venerdì 24 gennaio 2014

Come e perché Renzi sfugge all’abbraccio

Stefano Menichini 
Europa  
 
Se il segretario Pd rinvia l'impegno sul rilancio del governo Letta non è solo perché prima vuole un voto sulla riforma elettorale.
L’illusione del momento è quella del pieno coinvolgimento di Matteo Renzi nelle responsabilità di governo. Attraverso un corposo innesto di ministri di sua fiducia o addirittura con un affidamento a lui della guida dell’esecutivo.
Naturalmente è possibile che a febbraio ci siano avvicendamenti nell’esecutivo, e che qualche democratico della new wave vi trovi posto. Ma credere che Renzi sia disposto a vincolarsi alle fortune di qualsiasi governo nella corrente legislatura vuol dire non aver capito nulla di lui: decine di volte, prima e dopo aver scalato il Pd, ha espresso giudizi perentori sulla stagione delle intese larghe o ristrette. Legando la propria promessa agli italiani alla nascita di un governo coeso, forte e legittimato dal voto popolare.
Accantonata la fantasiosa ipotesi che Renzi possa proporsi come presidente del consiglio di una maggioranza condivisa con Alfano, rimane da capire come si sottrarrà alla pressione di chi (in maniera pressante dopo l’accordo sulla riforma elettorale) vorrebbe limitare la sua libertà di manovra e disinnescare definitivamente il rischio di elezioni anticipate.
Non è un esercizio difficile, basta guardare al modo in cui Renzi sta trattando la vicenda di Impegno 2014, il documento per il rilancio di coalizione e governo che Letta (giustamente, dal suo punto di vista) vuol far sottoscrivere dai partiti di maggioranza.
Letta vorrebbe incorporare nel nuovo programma molte delle proposte contenute nel piano per il lavoro renziano, e avrebbe voluto chiudere la pratica entro domenica. Se Renzi ha fatto saltare tutti i tempi non è solo perché prima vuole incamerare un primo voto parlamentare sulla riforma elettorale (vero) né perché il suo Jobs Act è un testo ancora informe (vero). Soprattutto, Renzi non intende consegnare a Letta e ai suoi ministri un progetto che per contenuti e ambizioni travalica assai i confini politici e temporali della legislatura, vuole segnare una totale rottura di continuità col passato e col presente, e sul quale il segretario del Pd sogna addirittura di costruire – lui, non altri – un nuovo patto sociale che vada da Landini alle partite Iva, da Renzo Rosso ai ragazzi dei call center.
Com’è facile capire questa è tutta materia preziosa, da preservare per la campagna elettorale e per gli eventuali primi “cento giorni” di un Renzi premier eletto. Davvero improbabile che venga consegnata adesso al ministro Saccomanni.

giovedì 23 gennaio 2014

Formiche

Riassunto della discussione sulla legge elettorale: anche le formiche nel loro piccolo si incazzano.

Gennaio

Marco Damilano  

Blog Finemondo 21 gennaio 2014

Gennaio è il più freddo dei mesi ma per la politica italiana è il periodo più bollente, quello in cui maturano le svolte epocali della politica italiana. Il 26 gennaio di venti anni fa, nel 1994, Silvio Berlusconi con un videomessaggio fondò Forza Italia. E il 18 gennaio, com’è stato ricordato, finì ufficialmente la Dc, con la nascita dei Popolari di Mino Martinazzoli e di Franco Marini e del piccolo Ccd di Pier Ferdinando Casini e di Clemente Mastella, destinato ad accasarsi nel nuovo partito berlusconiano: nella stessa data, nel 1919, il prete siciliano don Luigi Sturzo aveva fondato il Partito popolare italiano.
Il 31 gennaio 1991 si aprì a Rimini il primo congresso del Pds, settanta anni dopo la nascita del Pci. Il 21 gennaio, come oggi: esattamente 93 anni fa. Nel 1921 delegati comunisti abbandonarono il Teatro Goldoni cantando l’Internazionale e si ritrovarono al Teatro San Marco. Non c’erano neppure le sedie, era stato un deposito durante la prima guerra mondiale, pioveva dentro la sala dalle finestre e dal tetto. Oggi le scissioni avvengono senza cantare, senza un popolo di delegati, al caldo di un ufficio. Ma all’epoca fu più uno scisma che una scissione: dal carattere teologico prima che politico, di una politica novecentesca che era appartenenza totale, coinvolgeva la vita, la carne e il sangue.
Chissà se annunciando proprio in questa giornata particolare le sue dimissioni da presidente del Pd Gianni Cuperlo avrà pensato a Livorno e allo scissionista Amadeo Bordiga. “Mi dimetto perché sono colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e pensiero. Mi dimetto perché voglio bene al Pd e voglio impegnarmi a rafforzare al suo interno idee e valori di quella sinistra ripensata senza la quale questo partito semplicemente cesserebbe di essere”, scrive Cuperlo. Non è l’annuncio di una scissione, ma di un grave disagio sì. L’anticipo di quello che potrebbe succedere nella prossima settimana, quando la legge elettorale arriverà nell’aula di Montecitorio e si voterà anche a scrutinio segreto. Cosa succederà se l’Italicum di Renzi andrà sotto? I nemici di Renzi potranno dire che il segretario scintillante di ieri alla direzione del Pd, una rapsodia in blu di volontà, determinazione, rapidità di esecuzione, in realtà non controlla i suoi gruppi parlamentari ed è destinato ad affondare nella palude, come tutti i suoi predecessori. Nella commissione Affari costituzionali si è già vista qualche avvisaglia. Ma sarebbe un errore di valutazione vedere la minoranza interna di oggi in continuità con gli scissionisti di Livorno di quasi un secolo fa. Oggi il movimento, la rivoluzione permanente, il vento è tutto dall’altra parte.

necessità....

 rendere un po' più leggera la politica....

Gli anti-sistema spiazzati dal renzismo

Stefano Menichini 
Europa  

La velocità delle mosse del segretario Pd produce effetti su tutto il sistema politico. Ma sono soprattutto Lega e M5S a doversi scoprire per difendere rendite di posizione e voglia di conservazione.
Il renzismo è una specie di bomba a frammentazione che produce effetti anche in luoghi distanti dal Pd. Tutto ciò che accade nel sistema politico appare conseguenza diretta o indiretta della forza e della velocità dei movimenti del segretario democratico.
Fatti grandi e piccoli. Dal povero giornalista di Mediaset Toti, condotto da Berlusconi in una clinica per il dimagrimento sì da potersi confrontare un domani con l’agile sindaco di Firenze senza apparire sovrappeso, al congresso di Sel, nel fine settimana, dove Renzi sarà virtualmente seduto alla destra di Vendola. Dai ministri di Letta che misurano le proprie chances di conferma sugli umori della segreteria del Pd, fino alla pletora di manager pubblici, parapubblici e perfino privati che si riposizionano con passione, visto che siamo in piena stagione di nomine.
Sono ancora più evidenti gli effetti che l’accelerazione sulle riforme ha avuto sui due partiti anti-sistema, la Lega e Cinquestelle. Movimenti che hanno prosperato nella palude dell’impotenza altrui e ora devono fare i conti con due problemi: il cambio delle regole elettorali e soprattutto l’efficacia del messaggio di Renzi verso elettorati fin qui disgustati dall’incapacità della politica ad autoriformarsi.
Possiamo così apprezzare quanto in realtà sia importante per questi eversori del sistema la conservazione dell’esistente. Quanto sia essenziale, per leghisti e grillini, la rendita di posizione garantita da un Palazzo che non cambia mai.
Ecco allora la Lega che ambiguamente, fra trattative private e smentite pubbliche, cerca di ritagliarsi una norma di favore nella nuova legge elettorale, un codicillo ad partitum che li esenti dal doversi misurare con le soglie di sbarramento.
Ed ecco M5S, che per recuperare un ritardo imbarazzante improvvisa un referendum sul sistema elettorale dal quale emerge, guarda caso, la preferenza per un proporzionale il più perfetto possibile: il sistema più inutile al governo del paese e più utile alle logiche di partito. E poi – fatto ancora più eclatante per dei feroci fustigatori dei costi e dell’inefficienza della politica – si conferma la loro opposizione alla fine del bicameralismo: per gli agitatori di apriscatole i velluti di palazzo Madama sono diventati irrinunciabili, addirittura garanzia di democrazia.
È proprio vero che in una pozza stagnante basta agitare le acque per vedere affiorare il fango. Dunque tra i meriti dell’impetuoso Renzi c’è anche questo: che costringe tutti a misurarsi con le ipocrisie delle proprie posizioni politiche.

mercoledì 22 gennaio 2014

che paura!!!!

Calderoli: «Se rimane lo sbarramento all'8% pronti alla rivoluzione»

Renzi erede del Caimano o liberatore? Repubblica non è più un giornale-partito

Al tramonto del ventennio berlusconiano, con un Renzi considerato da alcuni l’erede del Caimano e da altri il liberatore dal Caimano, trovare la quadra è più complicato. Di qui il disorientamento che può prendere sempre più spesso chi legge il quotidiano di largo Fochetti. La rupture renziana sembra aver spiazzato anche le principali firme del giornale, tra le quali Renzi ha strappato aperture di credito sorprendenti (come quella di Michele Serra) e stroncature clamorose come quella di un giornalista senza una storia di sinistra come Francesco Merlo. Ogni giorno ha il suo Renzi. Ci dovremo abituare a una Repubblica à la carte?
europa 22 gennaio 2014