lunedì 16 maggio 2016

CARO REICHLIN, IL PLEBISCITO C'È. E NON RIGUARDA SOLO RENZI

Giorgio Tonini
16 maggio 2016
Alfredo Reichlin, su "La Repubblica" di stamani, paventa il rischio che il referendum costituzionale possa "spaccare il paese" e lamenta la mancanza di quella cultura dell'intesa che alla Costituente, nonostante la rottura determinata dalla guerra fredda, consentì a De Gasperi e Togliatti di fare della Costituzione la "casa comune" degli italiani. Per Reichlin non ci sono dubbi: chi sta facendo correre all'Italia il rischio di spaccarsi è il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che vuole fare del referendum confermativo, non l'ultima tappa di una riforma costituzionale, "una correzione matura da tempo del vecchio bicameralismo perfetto", accompagnata da "una serie di misure, alcune anche discutibili, ma nell'insieme accettabili", ma piuttosto "un plebiscito popolare su se stesso".
È innegabile che in alcuni passaggi Matteo Renzi, un "cavallo di razza" che nel suo patrimonio genetico ha indubbiamente più cromosomi fanfaniani che morotei, abbia privilegiato codici comunicativi più divisivi che inclusivi. Ma sarebbe del tutto fuorviante porre l'intera vicenda delle riforme sotto la cifra della spaccatura del paese, come effetto di una "scelta calcolata" da parte di un Renzi affetto da bonapartismo. È vero il contrario: se tra qualche mese gli italiani potranno decidere col loro voto le sorti di una riforma, che nel merito Reichlin, come si è visto, non può non condividere, lo si dovrà a quel grande atto di intelligenza e di coraggio che è stato, da parte di Renzi, richiamare Berlusconi, condannato in via definitiva e dichiarato decaduto da senatore, al tavolo delle riforme, attraverso il vituperato "patto del Nazareno". Una mossa, Reichlin converrà, ispirata al più puro realismo togliattiano. O degasperiano: "si deve fare il fuoco con la legna che si ha", amava dire il grande statista trentino. Con la scelta di riportare Berlusconi al tavolo delle riforme, Renzi sapeva che avrebbe pagato un prezzo "a sinistra" e più generalmente nella vasta galassia dell'antiberlusconismo militante. Forse però, nemmeno lui aveva previsto che, entrato in crisi il patto, a seguito della elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica, dagli stessi ambienti che avevano demonizzato l'apertura a Berlusconi, gli sarebbe stata mossa la critica di voler cambiare la Costituzione "con un colpo di maggioranza", dividendo e spaccando il paese.
"Sia chiaro — precisa Reichlin — io ho condiviso, pur con qualche riserva, la scelta della minoranza del Pd di non opporsi alla riforma Boschi. Ma guardo al paese. E alle sfide di oggi. Non si tratta solo di crisi economica. È in discussione lo statuto e la figura della nazione italiana, il suo posto nella nuova realtà geo-politica del mondo. Ecco perché non voglio plebisciti". Il problema è che il plebiscito c'è. E non riguarda il destino personale di Renzi e neppure quello del suo governo o della legislatura. Ma proprio "lo statuto della nazione italiana" e il suo posto nel mondo. Davvero non capiamo che è di questo che si tratta, che è questo che è in gioco al referendum di ottobre? Da un lato c'è il riformismo, nazionale ed europeo, che sta alla base della riforma, firmata Renzi e Boschi, ma sostenuta da Napolitano e apprezzata da Draghi e dalla Merkel, proprio perché parte di una strategia di uscita dell'Italia e dell'Europa da una crisi che, sono d'accordo con Reichlin, è molto più che economica. Dall'altro ci sono i populismi, di destra e di sinistra, divisi tra loro su tutto e da tutto, ma accomunati dal medesimo nemico: il riformismo europeista. A volte capita, Reichlin lo sa come pochi, di imbattersi in un tornante della storia. E di non poter fare a meno di decidere da che parte stare.

mercoledì 11 maggio 2016

«Il Pd è diventato una porcilaia».


L’INTERVISTA di Alessandro Trocino
Corriere della Sera 10 maggio 2016
Staino: Cuperlo e gli altri?
Con Togliatti sarebbero già in Siberia
Il disegnatore satirico: «Fossi in Renzi, sarei più modesto. C’è una altissima percentuale di probabilità che perda il referendum. Sta rischiando grosso»

Ma come, Staino? Il Partito democratico una porcilaia?
«Ma sì, sono molto preoccupato. Si è perso il dna del nostro essere di sinistra».
Renzi vira troppo a destra?
«No, sto parlando della sinistra dem. Gente come Cuperlo dovrebbe avere lo stile di Berlinguer. Invece sono i peggiori: hanno distrutto il dialogo».
Loro dicono che l’ha distrutto Renzi il dialogo.
«Con Fassina che minaccia: o cambiate questo articolo o me ne vado? Avessero fatto così negli anni Cinquanta, con Togliatti, sarebbero già in Siberia».
La minoranza fa la minoranza.
«Se sei minoranza devi essere responsabile. E invece Cofferati ha buttato la Liguria in braccio ai leghisti e ora si prende le maledizioni».
Anche lei è spesso sotto accusa.
«Cos’è questa rabbia, questa cattiveria? Ci son compagni che mi trattano da fascista, ma che roba è?».
È considerato «renziano».
«Si è arrivati a usare l’aggettivo renziano come sinonimo di merdoso, traditore, figlio di puttana. Ma perché? Io non sono renziano, come non sono stato prodiano, pur avendo appoggiato Prodi. Ma c’è qualcosa di meglio a sinistra di Renzi? Preferite Salvini o Grillo? Io scelgo Renzi, dov’è l’assassinio, dov’è il tradimento?».
L’alleanza con Verdini?
«Renzi si sarà pure venduto a Verdini, ma il primo a chiamare i Cecchi Gori, i Mastella, i Di Pietro, personaggi ambigui e tremendi, è stato D’Alema».
Che ora non ha ruoli.
«Ma è lì come un avvoltoio, non vede l’ora di tornare. Non lo voglio, serve gente nuova, cervelli nuovi, anime nuove».
Il nome Verdini a lei non provoca nessun fremito?
«Abbiamo storie diverse, ma non mi scandalizzo se cerchiamo i suoi voti. Abbiamo avuto Dini al governo. Dini!».
Per il ministro Boschi chi vota no al referendum vota come CasaPound.
«Avrebbe potuto dire: “Per voi, chi vota sì è come Verdini; io potrei dire lo stesso di chi vota no, che è come CasaPound. Ma non lo dico”».
L’Anpi, comunque, non l’ha presa bene.
«L’Anpi sta utilizzando il nome sacrosanto dei partigiani per fare una politica bertinottiana, rifondarola».
E Renzi?
«Fossi in lui, sarei più modesto. C’è un’altissima percentuale di probabilità che perda il referendum. Sta rischiando grosso».
Lei voterà a favore?
«Certo, rischiamo di finire nella spazzatura della destra europea. Vogliamo darci altre martellate sulle cosce? È una pazzia».
Giachetti le piace?
«È serio, modesto e radicale. Con il Vaticano qui, aiuta».
E Sala?
«Avrei preferito un altro. Ma quando si è imbecilli come a sinistra, che si moltiplicano i candidati, poi si perde. E allora ciucciatevi Sala».
Il Pd ha subito una mutazione genetica?
«Fassino e D’Alema hanno fatto il Pd perché pensavano di mangiarsi la Margherita. E invece sono stati mangiati».
Anche Veltroni?
«Tanto di cappello. Almeno ha lasciato davvero. E ha scritto bei libri e bei film. Non vedo l’ora che se ne vadano Bersani e soprattutto D’Alema».
L’accuseranno di essere sdraiato.
«Le mie vignette non sono sdraiate. E neanche l’Unità. Fossi direttore, un provocatore come Rondolino non lo prenderei. Ma perché Cuperlo ha rifiutato la direzione de l’Unità? Te la sei fatta addosso, Gianni? Troppo comodo».


martedì 10 maggio 2016

Santone subito


massimo gramellini 
La Stampa 10 maggio 2016
Ogni volta che inciampo in un comizio del sindaco De Magistris penso con qualche brivido che c’è stato un tempo in cui quel furbo arruffapopolo era un magistrato. Lo spacciatore di rivoluzioni alle vongole che sul palco arringa la folla fingendo di farne parte ha avuto in passato il terribile potere di privare altri individui della libertà. Di sicuro fa meno danni dove sta ora, al governo di una città che non vuole essere governata, ma ammaliata. L’ultimo monologo del tribuno napoletano ha raggiunto vette retoriche da repubblica delle banane. Andate a godervelo sul web, se volete ripassare le ragioni per cui da settant’anni in Italia comandano i democristiani. Perché l’unica alternativa sembra essere questo populismo d’accatto, che specula sulla rabbia degli impoveriti per costruirsi un dominio personale.
Sono ormai abbastanza vecchio per sapere che chi urla in piazza «Potere al popolo!» si immedesima a tal punto nel popolo che il potere lo vuole tutto per sé. E dopo trent’anni di gargarismi leghisti mai seguiti da un atto concreto non mi spaventa un caudillo che incita alla secessione le plebi furenti e minaccia a salve il governo centrale, al grido di «Renzi, cacati sotto». Ma continuo a trovare esilarante e terribile lo sdoppiamento di personalità che porta il santone partenopeo ad annunciare che «dopo le elezioni del 5 giugno tutto cambierà: io uscirò dal Palazzo e governerò in strada!», come se il sindaco uscente fosse un altro e non lui. 

venerdì 6 maggio 2016

I nemici del nuovo Pd


Fabrizio Rondolino
L'Unità 6 maggio 2016
La difesa del buon operato del governo e delle istituzioni democratiche passa anche per una profonda, non più rinviabile autoriforma dei partiti.
È tempo che il Pd s’impegni per salvare il lavoro straordinario che il presidente del Consiglio ha fatto e continua a fare. Il primato della politica, che è la chiave del renzismo di governo e grazie al quale l’Italia sta ritrovando la strada dello sviluppo e della modernità, deve esercitarsi anche nella gestione e nella direzione del partito. E il modo più efficace per mettere in sicurezza le riforme, per restituire fiducia e credibilità alla politica, per ridimensionare le nostalgie giustizialiste della parte più chiassosa e minoritaria della magistratura, e per vincere il referendum di ottobre, è fare pulizia.
Da sé, e in fretta: senza scatenare nessuna caccia alle streghe dentro il Pd, ma anche senza alcuna indulgenza o compromesso. E senza aspettare l’avviso di garanzia, l’arresto o la condanna del giorno. Il cortocircuito mediaticogiudiziario – ogni accusa è già una sentenza, la personalità dell’imputato è fatta a pezzi in pubblico senza possibilità di replica, trionfano semplificazione e generalizzazione – rischia di travolgere un’altra volta la fragile infrastruttura democratica del Paese, consegnando al peggior qualunquismo populista e fascistoide l’egemonia nel dibattito pubblico.
Tutto l’impegno messo in campo dal governo in questi anni – compresi i numerosi provvedimenti per la legalità, contro la corruzione e per il miglioramento della macchina giudiziaria – rischia di essere dimenticato, travolto, cancellato.
Una possente macchina di propaganda s’incarica ogni giorno di picconare le basi stesse della convivenza civile: quando non ci saranno più politici in giro non avremo sconfitto la corruzione, avremo affossato la democrazia. Il fatturato dei media si nutre di scandali, quello della politica di buone riforme. È una gara asimmetrica, perché lo scandalo penetra con estrema facilità nelle coscienze, scuotendole e frastornandole, mentre la buone riforme, per dare frutti, hanno bisogno di tempo, volontà, tenacia. La semplificazione emotiva, sebbene contenga sempre in sé un errore di fondo, è più popolare della fatica della complessità.
È bene essere chiari: se nell’opinione pubblica dovesse prevalere l’idea che il governo e il partito di maggioranza sono covi di malaffare – un’idea rafforzata quotidianamente dalle notizie sulle indagini, gli arresti, le condanne – la sconfitta per il Paese sarebbe catastrofica. Possiamo rinunciare alla riforma del Senato e al governo Renzi, ma non possiamo rinunciare alla politica, alle elezioni e alla democrazia. Renzi ha fatto benissimo, nella sua qualità di presidente del Consiglio, a difendere l’indipendenza della magistratura, a ribadire che le indagini devono proseguire senza condizionamenti, a negare l’esistenza di un “complotto” o di una giustizia ad orologeria. Intanto perché è effettivamente così, e poi perché Renzi non è Berlusconi: la sacrosanta battaglia garantista per una giustizia giusta, rapida ed efficiente può essere vinta soltanto a patto di rinunciare ad ogni anche minima ambiguità: i delinquenti, quando sono provati tali, vanno puniti senza distinzioni né attenuanti. Ma, con altrettanta franchezza, è bene dire che questo non basta più.
La difesa del buon operato del governo e delle istituzioni democratiche passa anche per una profonda, non più rinviabile autoriforma dei partiti. Il Pd e i suoi gruppi dirigenti devono dare l’esempio, devono muoversi per primi, e non devono fermarsi di fronte a nulla. È illusorio (e politicamente sbagliato) pensare che questo compito possa essere svolto soltanto a Roma, dal segretario e dai suoi collaboratori: al contrario, è necessaria e urgente una grande mobilitazione a tutti i livelli, dai circoli fino ai comitati regionali. È venuta l’ora di un’assunzione di responsabilità individuale e collettiva. È venuta l’ora di drizzare le antenne, ascoltare, capire e intervenire, ciascuno nel proprio ambito, a viso aperto e responsabilmente, ovunque nel Paese.
L’autonomia della politica non significa soltanto potere e saper decidere senza subire le pressioni delle corporazioni, delle caste o della magistratura sindacalizzata: significa anche saper fare pulizia al proprio interno prima, e non dopo l’apertura di un’inchiesta. Non possono più esistere zone franche, potentati locali, ambiguità e tacite collusioni. È tempo di una grande campagna politica, diffusa e partecipata come e più di un congresso, per mettere in sicurezza il Pd dal malaffare che lo lambisce. È il malaffare, non la magistratura, il nemico mortale del nuovo Pd.

mercoledì 4 maggio 2016

La giustizia italiana


Fabrizio Rondolino
L'Unità 4 maggio 2016
Il problema principale della giustizia italiana in rapporto alla politica è che i magistrati continuano a indagare (e i giornali ad emettere sentenze di colpevolezza), ma le inchieste non si chiudono più.
Per carità, non parliamo di “giustizia ad orologeria”. La magistratura indaga ogni volta che viene a conoscenza di un reato, e non è colpa di un pm se, per una pura coincidenza, un’inchiesta si sovrappone ad una campagna elettorale. Del resto in Italia si vota spesso, quasi ogni anno, e poiché le elezioni non si possono sospendere è statisticamente assai probabile che un’indagine su un politico coincida con un appuntamento elettorale. E in ogni caso, come giustamente ha subito dichiarato Lorenzo Guerini, “piena e totale fiducia nel lavoro dei magistrati, confidando che si faccia chiarezza con la massima rapidità”.
Guerini, oltreché vicesegretario del Pd, è stato anche il predecessore del sindaco di Lodi Simone Uggetti, arrestato ieri per una presunta turbativa d’asta nell’assegnazione della gestione delle piscine comunali. “Ho conosciuto in questi anni Uggetti come amministratore competente e accorto e come persona più che corretta e limpida”, ha detto Guerini (che l’ha avuto in giunta due volte come assessore): e, fino a prova contraria e a sentenza definitiva, la parola di Guerini non può essere messa in discussione.
Ma se il vicesegretario del partito del premier auspica che i magistrati lavorino con “la massima rapidità”, non è soltanto perché Uggetti è un amico. Il problema principale della giustizia italiana in rapporto alla politica non è, come ha erroneamente sostenuto Piercamillo Davigo, che “i politici continuano a rubare, ma non si vergognano più”: il problema è che i magistrati continuano a indagare (e i giornali ad emettere sentenze di colpevolezza), ma le inchieste non si chiudono più. Il caso ha voluto che, proprio nel giorno in cui Matteo Renzi invitava i giudici ad esprimersi non con le dichiarazioni di principio ma con le sentenze, il Tribunale di Potenza abbia condannato alcuni imputati in un’inchiesta sul petrolio (non quella che è costata il posto a Federica Guidi). Qualcuno ha colto al volo la coincidenza per burlarsi di Renzi.
Ma quella sentenza conferma meglio di dieci convegni sulla crisi della giustizia le parole del presidente del Consiglio. L’inchiesta era cominciata nel 2008, gli imputati erano 31 (fra cui alcuni amministratori locali) e, dopo otto anni di indagini e a due mesi dalla prescrizione, il Tribunale ha condannato in primo grado 13 imputati mandandone assolti 18. E questa sarebbe la giustizia che aiuta la politica a fare pulizia? Prendiamo un altro esempio: la nuova inchiesta sul petrolio, diventata pubblica il 31 marzo scorso. Dal primo aprile, tutti i giornali l’hanno messa in prima pagina, pubblicando rivelazioni e indiscrezioni, intercettazioni (spesso del tutto ininfluenti ai fini dell’indagine) e retroscena, giorno dopo giorno, fino al 17 aprile.
Quella domenica i principali quotidiani, sempre in prima pagina, annunciavano che era finito sotto inchiesta anche il vicepresidente di Confindustria, Ivanhoe Lo Bello (il Fatto, più fantasioso della concorrenza, titolava invece: “Potenza, nelle telefonate Matteo, Angelino e Lupi”). Da lunedì 18 aprile, però, non è più uscita una sola riga sulla “Trivellopoli” che qualche burattino della Casaleggio Associati srl aveva definito “più grande di Tangentopoli”, e l’inchiesta è tornata nel silenzio assordante in cui giaceva già da un paio d’anni. Che diavolo sarà successo quella domenica 17 aprile? Il governo ha imposto il bavaglio alla Procura di Potenza, i pm sono andati in ferie, c’è stata un’invasione di cavallette, un terremoto, un’inondazione, una retata di magistrati e giornalisti d’assalto? Pare che quel giorno, a parte il referendum sull’energia snobbato dalla stragrande maggioranza degli italiani, non sia successo nulla. Ma questa dev’essere soltanto una coincidenza.

L’eroica inchiesta di Potenza? E’ finita il giorno del referendum…


Fabrizio Rondolino
L'Unità 3 maggio 2016
Persino Il Fatto non ne parla più: eppure era “peggio di Tangentopoli”
Da giorni compulsiamo il Fatto con crescente ansia e curiosità alla ricerca di nuovi dettagli, nuovi particolari, nuove rivelazioni sulla grandiosa inchiesta della Procura di Potenza, la “Trivellopoli” che qualche burattino della Casaleggio Associati srl definì “più grande di Tangentopoli”, ma non riusciamo a trovare nulla.
Sfogliamo il giornale di Travaglio dalla prima all’ultima pagina, torniamo indietro, ricominciamo pazienti la lettura, ma non c’è niente. Neppure un titolino, un taglio basso, una vignetta: niente di niente.
L’inchiesta di Potenza diventa pubblica giovedì 31 marzo, e dal 1° aprile il Fatto dedica sistematicamente tutte le sue aperture di prima pagina al grande evento, in un crescendo impressionante di accuse, insinuazioni, denunce e sdegnati commenti: “Il governo d’affari al servizio della superlobby da 2 miliardi” (2 aprile), “Le mail inguaiano la Boschi” (4 aprile), “La trama dei favori: da una parte il decreto del Mise, dall’altra il piano per stoccare milioni di barili in Sicilia” (6 aprile), “Clan petroli: così lo staff della Finocchiaro aprì la commissione a Mr. Guidi” (9 aprile), “Il ritorno di Mani Pulite” (venerdì 15 aprile), “Veleni Eni, relazione falsa: indagato il perito dei pm” (sabato 16 aprile).
L’ultimo articolo compare domenica 17 aprile, sempre vistosamente in prima pagina, sotto un titolo che lascia poco spazio all’immaginazione: “Potenza, nelle telefonate Matteo, Angelino e Lupi”. Poi, il silenzio. Dell’inchiesta più grande del secolo da lunedì 18 aprile nessuno parla più. Non i giornaloni d’informazione, non quelli d’opposizione, e neppure il Fatto, che pure, come sappiamo, ama la giustizia e ricerca sempre la verità.
Che diavolo sarà successo quella domenica 17 aprile? L’eroica Procura di Potenza ha forse smesso di indagare, il governo le ha imposto il bavaglio, i pm sono andati in ferie, c’è stata un’invasione di cavallette?
E perché il Fatto, che non si ferma mai di fronte a nulla, non ha proseguito le sue inchieste, le sue indagini, le sue coraggiose rivelazioni? Quale terribile disgrazia s’è abbattuta domenica 17 aprile su Potenza? Un terremoto, un’inondazione, una retata di magistrati e giornalisti d’assalto?
Abbiamo cercato ovunque negli archivi e pare che quel giorno, a parte il referendum sull’energia snobbato dalla stragrande maggioranza degli italiani, non sia successo nulla. Ma questa dev’essere soltanto una coincidenza.

domenica 1 maggio 2016

Tutte le cose che Roberto Speranza non può non sapere


Giorgio Tonini
L'Unità 30 aprile 2016
O Speranza crede alla sua propaganda, oppure ci sta solo rifilando una pessima propaganda
Sulla Repubblica di oggi, Roberto Speranza, a nome della minoranza dem, lancia un allarme: “Se Denis Verdini entra nella maggioranza, è la fine del Partito democratico”.
Speranza mi perdonerà, ma non riesco proprio a dare credito alla sua buona fede. Perché per farlo dovrei dubitare della sua intelligenza. L’intervistatrice, Giovanna Casadio, gli fa notare infatti che Verdini, che allora era il braccio destro di Berlusconi, era in maggioranza, insieme al Pd, sia col governo Monti che con quello Letta. E Speranza, che allora era capogruppo del Pd alla Camera, risponde così: “Non sono vicende paragonabili: nel 2013 o si faceva un governo di larghe intese o non sarebbe nato nessun governo. Oggi invece un governo c’è, il dialogo con Verdini non è una necessità ma una scelta politica”.
Ecco: un dirigente politico del calibro di Speranza non può sostenere una tesi del genere senza che l’interlocutore sia posto dinanzi ad un dubbio radicale: o Speranza crede alla sua propaganda, e allora incorre in quello che Giancarlo Pajetta definiva l’errore più frequente e più grave per un giovane dirigente politico, oppure ci sta solo rifilando pessima propaganda, con grave detrimento per la sua credibilità. Speranza non può non sapere che il patto del 2013 è durato poche settimane, fino al voto sulla decadenza di Berlusconi da senatore e che il governo Letta sarebbe caduto se Alfano non avesse scelto, insieme ai suoi, la difficile strada della scissione del Pdl e della fondazione del Ncd.
Speranza non può non sapere che la maggioranza rimasta a sostegno del governo Letta non sarebbe riuscita a portare a termine le riforme costituzionali senza il ritorno di Berlusconi (con Verdini), non al governo, ma al tavolo delle riforme, attraverso il famigerato patto del Nazareno. Speranza non può non sapere che anche quel patto è stato stracciato da Berlusconi, a causa della scelta da parte del Pd di proporre ed eleggere Sergio Mattarella presidente della Repubblica e che è stato su questo passaggio che si è consumata la rottura tra Berlusconi e Verdini. Speranza non può non sapere che senza i voti del gruppo di Verdini, al Senato i 161 sì necessari alla riforma sarebbero stati ad altissimo rischio. Speranza non può non sapere che il gruppo di Ncd ha perso alcuni senatori, passati all’opposizione, a causa del voto di fiducia sulle unioni civili, sostenuto invece dal gruppo dei verdiniani.
Speranza non può non sapere, in definitiva, che oggi al Senato, senza i verdiniani, la maggioranza forse c’è e forse non c’è e dunque il dialogo con il gruppo di Verdini non è una scelta ma una necessità. Poi c’è la politica, che ci dice cinque cose. La prima è che le varie rotture del patto del 2013 sono state sempre reazioni a scelte che il Pd ha deciso in modo unanime: il voto sulla decadenza di Berlusconi, la scelta di Mattarella per il Quirinale, le unioni civili.
La seconda è che in questa legislatura i gruppi del Pd sono rimasti uniti e anzi si sono allargati a parlamentari di Sel e di Scelta civica, mentre è stato nel centrodestra che si sono consumate numerose e dolorose scissioni.
La terza è che il nostro elettorato ha compreso e condiviso quella che resta una linea politica difficile (perché è sempre difficile sostenere a lungo una collaborazione al governo con gli avversari di sempre), come ha dimostrato il risultato storico delle europee e quello largamente positivo delle regionali.
La quarta è che ciò è stato possibile perché nei contenuti dell’azione di governo e parlamentare abbiamo saputo fare compromessi alti e mai abbiamo ceduto sui nostri principi e valori di fondo.
La quinta è che c’è un solo modo per non essere più costretti ad alleanze spurie: portare a termine, con la vittoria del SI al referendum confermativo, le riforme costituzionali che renderanno possibile, finalmente, una chiara e limpida scelta del governo da parte degli elettori. Anche questo, Speranza non può non saperlo.