mercoledì 27 luglio 2016

La mia lettera ai fratelli musulmani: denunciamo chi sceglie il terrore


di TAHAR BEN JELLOUN
"Dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci contro Daesh". "Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri"
L'Islam ci ha riuniti in una stessa casa, una nazione. Che lo vogliamo o no, apparteniamo tutti a quello spirito superiore che celebra la pace e la fratellanza. Nel nome "Islam" è contenuta la radice della parola "pace". Ma ecco che da qualche tempo la nozione di pace è tradita, lacerata e calpestata da individui che pretendono di appartenere a questa nostra casa, ma hanno deciso di ricostruirla su basi di esclusione e fanatismo. Per questo si danno all'assassinio di innocenti. Un'aberrazione, una crudeltà che nessuna religione permette.
Oggi hanno superato una linea rossa: entrare nella chiesa di una piccola città della Normandia e aggredire un anziano, un prete, sgozzarlo come un agnello, ripetere il gesto su un'altra persona, lasciandola a terra nel suo sangue tra la vita e la morte, gridare il nome di Daesh e poi morire: è una dichiarazione di guerra di nuovo genere, una guerra di religione. Sappiamo quanto può durare, e come va a finire. Male, molto male.
Perciò dopo i massacri del 13 novembre a Parigi, la strage di Nizza e altri crimini individuali, siamo tutti chiamati a reagire: la comunità musulmana dei praticanti e di chi non lo è, voi ed io, i nostri figli, i nostri vicini. Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che "questo non è l'Islam". Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l'Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l'Islam - o piuttosto - se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l'Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l'Islam dalle grinfie di Daesh. Abbiamo paura perché proviamo rabbia. Ma la nostra rabbia è l'inizio di una resistenza, anzi di un cambiamento radicale di ciò che l'Islam è in Europa.
Se l'Europa ci ha accolti, è perché aveva bisogno della nostra forza lavoro. Se nel 1975 la Francia ha deciso il ricongiungimento famigliare, lo ha fatto per dare un volto umano all'immigrazione. Perciò dobbiamo adattarci al diritto e alle leggi della Repubblica. Rinunciare a tutti i segni provocatori di appartenenza alla religione di Maometto. Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri che per strada spaventano i bambini. Non abbiamo il diritto di impedire a un medico di auscultare una donna musulmana, né di pretendere piscine per sole donne. Così come non abbiamo il diritto di lasciar fare questi criminali, se decidono che la loro vita non ha più importanza e la offrono a Daesh.
Non solo: dobbiamo denunciare chi tra noi è tentato da questa criminale avventura. Non è delazione, ma al contrario un atto di coraggio, per garantire la sicurezza a tutti. Sapete bene che in ogni massacro si contano tra le vittime musulmani innocenti. Dobbiamo essere vigilanti a 360 gradi. Perciò è necessario che le istanze religiose si muovano e facciano appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell'Islam, credenti o meno, perché scendano nelle piazze per denunciare a voce alta questo nemico, per dire che chi sgozza un prete fa scorrere il sangue dell'innocente sul volto dell'Islam.
Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini.
Apparteniamo alla stessa nazione, ma non per questo siamo "fratelli". Oggi però, per provare che vale la pena di appartenere alla stessa casa, alla stessa nazione, dobbiamo reagire. Altrimenti non ci resterà altro che fare le valigie e tornare al Paese natale.

IL GRANDE ELETTORE ISIS


Sandro Albini
27 Luglio 2016
I drammatici eventi di questi giorni li abbiamo tutti subiti con il loro carico di orrore, angoscia, impotenza. Domanda: perché, a chi serve? Risposte difficili da trovare: pianificazione del terrore, guerra asimmetrica, emulazione, e così via. Certo, finché rimane in esercizio la casa madre del terrore (leggi Isis in Siria) il fascino del male continuerà a suscitare fedeli tra menti deboli, delinquenti e i tanti individui marginali che non hanno nulla da perdere. Quindi non è da scartare una intensificazione delle operazioni militari per schiacciare la testa del serprente(coinvolgendo anche Putin). La conseguenza più pericolosa sta nella paura che si insinua tra la gente comune la quale è portata a inseguire il bisogno di sicurezza affidandosi alle parole d'ordine delle destre e dei populismi. Un primo risultato è già stato conseguito: la Brexit. Gli Inglesi hanno ritenuto di mettersi al riparo uscendo dall'Europa. Vedremo negli USA a novembre cosa succede tra la Clinton e Trump. Ma l'anno prossimo si vota in molti paesi europei: si rischiano clamorosi successi di forze politiche il cui obiettivo sarà di radicalizzare lo scontro e ulteriormente depotenziare un'Europa già debole. Difficile per chi tenta di mantenere a dritta la barra della ragione impedire contaminazioni: abbiamo più volte constatato come il vento dell'irrazionalismo sia capace di travolgere tutto e tutte sul globo terracqueo preparando il terreno a disastri politici e socioeconomici spaventosi. Basta rileggere la storia dell'Europa dei secoli scorsi: guerre per il potere nobilitate da motivazioni religiose e/o ideologiche hanno prodotto orrore, atrocità e sangue in misura e qualità non inferiori rispetto ai tempi nostri. Per quel che ognuno di noi può fare bisogna dire basta ai cialtroni di qualunque parte (e da qualunque podio) che attizzano odio, per i quali ogni pretesto è buono per trasformare gli avversari in nemici promettendo essere loro la soluzione di tutti i problemi. Poi stringere sul rispetto delle regole da parte di tutti, compresi coloro i quali sono stati accolti non per replicare un loro "Stato" dentro il nostro, ma per offrire loro una opportunità. Ognuno è libero di praticare il proprio credo ma senza sovrapporlo allo Stato laico, le cui norme non possono essere affievolite per nessun motivo. E poi, se non si ricostituisce un tessuto civile fatto di relazioni, solidarietà, condivisione nei paesi, nei quartieri, nei condomini, nelle città diventa praticamente impossibile affidare la sicurezza alle sole forze dell'ordine: lo abbiamo visto, non possono essere in ogni luogo. Il "controllo sociale" declinato nella sua accezione nobile è l'unico modo per rendere e far sentire più sicuri i cittadini. Soluzioni miracolistiche non ne esistono e chi le propone è un pericoloso imbonitore. Ognuno di noi può compiere una azione utile: esprimere il proprio voto, quando vi siamo chiamati, non contro qualcosa o qualcuno ma dopo aver valutato nel merito contenuti e proposte. Per non lasciare all'ISIS il potere di decidere del nostro futuro.

martedì 26 luglio 2016

«Le risposte ai demoni che ci perseguitano»


Zygmunt Bauman
di Davide Casati, inviato a Bruxelles 
Alle radici dell’insicurezza che attanaglia la società europea con la riflessione
del sociologo e filosofo polacco. «Attenzione al fascino pericoloso di uomini forti»

Quella a cui stiamo assistendo — in modo così prossimo e sconvolgente, nelle ultime settimane — è un’epoca segnata «dalla paura e dall’incertezza. E non bisogna illudersi: i demoni che ci perseguitano non evaporeranno». Anche perché — spiega il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, uno dei grandi pensatori della sfuggente modernità in cui viviamo — la loro origine ha a che fare con gli stessi elementi costitutivi della nostra società e delle nostre vite.
Professor Bauman, di fronte alla catena di attacchi di questi giorni, l’Europa si trova a fare i conti con un abisso di paura e di insicurezza. Quali risposte possono colmarlo?

«Le radici dell’insicurezza sono molto profonde. Affondano nel nostro modo di vivere, sono segnate dall’indebolimento dei legami interpersonali, dallo sgretolamento delle comunità, dalla sostituzione della solidarietà umana con la competizione senza limiti, dalla tendenza ad affidare nelle mani di singoli la risoluzione di problemi di rilevanza più ampia, sociale. La paura generata da questa situazione di insicurezza, in un mondo soggetto ai capricci di poteri economici deregolamentati e senza controlli politici, aumenta, si diffonde su tutti gli aspetti delle nostre vite. E quella paura cerca un obiettivo su cui concentrarsi. Un obiettivo concreto, visibile e a portata di mano».
Un obiettivo che molti individuano nel flusso di profughi e migranti.
«Molti di loro provengono da una situazione in cui erano fieri della propria posizione nella società, del loro lavoro, della loro educazione. Eppure ora sono rifugiati, hanno perso tutto. Al momento del loro arrivo entrano in contatto con la parte più precaria delle nostre società, che vede in loro la realizzazione dei loro incubi più profondi».
Di fronte a questa sfida, si moltiplicano i richiami da parte di alcune forze politiche alla costruzione di nuovi muri. Si tratta di una risposta sensata?
«Credo che si debba studiare, memorizzare e applicare l’analisi che papa Francesco, nel suo discorso di ringraziamento per il premio Charlemagne, ha dedicato ai pericoli mortali della “comparsa di nuovi muri in Europa”. Muri innalzati — in modo paradossale, e in malafede — con l’intenzione e la speranza di mettersi al riparo dal trambusto di un mondo pieno di rischi, trappole e minacce. Il Pontefice nota, con preoccupazione profonda, che se i padri fondatori dell’Europa, “messaggeri di pace e profeti del futuro”, ci hanno ispirato nel “creare ponti, e abbattere muri”, la famiglia di nazioni che hanno promosso sembra ultimamente “sempre meno a proprio agio nella casa comune. Il desiderio nuovo, ed esaltante, di creare unità sembra svanire; noi, eredi di quel sogno, siamo tentati di soffermarci solo sui nostri interessi egoistici, e di creare barriere”».
Nei suoi studi, lei ha indicato come valori fondativi delle nostre società la libertà e la sicurezza: dopo un’epoca in cui, per far crescere la prima, abbiamo progressivamente rinunciato alla seconda, ora il pendolo sta invertendo il suo corso. Quali riflessi politici ne derivano?
«Di fronte a noi abbiamo sfide di una complessità che sembra insopportabile. E così aumenta il desiderio di ridurre quella complessità con misure semplici, istantanee. Questo fa crescere il fascino di “uomini forti”, che promettono — in modo irresponsabile, ingannevole, roboante — di trovare quelle misure, di risolvere la complessità. “Lasciate fare a me, fidatevi di me”, dicono, “e io risolverò le cose”. In cambio, chiedono un’obbedienza incondizionata».
Sembra quello che sta proponendo il candidato alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump, le cui posizioni su sicurezza e immigrazione sono state di recente indicate dal presidente ungherese Viktor Orban come modelli anche per l’Europa...
«Quella a cui stiamo assistendo è una tendenza preoccupante: istanze di tipo sociale, come appunto l’integrazione e l’accoglienza, vengono indicate come problemi da affidare a organi di polizia e sicurezza. Significa che lo stato di salute dello spirito fondativo dell’Unione Europea non è in buona salute, perché la caratteristica decisiva dell’ispirazione alla base dell’Ue era la visione di un’Europa in cui le misure militari e di sicurezza sarebbero divenute — gradualmente, ma costantemente — superflue».
L’Islam è indicato da alcune forze politiche — ad esempio, la tedesca Pegida — come una fede intrinsecamente violenta, incompatibile con i valori occidentali. Che ne pensa?
«Bisogna assolutamente evitare l’errore, pericoloso, di trarre conclusioni di lungo periodo dalle fissazioni di alcuni. Certo: come ha detto il grandissimo sociologo tedesco Ulrich Beck, al fondo della nostra attuale confusione sta il fatto che stiamo già vivendo una situazione “cosmopolita” — che ci vedrà destinati a coabitare in modo permanente con culture, modi di vita e fedi diverse — senza avere compiutamente sviluppato le capacità di capirne le logiche e i requisiti: senza avere, cioè, una “consapevolezza cosmopolita”. Ed è vero che colmare la distanza tra la realtà in cui viviamo e la nostre capacità di comprenderla non è un obiettivo che si raggiunge rapidamente. Lo choc è solo all’inizio».
Siamo destinati quindi a vivere in società nelle quali il sentimento dominante sarà quello della paura?
«Si tratta di una prospettiva fosca e sconvolgente, ma attenzione: quello di società dominate dalla paura non è affatto un destino predeterminato, né inevitabile. Le promesse dei demagoghi fanno presa, ma hanno anche, per fortuna, vita breve. Una volta che nuovi muri saranno stati eretti e più forze armate messe in campo negli aeroporti e negli spazi pubblici; una volta che a chi chiede asilo da guerre e distruzioni questa misura sarà rifiutata, e che più migranti verranno rimpatriati, diventerà evidente come tutto questo sia irrilevante per risolvere le cause reali dell’incertezza. I demoni che ci perseguitano — la paura di perdere il nostro posto nella società, la fragilità dei traguardi che abbiamo raggiunto — non evaporeranno, né scompariranno. A quel punto potremmo risvegliarci, e sviluppare gli anticorpi contro le sirene di arringatori e arruffapopolo che tentano di conquistarsi capitale politico con la paura, portandoci fuori strada. Il timore è che, prima che questi anticorpi vengano sviluppati, saranno in molti a vedere sprecate le proprie vite».
Lei ha sostenuto che le possibilità di ospitalità non sono senza limiti, ma nemmeno la capacità umana di sopportare sofferenza e rifiuto lo è. Dialogo, integrazione ed empatia richiedono però tempi lunghi...
«Le rispondo citando ancora una volta papa Francesco: “sogno un’Europa in cui essere un migrante non sia un crimine, che promuove e protegge i diritti di tutti senza dimenticare i doveri nei confronti di tutti. Che cosa ti è accaduto, Europa, luogo principe di diritti umani, democrazia, libertà, terra madre di uomini e donne che hanno messo a rischio, e perso, la propria vita per la dignità dei propri fratelli?”. Queste domande sono rivolte a tutti noi; a noi che, in quanto esseri umani, siamo plasmati dalla storia che contribuiamo a plasmare, consapevolmente o no. Sta a noi trovare risposte a queste domande, e a esprimerle nei fatti e a parole. Il più grande ostacolo per trovarle, quelle risposte, è la nostra lentezza nel cercarle».

lunedì 25 luglio 2016

I PARLAMENTARI GRILLINI I LORO PRIVILEGI LI “PRIVATIZZANO”


Pietro Ichino
IL SENATORE GIARRUSSO, SICILIANO, APRE UNA PROPRIA “SEGRETERIA POLITICA”  A SCANDICCI NELL’APPARTAMENTO DI UN AMICO, ALLO SCOPO DI IMPEDIRNE LO SFRATTO PER MOROSITÀ
La lotta contro i privilegi della Casta si può fare in due modi: abolendoli, oppure estendendoli ai cittadini qualsiasi (magari incominciando dai propri amici: da qualcuno occorre pur incominciare). Il senatore Mario Giarrusso ha scelto questa seconda linea d’azione. Poiché un suo amico, tale sig. Tallarico, è a rischio di essere sfrattato per morosità, il parlamentare 5S siciliano ha pensato  bene di collocare nell’abitazione dell’amico, in via di Porto 193 a Scandicci, la sede di una propria “segreteria politica”. Così paralizzando la procedura di sfratto, in virtù dell’immunità da azioni esecutive di cui discutibilmente godono gli uffici dei parlamentari. In altre parole, il senatore ha posto una prerogativa strettamente legata alla sua carica pubblica al servizio dell’interesse esclusivamente personale di un privato cittadino, solo perché appartenente alla sua stessa parte politica. Visto il successo dell’operazione, pare che la Direzione 5S – pardon: la Casaleggio Associati – stia studiando una nuova campagna in tema di politica della casa centrata su questo slogan: “Problemi di sfratto? Rivolgiti ai nostri parlamentari”.

da che pulpito...

Il Giggi DCMaio che denuncia le campagne d'odio è come il birrario che denunciasse la birra.
Vittorio Zucconi

domenica 24 luglio 2016

Parisi, esordio con stecca


Chicco Testa
L'Unità 24 luglio 2016
Parisi si imballa nel momento in cui deve spiegare il No al referendum, ma questo è un piccolo prezzo da pagare al resto del centrodestra
Stefano Parisi, neocandidato a guidare il centrodestra italiano, dice in un’intervista al Foglio cose molto interessanti. Fino a un certo punto. Poi si imballa. Il sistema di valori e il programma che Parisi espone hanno un chiaro segno che potremmo definire liberal-socialista. Il giornalista che lo intervista gli fa notare maliziosamente che ci sono molti punti in comune con il programma del Pd e del Governo Renzi.
Libertà economica, amministrazione pubblica digitale e antiburocratica, politica estera filoaltlantica, semplificazione del processo legislativo, riforma garantista della giustizia, welfare consistente nei confronti dei più deboli, riforma e rilancio delle istituzioni europee. In effetti è cosi e non ci vedo niente di male. Anzi. Dipende poi naturalmente dal peso e dagli accenti che si vogliono dare alle diverse parti, ma il fatto che centrodestra e centrosinistra possano condividere alcune scelte di fondo mi sembra un buon segno. Così come mi sembra positivo il tono complessivamente moderato usato da Parisi. Lontano mille miglia dalle urla di Salvini e Brunetta.
Dove si imballa Parisi? Quando cerca di spiegare perché bisogna votare No al Referendum. Perché lì tutto il fervore riformista muore in una prospettiva che ci riporta pari pari alla Commissione Bozzi di alcune decine di anni fa. E Parisi mostra il vizio che un riformista non dovrebbe mai possedere. Il perfettismo. Dire no ad una riforma, perché astrattamente si potrebbe fare meglio. Dimenticando che le occasioni vanno colte quando si presentano, con i rapporti di forza dati e cogliendo le opportunità che si offrono. Pensare che il Parlamento possa mettere oggi all’ ordine del giorno nuovamente una riforma costituzionale con cosucce come l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, il rafforzamento del premierato, la trasformazione del Senato in una Camera costituente, queste sono le proposte di Parisi, significa sottovalutare completamente il quadro che deriverebbe da un eventuale vittoria del No e sopravvalutare la capacità di un Parlamento ormai consunto, balcanizzato e con i 5stelle con compiti di guastatori. Oltre a non risolvere il problema della prossima legge elettorale.
Il No al referendum è in realtà solo il prezzo che Parisi deve pagare al resto del centrodestra e capovolge la credibilità dell’intera operazione. Se per accontentare Salvini e Brunetta devi mettere in campo un libro dei sogni … be’questo è un errore che un riformista non dovrebbe mai fare. Perché si trasforma in un attimo in un velleitario sognatore. Alla fine poi non credo nemmeno che i suoi possibili partner si accontenteranno. Meglio sarebbe stato se Parisi avesse fatto il suo lavoro fino in fondo con coerenza, contribuendo a disegnare un campo completamente nuovo. Così invece rimane in mezzo al guado.

Rifondazione europea. Paura, populismo, austerità: il contrattacco della politica.


Fabrizio Rondolino
L'Unità 24 luglio 2016
L’ Assemblea nazionale del Pd che si è svolta ieri a Roma era stata convocata all’indomani del referendum britannico sull’uscita dall’Unione europea: “Una chiara sconfitta politica” che, ha detto Matteo Renzi, non soltanto non può essere negata, ma richiede di essere affrontata con determinazione e coraggio – cioè spingendo più avanti, molto più avanti di quanto sia stato fatto finora, il progetto europeista delle origini.
Da qui l’annuncio di un nuovo vertice a tre con Angela Merkel e François Hollande, dopo quello di Berlino del giugno scorso, che si terrà simbolicamente a Ventotene alla fine di agosto. Ma fra la convocazione dell’Assemblea e il suo svolgimento – il passo della storia sembra accelerare ogni giorno, e ogni giorno farsi più spietato e feroce – c’è stata la strage di Dacca, la strage di Nizza, il mezzo golpe turco seguito dal violento controgolpe di Erdogan, e infine la folle sparatoria di Monaco.
Il senso di disorientamento delle opinioni pubbliche occidentali è evidente, la debolezza delle reazioni dei governi – tanto nella prevenzione e nella gestione dell’emergenza terrorismo, quanto nella difesa concreta dei tanto sbandierati diritti umani – è sconfortante, così come sempre più fragile, alla vigilia delle nuove presidenziali austriache e del referendum ungherese, appare la stessa impalcatura comunitaria. Come in un fortino assediato da eserciti sconosciuti quanto determinati, pericolosi quanto divisi e persino ignoti tra loro, i governi europei devono affrontare simultaneamente la grande onda populista che, a torto o a ragione, trova proprio nell’establishment di Bruxelles il nemico pubblico numero uno, e la grande onda del terrore – e poco importa se jihadista o xenofobo, se frutto di un meticoloso addestramento o di una crisi di follia – che già sta modificando il nostro stile di vita e la nostra percezione del futuro.
Sullo sfondo (ma neanche tanto) la più lunga crisi economica di sempre che stenta a concludersi, soprattutto nei paesi strutturalmente più deboli come l’Italia, e, più in generale, un senso di frustrazione se non di depressione collettiva – la spiacevolissima sensazione, cioè, che le cose non torneranno mai più come erano prima. Non è semplice per la buona politica – che vive di emozioni, ma ha bisogno di razionalità – approntare le contromisure, preparare il contrattacco, o più semplicemente arginare le armate nemiche. La propaganda populista, nazionalista, xenofoba trova nella paura – quella innescata dalla recessione come quella alimentata quotidianamente dagli attentati – il suo combustibile più pregiato: il “derby fra paura e coraggio” – co sì Renzi ha riassunto il significato delle prossime elezioni americane – si gioca in realtà ovunque in Occidente, e segnatamente in Europa e in Italia.
Renzi difende i risultati ottenuti, a cominciare dalla flessibilità: “Se si fosse applicato il Fiscal Compact così come è stato inopinatamente votato, noi oggi avremmo avuto 30 miliardi di euro in più da pagare sull’altare dell’austerità”. Non è l’unico riferimento polemico ai suoi predecessori: “Non comprendiamo – ha aggiunto il premier-segretario – le dinamiche di alcune politiche europee, frutto di errori del passato quando abbiamo consentito alla tecnocrazia di decidere tutto sulle banche, sulla finanza e sul credito”.
Il principio è lo stesso, ed è una costante del renzismo: il primato della politica non soltanto sulla finanza ma anche, e soprattutto, sulle burocrazie statali e sovrastatali come chiave per una rifondazione europea fondata sul consenso dei cittadini. Il concetto è semplice, ma la sua attuazione richiederà un impegno straordinario.