di EZIO MAURO
La Repubblica 1 aprile 2014
La Patria che si sostituisce alla
Republique, il popolo ai cittadini, la nazione all'Europa.
Questa
è la lezione generale che viene dalla Francia, dopo l'avanzata del
Fronte di Marine Le Pen. Ma c'è qualcosa di più, che può
riguardarci da vicino, e che conviene analizzare per tempo.
Il
primo dato è la spoliazione repubblicana operata dalla crisi, che
mette in causa lavoro, risparmio, aspettativa di futuro, ruolo
sociale, sicurezza. La reazione è di spaesamento e di abbandono, con
la percezione di un impoverimento politico per l'incapacità di
governare da soli fenomeni complessi come la globalizzazione, che
determinano una sensazione di perdita generale di controllo. A questo
sentimento di dispersione identitaria si accompagna la crisi dei
canali di intermediazione e di rappresentanza, dalle categorie ai
sindacati ai partiti.
Smarrito nella solitudine repubblicana,
il cittadino ritorna individuo: e deve fronteggiare privatamente le
nuove paure pubbliche che la crisi ingigantisce e che nessuna cultura
comunitaria ha avuto il tempo e il modo di elaborare, riducendole a
politica e smitizzandole.
Bisogna avere il coraggio di
ammettere che la destra è più attrezzata a cavalcare questa onda
d'urto che frantuma identità e appartenenze. Anzi il più attrezzato
è un populismo-nazionalista che unisce modernità e tradizione nella
coltivazione delle paure, rinchiudendole dentro frontiere immaginarie
innalzate contro la nuova sfida transnazionale e globale. Per essere
più esatti siamo davanti alla crescita di forze che si presentano
come "né di destra né di sinistra" (la definizione
preferita che Marine Le Pen dà oggi del Fronte) o addirittura come
il superamento della dicotomia del Novecento (il Movimento 5 Stelle).
Come tali queste forze uniscono un culto strumentale della tradizione
ad una critica radicale della globalizzazione che porta con sé una
denuncia degli esiti estremi del capitalismo finanziario e del
liberismo selvaggio, che la sinistra non sa più fare.
Questo
profilo ideologico apparentemente costruito sul superamento delle
famiglie culturali del secolo scorso (e delle loro proiezioni
terrene, politiche) porta davanti a noi soggetti che si presentano
come nati dal nulla, o comunque ri-generati dall'esplosione del
vecchio sistema, dunque "vergini", quindi innocenti e per
definizione incolpevoli, proiettati soltanto nel mondo che verrà e
anzi unici custodi del focolare dell'appartenenza identitaria, i soli
capaci di custodirla nel passaggio dal vecchio al nuovo. Movimenti
che hanno per conseguenza un unico vero comandamento generale: la
sfida al sistema nel suo insieme, quindi una lettura della realtà
politica che faccia sempre e comunque di ogni erba un fascio, che non
distingua tra le storie e le culture politiche e che consenta ai
populismi di presentarsi non come uno sfidante tra vari competitori,
ma come "la sfida" vera e propria all'intero sistema
ridotto a un insieme da distruggere, perché da questa prospettiva
nichilista di sostituzione totale non c'è niente da salvare.
Covano
nei nuovi populismi elementi culturali da tea party, com'è evidente,
o da moderna rivoluzione conservatrice europea, che usa gergalità di
sinistra e modalità radicali mosse da un'autentica anima di destra
nel senso che Salvemini dava al "disprezzo per la democrazia"
o che Croce attribuiva alla "feroce gioia" contro le
istituzioni. È la rivincita contro l'occidentalizzazione del mondo,
che va in crisi proprio da noi, in Europa. L'irrisione dei grandi
racconti della modernità, considerati superati come i concetti e le
definizioni che hanno prodotto. Anzi, è la fine del moderno in
politica, con la crisi delle categorie classiche che l'hanno
interpretata per oltre un secolo. Viene alla luce una novità: una
speciale modalità del populismo di essere "popolare", cioè
di adulare il popolo rappresentandolo nelle sue paure e nei suoi
fantasmi, ma anche nella sua proletarizzazione culturale, con la
perdita di riferimenti e di meccanismi di lettura e di
interpretazione del contemporaneo, senza più categorie del reale.
Il populismo chiede una relazione empatica, dunque anche
d'istinto. Più che elaborare le paure, le stereotipizza, facendole
diventare soggetti politici minacciosi, dunque bersagli. In cambio
promette protezioni primitive organizzate ognuna sempre attorno al
concetto delle frontiere, immaginarie o reali, storiche o culturali:
perché il nemico è tutto ciò che è transnazionale, che si muove
da un mondo all'altro e li attraversa tutti d'abitudine,
l'immigrazione naturalmente, ma anche le élites, il cosmopolitismo,
l'euro, l'Europa e la globalizzazione. La risposta è la chiusura in
una sicurezza immaginaria, separata e isolata, antica e autarchica
con le monete di una volta, le barriere e i confini, gli Stati
teorizzati come pure comunità di discendenza, il welfare riservato
agli indigeni, i diritti degli altri che pagano dogana.
È la
risposta più radicale di fronte all'impatto radicale della crisi. La
Francia segnala al continente (e all'Italia in particolare) questa
sfida e anche un altro pericolo, nuovissimo e di grande portata:
l'impotenza del riformismo. Il rischio cioè che la sinistra di
governo, alla fine del suo lungo travaglio, non sia in grado di
trovare in se stessa gli elementi per una lettura altrettanto
radicale della fase e per una proposta di contromisure forti, e
finalmente diverse dall'antipolitica crescente. Come se le vecchie
parole della tradizione riformista fossero inservibili, mentre invece
il concetto di uguaglianza potrebbe essere la leva politica da cui
ripartire, nel momento in cui le disuguaglianze sono la cifra
dell'epoca. Come se, soprattutto, riformismo equivalesse a
moderatismo, incertezza identitaria, accettazione di un'egemonia
culturale altrui, mancanza di autonomia politica, dispersione nel
senso comune dominante.
E invece governare oggi significa
cambiare, radicalmente. Il Paese è esausto nella sua forma di
sistema, esasperato nella sua forma d'opinione. Questo esaurimento
non è solo un problema di efficienza perduta, sta diventando un
problema di democrazia rinnegata. Il cambiamento - cioè la riforma
del sistema - è lo strumento più radicale che la sinistra ha a
disposizione per fronteggiare la vera sfida politica che ha davanti a
sé con il nuovo populismo antipolitico. È l'unico modo per
ricostruire un circuito di fiducia tra le istituzioni e il Paese, tra
i cittadini e la politica. Perché provare a cambiare davvero un
Paese - soprattutto se pare irriformabile come il nostro - è più
utile che prenderlo a calci, scommettendo ogni giorno sul peggio.