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sabato 27 gennaio 2018
lunedì 22 gennaio 2018
Quel matto di Matteo....
Giuseppe Turani | 20/01/2018
L'idea era, è, semplice: abbattere
l'Italia corporativa e consociativa. Ma si è rivelata un'impresa
titanica.
La campagna elettorale è appena cominciata, ma si è già capito
che, ancora una volta i giochi girano intorno a Matteo Renzi. Quello
che rischia di più in questa tornata elettorale è proprio lui. Un
successo lo renderebbe quasi invincibile anche per il futuro. Un
insuccesso aprirebbe comunque la strada a parecchi problemi.
Viene allora spontaneo ragionare su
questo protagonista della politica italiana e chiedersi: ma che cosa
ha fatto di importante Renzi, da essere così amato dai suoi e odiato
da tutti gli altri? Molti diranno il job act, i diritti civili, gli
80 euro.
La risposta in realtà è molto più
banale: Renzi ha dimostrato che si può fare. Si può fare che un
gruppo di giovani amministratori locali di provincia conquisti prima
il partito, facendone segretario il loro leader e poi addirittura il
presidente del Consiglio.
Matteo Renzi ha dimostrato che si può
fare un governo con gente quasi tutta giovane e alla prima esperienza
ministeriale senza sfigurare e, anzi, facendo un sacco di cose. Ha
dimostrato che si può fare un governo, e governare, senza stare a
raccogliere il parere preventivo di tutti i poteri grandi e piccoli
che girano per il paese.
Ha dimostrato, insomma, che il ricambio
generale e politico si può fare.
L’odio dei nemici nasce proprio da
questo “si può fare”. Secondo loro, infatti, non si doveva
“poter fare”. Tutto andava gestito in condivisione, con calma,
come si è sempre fatto. Senza strappi e, soprattutto, con gente
esperta e navigata, che conosce l’arte della mediazione fra i vari
poteri e che sa quali santuari non vanno disturbati.
Matteo ha rotto tutto questo e,
orrore, ha persino osato disegnare una riforma costituzionale
che avrebbe raso al suolo la Repubblica consociativa nella quale
siamo vissuti da dopo la guerra a oggi.
Allora, i poteri, tutti i poteri,
grandi e piccini hanno deciso che Matteo non va. Queste cose non si
debbono fare. Hanno capito che lui puntava, e punta, a una politica
forte che sceglie (anche con errori, a volte), ma è proprio questo
che non si vuole. E non sono tanto i poteri forti (inesistenti)
quanto i mille poteri che in questi decenni si sono spartiti il
paese. I farmacisti non sono la Spectre, e nemmeno i taxisti. E
neanche gli ambulanti. Eppure hanno potere di veto sulle cose di loro
pertinenza.
Ma tutta questa gente, che vive di
piccoli o grandi privilegi, non vuole uscire dalla repubblica
consociativa, dove hanno trovato un angolino per crescere e
prosperare.
I nemici di Renzi, quindi, non sono i
grandi imprenditori (quasi inesistenti, ormai) o i grandi banchieri
(pochissimi e pieni di guai). Sono i mille poteri diffusi, le mille
posizioni di rendita distribuite in questi anni.
Ma allora Renzi ha contro un intero
popolo? No. Però il 4 dicembre il 60 per cento gli ha votato
esplicitamente contro. E non tanto per via di D’Alema o di altri
figuri del genere, ma per il rifiuto a uscire da una società
consociativa, dove ci si mette d’accordo e alla fine si trova una
ricompensa (grande o piccola per tutti) al di fuori di qualsiasi
regola di mercato.
Ecco perché la battaglia di Renzi (fra
buone idee e errori clamorosi) non sarà facile. Più che una
politica, deve smontare qualcosa che è diventato sistema di vita,
patto fra le classi e i ceti, costituzione non scritta, costume
collettivo.
giovedì 18 gennaio 2018
domandone...
"Cari @bersani e @robersperanza , che ne pensate del governo del Presidente proposto da D'Alema?"
“Un abbraccio sincero a @PietroGrasso che di LEU immaginava di essere il capo e,invece, ci ha messo solo il nome”
schizofrenia e malafede
Simona Bonafé
18 gennaio 2018
Oggi la BEI certifica che il paese che ha più beneficiato di
finanziamenti per le imprese del “Piano Junker” è stata l’Italia.
Indovinate chi al parlamento europeo votava contro quel piano
d’investimenti voluto dal governo italiano nel semestre di presidenza
dell’Ue? Lega e M5S
Nannicini: un «conto formazione personale» per completare il Jobs Act
Il Sole 24 Ore 18 gennaio 2018
Le priorità indicate sul Sole 24 Ore
da Carlo Calenda e Marco Bentivogli, dalla centralità degli
investimenti in formazione e capitale umano al rafforzamento della
qualità dell’occupazione, «sono in perfetta sintonia con le
proposte del Pd per la prossima legislatura e sviluppano il cammino
di riforme che i governi Renzi e Gentiloni hanno portato avanti in
anni difficili». Per Nannicini, economista alla Bocconi di Milano e
braccio destro del segretario dem nell’elaborazione del programma
economico, vanno messi in campo «strumenti che rendano concreto e
credibile, non solo a parole, il diritto soggettivo di ogni
lavoratore a una formazione permanente, indipendentemente dal tipo di
contratto».
Lo strumento, ancora in fase di
approfondimento tecnico, potrà essere una sorta di «conto personale
formazione»: si partirebbe con una dote iniziale (si ragiona su 500
euro dal 18esimo anno di età della persona) da alimentare poi con
accumuli successivi. Si punterebbe su servizi personalizzati, che
potranno essere anche rafforzati per migliorare, ad esempio,
l’alternanza scuola-lavoro e il sostegno ai percettori del reddito
di inclusione, il primo intervento strutturale di contrasto alla
povertà introdotto in Italia. Il Pd punterebbe, così, a completare
il Jobs Sct, dopo che quest’anno è reso strutturale l’assegno di
ricollocazione per tutti i disoccupati (e cassintegrati nelle crisi
aziendali un po’ più delicate che rischiano di sfociare in
cospicui esuberi di personale), consolidando il ruolo dell’Agenzia
nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal).
Una possibile copertura dei costi
iniziali del «conto personale» (le primissime stime parlano di
circa 300 milioni di euro) potrebbe arrivare da un aggravio economico
sui contratti a termine.
Il punto è che «il diritto al lavoro»
sta evolvendo: fino a qualche tempo fa ci si preoccupava del semplice
inserimento in un singolo posto al termine degli studi e poi per
tutta la vita. Adesso, i pensieri (e le aspettative) sono differenti,
per giovani e non, con carriere lavorative spesso discontinue,
caratterizzate da un susseguirsi di periodi di interruzioni e di
ripartenze. Non solo. C’è poi la spinta della rivoluzione
tecnologica e le rinnovate esigenze della fabbrica 4.0: gli studi,
nazionali e internazionali, più accreditati evidenziano che le dieci
professioni oggi più richieste dal mercato non esistevano fino a
dieci anni fa, e il 65% degli studenti che hanno iniziato le scuole
primarie nel 2016 affronterà un lavoro di cui in questo momento non
si conoscono le caratteristiche. Ecco quindi, nel disegno di politica
economica dei dem, la necessità del «conto personale», che - da
quanto si apprende - dovrà servire anche a unificare gli strumenti
di orientamento, di garanzia del reddito e la formazione lungo tutta
la vita. «Su queste priorità - aggiunge Nannicini - spero arrivino
presto momenti di dialogo e confronto».
Oltre al diritto soggettivo alla
formazione di ciascun lavoratore, il partito democratico sta pensando
anche a due altre proposte, collegate: passare dagli incentivi
congiunturali agli investimenti a un sostegno strutturale per le
imprese che innovano e portano avanti un faticoso processo di
riconversione imposto da un’economia globale che corre; e il
decollo di una nuova filiera scolastica “professionalizzante”.
Qui, in particolare, si tratterebbe di rilanciare, a livello
secondario, l’istruzione tecnica e professionale (per far acquisire
ai ragazzi competenze pratiche e subito spendibili nel mondo del
lavoro); e, poi, a livello terziario, continuare la strada del
potenziamento degli Its, gli Istituti tecnici superiori, che hanno un
tasso di occupabilità superiore all’80%; e che, nel giro di
qualche anno, dovranno diventare il canale formativo “privilegiato”
per il settore industriale.
La grande coalizione è dove mi siedo io
Stefano Ceccanti
18 gennaio 2018
Dell'intervista
di D'Alema si capisce fondamentalmente una cosa, che un'eventuale
grande coalizione Pd-Fi non andrebbe bene perché non comprende lui.
Infatti i governi del Presidente non esistono, se non per un certo
attivismo del Capo dello Stato che supplisce le difficoltà di intesa tra
i partiti (quella che auspica Cassese, ma che non è affatto scontata).
Alla fine i Governi del Presidente hanno bisogno di una maggioranza
parlamentare, sono grandi coalizioni di cui ci si vergogna e quella a
cui pensa D'Alema è evidentemente una che arriva da Leu fino a
Berlusconi compreso. A nobilitarla c'è il fatto che ci sarebbe dentro
lui. Chissà che ne pensano i suoi potenziali elettori e Pietro Grasso.
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