sabato 14 novembre 2015

DOPO PARIGI ATTENDIAMOCI NUOVE REGOLE DI INGAGGIO PER LE NOSTRE DEMOCRAZIE EUROPEE.


Pierluigi Castagnetti
È sempre così: prima debbono succedere le cose, poi ci si mette attorno a un tavolo. Per favore: intelligenza politica. Testa e non pancia. E soprattutto INSIEME. 1) Capire perché. 2) Conoscere bene non l'Islam ma i due Islam (non uno aggressivo e l'altro moderato, ma due Islam ideologizzati-politicizzati più che teologici, entrambi moderati e aggressivi a seconda delle convenienze). È inutile cercare la violenza nelle sure. Non é un problema esegetico o teologico. È un problema di forza e di potere. Ognuno dei due Islam (per semplificare: sciita e sunnita) cerca di prevalere sull'altro, con la forza. Noi siamo presi di mezzo a causa del sostegno (a volte persino inconsapevole, ma spesso no) agli uni o agli altri. 3) l'Italia mi sembra si stia muovendo con intelligenza (giustamente democristiana, in questo caso): visita di Renzi in Arabia Saudita prima di ricevere (ora è rinviata) il leader iraniano Ruoani. 4) definire strategia unitaria con (almeno) gli altri maggiori paesi europei rifuggendo ogni sciocco protagonismo. 5) investire molto in Intelligence. 6) Conservare lucidità e disinteressarsi delle urla di chi pensa alle polemiche panciste finalizzate alle prossime elezioni amministrative.

venerdì 13 novembre 2015

Stavolta Il Fatto come ci crede, a Silvione


Fabrizio Rondolino
L'Unità 13 novembre 2015
Spara la bufala del Cavaliere su Renzi, questa volta fa comodo.
Due titoli uguali deliziano oggi la prima pagina del Fatto, preso da un’evidente, incontenibile gioia ogni volta che c’è da mettere in mezzo Matteo Renzi. Il che accade praticamente ogni giorno, secondo una logica per dir così aristotelica: siccome Renzi è per Marco Travaglio l’essenza originaria delle cose, il motore immobile che muove l’intero universo, l’Essere che permane intatto sotto il mutevole scorrere delle vicende umane, non c’è avvenimento sull’orbe terracqueo che non veda lo zampino – naturalmente pestilenziale – dell’onnipotente presidente del Consiglio.
Oggi però, come dicevamo, la partita è doppia, e doppio dev’essere anche il godimento del Fatto. “Renzi incastrato da De Luca: se lo caccia, il governo rischia”, proclama il primo titolo. E il secondo, subito sotto: “Renzi incastrato da Berlusconi: ‘Nel Nazareno, via la Severino’”.
Nessuna delle due notizie è vera, naturalmente, e anzi neppure si tratta di vere e proprie notizie, bensì, nel primo caso, di un’illazione priva di ogni fondamento e, nel secondo, di una sciocchezza poi smentita dallo stesso staff del Cavaliere: ma quel verbo, “incastrare”, evoca Al Capone e i telefilm polizieschi e dunque è parso a Travaglio il più adatto per soddisfare le proprie pulsioni più elementari senza rischiare una querela.
Se il Fatto scrivesse che Renzi è un delinquente finirebbe in tribunale: se invece usa per lui un termine abitualmente associatoai delinquenti l’effetto è lo stesso ma si risparmiano le spese legali.
I due titoli hanno anche il pregio di rivelare la ferrea coerenza con cui il giornale di Travaglio legge gli avvenimenti: “cacciare” Marino è stata un’azione banditesca perpetrata da un aspirante dittatore, ma ora bisogna “cacciare” De Luca; e Berlusconi, che fino a ieri non veniva creduto neppure quando declinava le proprie generalità, oggi è diventato la bocca della verità.

mercoledì 11 novembre 2015

Quando la qualità non è acqua!

Patrizia Bedori, la candidata grillina che punta a Palazzo Marino, vince le primarie del Movimento 5 Stelle a Milano con appena 330 voti. Ospite alla trasmissione l’Aria che Tira su La7, la candidata del movimento di Grillo e Casaleggio giustifica l’esiguo numero di votanti definendoli di qualità.

Viva il Papa!!!


martedì 10 novembre 2015

La rivolta immaginaria di Milano è solo sul Fatto


Fabrizio Rondolino
L'Unità 10 novembre 2015
Oggi Renzi presenta il piano post-Expo e il giornale di Travaglio s’inventa proteste che non esistono
Oggi Renzi arriva in una Milano assediata. Posti di blocco, mobilitazione straordinaria delle forze dell’ordine, esercito in stato di allerta permanente. Numerosi cortei attraversano fin dalle prime ore del giorno la metropoli lombarda, il centro è paralizzato e le periferie sono in fiamme. Le manifestazioni dei centri sociali bolognesi di domenica, contro l’adunata di Salvini a piazza Maggiore, sembrano, al confronto, un ballo di educande. Si teme per l’incolumità del presidente del Consiglio: la scorta è stata triplicata, due elicotteri si sono alzati in volo, una batteria antimissile è già stata allertata.
Non spaventatevi, non è vero niente: abbiamo controllato i notiziari e Milano è serena e operosa come sempre. E’ che leggendo il Fatto, stamattina, ci eravamo spaventati davvero: “Renzi oggi è a Milano – si legge in prima pagina – e la città è già in rivolta contro il ‘Progetto 2040’”, cioè la proposta di destinare una parte dell’area Expo alla costruzione di un polo di ricerca sulle tecnologie umane.
E in che cosa consisterebbe la “rivolta” annunciata dal giornale di Travaglio? Siccome il progetto prevede la guida dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova e il coinvolgimento di un istituto di Torino e un altro di Trento, qualcuno a Milano (per esempio il rettore della Bicocca) s’è lamentato. Niente di grave e niente di irreparabile, come spiega sul Corriere di oggi Gianluigi Condorelli, scienziato di punta dell’Humanitas, il centro d’eccellenza alle porte del capoluogo lombardo: “Nella ricerca non bisogna fare campanilismi, l’intelletto non deve avere aree geografiche”. Quanto a Milano, “deve essere fiera di essere stata scelta perché è la dimostrazione che è la migliore piazza italiana dove fare ricerca oggi”, tanto più che “i poli scientifici milanesi saranno capaci di giocare un ruolo da protagonista”.
E pensare che secondo il Fatto Renzi “in un colpo solo è riuscito a scontentare tutta la Milano dell’università, della ricerca, dell’innovazione”. Salvo che nessuno se n’è accorto. L’insurrezione è rimandata.

lunedì 9 novembre 2015

La storia dell’eroe di Sel chiuso a palazzo Vecchio (e senza bagno)


Fabrizio Rondolino
L'Unità 9 novembre 2015
l compagno Grassi “occupava” il Comune di Firenze a caccia di scontrini
L’eroica lotta del Fatto intorno agli scontrini di Matteo Renzi conta purtroppo la sua prima eroica vittima: Tommaso Grassi, capogruppo di Sel a Firenze, sabato mattina aveva occupato palazzo Vecchio ma, costretto dalle oscure forze della reazione “in una stanza senza l’uso del bagno”, ha dovuto capitolare dopo appena 25 ore. L’assedio di Leningrado era durato 872 giorni, ma la resistenza del compagno Grassi non è stata meno tenace.
Merita dunque di essere letta con attenzione la spassosissima intervista (fin dal titolo: “Le mie 25 ore per gli scontrini del premier”) che il compagno partigiano Grassi, non appena ripresosi dagli stenti e dalle privazioni subiti per un giorno interno, ha prontamente rilasciato al compagno agit-prop Davide Vecchi, che per gli scontrini renziani nutre un’adorazione che sfiora il feticismo.
L’attacco è epico-burocratico: “Un giorno e una notte. Tanto è durata l’occupazione di palazzo Vecchio del capogruppo comunale di Sel per rivendicare il diritto ad avere libero accesso alla documentazione relativa alle spese di rappresentanza sostenute da Renzi quando era sindaco di Firenze”. Vasto programma, prospettiva esaltante, battaglia epocale.
Poi però qualcosa va storto. “Mi hanno isolato in una stanza privandomi anche dell’uso del bagno”, piagnucola Grassi. E anche l’appello alla mobilitazione dei compagni fallisce: non la Gestapo, ma “i vigili hanno vietato l’accesso a chiunque, quindi non solo nessuno ha potuto darmi il cambio, ma neanche portarmi da bere o mangiare”.
E così il compagno Grassi è crollato: senza merendine e senza aranciata per un intero, lunghissimo, infinito giorno di patimenti, piegato nel corpo e nello spirito, con le poche forze rimaste ha dovuto infine lasciare palazzo Vecchio. Occuperete di nuovo?, gli chiede l’agit-prop. “Se sarà necessario sì”, replica il compagno petto-in-fuori Grassi. Questa volta senza dimenticare una confezione famiglia di Kinder brioss.

26 anni


Per 28 anni, dal 1961 al 1989, il muro di Berlino ha tagliato in due non solo una città, ma un intero paese. Fu il simbolo più crudele della Guerra Fredda.