domenica 4 agosto 2013

Surrealismo


JENA
03/08/2013
Ieri Enrico Letta ha tenuto una conferenza stampa sulla cultura. 
jena@lastampa.it 

venerdì 2 agosto 2013

Partito Democratico, popolo ed élites a Brescia.



di Franco Gheza

Un misterioso Carlo E. Ferrari ha scritto, sulle pagine bresciane del Corriere della Sera del 13 luglio scorso, una riflessione sulla formazione delle élites cattoliche. L’autore parte dal caso Brescia che considera emblematico dopo le recenti elezioni amministrative. Nel nuovo Consiglio comunale è preponderante il Partito Democratico nel quale la componente laica dovrebbe essere forte e invece è minoritaria rispetto agli eletti che provengono dal mondo cattolico. Com’è stato possibile? Come si selezionano le classi dirigenti? Ha il cattolicesimo ancora una forza egemonica? La risposta di Ferrari si concentra su tre iniziative elitarie di “formazione cattolica delle future classi dirigenti” e trascura l’analisi del contesto popolare che accompagna la formazione all’impegno sociale e politico. Innanzitutto Ferrari accenna alla Fondazione Tovini e alla connessa Famiglia Universitaria che definisce “neoguelfa” in quanto eluderebbe il confronto con il mondo laico. Ricorda poi la Fondazione San Benedetto, espressione educativa di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere, che metterebbe al centro della riflessione la categoria di sussidiarietà declinata come liberalismo sociale. Infine porta l’attenzione su una terza recente Fondazione, l'Accademia Cattolica che “potrebbe definirsi ispirata a un cattolicesimo neo-costituzionale”, attento cioè a declinare l'appartenenza di fede nello spazio pubblico della ragione: uno spazio, regolamentato dai principi della costituzione, in cui tutte le fedi possono cooperare al bene comune. Si tratta di tre “modelli di cattolicesimo assai distanti”, emblematici di un pluralismo “non esente da tensioni, e talvolta attriti, ma che mostra in ciò la propria vitalità”. Una vitalità che Ferrari trova assente nel mondo laico, “ormai orfano della tradizione liberale zanardelliana e di quella social-comunista”. “A Brescia – conclude Ferrari – assistiamo al sedimentarsi di un’asimmetria: una società sempre più secolarizzata che elegge rappresentanti cattolici, nell’assenza quasi totale della cultura laica”.
Si tratta di ipotesi non del tutto condivisibili. Lasciamo ad altri sviluppare il giudizio sulla cultura laica che sembra prevalente in tutte le forze politiche. Preme invece uscire dal recinto delle Fondazioni culturali, comprese quelle della sinistra come la Micheletti, la Calzari-Trebeschi e la Piccini, per evidenziare le realtà popolari del mondo cattolico, ricche di militanza e di servizi formativi, compresi quelli messi in atto dalla diocesi con la scuola di formazione all’impegno sociale e politico. E’ da queste realtà popolari che sono usciti in quantità assessori, consiglieri comunali e lo stesso sindaco. Acli, Azione Cattolica, Movimento dei Focolari, Agesci, Giuristi cattolici, Parrocchie, tradizionali soggetti di animazione sociale. L’analisi dei militanti nelle opere di ispirazione cristiana potrebbe continuare: mille e cinquecento amministratori delle scuole materne paritarie dell’ADASM, migliaia di volontari che animano i Grest o le iniziative di carità, migliaia di cooperatori che uniscono professionalità e idealità sociale. Al di là di specifici corsi di formazione, queste élites si alimentano del pane quotidiano della dottrina sociale incarnata nella solidarietà umana. Il costante impegno nelle realtà sociali ha una valenza educativa che "precede, trascende e condiziona" la politica. Ma in questa dimensione della società civile, dei mondi vitali, dei corpi intermedi, un grande problema oggi resta aperto: la mancanza di unità sindacale. Il confronto, il dialogo e la militanza unitaria nel mondo del lavoro ha prodotto a Brescia leaders importanti e soprattutto ha permesso la costruzione di fondamenti etici comuni per i laici e per i cattolici. E’ stata la stagione dei Capra, dei Castrezzati, dei Landi e dei Lussignoli, come quella dei Torri e dei Terraroli. Per raggiungere un vero cambiamento anche a livello nazionale si sente oggi l’esigenza di ricuperare le idealità unitarie dei Trentin e dei Carniti che si sono tradotte in conquiste contrattuali e politiche emblematiche, come quella delle 150 ore di formazione per far crescere classe dirigente popolare.

Acceso

Giovanni De Mauro


Internazionale 2 agosto 2013

Pico Iyer, grande giornalista e scrittore di viaggi, racconta che “viaggiare è un po’ come essere innamorati, perché improvvisamente su tutti i sensi c’è scritto ‘acceso’. Quando viaggio, soprattutto nelle grandi città, la tipica persona che incontro è una ragazza che vive a Parigi e ha il padre coreano e la madre tedesca. Appena questa ragazza incontra un ragazzo che viene da Edimburgo, e ha il padre tailandese e la madre canadese, lo riconosce come suo simile. E si rende conto che probabilmente ha più cose in comune con lui che con chiunque altro in Corea o in Germania. Così diventano amici. E poi si innamorano. Si trasferiscono a New York. O a Edimburgo. E la bambina che nasce dalla loro unione non sarà né coreana né tedesca o francese o tailandese o scozzese o canadese e neanche americana, ma sarà una meravigliosa combinazione, in continua evoluzione, di tutti questi posti.
Il modo in cui questa ragazza sognerà il mondo, scriverà sul mondo e penserà al mondo sarà diverso, perché nascerà da una mescolanza senza precedenti di culture. Oggi, da dove vieni è meno importante di dove vai. Ma è solo fermando il movimento che puoi capire dove andare. Ed è solo facendo un passo indietro, dalla tua vita e dal tuo mondo, che puoi vedere quello a cui tieni di più, e quindi trovare casa. Il movimento è un privilegio fantastico. Ci consente di fare cose che i nostri nonni non potevano neanche sognare di fare. Ma il movimento ha senso solo se c’è una casa a cui tornare. E la casa, in fin dei conti, non è solo il posto in cui dormi. È il posto in cui stai”.

Bologna non dimentica.

 Da tutta Italia questa mattina sono arrivati i familiari delle vittime della strage alla stazione del 2 agosto 1980: 85 morti e 200 feriti, per lo scoppio di una bomba. Una strage fascista, ha certificato la sentenza di condanna degli allora Nar Mambro e Fioravanti.

E in tivù sembrava Breznev

di Marco Damilano

Un videomessaggio, come nel '93. Ma allora era giovanile, ottimista e pieno di futuro. Ieri era gonfio, livoroso e prigioniero del passato. Eppure, no: questa storia che ci tiene prigionieri da vent'anni non è ancora finita
(L'Espresso02 agosto 2013)
«L'Italia è il Paese che amo...». Con queste parole era cominciata l'avventura, quasi venti anni fa, il 26 gennaio 1994. «E' così che questo Paese mi ripaga?», ha esclamato giovedì sera lo stesso uomo in un altro videomessaggio, più sbalordito che indignato.
Segno che al di là della narrazione del martirio abilmente messa in scena negli ultimi giorni, Silvio Berlusconi si aspettava un'assoluzione o almeno un annullamento della sentenza di condanna con rinvio a Milano che avrebbe consegnato il processo alla solita prescrizione.

Così appariva il Cavaliere un'ora prima della lettura della sentenza, al telefono con Enrico Mentana. Alle 19 e 40, invece, il gioco si è spezzato. Finale di partita, Berlusconi condannato.

Nel video-messaggio del '94 Berlusconi era un uomo relativamente giovane, 57 anni, ottimista, entusiasta. Desideroso di incarnare il nuovo, di spazzare via i vecchi partiti di governo, la Dc, il Psi di Craxi che pure lo avevano beneficiato con la prima di tutte le leggi ad personam, la legge Mammì sull'emittenza televisiva. «La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi», diceva Berlusconi in quel messaggio. «L'auto-affondamento dei vecchi governanti schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema di finanziamento illegale dei partiti lascia il paese incerto al passaggio di una nuova Repubblica».

La magistratura ha eliminato con le inchieste «i partiti del pentapartito che avevano garantito la libertà e il benessere degli italiani», ha detto invece oggi. «Ho rassegnato oggi stesso le mie dimissioni a ogni carica sociale nel gruppo che ho fondato», annunciava nel 1994 il neo-candidato Berlusconi. La Cassazione, invece, l'ha inchiodato a una semplice, noiosissima verità: il conflitto di interessi esiste, Berlusconi è sempre stato il vero proprietario della Fininvest e di Mediaset, al punto di organizzare la frode fiscale di sette milioni di euro, come certificato dai due processi di Milano e dalla sentenza della Cassazione. Fedele Confalonieri, brav'uomo, è sempre stato un presidente formale, il Capo è sempre stato lui, il Cavaliere.

Il verdetto è una condanna definitiva per l'uomo che sognava il nuovo miracolo italiano e ha costretto gli italiani a vivere le sue ossessioni, i suoi incubi. E' apparso gonfio, impastato, irriconoscibile, vagamente brezneviano. «Quasi alla fine della mia vita attiva», ha ammesso a un certo punto, come improvvisamente invecchiato, come se si sentisse già la fine addosso. Prigioniero del passato, dunque costretto a ripeterlo: «Resto in campo, serve una nuova Forza Italia».

Obiettivo tardivo, dopo venti anni sprecati e un paio di partiti fondati e rottamati perché non soddisfacevano più il Capo. In fondo il Predellino del 2007 nasceva dall'idea che la vecchia Forza Italia non funzionasse più.

Ancor più di Berlusconi, sul piano politico, escono condannati gli uomini del Pdl, incapaci in tutti questi anni di organizzare una parvenza di dialettica democratica e di successione.

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano, l'uomo che istituzionalmente ha il compito di tutelare la sicurezza e l'ordine pubblico, ha trascorso lunghe ore al capezzale del suo Leader, ora pregiudicato. I sottosegretari Micaela Biancofiore (in buona fede) e Gianfranco Miccichè, che restituiscono a Berlusconi le deleghe del governo, attribuendo a lui il potere di nomina.

E il tavolo da pranzo di palazzo Grazioli, attraversato dal dubbio: oggi comincerà il dopo-Berlusconi? E chi lo guiderà? Per ora Berlusconi appare come una specie di Fidel Castro senza neppure il fratello Raul, insostituibile e ingombrante.

Anche se, per ora, un Berlusconi ferito a morte ma non completamente fuori scena, può far comodo a molti, a partire da chi aspira alla successione o alla guida della nuova Forza Italia: che sia la figlia Marina o Daniela Santanchè.

E può rassicurare, almeno in prima battuta, chi teme che la reazione del Pdl faccia cadere il governo Letta. Per ora non ci sarà nessuna crisi: Berlusconi «in campo» significa soprattutto «in maggioranza», l'ultima riserva di influenza che gli resta. Non ci sono più le forze e la presa nel Paese per organizzare un movimento nel Paese che abbia un unico punto programmatico: Silvio libero.

Imputato Silvio Berlusconi: colpevole