foto del giorno
domenica 19 giugno 2016
Per la bella politica
Walter Veltroni
L'Unità 19 giugno 2016
Sarebbe un giorno sprecato questo se,
anche nelle elezioni comunali, prevalesse l’emotività sulla
ragione
Chi segue questa rubrica sa bene che la
mia principale inquietudine, da mesi, risiede nell’intreccio tra
recessione, precarizzazione della vita, emotività della “società
dell’istante”, una combustione che temo possa generare qualcosa
di spaventosamente inedito per la nostra generazione.
Non parlo solo dell’Italia, ma del
mondo occidentale e dell’Europa in particolare. Stiamo vivendo una
di quelle fasi di perdita di senso e di ragione che , ciclicamente,
colpiscono, date determinate condizioni, le opinioni pubbliche. Ce lo
dice l’assassinio della deputata laburista inglese, straziata da un
neonazista. Una deputata, una donna che ha fatto della politica il
senso della sua vita e che forse, se non fosse stata uccisa, sarebbe
stata dipinta, dallo spirito del tempo, come un’esponente del
potere, dell’establishment, il vero nemico di tutti quelli che,
cancellando destra e sinistra, aspirano a farsi loro establishment.
Jo Cox è stata una vittima della intolleranza ed era una donna che
credeva nei propri valori, che combatteva belle battaglie e difendeva
principi. Era una delle tante espressioni della buona politica,
quella che dovrebbe ritornare , per strappare l’erba maligna della
riduzione della più bella missione civile a puro potere, a
personalismo, correntismo, affarismo, corruzione.
Quando, per effetto di una serie di
fattori di crisi, la paura diventa regina e l’intolleranza dilaga,
allora la violenza, forma estrema di perdita del senso della vita,
compare con il suo carico di sangue e di vittime. Come la follia che
sta trasformando ogni giorno una manifestazione sportiva, gli Europei
di calcio, in una spaventosa saga di violenza, di razzi sparati, di
aggressioni a persone ree solo di essere nate in un altro paese, come
in guerra. E che dire dell’orrore di un essere umano che uccide un
uomo, la moglie e si chiede, in diretta su un social network, cosa
fare di un bambino di tre anni che dorme nella casa in cui lui ha
appena sgozzato sua madre? Cosa pensare di chi entra in un locale gay
e spara su ragazzi inermi? La violenza, forma estrema
dell’intolleranza, è un nemico che abbiamo imparato a conoscere,
noi che abbiamo visto persone che conoscevamo essere uccise o
uccidere, negli anni della follia terrorista.
La politica sembra ignorare tutto
quello che accade, salvo inseguire, affannata, le conseguenze.
Sembra, spesso, avere l’astuzia di un ispettore Clouseau che, pur
avendo squadernati davanti agli occhi tutti gli indizi, non riesce a
metterli insieme con un ragionamento compiuto e venire a capo di un
caso. Cos’altro deve succedere per far capire che siamo entrati in
un tempo inedito della storia dell’uomo? Che nulla tornerà come
prima, dopo la bufera? Tutto è messo in gioco, tutto è in
discussione. Persino la democrazia.
La politica, quando c’era, era un
laboratorio di idee, di analisi e di tentativi di leggere il
presente. Era la costruzione collettiva di una consapevolezza comune.
Si parlava, si discuteva, si passavano ore e giornate per i
decifrare, dalle sezioni di un quartiere ai vertici nazionali, i
passaggi di fase storica e per spiegarsi ciò che accadeva. Ora si è
moderni se si parla cinque minuti, preferibilmente per dire che il
leader di turno è un genio o un cretino e per farsi belli agli occhi
del capocorrente, che non si sa mai. La politica è chiamata oggi a
lottare contro le semplificazioni, le risposte emotive e irrazionali,
contro il dominio della paura. È, deve essere, lo strumento
dell’affermazione della razionalità e della speranza. Per farlo
deve essere alta, colta, attenta al disagio delle persone, deve
indicare nuovi modi di lavorare, sapere, vivere. Non deve spaventarsi
di fronte alla necessità di immaginare, oltre questa crisi, una
società diversa.
Non so quanto tempo ci sia, lo dico
sinceramente. So che ogni giorno buttato in frivolezze è un giorno
sprecato.
Come, lo dico, senza doverlo fare per
ufficio, sarebbe un giorno sprecato questo se, anche nelle elezioni
comunali, prevalesse l’emotività sulla ragione. Una città è una
macchina complessa e l’argomento di provarne “uno nuovo” per
guidarla non è l’argo – mento che si adopererebbe se si dovesse
scegliere il proprio chirurgo. Non sarà promuovendo un referendum al
giorno tra i cittadini – “sul sito del comune o sul blog di
Grillo” è stato detto confondendo partiti e istituzioni – che si
renderà più forte la democrazia e la partecipazione popolare. Un
sindaco deve scegliere, spesso in un istante , su cose che possono
riguardare la sicurezza e il destino della propria comunità. Ci
vogliono esperienza e capacità, virtù che non sono certo in
contrasto con il nuovo.
Considero una delle cose più
importanti della mia vita pubblica, quando avevo la massima
responsabilità politica, aver voluto eleggere, al primo turno, Carlo
Azeglio Ciampi come presidente della Repubblica. Posso assicurare che
Ciampi è stato, nel suo lavoro, più moderno, nel senso che forse
Italo Calvino avrebbe attribuito al termine, di tanti che oggi
pensano che un referendum tra centinaia di persone su un blog sia
democrazia o sia essere alla stregua dei tempi. Per questo spero
che, nei ballottaggi, i candidati del centrosinistra, di Roma,
Milano, Torino, Bologna, Trieste e gli altri, dopo questi mesi
difficili, possano farcela. Perché sarebbe un segno di ragione e di
speranza. Di cui c’è un grande bisogno.
Un’ultima cosa. Dopo il voto si
discuta. Si discuta davvero. Si cerchi di capire perché milioni di
persone hanno scelto di non votare. E non si abbia imbarazzi nel
dirsi che anche una parte del sostegno a Cinque stelle viene da
elettori di sinistra delusi. Non si ignori che la destra esiste e non
è sparita. Si sia consapevoli della forza e delle possibilità della
sinistra riformista, del Pd. Ci si dica, insomma, la verità.
Ma, forse, più che del voto stesso, si
cerchi di capire quello che sta accadendo, della storia che sta
cambiando molti dei paradigmi del novecento, con una velocità
impressionante. Si discuta come essere una forza di sinistra moderna.
Di sinistra e moderna, le due cose insieme .Si discuta volendo,
tutti, il bene del Pd che , continuo a pensarlo, è la principale
speranza di salvezza e cambiamento di questo paese. O, almeno, può
esserlo.
sabato 18 giugno 2016
mercoledì 15 giugno 2016
Ancora ....rieccolo...
Ma anche basta, D’Alema, ché sono tutte cose viste e riviste mille volte
le sdegnate smentite per le “false ricostruzioni”, le volgari allusioni
sui “mandanti”, i “il Presidente è quasi sempre all’estero” e “non si
occupa di campagna elettorale”. E trova finalmente, alla tua non più
tenera età, una dimensione che renda giustizia prima di tutto a te
stesso. Pensa a cosa hai fatto all'Ulivo di prodi....
venerdì 10 giugno 2016
Renzi: «Devo cambiare di più il Pd Le critiche? Perché l’ho fatto poco»
Il presidente del Consiglio e leader
dem: «Queste elezioni sono soltanto locali. Uno schieramento
trasversale mi attacca? Non temo chi fa politica contro qualcuno»
di Maria Teresa Meli
Corriere della sera 10 giugno 2016
Presidente Renzi,
partiamo dai fischi di oggi. È finita la sua luna di miele con il
Paese?
«Non vorrei deluderla troppo. Ma io ho preso i fischi dal primo giorno e continuerò a prenderli, mettendo la faccia ovunque. Nella campagna delle Europee 2014, quelle del mitico 41%, ho fatto comizi interi da Palermo a Napoli fino a piazza della Signoria nella mia Firenze dove c’erano centinaia di fischietti, striscioni e contestazioni. E governavamo da due mesi appena, altro che luna di miele. Il 2015 è stato un lungo elenco di fischi dal Jobs act, con la Fiom in tutti i miei eventi a contestare, fino alle proteste dei professori. Non è una novità. Sono invece molto contento del fatto che chi ieri contestava da Confcommercio alla fine è sceso a discutere e con un paio di loro è scattato persino l’abbraccio. Hanno ragione a chiedere meno tasse, ma sanno anche che stiamo riducendo ogni anno la pressione fiscale. Certo, loro non vogliono che diamo gli 80 euro a chi guadagna meno di 1.500 euro netti. Li rispetto, ma non sono d’accordo: io penso che sia una misura di giustizia sociale e non torno indietro».
«Non vorrei deluderla troppo. Ma io ho preso i fischi dal primo giorno e continuerò a prenderli, mettendo la faccia ovunque. Nella campagna delle Europee 2014, quelle del mitico 41%, ho fatto comizi interi da Palermo a Napoli fino a piazza della Signoria nella mia Firenze dove c’erano centinaia di fischietti, striscioni e contestazioni. E governavamo da due mesi appena, altro che luna di miele. Il 2015 è stato un lungo elenco di fischi dal Jobs act, con la Fiom in tutti i miei eventi a contestare, fino alle proteste dei professori. Non è una novità. Sono invece molto contento del fatto che chi ieri contestava da Confcommercio alla fine è sceso a discutere e con un paio di loro è scattato persino l’abbraccio. Hanno ragione a chiedere meno tasse, ma sanno anche che stiamo riducendo ogni anno la pressione fiscale. Certo, loro non vogliono che diamo gli 80 euro a chi guadagna meno di 1.500 euro netti. Li rispetto, ma non sono d’accordo: io penso che sia una misura di giustizia sociale e non torno indietro».
Se le
Amministrative andassero male per il Pd, si aprirebbe un periodo di
grande fibrillazione...
«Ho legato la mia permanenza al governo all’approvazione delle riforme nel referendum di ottobre e mi hanno accusato di aver personalizzato. Adesso gli stessi vorrebbero legare il governo al voto di alcune realtà municipali? Ma non scherziamo. Nessun Paese del mondo civile fa così. Si rassegnino: le elezioni amministrative sono un passaggio locale. Utili tutte le riflessioni sociologiche di questo mondo. Ma che vada in un modo o in un altro stiamo parlando di episodi territoriali, non di un voto nazionale».
«Ho legato la mia permanenza al governo all’approvazione delle riforme nel referendum di ottobre e mi hanno accusato di aver personalizzato. Adesso gli stessi vorrebbero legare il governo al voto di alcune realtà municipali? Ma non scherziamo. Nessun Paese del mondo civile fa così. Si rassegnino: le elezioni amministrative sono un passaggio locale. Utili tutte le riflessioni sociologiche di questo mondo. Ma che vada in un modo o in un altro stiamo parlando di episodi territoriali, non di un voto nazionale».
Ma se il Pd
perdesse a Roma e Milano per lei sarebbe un brutto colpo.
«È ovvio che preferisco che vinca. È ovvio anche che il Pd — anche in caso di vittoria — deve affrontare un problema interno perché non è possibile continuare con un gruppo dirigente che tira e altri che tutti i giorni lavorano per dividere. Ci parliamo tra noi e invece dovremmo parlare alla gente. Ma uno alla volta, per carità. Adesso lavoriamo sui ballottaggi, poi discuteremo. Oggi ho visto l’ennesima perla del gruppo dirigente Cinque Stelle: la senatrice Taverna, membro dello staff cui deve rispondere l’eventuale sindaco Raggi, propone di posticipare le Olimpiadi. Dal baratto alle Olimpiadi una volta ogni tanto, dopo averci deliziato con le sirene, i complotti americani sull’allunaggio e altre amenità. Non è un problema di Pd: davvero i romani vogliono questo gruppo dirigente?».
«È ovvio che preferisco che vinca. È ovvio anche che il Pd — anche in caso di vittoria — deve affrontare un problema interno perché non è possibile continuare con un gruppo dirigente che tira e altri che tutti i giorni lavorano per dividere. Ci parliamo tra noi e invece dovremmo parlare alla gente. Ma uno alla volta, per carità. Adesso lavoriamo sui ballottaggi, poi discuteremo. Oggi ho visto l’ennesima perla del gruppo dirigente Cinque Stelle: la senatrice Taverna, membro dello staff cui deve rispondere l’eventuale sindaco Raggi, propone di posticipare le Olimpiadi. Dal baratto alle Olimpiadi una volta ogni tanto, dopo averci deliziato con le sirene, i complotti americani sull’allunaggio e altre amenità. Non è un problema di Pd: davvero i romani vogliono questo gruppo dirigente?».
Il 5 giugno si è
visto che c’è un ampio schieramento trasversale contro di lei, non
ha paura che si rinsaldi e si allarghi al referendum?
«Io credo che sia poco corretto fare analisi di politica nazionale sul voto amministrativo. Ma se proprio si deve fare, dico che non mi fa paura chi fa politica contro qualcuno. Se c’è una novità che ho portato — fin dall’inizio del travagliato rapporto con Berlusconi — è stata quella di fare politica per un’idea e non contro un nemico. Io penso che gli italiani siano molto maturi, più dei politici e più dei raffinati commentatori. Al referendum sulla scheda c’è la possibilità di avere un Paese più semplice o di mantenere il sistema com’è. Di superare finalmente le storture del bicameralismo paritario e dare governabilità o continuare con inciuci, larghe intese e piccoli cabotaggi. Di attaccare quella che viene ritenuta la casta della politica riducendo le spese per parlamentari e consiglieri regionali o tenersi il sistema politico più costoso d’Occidente. Io credo che un elettore deluso, che magari vota 5 Stelle o Lega, al referendum voterà sì. Poi alle politiche del 2018 magari sceglierà un altro premier. Ma quel premier, ammesso che vinca, potrà governare».
«Io credo che sia poco corretto fare analisi di politica nazionale sul voto amministrativo. Ma se proprio si deve fare, dico che non mi fa paura chi fa politica contro qualcuno. Se c’è una novità che ho portato — fin dall’inizio del travagliato rapporto con Berlusconi — è stata quella di fare politica per un’idea e non contro un nemico. Io penso che gli italiani siano molto maturi, più dei politici e più dei raffinati commentatori. Al referendum sulla scheda c’è la possibilità di avere un Paese più semplice o di mantenere il sistema com’è. Di superare finalmente le storture del bicameralismo paritario e dare governabilità o continuare con inciuci, larghe intese e piccoli cabotaggi. Di attaccare quella che viene ritenuta la casta della politica riducendo le spese per parlamentari e consiglieri regionali o tenersi il sistema politico più costoso d’Occidente. Io credo che un elettore deluso, che magari vota 5 Stelle o Lega, al referendum voterà sì. Poi alle politiche del 2018 magari sceglierà un altro premier. Ma quel premier, ammesso che vinca, potrà governare».
Bersani le chiede
di non far mettere i banchetti per il Sì alle feste dell’Unità.
«È un atteggiamento che non capisco e mi colpisce molto. Ci siamo giocati tutta la legislatura, nata dal fallimento elettorale, sulla possibilità di fare le riforme. Abbiamo fatto sei letture cambiando più volte il testo per venire incontro alle esigenze di tutti e segnatamente della minoranza del Pd. Sappiamo che se la riforma non passa l’Italia tornerà a ballare per l’instabilità e l’ingovernabilità e torneremmo a essere il problema dell’Europa. E io dovrei vergognarmi di quello che abbiamo fatto? Qui sta il punto. La nostra comunità rispetta chi vuole votare in altro modo, noi non espelliamo nessuno. Ma una cosa è il rispetto per chi non la pensa come la maggioranza, altra cosa è annullarsi, vergognarsi delle nostre riforme, nascondere i nostri tavolini e le nostre bandiere».
«È un atteggiamento che non capisco e mi colpisce molto. Ci siamo giocati tutta la legislatura, nata dal fallimento elettorale, sulla possibilità di fare le riforme. Abbiamo fatto sei letture cambiando più volte il testo per venire incontro alle esigenze di tutti e segnatamente della minoranza del Pd. Sappiamo che se la riforma non passa l’Italia tornerà a ballare per l’instabilità e l’ingovernabilità e torneremmo a essere il problema dell’Europa. E io dovrei vergognarmi di quello che abbiamo fatto? Qui sta il punto. La nostra comunità rispetta chi vuole votare in altro modo, noi non espelliamo nessuno. Ma una cosa è il rispetto per chi non la pensa come la maggioranza, altra cosa è annullarsi, vergognarsi delle nostre riforme, nascondere i nostri tavolini e le nostre bandiere».
Quindi non accetta
la richiesta di Bersani?
«Me lo lasci dire: facciamo il Jobs act con 455 mila posti di lavoro in più e stiamo zitti in pubblico per paura di irritare qualche sindacalista. Riduciamo il precariato nella scuola come nel privato con i nuovi contratti a tempo indeterminato e non lo rivendichiamo perché temiamo le polemiche. Eliminiamo l’Imu e non possiamo dirlo perché lo voleva anche Berlusconi. Eliminiamo la componente costo del lavoro dell’Irap e ci vergogniamo perché è una richiesta di Confindustria. Otteniamo il doppio turno e le preferenze e non ci va bene perché il premio alla lista e non alla coalizione mette in crisi la sinistra radicale. Facciamo la legge sui diritti civili e non va bene perché la vota anche Verdini. Otteniamo la flessibilità e non lo diciamo perché il problema è il Fiscal Compact, che peraltro il precedente gruppo dirigente ha ratificato in silenzio. Le feste dell’Unità sono le feste del Pd. Non le feste di una corrente minoritaria del Pd. Se ci togliamo la politica, cosa rimane? E la proposta di dire “Sì al referendum” alle feste viene dal segretario regionale dell’Emilia-Romagna, non dal nazionale».
«Me lo lasci dire: facciamo il Jobs act con 455 mila posti di lavoro in più e stiamo zitti in pubblico per paura di irritare qualche sindacalista. Riduciamo il precariato nella scuola come nel privato con i nuovi contratti a tempo indeterminato e non lo rivendichiamo perché temiamo le polemiche. Eliminiamo l’Imu e non possiamo dirlo perché lo voleva anche Berlusconi. Eliminiamo la componente costo del lavoro dell’Irap e ci vergogniamo perché è una richiesta di Confindustria. Otteniamo il doppio turno e le preferenze e non ci va bene perché il premio alla lista e non alla coalizione mette in crisi la sinistra radicale. Facciamo la legge sui diritti civili e non va bene perché la vota anche Verdini. Otteniamo la flessibilità e non lo diciamo perché il problema è il Fiscal Compact, che peraltro il precedente gruppo dirigente ha ratificato in silenzio. Le feste dell’Unità sono le feste del Pd. Non le feste di una corrente minoritaria del Pd. Se ci togliamo la politica, cosa rimane? E la proposta di dire “Sì al referendum” alle feste viene dal segretario regionale dell’Emilia-Romagna, non dal nazionale».
Anche ieri alla Confcommercio vi hanno
chiesto di ridurre le tasse. Almeno a questa richiesta dirà di
sì?
«Certo. Se vanno avanti le riforme, avremo ancora margini di azione per ridurre ulteriormente le tasse. Ma non voglio parlare di nessuna ipotesi fino al giorno dopo il referendum. Altrimenti mi diranno, come in passato, che si tratta di una mancia elettorale».
«Certo. Se vanno avanti le riforme, avremo ancora margini di azione per ridurre ulteriormente le tasse. Ma non voglio parlare di nessuna ipotesi fino al giorno dopo il referendum. Altrimenti mi diranno, come in passato, che si tratta di una mancia elettorale».
Dopo il 5 giugno se la sente di dire
che aveva ragione la minoranza? L’alleanza con Verdini non
paga.
«L’alleanza parlamentare con Verdini nasce dal fatto che nel 2013 si sono perse le elezioni. E con Verdini quel gruppo dirigente ha già governato votando insieme la fiducia a Monti e a Letta. Quel gruppo dirigente ha scelto Migliavacca e Verdini per fare un accordo — poi saltato — sulla legge elettorale. E adesso se Verdini — che non è ovviamente rappresentato al governo — vota con noi in Parlamento questo sarebbe un problema? Quanto alle Amministrative, l’alleanza a Napoli e Cosenza, perché queste erano le due città interessate, mi pare che avesse carattere locale. E che non abbia funzionato per nessuno. Nel 2018 il Pd si presenterà da solo, un partito a vocazione maggioritaria come previsto dallo statuto. Punto».
«L’alleanza parlamentare con Verdini nasce dal fatto che nel 2013 si sono perse le elezioni. E con Verdini quel gruppo dirigente ha già governato votando insieme la fiducia a Monti e a Letta. Quel gruppo dirigente ha scelto Migliavacca e Verdini per fare un accordo — poi saltato — sulla legge elettorale. E adesso se Verdini — che non è ovviamente rappresentato al governo — vota con noi in Parlamento questo sarebbe un problema? Quanto alle Amministrative, l’alleanza a Napoli e Cosenza, perché queste erano le due città interessate, mi pare che avesse carattere locale. E che non abbia funzionato per nessuno. Nel 2018 il Pd si presenterà da solo, un partito a vocazione maggioritaria come previsto dallo statuto. Punto».
Il Pd non sembra attrarre l’elettorato
di sinistra...
«Sinceramente non mi pare questo il punto. Io almeno non vedo un trasloco di voti verso Fassina e Airaudo. Quelli che invece votano Cinque Stelle — meno comunque del passato — sono diversi. Chi non ci ha votato, non ci ha votato per problemi sul territorio, sui singoli candidati. Ma se proprio vogliamo trasformarlo in un voto di protesta contro di me, ok, diciamola tutta: chi non ci vota più per colpa mia non mi accusa di aver cambiato troppo nel Pd. Mi accusa di aver cambiato troppo poco. Mi accusano di aver mediato fino allo sfinimento con tutte le correnti e le correntine del Pd. Ogni giorno ho cercato di mediare, di discutere, di tenere buoni tutti. Dobbiamo cambiare di più, non di meno».
«Sinceramente non mi pare questo il punto. Io almeno non vedo un trasloco di voti verso Fassina e Airaudo. Quelli che invece votano Cinque Stelle — meno comunque del passato — sono diversi. Chi non ci ha votato, non ci ha votato per problemi sul territorio, sui singoli candidati. Ma se proprio vogliamo trasformarlo in un voto di protesta contro di me, ok, diciamola tutta: chi non ci vota più per colpa mia non mi accusa di aver cambiato troppo nel Pd. Mi accusa di aver cambiato troppo poco. Mi accusano di aver mediato fino allo sfinimento con tutte le correnti e le correntine del Pd. Ogni giorno ho cercato di mediare, di discutere, di tenere buoni tutti. Dobbiamo cambiare di più, non di meno».
Lei ha detto di voler «usare il
lanciafiamme» nel Pd e la minoranza si è sentita nel mirino. Che
cosa intendeva dire?
«Il problema non riguarda solo la minoranza. Ma il modo con il quale vogliamo usare questi diciotto mesi che ci separano dal congresso. Vorrei che ci occupassimo del futuro del Paese, non del futuro dei parlamentari. Il male della politica italiana è di avere troppi partiti e troppi politici. Ci vogliono invece più idee nei partiti e più buona politica».
«Il problema non riguarda solo la minoranza. Ma il modo con il quale vogliamo usare questi diciotto mesi che ci separano dal congresso. Vorrei che ci occupassimo del futuro del Paese, non del futuro dei parlamentari. Il male della politica italiana è di avere troppi partiti e troppi politici. Ci vogliono invece più idee nei partiti e più buona politica».
Perché è così contrario all’idea
di attribuire il premio di maggioranza alla coalizione vincente e non
al partito?
«Mi sembra di essere stato chiaro. Ma le sembra normale che mentre il mondo fuori discute di Trump, mentre l’Europa riconosce il nostro passo in avanti sul Mediterraneo e l’Africa con il Migration Compact, mentre finalmente si passa dalla cultura dell’austerity a una stagione di investimenti, la preoccupazione principale della classe politica italiana sia capire se il premio di maggioranza lo diamo alla lista o alla coalizione?».
«Mi sembra di essere stato chiaro. Ma le sembra normale che mentre il mondo fuori discute di Trump, mentre l’Europa riconosce il nostro passo in avanti sul Mediterraneo e l’Africa con il Migration Compact, mentre finalmente si passa dalla cultura dell’austerity a una stagione di investimenti, la preoccupazione principale della classe politica italiana sia capire se il premio di maggioranza lo diamo alla lista o alla coalizione?».
I 5 Stelle sembrano pronti a passare
dalla protesta alla proposta. Non la spaventa il fatto che Grillo
potrebbe rappresentare la novità che prima sembrava rappresentata da
lei?
«Quando ci saranno le elezioni politiche la partita sarà una partita a tre. Il Pd, un candidato del Movimento 5 Stelle e vedremo chi sarà, un candidato del centrodestra, e vedremo chi sarà. Gli italiani sceglieranno, a quel punto. Ma se ci sarà un sistema istituzionale finalmente funzionante l’Italia avrà fatto un passo avanti chiunque vincerà quelle elezioni. Io personalmente rispetto tutti e non ho paura di nessuno».
«Quando ci saranno le elezioni politiche la partita sarà una partita a tre. Il Pd, un candidato del Movimento 5 Stelle e vedremo chi sarà, un candidato del centrodestra, e vedremo chi sarà. Gli italiani sceglieranno, a quel punto. Ma se ci sarà un sistema istituzionale finalmente funzionante l’Italia avrà fatto un passo avanti chiunque vincerà quelle elezioni. Io personalmente rispetto tutti e non ho paura di nessuno».
L’hanno criticata perché va da Putin
quando in Italia ci sono i ballottaggi...
«Sta scherzando spero. Scusi, che facciamo? Siccome ci sono le amministrative smettiamo di governare il Paese? Non partecipo al Forum di San Pietroburgo su cui ho garantito la presenza da mesi? Ma ci rendiamo conto che in questi anni l’Italia ha recuperato credibilità a livello internazionale? E dovremmo tornare alla piccola guerriglia politica locale, con decine di partiti che si scontrano tutti gli anni in elezioni territoriali mentre gli altri Paesi fanno politica internazionale? Spiacente, io non ci sto. Sono il leader pro-tempore di uno dei Paesi più importanti del mondo, l’Italia che parla con Obama e con Putin. Non l’Italietta che spende settimane a discutere della percentuale di due liste civiche».
«Sta scherzando spero. Scusi, che facciamo? Siccome ci sono le amministrative smettiamo di governare il Paese? Non partecipo al Forum di San Pietroburgo su cui ho garantito la presenza da mesi? Ma ci rendiamo conto che in questi anni l’Italia ha recuperato credibilità a livello internazionale? E dovremmo tornare alla piccola guerriglia politica locale, con decine di partiti che si scontrano tutti gli anni in elezioni territoriali mentre gli altri Paesi fanno politica internazionale? Spiacente, io non ci sto. Sono il leader pro-tempore di uno dei Paesi più importanti del mondo, l’Italia che parla con Obama e con Putin. Non l’Italietta che spende settimane a discutere della percentuale di due liste civiche».
mercoledì 8 giugno 2016
Raggi abbaglianti. Le responsabilità dei media
Luigi Di Gregorio
7 giugno 2016
I mezzi di comunicazione di massa
producono un sacco di danni alla politica.
La cosiddetta media logic – ossia, in
sintesi, la necessità che i mass media hanno di stare sul mercato,
“vendendoci” le notizie – spinge giornali e tv a
trasformare ogni avvenimento e ogni settore della società in un mix
di sensazionalismo, personalizzazione, banalizzazione, voyeurismo,
gossip. In una parola: spettacolo. Come diceva Guy Debord, nulla
sfugge dalla logica dello spettacolo, è come un blob che avanza e si
mangia tutto. Se non ci si adegua a quella logica, semplicemente non
si vende alcuna informazione. Perché non intrattiene e nessuno la
“compra”.
La politica non è per niente indenne
da questa logica, anzi ne è la prima vittima sacrificale.
Sono spariti i programmi, le politiche
pubbliche, le aree culturali, le idee, i partiti, a tutto vantaggio
di storie individuali, “immagini dei candidati”, profili più o
meno veritieri di singoli “eroi” chiamati a sobbarcarsi imprese
sempre più impossibili. Con campagne elettorali incentrate su
gravidanze, curriculum, Ferrari, pettegolezzi, retroscena, ecc.. E
niente altro, questo è il problema…
Questa deriva ha trasformato
completamente la percezione della politica agli occhi dei cittadini,
buona parte dei quali ritiene che un singolo può governare qualunque
cosa, praticamente da solo, pur non avendo idea di ciò che sta per
governare. La complessità è sparita, le competenze pure. Tutti
possono fare tutto, basta che siano onesti (il che peraltro è
semplice da dimostrare, quando non hai mai governato nulla…).
Tempo fa scrissi questo pezzo
sottolineando quanto fossi rimasto colpito dal fatto che nel M5S ci
fossero ben 209 persone convinte di poter fare il sindaco di Roma,
mentre i partiti “tradizionali” faticavano a trovare candidati.
Perché oltre 200 cittadini romani si
candidano con un videoclip alla carica di massimo cittadino della
capitale? Semplice, perché non hanno idea di quello che stanno
facendo.E non avendo idea, si sentono in grado di farlo.
E perché ci si dovrebbe lanciare in
un’impresa del tutto ignota con tanta leggerezza? Perché la
politica ormai passa per una cosa alla portata di tutti. La ragione
per cui “gli altri” hanno fallito è “solo” la loro
disonestà. Se io sono moralmente granitico, anche se non ho idea di
cosa sia la politica e l’amministrazione, sono serenamente in grado
di guidare l’amministrazione più complessa e messa male d’Italia…
Ieri, a Piazza Pulita, Formigli,
Berlinguer, Mieli e Sgarbi si interrogavano sulla capacità di
Virginia Raggi di governare Roma. Uno di loro, addirittura, ha detto:
“se riesce a mettere a posto le buche e a migliorare il traffico, è
fatta”. Ecco, questo è il messaggio che passa e che fa danni
incredibili. Se gli opinion leader, le “autorità cognitive”, ci
dicono in tv che basta fare due cose “semplici” per governare
bene Roma, noi ci convinciamo del fatto che tutti i predecessori
siano stati degli inetti totali, oltre che ladri (ovviamente). E che
dunque basta una “brava ragazza” che arriva e risolve tutti i
problemi con la bacchetta magica e una dose massiccia di buona
volontà.
Diamo qualche numero su Roma:
–
oltre 1200km quadrati di superficie, pari a 8 volte Milano e alla
somma delle superfici delle prime 9 città italiane per abitanti. Il
territorio amministrato dal Sindaco di Roma è pari alla somma delle
superfici di Milano, Torino, Napoli, Palermo, Genova, Firenze,
Bologna, Venezia e Catania.
–
Circa 6000km di strade: da Roma alla Groenlandia, per capirci.
–
Un bilancio di circa 7 miliardi di euro (e di circa 3 mila pagine…).
–
Un debito residuo ancora oggi pari a oltre 13 miliardi.
–
23 mila dipendenti; circa 55 mila considerando anche le aziende
municipalizzate.
–
15 Municipi, 23 Dipartimenti, 6 strutture di supporto agli organi
politici.
–
Un numero di centri di costo imprecisato, nessuno è riuscito a
quantificarli….in ogni caso nell’ordine delle centinaia.
–
Circa 20 mila provvedimenti amministrativi all’anno, tra delibere,
determine dirigenziali e ordinanze sindacali.
Potrei andare avanti, ma mi fermo qui.
Aggiungo solo una mia notazione personale. Quando dirigevo il
Dipartimento di comunicazione istituzionale di Roma Capitale
“viaggiavo” a 100 telefonate in entrata al giorno e circa 400
mail. Nessuna delle quali era per salututarmi o per chiedermi “Ciao,
come stai?”… Immaginate cosa arriva alla segreteria del Sindaco.
Ora, torniamo alla domanda di Formigli.
Può farcela Virginia Raggi a governare Roma meglio degli altri?
Ecco, questa domanda è semplicemente insensata. La domanda sensata
dovrebbe essere: è in grado Virginia Raggi di mettere in piedi una
squadra super competente, che conosca perfettamente la città, i suoi
diversi territori, gli stakeholders principali, la macchina
amministrativa e le sue municipalizzate? Ed è in grado di portare
avanti a livello nazionale una discussione seria sulla governance di
Roma? O, in alternativa, di ottenere risorse abbondanti da Governo e
Regione Lazio per provare a mettere qualche toppa ai tanti problemi
strutturali di questa città?
Invece, niente. Le “squadre” non
esistono più nell’era della personalizzazione: è tutta una
questione individuale. Come non esiste la complessità: tutto
semplice, basta riempire qualche buca… (per le quali servirebbero
4-500 milioni l’anno, particolare che “sfugge” a tutti).
Dove ci porta questa logica? Mi pare
abbastanza evidente. Ci porta a tritare e a consumare come caramelle
tutti gli “eroi” individuali possibili e immaginabili. Ognuno è
costretto a sobbarcarsi “mari e monti” per essere eletto e poi
paga l’onere di dover affrontare individualmente anche ogni
responsabilità, dagli scontrini alle multe, fino alle vicende più
grandi e complesse. E nessuno può uscire indenne. Neanche Mandrake
può governare Roma da solo.
Alle condizioni attuali, il Sindaco di
Roma è l’incarico pubblico più difficile in Italia e sul quale vi
è il carico di aspettative più alto in assoluto. Servirebbe un
dream team e probabilmente non basterebbe. Una squadra
iperlegittimata, in grado di dialogare con autorevolezza con tutti i
settori della città, con gli stakeholders più importanti, capace di
trasformare un’amministrazione affaticata e “impaurita” in
un’azienda virtuosa ed efficiente e in grado di impostare una
riforma della legge su Roma Capitale dialogando con le istituzioni
statali. Una squadra con una vision della città, che dia un senso
alla Roma contemporanea, al suo ruolo nella “megalopoli globale”:
una vera e propria metamorfosi culturale e strategica.
Insomma, mai come oggi Roma avrebbe
bisogno di una classe dirigente super e di un appoggio incondizionato
delle altre istituzioni nazionali.
Quello che vedo, invece, come probabile
maggioranza tra due settimane, è un gruppetto di ragazzi di buona
volontà senza competenze specifiche che ritengono gli stakeholders
solo lobbies e “poteri forti” da evitare come la peste, vedono
l’amministrazione come un covo di potenziali corrotti da far
ruotare come trottole per evitare le tentazioni, e possiedono una
vision della città che ha prodotto pannolini lavabili e baratto come
magiche soluzioni di lungo periodo. Inutile dire poi come sarebbe il
rapporto col governo nazionale e con la Regione Lazio, data l’innata
ritrosia del M5S a “trattare” con chiunque faccia parte dei
“vecchi partiti” (le parole più usate da Virginia Raggi in tutta
la campagna elettorale).
Ecco, non credo sia questa la classe
dirigente super di cui abbiamo bisogno. Ma d’altronde, se “a Roma
basta riempire qualche buca per fare il Sindaco”…è quella che ci
meritiamo ed è quella che vince grazie alla deformazione della
realtà impressa dalla banalizzazione mediatica.
La “realtà mediaticamente
determinata” che viviamo quotidianamente ci riempie di illusioni
ottiche. Una vera e propria malattia autodegenerativa per il sistema.
Per ora questa dinamica folle ha “solo” ucciso la politica di
professione. Fra breve ucciderà anche gli outsider civici (i tecnici
li ha già fatti fuori). Resta solo da capire quanto ci metterà a
distruggere il sistema-paese e l’intera comunità politica.
martedì 7 giugno 2016
Amministrative: una sberla al PD? L'analisi di Giorgio Tonini
Archiviato il primo turno delle amministrative, con alcuni risultati clamorosi, è già partito il secondo round. Un secondo round che si annuncia apertissimo (a Milano in particolare). Facciamo un’analisi, in questa intervista, con Giorgio Tonini (PD), Presidente della Commissione Bilancio del Senato, sul risultato deludente del Partito Democratico.
di
Pierluigi Mele 07 giugno 2016
Senatore Tonini, ieri il premier Matteo
Renzi si è detto "non soddisfatto" dell'esito del primo
turno elettorale amministrativo, ma continua a non riconoscere una
rilevanza nazionale alla competizione. Mi scusi la provocazione, non
è presuntuosa come posizione?
Tutti hanno capito che il voto è
stata una sberla per il PD e per Renzi.
Per Lei?
Due anni fa, il 25
maggio del 2014, alle elezioni europee, il Pd guidato da Matteo Renzi
conquistava il 40,8 per cento dei voti e 31 seggi al parlamento di
Strasburgo, affermandosi come il primo partito d'Europa. Lo stesso
giorno, il Pd perdeva comuni importanti, da decenni amministrati da
sindaci di sinistra, come Livorno, Perugia, Potenza. Quel giorno
dunque, migliaia di cittadini si sono recati ai seggi elettorali,
hanno preso due schede, sono entrati nella cabina e in una scheda,
quella per il parlamento europeo, hanno messo una bella croce sul
simbolo tricolore del Pd, mentre l'altra, quella per le comunali,
l'hanno usata per mandare a casa un sindaco del Pd. Non c'è nulla di
provocatorio o di presuntuoso nel ricordare a tutti noi che una parte
significativa e crescente degli elettori non vota più sulla base di
un sentimento di appartenenza a questa o quella comunità politica,
ma effettua le sue scelte sulla base di un giudizio politico
circostanziato: che riguarda il governo nazionale, alle elezioni
politiche generali, e invece il sindaco quando si deve eleggere il
primo cittadino del proprio comune. Questa capacità di distinguere
sì è vista in modo clamorosamente evidente quel 25 maggio di due
anni fa. Ma si è vista anche domenica scorsa, con la vistosa
multiformità del voto alle amministrative, nel quale ognuna delle
grandi città che andavano al voto ha fatto storia a sé. Basti
pensare a Napoli e Salerno: il peggiore e il migliore risultato per
il Pd si sono realizzati a pochi chilometri di distanza. A Napoli
siamo fuori dal ballottaggio, a Salerno vinciamo al primo turno col
70 per cento. Ho l'impressione che il governo c'entri poco sia col
primo che col secondo risultato. Il Pd indubbiamente ha preso qualche
sberla, peraltro annunciata, ma ha anche messo a segno qualche buon
risultato. Tutte le forze politiche maggiori possono dire di aver
vinto da qualche parte, ma nessuna può dire di aver vinto queste
elezioni come tali. Tra le forze maggiori, il Pd è il partito che
esce con più risultati utili da questa tornata elettorale: più
eletti al primo turno, più candidati piazzati al ballottaggio.
Vediamo al dato politico: sul ballottaggio oltre a Roma e Milano
anche Torino è a rischio, se dovesse esserci la confluenza del voto
leghista sul candidato 5 stelle. Insomma a parte Roma, dove le cause
del risultato del PD sappiamo quali sono, come mai invece a Milano e
Torino, dove il centrosinistra ha governato bene, il PD rischia così
tanto?
Sia a Milano che a Torino il candidato sindaco del Pd è al
ballottaggio con più del 40 per cento dei voti. Ma non è affatto
scontato l'esito finale di entrambi i confronti. A Torino, come per
altri versi a Bologna, il centrosinistra governa da sempre e deve
quindi fare i conti con la fisiologica voglia di cambiamento, tanto
più forte in un contesto di disagio sociale, come ha giustamente
ricordato Fassino. Non basta avere governato bene, bisogna anche
riuscire ad essere e apparire "alternativi a se stessi",
come raccomandava Moro alla Dc. A Milano, la candidatura di Sala, che
poteva dilagare in un centrodestra ridotto ad un disordinato campo di
forze, ha invece provocato una riorganizzazione di quello
schieramento, riproponendo un confronto bipolare classico
centrodestra contro centrosinistra. Uno scenario virtuoso, che rende
i milanesi giustamente orgogliosi. Grazie a Pisapia, grazie a Sala e
grazie anche alla intelligente risposta del centrodestra. La
differenza rispetto al passato è che stavolta è il centrodestra a
inseguire. Ma il confronto è apertissimo.
Milano è strategica per
il PD, Sala che carta può giocare per riuscire a vincere il "derby"
con Parisi?
La candidatura di Parisi è espressione di un
centrodestra che si è ricompattato sotto la guida di Berlusconi e su
una linea di governo. Tanto di cappello, ma si tratta di un accordo
tattico, dietro il quale permangono radicali divergenze strategiche,
tra il lepenismo di Salvini e i moderati di Lupi e Albertini. Parisi,
qualora diventasse sindaco, potrebbe trovarsi dinanzi a
contraddizioni insanabili. Dietro Sala c'è invece uno schieramento
molto più coeso e armonico, sotto il profilo politico e
programmatico. L'astensione ha pesato tanto per il PD, molti elettori
di sinistra non sono andati a votare (sinistra italiana è stata una
delusione).
Insomma qualcosa dovra' pur cambiare nel pd e nel governo
per riconquistare quell'elettorato: è ora di ripensare il doppio
incarico di Renzi?
Dalle prime analisi sui flussi emerge una perdita,
da parte del Pd, di elettori tradizionalmente di sinistra, solo
parzialmente compensata (e non dappertutto) dall'arrivo di elettori
moderati. In parte questo è il prezzo inevitabile di politiche
innovative, sia nazionali che locali, che non si possono fare a costo
zero in termini di consenso, almeno nell'immediato. Il fatto peraltro
che questi elettori non premino le piccole formazioni di sinistra a
sinistra del Pd, ma si dirigano o verso il non-voto o verso il M5s,
ci dice che il rimedio a questo problema non sta nel ritorno al
passato, ma in un di più di innovazione, sia sul piano dei contenuti
programmatici, sia su quello delle forme della politica. Una
innovazione, beninteso, che non può vivere solo nei laboratori di
ricerca, ma deve vivere nel rapporto quotidiano con il popolo. Non
servirebbe a nulla quindi né tornare ai vecchi linguaggi della
sinistra né farsi prendere dalla nostalgia per un vecchio modello di
partito da lunga pezza superato dai fatti. È fuor di dubbio che
serva un salto di qualità nel governo del partito, ma sarebbe una
pia illusione cercarlo nella riproposizione di un vecchio dualismo
"democristiano" tra segretario e premier: un dualismo che
già nel 1970 un allora giovane Leopoldo Elia giudicava incompatibile
con una politica riformista.
Il Boom dei 5 Stelle è stato
sorprendente (roma e torino), anche se non tutti i candidati sono
andati bene. Cosa ha reso competitivo questo movimento rispetto al
PD? Non sarebbe ora di prenderli sul serio?
Ciò che rende
competitivo il M5s è la sua natura esasperatamente post-ideologica,
che gli consente di sommare elettori delusi sia dal centrosinistra
sia dal centrodestra. Demonizzare non serve a niente. Semmai si
tratta di sfidarli a maturare politicamente. In questi giorni, i
leader del movimento stanno dicendo all'unisono che la "favoletta"
che sarebbe un sentimento di mera protesta a gonfiare le loro vele,
non regge più. È vero, ma solo fino ad un certo punto. Spetta a
loro dimostrare di essere capaci di proposta e non solo di gridare un
"vaffa" alla classe politica. Un banco di prova è proprio
la riforma costituzionale ed elettorale. Il Referendum è
l'armageddon di Renzi.
Non trova che è stato un clamoroso errore
politico far partire subito la campagna per il SI. O comunque non
vede rischi, dopo questi risultati, per un esito positivo del
Referendum?
I risultati delle amministrative, se letti con
attenzione, dovrebbero rappresentare un potente incentivo a sostenere
la riforma con un bel SÌ, forte e chiaro, al referendum. Dico questo
per due ragioni. La prima è di sistema. In un contesto politico
multipolare ad elevata frammentazione, che ne sarebbe dei comuni se
non potessero avvalersi dei benefici della elezione diretta del
sindaco col doppio turno? Immaginatevi cosa succederebbe a Roma se il
sindaco dovesse eleggerlo un consiglio comunale espresso in modo
proporzionale dal voto di domenica scorsa. Sarebbe, semplicemente, il
caos. E invece, tra due settimane, i romani decideranno col loro voto
se il sindaco sarà la Raggi o sarà Giachetti. E così in tutte le
altre città. La riforma Boschi e l'Italicum, con i dovuti
adattamenti, applicano al governo nazionale lo stesso schema: alla
fine c'è uno che vince e governa per cinque anni, grazie ad una
maggioranza certa, nell'unica Camera titolare del potere di fiducia.
Senza minimamente intaccare il sistema di garanzie e contrappesi.
Sento dire, anche nel mio partito, che bisognerebbe rivedere
l'Italicum perché non siamo più in un contesto di bipolarismo
politico, ma almeno di tripolarismo o forse di multipolarismo. E che
il sistema previsto dalla riforma rischia di far vincere il M5s. A me
queste sembrano due osservazioni che rafforzano le ragioni del SÌ
alla riforma. Proprio perché siamo in un contesto multipolare c'è
bisogno di un sistema che alla fine produca un vincitore, se non
vogliamo condannare il paese all'ingovernabilità, che è anche, non
dimentichiamolo, il vero pericolo per la democrazia. Il fatto poi che
con la riforma tutti possano vincere, a cominciare proprio
dall'ultimo arrivato, il M5s, è il più potente argomento contro la
teoria di un Renzi uomo solo al comando che si disegna un abito
costituzionale e una legge elettorale su misura.
Iscriviti a:
Post (Atom)

