lunedì 27 giugno 2016

Dalla Spagna arrivano buoni argomenti a favore della riforma italiana.


Giorgio Tonini
27 giugno 2016
Le elezioni spagnole, a distanza di soli sei mesi dalle precedenti, hanno di nuovo dato un risultato nullo: i quattro partiti principali si sono spartiti i seggi senza lasciar intravedere alcun governo possibile. I seggi della Camera spagnola sono 350. I popolari ne hanno conquistati 137, i socialisti 85, l'alleanza tra Podemos e Izquierda Unida 71 e Ciudadanos 32. Altri 25 seggi sono andati a forze minori. L'unico governo possibile è una "Grosse Koalition" alla tedesca tra popolari e socialisti. Ma i socialisti spagnoli non sono entusiasti all'idea di seguire le orme della Spd, che sta pagando caro, in termini di consenso, il suo appoggio a Frau Merkel. Per di più, i popolari spagnoli non sono democristiani storici come la Cdu, ma un partito dalle altrettanto storiche radici franchiste. Sarebbe insomma un'alleanza difficile: sia sotto il profilo programmatico, che sotto quello politico-culturale. Rischierebbe di aprire spazi immensi a Podemos-IU. D'altra parte non si può neppure pensare di tornare a votare per la terza volta... Anche perché, nel frattempo, Rajoy continua a governare da mesi senza la fiducia del Parlamento... Un bel rompicapo.
A meno che... A meno che non si faccia decidere agli elettori quale dei due partiti arrivati primi debba governare. Con un bel ballottaggio tra popolari e socialisti. Come prevede la legge elettorale in vigore da noi, il cosiddetto "Italicum". Che assegna al partito che al primo turno supera il 40 per cento dei voti una (limitata) maggioranza assoluta in seggi (340 su 630). E se nessuno arriva a quella soglia (come è successo in Spagna), restituisce la parola agli elettori, facendo decidere a loro quale delle due forze maggiori debba governare.
Sarà opportuno tenere bene a mente la "lezione spagnola" quando, in autunno, andremo a votare al referendum costituzionale. Se voteremo Sì alla riforma avremo un sistema che, superando il bicameralismo paritario, assegnando alla sola Camera il potere di dare e togliere la fiducia al governo e prevedendo (fuori dal testo costituzionale, ma in coerenza con esso), una legge elettorale maggioritaria a doppio turno (per l'appunto l'Italicum), crea le condizioni perché siano i cittadini-elettori a decidere chi debba governare. Se invece vinceranno i No, ci terremo il Senato attuale, doppione della Camera, e ci troveremo in uno scenario spagnolo: alle prossime elezioni, assai probabilmente, non vincerà nessuno e bisognerà mettersi a discettare di governi di coalizione tra forze eterogenee, governi tecnici, deboli, instabili e non decisi dagli elettori. Il massimo, in un momento difficile come quello che tutta l'Europa sta attraversando...
I rapporti di forza emersi dalle recenti elezioni amministrative hanno dimostrato che il governo del paese è e resta contendibile, almeno da tre proposte politiche diverse: Pd, M5s e centrodestra. Tutti e tre possono ragionevolmente aspirare a vincere e governare. Perché allora M5s e centrodestra si ostinano a opporsi alla riforma e all'Italicum? È chiaro: perché non vogliono che Renzi e il Pd si appuntino al petto la medaglia di aver finalmente portato a casa una riforma della quale il paese ha un grande bisogno e che è attesa da decenni. Ma è altrettanto chiaro che si tratta di una posizione cinica e miope. Cinica, perché ignora l'interesse del paese ad avere un governo stabile legittimato dagli elettori. E miope, perché sembra ignorare che alle prossime elezioni politiche potrebbe toccare a uno dei due poli del No mangiarsi le mani, quando si troverà nell'impossibilità di governare, pur avendo, magari, vinto le elezioni.

domenica 26 giugno 2016

Cari ragazzi, l'Europa è vostra: non lasciate vincere i venditori di paure


Oggi le paure dei vostri genitori e dei vostri nonni hanno deciso che la Gran Bretagna tornasse ad essere un’isola, che voi diventaste stranieri dall’altra parte della Manica
di MARIO CALABRESI
Cari ragazzi europei, siete nati in un continente di pace, non avete mai visto la guerra sotto casa, siete cresciuti senza frontiere, progettando di studiare in un altro Paese, fidanzandovi durante l’Erasmus, scambiando messaggi con gli amici sulle occasioni per trovare lavoro o sui voli meno costosi per vedere un concerto.
Non importa se siete nati a Cardiff, a Bologna, a Marsiglia a Barcellona o a Berlino, oggi le paure dei vostri genitori e dei vostri nonni hanno deciso che la Gran Bretagna tornasse ad essere un’isola, che voi diventaste stranieri dall’altra parte della Manica.
I vostri nonni, che sanno cosa è stata la guerra, dovrebbero avere a cuore un futuro di libertà per voi, ma insieme ai vostri genitori si stanno lasciando incantare da chi racconta che rimettere muri, frontiere, filo spinato servirà a farci vivere più tranquilli, sicuri e sereni. Che tornare ad avere ognuno la propria moneta riporterà lavoro, prosperità e futuro.
Vi stanno raccontando che la democrazia diretta e i sondaggi in tempo reale risolvono magicamente i problemi, che esistono sempre soluzioni semplici e a portata di mano, che non c’è più bisogno di esperti e competenze, che la fatica e la pazienza non sono più valori, che smontare vale più di costruire. Il continente è malato, ma la febbre di oggi è la semplificazione, l’idea che sia sufficiente distruggere la casa che ci sta stretta per vivere tutti comodamente. Peccato che poi restino solo macerie.
Aprite gli occhi, guardate lontano e pretendete un’eredità migliore dei debiti. Vogliamo avere pace, speranza e libertà, non rabbia, urla e paure.
Tappatevi le orecchie, non ascoltate gli imbonitori e pretendete politici umili, persone che provino a misurarsi con la complessità del mondo e siano muratori e non picconatori.
Segnatevi sul calendario la data di ieri, venerdì 24 giugno 2016, e cominciate a camminare in un’altra direzione, a seminare i colori e le speranze.
Una ragazza inglese che ha votato sì, ma non è riuscita a convincere suo padre e suo zio a fare lo stesso, ieri ha promesso ai suoi amici europei, con una voce tremante che mescolava imbarazzo e rabbia: “Verrà il nostro turno della nostra generazione e allora torneremo”. Ci contiamo.

sabato 25 giugno 2016

c'era un ragazzo che come me...

...Non è sconvolgente che a decretare la Brexit sia stata proprio la generazione dei Beatles e dei Rolling Stones, quella che voleva cambiare il mondo e oggi in effetti lo ha cambiato, ma nel senso che se lo è chiuso dietro le spalle a doppia mandata? ...
Massimo Gramellini

mercoledì 22 giugno 2016

Romano Prodi: “Contro il populismo serve progetto e radicamento popolare”


L'Unità 22 giugno 2016
Romano Prodi in un’intervista a Repubblica commenta il risultato elettorale e il quadro internazionale
Parlando a Repubblica dal suo ufficio di Bologna Romano Prodi commenta il risultato elettorale e analizza ciò sta succedendo ai partiti e alla politica, più in generale alla classe dirigente.
“Alle grandi forze politiche nazionali manca un’interpretazione della storia e del presente” dice il Professore  che avverte anche sul rischio del logoramento. “Cambiare politiche, non solo politici. Se non cambiano le politiche, il politico cambiato si logora anche in due anni”. E’ la sintesi della ricetta messa in campo.
Prodi sottolinea come non esista un progetto per uscire dalla crisi e che la personalizzazione della politica sia la prima risposta alla crisi. “La gente vota i politici perché spera che cambino le cose, la personalizzazione è un riflesso. Infatti in queste elezioni hanno vinto dei volti sconosciuti. La personalizzazione non regge se non cambia le cose, o non dà almeno la speranza concreta di poterle cambiare”.
L’ex premier si sofferma anche sul quadro internazionale strettamente legato a quello italiano: “Non basta guardare il voto di questa o di quella città. C’è un’ondata mondiale, partita in Francia, ora in America. Lo chiamano populismo perché pur nell’indecifrabilità delle soluzioni interpreta un problema centrale della gente nel mondo contemporaneo: l’insicurezza economica, la paura sociale e identitaria”.
E sulle ragioni della vittoria dei Cinque Stelle, spiega che “Hanno risposte emotive e confuse, semplici motti specifici su angosce specifiche, via gli immigrati, punire le banche, ma neanche una riga che spieghi come potrebbero fare. Ma il loro vantaggio è un altro: sanno adattarsi alle paure. Questi movimenti nascono in genere molto di parte, orientati, partigiani. Hanno un certo successo poi si fermano, perché le loro soluzioni mostrano un limite ideologico. E allora si allargano da destra a sinistra e da sinistra a destra”.
Infine delinea la direzione da seguire: “Progetto e radicamento popolare. Il cambiamento possibile, fatto entrare nel cuore della gente. Il solo ad averlo capito è papa Francesco”.

martedì 21 giugno 2016

Volare al governo


Giorgio Tonini
20 giugno 2016
"E ora voliamo verso il governo nazionale". Così Beppe Grillo ha commentato la netta vittoria del M5s ai ballottaggi di ieri. Un obiettivo non solo legittimo, ma pure realistico. Anche se l'esperienza storica dice che non sempre i successi alle amministrative si ripetono alle elezioni politiche. Perché gli elettori distinguono nettamente e con sapienza tra l'elezione di un sindaco e la scelta del governo nazionale. E perché le grandi città sono solo una parte del Paese e neppure quella maggioritaria: la maggioranza degli italiani vive in provincia, nei piccoli centri e senza il voto di questa Italia "profonda" non si arriva al governo del Paese. Naturalmente questo "caveat" vale per tutti, non solo per il M5s. Vale anche per il Pd. E dunque esso non inficia minimamente il carattere realistico dell'obiettivo indicato ai suoi militanti ed elettori da Beppe Grillo. Piuttosto, l'ambizione di "volare al governo" deve fare i conti con una fastidiosa, ma ineludibile domanda: se il volo dei grillini avrà successo, lo troveranno davvero il governo del Paese? O troveranno invece un sistema ingovernabile? Non è una domanda oziosa. Nei comuni, dove hanno vinto la competizione elettorale, i candidati sindaco hanno conquistato la guida delle rispettive città. Se ciò è potuto accadere è per merito di un sistema istituzionale (elezione diretta del sindaco con annesso premio di maggioranza in consiglio comunale) e di una legge elettorale (a doppio turno) che consentono ai cittadini di decidere chi deve governare le città e a chi vince le elezioni di essere messo nelle condizioni di farlo. Ma questo scenario potrà essere replicato sul piano nazionale alle prossime elezioni politiche? La risposta non può che essere problematica: dipende. Dipende da come andrà il referendum sulla riforma costituzionale (e, indirettamente, su quella elettorale), previsto per il prossimo mese di ottobre. Se vinceranno i Sì e la riforma potrà quindi entrare in vigore, alle prossime elezioni politiche una forza, quella premiata dal voto dei cittadini, potrà effettivamente "volare al governo nazionale". Se invece vinceranno i No e la riforma sarà bocciata, andremo a elezioni politiche che, con tutta probabilità, per non dire con assoluta certezza, non consacreranno nessun vincitore e nessuno potrà quindi "volare" al governo: si dovrà "aprire un tavolo di trattative e verificare la possibilità di convergenze politiche e programmatiche che consentano la formazione di un governo tra forze politiche che sono e restano alternative tra loro", eccetera eccetera eccetera. Auguri. Dunque, solo se e a ottobre vincerà il Sì, nel 2018 saranno gli elettori a decidere chi deve governare il paese. E mi pare di assoluta evidenza, tanto più dopo i risultati di domenica, che la partita sia aperta, anzi apertissima, come deve essere in una vera e solida democrazia. Forse anche a molti avversari del Pd, a cominciare dal M5s, converrebbe quindi riflettere per un attimo, con serietà e onestà: davvero un No in odio a Renzi vale il prezzo di gettare il paese nell'ingovernabilità, quando invece, approvando le riforme, si potrebbe, agli elettori piacendo, "volare" alla guida di un paese governabile e per questo forte e rispettato in Europa?

Il voto


Pierluigi Castagnetti
20 giugno 2016
"Non è stato un voto di protesta, ma di cambiamento", ha appena detto Matteo Renzi. Le due valutazioni peraltro non sono in contraddizione: si protesta perché si vuole un cambiamento; si vuole cambiare perché non piace la situazione precedente. Io mi limito a osservare che non si tornerà indietro, chi ha votato in un certo modo lo ha voluto fare e non è vero che può essersi pentito: le esperienze passate ce lo confermano. E, dunque, chi pensa che se il Pd si fosse collocato un po' più a sinistra o un po' più a destra avrebbe vinto, metta il cuore in pace: è cambiato lo stato d'animo dei cittadini, la loro mobilità elettorale, il loro abbandono di ogni senso di appartenenza ideologica. Sarà bene che nella Direzione nazionale Pd del 24 giugno lo si consideri. Ci possono essere macro-questioni specifiche nei risultati di Roma e di Torino su cui meriterà soffermarsi. Ad esempio, sin dall'inizio della campagna di Roma mi è capitato di osservare con Giacchetti che non riuscivo a capacitarmi del fatto che tutta la grande indignazione per lo scandalo di mafia-capitale si scaricasse solo sul Pd mentre veniva graziato l'arcipelago delle destre, pur essendo stato quello scandalo incubato e costruito sotto la gestione Alemanno. Forse andava denunciato nettamente da parte Pd. Fermo restando che verso questo partito si è ripetuto l'atteggiamento che l'elettorato manifestò nei confronti della Dc al tempo di tangentopoli: vi sono forze politiche, infatti, che avendo dichiarato nel proprio Dna l'esigenza etica, quando la contraddicono - non importa la misura -non vengono assolutamente perdonate, mentre verso altre vi è maggiore tolleranza. La questione morale è cosa ben più ampia e seria della questione delle indennità parlamentari, dovremmo sempre saperlo. A Torino, invece, a me pare che sia prevalsa la volontà di spezzare il circuito di un establishment che da troppi anni controlla la città e noi, senza sottovalutare i grandi meriti di Fassino, siamo vissuti come parte di tale sistema. Il caso o l'intelligenza dei nostri avversari ha messo in campo una candidata di una certa qualità (un amico che la conosce bene me l'ha definita una "democristiana" di qualità: si vedrà) e ciò ha concorso a determinare quel risultato. In entrambe queste metropoli poi abbiamo assistito (basta esaminare il voto di zona) a una vera e propria esplosione di rabbia popolare. La condizione reale della vita delle persone sta tornando un motore politico di straordinaria forza. Conclusione: la politica, in particolare la politica del Pd, deve tornare a incarnarsi maggiormente nella realtà, deve cercare di conoscerla prima di ogni altra cosa, deve spiegare le proprie scelte difficili con parole umili e convincenti, trasmettendo la sofferenza per non riuscire a soddisfare le esigenze più gravi e urgenti assicurando che le stesse continueranno a rappresentare il proprio assillo. Meno circolano ideologie e fedi religiose, più c'è necessità di calore umano anche nel linguaggio politico. E infine: è necessario dedicarsi sistematicamente alla coltivazione di una militanza politica personalmente disinteressata e capace di tenere l'orecchio a terra. Per non avere sorprese, almeno. Per fare questo non è necessario separare il doppio incarico, anzi!, è necessario avere un progetto preciso al riguardo. E fede.