentirti partecipi di una grande conquista umana.

Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso identico destino: ma è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiano il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà e di rispetto e di dialogo. La pace civile corrisponde puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso umano, nella quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora, ciascuno a proprio modo, ad escludere cose mediocri, per fare posto a cose grandi.

Il motivo che più amareggia ed offusca la speranza di questi giorni è la constatazione non tanto della divisione, quanto di una divisione sottolineata e difesa dalla forza brutale ed ingiusta: della violenza aperta e di quella paurosamente tramata nell’ombra e non per contrastare altra violenza cristallizzata e potente ma proprio per contestare la libertà, nella quale si cammina verso il superamento di un passato finito e l’apertura di nuovi e più ampi orizzonti. C’è, soprattutto in questi giorni, del male personale e sociale da sradicare e del bene, visibile o, com’è più probabile, non visibile, da esaltare. Ma c’è, in tutta evidenza, lo squallido spettacolo della violenza, sempre meno episodico, purtroppo sempre più finalizzato alla degradazione ed all’imbarbarimento della vita, di fronte al quale è nostro dovere prendere posizione. Ne sono corrose le basi della convivenza civile ed è messo in causa lo Stato.

Restaurare lo Stato, rispettoso dei diritti ma intransigente contro ogni violazione e specie quelle che toccano la vita democratica, è un’inderogabile esigenza politica, da attuare con il minor numero possibile di parole ed invece con fatti stringati, come i tempi stringenti richiedono. Si chiamano in causa utili convergenze delle forze politiche sulle quali è doveroso portare l’attenzione con grande serietà e responsabilità. Ma tutto questo non sarebbe appropriatamente evocato nel giorno di Pasqua, mentre la gioia della liberazione è fortemente attenuata da incredibili contestazioni dei valori della convivenza, se si trattasse solo di un fatto politico che richieda un attento ripensamento nel suo proprio ambito.  Ma c’è di più, che siamo posti dinanzi ad un fatto allarmante che va cancellato essenzialmente nel nostro spirito: un segno vistoso di quella inammissibile vecchiezza, di quella insopportabile stortura, di quell’offesa all’umanità, per sradicare le quali, tra l’altro, è stato pagato un così alto riscatto e reso possibile un consolante annuncio di salvezza, di dignità, di libertà e di pace.

Aldo Moro

sabato 11 aprile 2020

Migranti. Papa Francesco a Mediterranea: «Contate su di me»


Nello Scavo venerdì 10 aprile 2020
Mentre in mare vengono ostacolate le missioni di salvataggio, il Pontefice scrive a "Mediterranea": «Grazie per tutto quello che fate. Vorrei dirvi che sono a disposizione per dare una mano sempre» 

«Grazie per tutto quello che fate. Vorrei dirvi che sono a disposizione per dare una mano sempre. Contate su di me». Ha risposto così papa Francesco alla lettera ricevuta giovedì da Mediterranea Saving Humans, la piattaforma per il salvataggio di migranti nel Mediterraneo.
A firmare la missiva era stato il capomissione Luca Casarini, dopo le ultime notizie dalla Libia. E ieri mattina papa Francesco ha fatto arrivare la sua risposta, scritta di suo pugno, per incoraggiare i volontari delle missioni umanitarie nel Mediterraneo.
Nella lettera, a nome di tutti i componenti dell'organizzazione, Casarini aveva manifestato l'amarezza per tutti gli ostacoli posti alle navi umanitarie, ma soprattutto per l'aggravarsi delle condizioni di migliaia di persone nei campi di prigionia in Libia e negli accampamenti in Grecia, dove ore incombe la minaccia del Coronavirus.
«In questi giorni terribili penso a che cosa facciamo in mare e che cosa proviamo quando abbiamo il privilegio di poter salvare dalla morte i nostri fratelli e sorelle migranti, mentre il mondo aveva la testa girata dall'altra parte», si legge nel testo del capomissione di “Rescuemed”. Con un pensiero proprio alla pandemia che «costringe tutti oggi a fare i conti con la lotta per la vita, a chiedere aiuto agli altri per salvarsi».
E papa Francesco risponde con parole di affetto e gratitudine: «Luca, caro fratello, grazie tante per la tua lettera», e per «la pietà umana che hai davanti a tanti dolori. Grazie per la tua testimonianza, che a me fa tanto bene». Salvando i profughi dall'imminente annegamento, Casarini (indagato e poi prosciolto insieme al comandante Pietro Marrone) aveva confidato al Pontefice di avere «sempre avuto la sensazione che stessimo salvando noi stessi, che erano in realtà quegli uomini, donne e bambini indifesi che stavano salvando noi. Oggi tutto è chiaro, trasparente come l'acqua di quel mare Mediterraneo che vogliamo immaginare come il “Grande Lago di Tiberiade”» .
Mediterranea sin dalle prime operazioni con la nave Mare Jonio aveva chiesto di avere un cappellano, indicato poi da diversi vescovi, tra cui Corrado Lorefice (Palermo), Erio Castellucci (Modena) e il cardinale Matteo Zuppi (Bologna) nel giovane don Mattia Ferrari. Da allora sono seguiti molti incontri con numerosi presuli italiani e stranieri, tra cui il cardinale Francesco Montenegro, il vicepresidente della Cei monsignor Antonino Raspanti, il cardinale Jean Claude Hollerich (presidente della Commissione degli episcopati dell'Unione europea), Giovanni Ricchiuti (presidente di Pax Christi Italia), il cardinale Luis Antonio Tagle (prefetto della Congregazione di Propaganda Fide) e il cardinale Michael Czerny, sottosegretario della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero Vaticano per lo Sviluppo umano integrale.
Un cammino che in questi anni ha coinvolto parrocchie, movimenti ed associazioni cattoliche nel sostegno delle operazioni di soccorso e per l'apertura di corridoi umanitari.
A inizio dicembre Papa Francesco aveva compiuto un gesto inatteso. Nell'accesso al Palazzo Apostolico dal Cortile del Belvedere, aveva fatto apporre una croce, realizzata con acqua di mare, con un giubbotto salvagente come simbolo dei tanti morti senza nome annegati nel Mediterraneo. La croce era stata realizzata e donata al Pontefice proprio da Mediterranea. Il salvagente era stato recuperato in mare il 3 luglio 2019 dalla barca a vela Alex, poi sequestrata sulla base dei decreti sicurezza ancora in vigore, e infine riconsegnata al termine dell'indagine allo skipper Tommy Stella e all'equipaggio di mediterranea. «Ho deciso di esporre qui questo giubbotto salvagente, “Crocifisso”su questa croce, per ricordarci – aveva detto Papa Francesco – che dobbiamo tenere aperti gli occhi, tenere aperto il cuore, per ricordare a tutti l'impegno imprescindibile di salvare ogni vita umana, un dovere morale che unisce credenti e non credenti». Parole riassunte ieri in quel rinnovato: «Contate su di me».
IL TESTO DEL MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO
+ IHS
10.04.2010
Luca, caro fratello, grazie tante per la tua lettera che mi ha portato Michael.
Grazie per la pietà umana che hai davanti a tanti dolori. Grazie per la tua testimonianza, che a me fa tanto bene.
Sono vicino a te a ai tuoi compagni. Grazie per tutto quello che fate. Vorrei dirVi che sono a disposizione per dare una mano sempre. Contate su di me. Ti auguro una santa Pasqua. Prego per Voi, per favore, fatelo per me.
Che il Signore Vi benedica e la Madonna Vi custodisca. Fraternalmente,
Francesco

giovedì 9 aprile 2020

Il 9 aprile 1945 l’uccisione di Dietrich Bonhoeffer nel lager di Flossenbürg

A costo di bruciarsi le dita

Il 9 aprile 1945 Dietrich Bonhoeffer venne impiccato nel lager di Flossenbürg. Aveva trentanove anni. Insieme a lui c’erano l’ammiraglio Canaris, il generale Oster, il giudice Sack e il capitano Gehre. Da quando la Gestapo aveva scoperto negli archivi di Zossen alcuni documenti che dimostravano il loro coinvolgimento nel fallito attentato contro Hitler del 20  luglio 1944, queste persone non ebbero scampo. Se le avevano lasciate ancora vive, era solo perché i nazisti speravano di poter ricavare delle informazioni da qualcuno di quei detenuti eccellenti. In particolare l’ordine di uccidere Bonhoeffer partì dal Führer in persona, rinchiuso nel bunker di Berlino.
Stiamo parlando di un pastore luterano, uno dei più grandi teologi del Novecento: definizione corretta, benché insufficiente. Molti anni fa, al termine di un viaggio, consapevolmente spericolato, sulle sue tracce, mi chiesi cosa avessi imparato da lui. «Spendersi, contar niente, sporcarsi le mani, lasciarsi trafiggere dal punto di vista altrui, essere pronto a perdere tutto e ricominciare da capo»: ecco le prime risposte che mi vennero in mente. Ognuna di esse ha continuato ad aprire, dentro di me, proficue risonanze: ma sempre più mi accorgo che queste parole vanno riconquistate ogni giorno, quasi fossero cime impervie. Non si possono dare per acquisite.
Nella primavera del 1924 Dietrich, con il fratello Klaus, compì un viaggio in Italia, fermandosi in particolare nella capitale. Nel diario non mancò di annotare due visite alla basilica di Santa Maria Maggiore: «Ho visto con piacere così tanti volti seri, per i quali non vale tutto ciò che si dice contro il cattolicesimo. È molto toccante vedere che anche i bambini si confessano con autentico fervore».
Sin da ragazzo sentì l’inadeguatezza di qualsiasi formula precostituita. Voleva toccare con mano le cose, a costo di bruciarsi le dita: superò quindi la pura dimensione verbale per affrontare la realtà.
Tutta la sua esistenza si configura come un’espansione d’energia che lo spinse ad abbandonare, alla maniera di un rottame sul bagnasciuga, la semplice cura di sé: dalle lezioni accademiche di Adolf von Harnack alla scoperta del  Don Chisciotte, dalle aule universitarie ai casali di Finkenwalde, dalle corride di Barcellona alle chiese nere di Harlem, dalla vanità personale alla piena consapevolezza del destino comune. Bonhoeffer, come avrebbe fatto un uomo in corsa che perde sangue, restò nel fuoco dialettico della terribile controversia storica in cui si trovò a vivere, senza credere di poter conservare una coscienza immacolata: la mise anzi costantemente a rischio nelle relazioni personali, a costo di alienarsi le simpatie di chi gli stava accanto, ad esempio Karl Barth, il suo primo mentore.
Ciò avvenne nelle scelte supreme (il ritorno dagli Stati Uniti nel 1939, l’estrema accettazione tragica di Schőnberg, in Baviera, quando gli scagnozzi di Hitler lo prelevarono per l’ultima volta per destinarlo al patibolo); ma soprattutto nella quotidianità, pubblica (i congressi ecumenici degli anni Trenta, la cattedra e il pulpito) e privata (il culto dell’amicizia, la passione familiare, il fidanzamento con Maria von Wedemeyer). 
La prospettiva che si fa largo in lui a partire dai capitoli raccolti nell’Etica,  specie quello centrale dal titolo La struttura della vita responsabile,  ci consegna l’immagine dell’uomo completo, integrata, negli anni del carcere, anche dalla lettura del Witiko, celebre romanzo di Adalbert Stifter: uno dei lasciti più appassionanti della straordinaria testimonianza bonhoefferiana. Come dobbiamo intendere tale indicazione? Non l’individuo delle possibilità, bensì quello dei limiti. E della tragica consapevolezza del male, nel segno della statua del Laocoonte, ammirata sin da ragazzo ai Musei vaticani e subito collegata a Isaia, “uomo dei dolori”. Basta entrare in quest’ottica per uscire dalla vulgata vitalistica novecentesca del viaggio senza ritorno, del deragliamento dei sensi, dell’arbitrio analogico. 
La persona a cui pensa Dietrich Bonhoeffer non esegue un programma teorico stabilito in anticipo a tavolino, neppure si limita a sviluppare armonicamente le sue attitudini, fossero anche speciali e rare. Accetta se stesso dentro la sequela di Cristo, rigettando il criterio del successo (inteso come riuscita) quale misura e giustificazione dei propri gesti. Aderisce al mondo delle cose nell’esercizio di una responsabilità attiva dalla quale sarebbe vano pretendere una salvaguardia individuale.
La fede non è una polizza d’assicurazione. La Chiesa non è una farmacia. Dio non è un tutore. E neppure un tappabuchi. Dobbiamo crescere, diventare autonomi, maggiorenni, uscire con risolutezza dall’eterna indecisione, dagli ossimori che paralizzano, dai discorsi retorici, mettendoci alle spalle tutti gli alibi interiori. Un uomo così risulta vulnerabile perché disposto, nell’imitazione evangelica, a prendere su di sé la colpa; dire la verità non significa semplicemente dirla: bisogna tener presente le conseguenze che si producono. Chi vive sbaglia.
L’azione veramente significativa non scaturisce dalla virtù privata, paga di se stessa, ma cerca ad ogni costo lo sguardo dal basso: quello degli esclusi, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola, dei sofferenti. Sono questi i grandi temi presenti nelle sue opere fondamentali:  Vita comune,   Sequela,   Etica  e soprattutto  Resistenza e resa,  un libro che può davvero cambiare la vita di chi lo legge, composto nel carcere berlinese di Tegel, sotto i bombardamenti dell’aviazione alleata. Le azioni senza verifica sono destinate a fallire, ma anche le parole prive di riscontri si trasformeranno presto in piante a cui manca l’acqua. Spugne secche. Sterili vaticinii. Fino alla dichiarazione più bella: «Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene».

sabato 4 aprile 2020

RISPOSTA DI DEL BONO A SALVINI.

4 aprile 2020
SALVINI, col solito tono da tribuno di periferia aveva detto : “ Una notizia che ha quasi dell'incredibile: a Brescia i familiari devono pagare per trasportare i propri cari defunti. A denunciarlo è la Lega. “Mentre i sindaci della Lega distribuiscono mascherine e stoppano le imposte comunali - scrive in una nota Matteo Salvini -, il Comune di Brescia conferma una 'tassa sulla morte', pretendendo 142 euro per il trasporto delle bare. Caro Sindaco, sarebbe meglio lavorare tutti insieme per aiutare le famiglie bresciane. La Lega propone inoltre di usare i dividendi di A2A (circa 60 milioni) per abbattere il costo delle bollette del 50%. Per una volta, non ce lo chiede l’Europa ma lo chiede Brescia”.

La risposta di DEL BONO : “Quella di Salvini è una proposta da Cettolaqualunque. Un leader nazionale che si candida a diventare premier dovrebbe sapere che i comuni andranno in default per mancanza delle entrate”. Così il sindaco di Brescia Emilio Del Bono risponde al leader della Lega Matteo Salvini che aveva chiesto di utilizzare i dividendi di A2A (circa 60 milioni) per abbattere il costo delle bollette del 50%. “Perché dovrei dimezzare le bollette ad un milionario?” chiede Del Bono. “I soldi vanno dati a chi ne ha bisogno” spiega il sindaco di Brescia che poi aggiunge. “Come Comune abbiamo già sospeso molti tributi locali e rinviato una serie di pagamenti oltre ad aver attivato un fondo a sostegno delle fasce più deboli”. Infine Emilio Del Bono ha spiegato: “Salvini dovrebbe dedicarsi a fare una misura per i comuni. Siamo in frontiera e rischiamo di non riuscire ad erogare i servizi per i cittadini. Serve una manovra che contenga una misura straordinaria per i Comuni e spero che anche Salvini sia al fianco di tutte le amministrazioni in questo momento e dovrebbe difendere Brescia dalle disattenzioni del Governo e della Regione Lombardia". ANSA

QUELLA PRETESA «CRISTIANA» DELLE DEMOCRAZIE ILLIBERALI

Pierluigi Castagnetti
Avvenire 3 aprile 2020
L’Ungheria dal post-comunismo al nazionalismo dei «pieni poteri» di Orbán
Caro direttore, nella primavera del 1990, all’indomani della caduta del Muro e alla vigilia delle prime elezioni democratiche, incontrai, assieme a Guido Bodrato, nel vescovado di Esztergom che è anche la diocesi di Budapest, il cardinal László Paskai, primate d’Ungheria, per discutere della nuova situazione, sotto il profilo sia politico sia pastorale.
Dagli appunti di viaggio rileggo con una certa commozione le parole del presule. Alla mia domanda su come potessimo aiutare, noi cattolici italiani, soprattutto i giovani ungheresi a prendere confidenza con la democrazia e a formarsi a un impegno politico, rispose con un sorriso amaro: «Abbiamo bisogno di tutto». E aggiunse: «Noi non sappiamo cosa sia la democrazia. Voi non potete capire perché avete avuto una dittatura che è durata 'solo' vent’anni, ma noi, finita la guerra ne abbiamo aggiunto altri quaranta. Da noi semplicemente non esistono più coloro che hanno anche pallida memoria della democrazia. C’è un piccolo nucleo di intellettuali di formazione liberale. Per fortuna. Ma non ci sono educatori. Non ci sono neppure docenti universitari che nel loro curriculum abbiano potuto studiarla. Non ci sono testi di diritto costituzionale. Dovremo importare un’intera bibliografia dall’Europa ma, poiché in pochi conoscono lingue straniere diverse dal russo, dovremo tradurre e poi stampare. Sarà un lavoro lungo e dall’esito non scontato, soprattutto per la formazione di una società civile consapevole. Speriamo di riuscirci».
Incontrammo poi il presidente Antal, liberale, amico di Nino Andreatta, che ribadì le stesse valutazioni del cardinale, aggiungendo che, per quanto lo riguardava, avrebbe assunto come punto di riferimento la figura di Alcide De Gasperi che proprio in quei giorni stava studiando.
Ogni volta che mi occupo di Ungheria mi vengono alla mente questi due incontri. In particolare oggi, dopo che Viktor Orbán sull’onda della crisi innescata dalla pandemia da coronavirus si è fatto assegnare da un Parlamento di cui controlla i due terzi dei componenti, i pieni poteri, senza limite di tempo. Orbán è una figura che seguo da tempo e che ha cominciato a insospettirmi sin dall’inizio per i suoi reiterati silenzi nelle riunioni della presidenza del Ppe, prima che arrivassero le parole degli ultimi anni assai più inquietanti.
Il suo disegno dichiarato, come noto, è quello di realizzare in Europa un modello di «democrazia cristiana», una denominazione che non ha nulla a che fare con le esperienze dei partiti a ispirazione cristiana dell’Europa del dopoguerra. L’evocazione religiosa è solo nominalistica e finalizzata a creare una forma di identificazione collettiva, oltreché a dare solidità a un progetto politico dai contenuti poco definiti e preferibilmente poco dicibili. Il presupposto di partenza è rappresentato dalla convinzione che il popolo magiaro, come indole, sia poco interessato alla democrazia e alle sue forme, quanto piuttosto a un agonismo/antagonismo politico sul modello destra/sinistra. Nell’assenza di leadership forti nei partiti liberali e cattolico-popolari, Orbán ha sviluppato il suo progetto nel corso degli ultimi vent’anni, incuriosendo e sorprendendo per i risultati elettorali ottenuti, i partner del Ppe, a partire da Kohl. Ha lavorato molto sulla spaccatura della società, sul modello politico amico/ nemico dichiaratamente schmittiano. La cultura dell’odio. «Sono disperato per la cultura dell’odio che sta consumando la mia Ungheria», ripete da anni l’intellettuale ungherese Imre Kertész.
Era del tutto evidente che saremmo arrivati ai pieni poteri. Peraltro con il consenso della maggioranza dei cittadini e del Parlamento, diciamo pure nella piena tradizione delle dittature del Novecento europeo. Qual è stato e qual è il ruolo svolto dalla religione, o meglio da una certa immagine di religione, in una società che in stragrande maggioranza professa anche oggi l’ateismo, non più di Stato, ma come opzione liberamente scelta, è la vera questione, su cui da alcuni mesi ha cominciato a lavorare tra altri Mauro Magatti, con qualche iniziale riserva da parte mia, oggi evidentemente superata.
Partiamo da ciò che dice l’interessato del suo movimento e del suo disegno politico: «Diciamo con sicurezza che la democrazia cristiana non è liberale. La democrazia liberale è liberale, mentre la democrazia cristiana per definizione non è liberale. È, se vi piace, illiberale. E possiamo dirlo in particolare in relazione ad alcune questioni importanti. La democrazia liberale è a favore del multiculturalismo, mentre la democrazia cristiana dà priorità alla cultura cristiana; questo è un concetto illiberale. La democrazia liberale è pro immigrazione, mentre la democrazia cristiana è anti-immigrazione; questo è un concetto davvero illiberale. La democrazia liberale si schiera a favore di modelli familiari adattabili, mentre la democrazia cristiana poggia sui fondamenti del modello familiare cristiano; ancora una volta questo è un concetto illiberale » (Il Regno-documenti, 17/2018).
La cosa interessante è rappresentata dal fatto che con queste idee, Orbán nelle elezioni del 2018, ha raccolto il 47% dei suffragi e due terzi dei parlamentari, in un Paese che all’80% è fatto di non credenti, e in cui il 67% dei giovani, dai 19 ai 29 anni, dichiara di non sentirsi assolutamente interessato ad alcun discorso religioso (indagine promossa dall’Institut Catholique de Paris, appena prima delle elezioni). Per capire l’incertezza del Ppe su come trattare il caso Orbán, occorre allora riflettere su questo fenomeno che in una qualche misura potrebbe anticipare un processo di potenziale estensione dei movimenti nazionalisti nel continente («Il nazionalismo è la guerra», si ricorderà, è stato sino alla fine dei suoi giorni il motto di di Helmut Kohl), oltre che su ragioni politiche evidenti perché i voti di Fidesz sono necessari a garantire la maggioranza alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
Il tema è particolarmente sconvolgente per i cattolici italiani che, a partire da Sturzo e poi con De Gasperi, hanno fondato il loro impegno politico, «non in nome ma a causa della fede», proprio sull’incontro fra cristianesimo e democrazia.
Ma è la Chiesa stessa ad essere minacciata da questa idea di cristianesimoamuleto elettorale, totalmente disancorato dal magistero e dal Vangelo.
Epperò i tempi ormai stringono. Non è solo il Ppe a essere interpellato, ma le istituzioni della Ue, che debbono esprimersi sulla possibilità che si affermi nel continente, esplicitamente, e persino con iattanza, un’idea di democrazia illiberale, come dato di normalità. Senza evocare immagini che vorremmo non fossero mai più ripetibili, possiamo dire che sono ormai giunti i tempi in cui bisogna passare da Neville Chamberlain e Winston Churchill. Prima che sia troppo tardi.