“Nessuno è obbligato a obbedire a una legge immorale. E’ tempo di recuperare la nostra coscienza e di obbedire alla coscienza, prima che all’ordine del peccato” (san Romero).
foto del giorno
giovedì 3 gennaio 2019
mercoledì 2 gennaio 2019
CI SONO DISCORSI COME QUELLI DI FINE ANNO DI MATTARELLA E MERKEL E QUELLO DI CAPODANNO DI PAPA FRANCESCO CHE LASCIANO IL SEGNO, PER TANTE RAGIONI.
Pierluigi Castagnetti
2 gennaio 2019
Per l'autorevolezza di chi li pronuncia. Per il tempo in cui vengono fatti. Per il merito delle cose dette. Per il sentimento che raccolgono nel profondo dell'anima del paese. Per la sensazione che determinano in chi li ascolta.
Prendiamo il discorso del nostro Presidente della Repubblica: sui social abbiamo letto, tra le migliaia e migliaia, addirittura milioni, di reazioni tanti cittadini che hanno dichiarato di essersi commossi. Perchè?
Io penso soprattutto perché la gente da molto tempo non si sente interpretata e rappresentata dalle istituzioni, le sente distanti e parlanti un linguaggio stereotipato o non sufficientemente "umano". O non credibilmente responsabile. Al massimo sente politici che parlano la lingua della rabbia dei cittadini, ma non quella della responsabilità, cioè della soluzione o almeno della via da seguire. Il discorso di Mattarella ha colmato queste lacune, ha creato la sensazione "vitale" di fare sentire i cittadini veramente capiti in ciò che chiedono.
L'odio, infatti, dà si corpo e proiezione alla rabbia, ma non appaga, anzi ti lascia in bocca l'amaro dello sfogo e se la politica si limita a questo l'amaro aumenta. Le parole facili e false di chi ti spiega che tutto è risolto ti creano invece indignazione perché ti fanno sentire preso in giro.
Quando invece sentì un politico, ancor di più un rappresentante delle istituzioni, il massimo rappresentante, che parla pacatamente il linguaggio della verità e della responsabilità, frutto di ascolto (quando sono stato a Torino..., quando sono stato a Verona...) e di intelligenza degli eventi (ho firmato la legge di stabilità solo poche ore dopo la sua approvazione per evitare l'avvio della procedura di infrazione...) allora capisci che il paese non è abbandonato nè in balia degli improvvisatori, e ti senti tranquillizzato. È possibile infatti non riconoscersi in nessuna storia politica del passato e detestare anche tutti i politici di passate stagioni, ma a un certo punto del presente capisci che occorre una solidità di pensiero e di esperienza per guardare avanti, guardare cioè a quel luogo che sarà abitato dai tuoi figli e nipoti, che chiamiamo futuro. E, allora, l'apprezzamento per le cose ascoltate, diventa sensazione di benessere, psicologico e spirituale e, dunque, fisico.
Per ciò io penso che quel discorso andrebbe riascoltato: serve a capire meglio le ragioni del consenso che ha registrato. E serve, in particolare, ai politici. Quella battuta sorprendente e felice sulla "tassa sulla bontà" segnala ad esempio un limite che si è varcato e che non si sarebbe dovuto, così come altri limiti disinvoltamente varcati anche in passato e da altri. Varcare i limiti che definiscono il comune sentire della nostra civiltà non è infatti mai segno di modernità, ma semmai solo di inconsapevolezza di un minimo senso storico. E morale.
Per fortuna la maggioranza degli italiani lo capisce.
Per l'autorevolezza di chi li pronuncia. Per il tempo in cui vengono fatti. Per il merito delle cose dette. Per il sentimento che raccolgono nel profondo dell'anima del paese. Per la sensazione che determinano in chi li ascolta.
Prendiamo il discorso del nostro Presidente della Repubblica: sui social abbiamo letto, tra le migliaia e migliaia, addirittura milioni, di reazioni tanti cittadini che hanno dichiarato di essersi commossi. Perchè?
Io penso soprattutto perché la gente da molto tempo non si sente interpretata e rappresentata dalle istituzioni, le sente distanti e parlanti un linguaggio stereotipato o non sufficientemente "umano". O non credibilmente responsabile. Al massimo sente politici che parlano la lingua della rabbia dei cittadini, ma non quella della responsabilità, cioè della soluzione o almeno della via da seguire. Il discorso di Mattarella ha colmato queste lacune, ha creato la sensazione "vitale" di fare sentire i cittadini veramente capiti in ciò che chiedono.
L'odio, infatti, dà si corpo e proiezione alla rabbia, ma non appaga, anzi ti lascia in bocca l'amaro dello sfogo e se la politica si limita a questo l'amaro aumenta. Le parole facili e false di chi ti spiega che tutto è risolto ti creano invece indignazione perché ti fanno sentire preso in giro.
Quando invece sentì un politico, ancor di più un rappresentante delle istituzioni, il massimo rappresentante, che parla pacatamente il linguaggio della verità e della responsabilità, frutto di ascolto (quando sono stato a Torino..., quando sono stato a Verona...) e di intelligenza degli eventi (ho firmato la legge di stabilità solo poche ore dopo la sua approvazione per evitare l'avvio della procedura di infrazione...) allora capisci che il paese non è abbandonato nè in balia degli improvvisatori, e ti senti tranquillizzato. È possibile infatti non riconoscersi in nessuna storia politica del passato e detestare anche tutti i politici di passate stagioni, ma a un certo punto del presente capisci che occorre una solidità di pensiero e di esperienza per guardare avanti, guardare cioè a quel luogo che sarà abitato dai tuoi figli e nipoti, che chiamiamo futuro. E, allora, l'apprezzamento per le cose ascoltate, diventa sensazione di benessere, psicologico e spirituale e, dunque, fisico.
Per ciò io penso che quel discorso andrebbe riascoltato: serve a capire meglio le ragioni del consenso che ha registrato. E serve, in particolare, ai politici. Quella battuta sorprendente e felice sulla "tassa sulla bontà" segnala ad esempio un limite che si è varcato e che non si sarebbe dovuto, così come altri limiti disinvoltamente varcati anche in passato e da altri. Varcare i limiti che definiscono il comune sentire della nostra civiltà non è infatti mai segno di modernità, ma semmai solo di inconsapevolezza di un minimo senso storico. E morale.
Per fortuna la maggioranza degli italiani lo capisce.
sabato 29 dicembre 2018
Una vecchia intervista ad Amos Oz. Sull’amore
Vorrei prima di tutto
ricordare Amos Oz attraverso le sue parole, oggi che uno dei più grandi
scrittori al mondo ci ha lasciato. Ho recuperato, nel mio archivio
virtuale, l’intervista che mi commissionò L’Espresso, Era l’inizio del
2005. Andai a trovarlo ad Arad, nella sua casa nel Negev. Un’esperienza
che ricordo dopo tanti anni come un privilegio, un regalo. Poi, metterò
in fila i ricordi. Pochi, nettissimi.
LO SPAZIO ANGUSTO (E INTIMO) DELL’AMORE
Il diametro dell’amore è molto stretto. Quasi angusto. Lo spazio
appena necessario a contenere dieci, al massimo venti persone. Uno, due,
forse cinque posti nel mondo. E del buon cibo, qualche libro, e pochi
brani di buona musica. Tutto qui. Al di
fuori di questo cerchio magico, non c’è più l’amore. C’è qualcos’altro.
Pace, pietà, fratellanza. Altri sentimenti, ma – per favore – non
chiamateli amore, che non ha nessuna missione salvifica nei confronti
del mondo.
Asciutto, profondo, scevro da ogni sentimentalismo, Amos Oz declina
la parola “amore” dentro il contenuto diametro del suo mondo. Nel suo
studio quasi monacale, in cui l’unica indulgenza al possesso sono i
libri che tappezzano ogni angolo delle pareti. Nella sua casa,
essenziale, di fronte a un panorama altrettanto asciutto. Ad Arad, città
israeliana al crocevia tra il deserto del Negev e la steppa dei
villaggi beduini.
“L’amore è il pretesto. La scusa per tutto”, dice con una punta di amarezza l’autore della Storia d’amore e di tenebra e di Michael mio.
“Non è né la chiave né la cura per tutto. Dire che si ama il terzo
mondo o l’Africa, il mondo arabo o l’America Latina, cosa significa?
Nulla. Non significa nulla amare mille persone. L’amore è un sentimento
intimo, non universale. E il diametro dell’amore comprende dieci, al
massimo venti persone. Come diceva una vecchia canzone degli anni
Sessanta, There is not enough love to go round…
Secondo questa descrizione, non ci devono per forza essere bontà e bellezza, nell’amore…
Non le sto parlando di quello che vorrei fosse l’amore. Ma del fatto
che l’amore può diventare una forza molto distruttiva. Chi ama può
essere anche capace di atti terribili. Persino l’amore dei genitori per i
loro figli è molto spesso un amore possessivo, che domina e che dice
“concedimi di cambiarti per il tuo stesso bene”. In modo molto semplice,
l’amore può diventare una forma di fanatismo, due elementi che hanno
una relazione molto stretta tra di loro. Prenda il fanatico, quello che
io chiamo un uomo a binario unico, un punto esclamativo che cammina.
Il fanatico non odia la persona che gli sta accanto. Anzi. La ama a
tal punto che vuole cambiarla completamente, vuole convertirla. Perché
possa essere felice. Cambiando il suo modo di vestire, lo stile di vita,
il modo di mangiare, le idee. Il fanatico è convinto di amare il
prossimo. E questo, ovviamente, èamore, con una componente
egoistica molto forte. Perché, se Gesù ci ha insegnato che il vero amore
è completamente altruistico, così non è nella realtà. Lo chieda a
Otello, glielo potrà spiegare.
Ed è questa, allora, la faccia che l’amore mostra in questa era dello scontro tra le civiltà?
Non c’è uno scontro di civiltà in atto, in questo momento. C’è uno
scontro tra i fanatici e noi, che siamo l’altra parte del mondo.
Fanatici che sono dappertutto, non solo nell’islam, ma nel giudaismo, in
America e in Europa, nella destra così come nella sinistra. Il
fanatismo non è il tratto esclusivo di una civiltà. Anzi. I fanatici
sono invece così forti, oggi, perché più il mondo diventa complicato,
più le persone hanno bisogno di un demonio, di risposte molto semplici.
Che raccolgano tutto, che spieghino tutto.
In questo tempo, anche se non è stato l’unico nella storia, la
battaglia principale è dunque quella tra i fanatici e il resto
dell’umanità. E non vedo nessuna differenza sostanziale tra la jihad e
la crociata. Se qualcuno ama il mondo arabo così tanto da volerlo
cambiare con la forza, con le bombe, con i mitragliatori, forse è amore,
ma non è utile.
Se non è scontro tra civiltà, non crede comunque che ora, in
questo nostro tempo, la Storia sia piombata nella nostra vita, ci corra
vicina ogni giorno?
No, non lo credo. La Storia, per quanto mi riguarda, l’ho avuta
vicina per tutta la mia vita. Sono nato, sono qui, esisto per un
cataclisma della Storia. Lei viene dall’Europa, ed è troppo giovane per
ricordarsi la seconda guerra mondiale, quando – certo – l’Europa visse
una overdose di storia. E anche se è in Europa, viene dall’Italia e non
dalla ex Jugoslavia o dalla Cecenia, dove l’overdose di storia è ancora
palpabile in questi momenti. Insomma, tutte le fasi della storia sono
speciali, e questo non è più catastrofico di altri. Non c’è, per
esempio, una guerra mondiale in corso. Solo guerre locali. La differenza
è, semmai, che oggi è c’è più scetticismo. Su tutto.
Avverte, nell’aria, l’odore, l’atmosfera che si respirava negli anni Trenta? Come passeggiare dentro un gioco di domino?
No. La cosa che, invece, mi preoccupa di più è che la gente si sia
dimenticata della seconda guerra mondiale. Ragione per la quale noto una
certa inclinazione di molte persone a essere sentimentali verso le cose
del mondo, invece che chirurgici. L’assioma che si possa curare tutto
con la buona volontà. Le ripeto una cosa che ho detto già molte volte. E
cioè che, a differenza di molti pacifisti in Europa, non penso che il
male assoluto sia la guerra. Il male assoluto è l’aggressione. La guerra
è solo il risultato dell’aggressione. Chi, invece, punta l’indice
contro il conflitto, si alza e dice “fate l’amore, non fate la guerra”.
Come se l’amore fosse la risposta contro la guerra. Come se l’amore
fosse l’opposto della guerra. Non è così.
Perché?
L’amore è un sentimento intimo e personale. La guerra è un fenomeno
della storia. Il contrario della guerra non è l’amore. È la pace. Non
credo all’amore tra le nazioni. Non credo che il problema, tra russi e
ceceni, sia di cominciarsi ad amare. Hanno bisogno non di amore, ma di
pace. L’amore è nella famiglia. Non è una forza internazionale. È
sentimentalista, è kitsch pensare che ci possa essere amore tra le
nazioni. Molti giovani idealisti tendono a pensare che amore, pace e
pietà e perdono e fratellanza siano sinonimi. Non lo sono. Pace è
qualcosa che si raggiunge tra nemici, e spesso a denti stretti. E’ un
divorzio, non una luna di miele. Il sentimentalismo attuale su amore,
pacifismo e fratellanza ha origine nel fatto che la gente si è
dimenticata gli anni Trenta e la seconda guerra mondiale. Un’anziana
sopravvissuta al campo di sterminio di Theresienstadt si è trovata di
fronte a una dimostrazione pacifista. Li ha trovati ridicoli. “Chi mi ha
liberato dal campo di sterminio – ha detto – non era un manifestante.
Era un soldato”.
Allora, qual è la guerra giusta?
Niente al mondo mi costringerà a uscire di casa e a cominciare a
combattere, se non l’urgenza di fermare l’aggressione. L’unica guerra
giusta, a mio modo di vedere. Non combatterò mai una guerra dichiarata
perché Israele vuole conquistare i luoghi santi della Bibbia. O perché
il mio paese vuole una stanza da letto in più nella nostra casa. O per
quelle che vengono chiamate risorse, o interessi nazionali.
E per portare democrazia, la farebbe una guerra?
No. Non si porta la democrazia sulla punta dei fucili. La democrazia
può essere solo creata dalla seduzione, dalla tentazione. Da parte di
chi può iniziare l’equivalente di un piano Marshall, sviluppare la
società civile e, dunque, migliorare le condizioni della classe media.
Non perché io ami la classe media, o perché sia il tedoforo della
democrazia. Non dimentico, per esempio, che la classe media impoverita
sia stata quella che ha portato Adolf Hitler al potere. Ma non esiste
democrazia dove non esiste la classe media.
Torniamo all’amore. Prima ci si è chiesti se fosse possibile
l’amore dopo la Shoah. Ora, all’alba del Terzo Millennio, ci si chiede
se sia possibile dopo Beslan…
Certo che è possibile. Una domanda del genere assume che se alcuni
fanno cose terribili ad altri, io debbo odiare tutti. Perché mai? La
natura umana è fatta in maniera tale che possiamo avere sentimenti molto
buoni, positivi, anche se siamo noi stessi a essere sopravvissuti
all’inferno. Anche chi è stato ad Auschwitz è capace di apprezzare e
godere del buon cibo, del sesso, talvolta è molto felice di guadagnare
un bel po’ di soldi. Questa è la natura umana. Questa è la nostra
natura. Sappiamo che ognuno di noi morirà. E questo è, in un certo
senso, peggio di Auschwitz e Beslan, perché riguarda noi. Me. Sono io
che morirò. Eppure, se mangio del buon cibo, se ho una piacevole
conversazione, se ascolto buona musica, ne godo come se io non dovessi
morire. Nonostante io sia, come ciascuno di noi, nel braccio della morte
in attesa dell’esecuzione. Siamo strutturati in maniera tale da poter
contenere più di una emozione. Chi, invece, ne può contenere solo una, è
un fanatico.
Ma non è scioccato da Beslan?
Sì, posso essere scioccato da Beslan, dai genocidi, dalla crudeltà, e
– nello stesso tempo, praticamente nello stesso tempo –… li ascolta gli
uccelli fuori dalla finestra? È l’ora degli uccelli, qui nel deserto… È
questo, per fortuna, il modo in cui siamo fatti. Erano le otto e mezza
del 6 giugno 1967. Quando ho visto il campo di battaglia, i cadaveri
con la pancia squarciata, ho pensato che non avrei mai più potuto
mangiare in vita mia. Quattro ore dopo. Era mezzogiorno e mezza. Ci fu
un piccolo break nei combattimenti. Mi ritrovai a mangiare un panino e
ad ascolare musica con la mia radio a transistor, in mezzo a un campo
pieno di cadaveri. È il nostro modo di essere. È il modo in cui curiamo
la sofferenza. E può anche darsi che una donna sopravvissuta
all’orrore, abbia comunque una digestione eccellente.
A proposito di donne, perché ne ha scelte così tante come personaggi centrali dei suoi romanzi?
La risposta è estremamente semplice. Amo le donne e sono curioso. Amo
le donne più dell’ovvia maniera mascolina di amarle. Ma se lei mi
chiede perché, le dico che sono più bravo a descrivere che a definire.
Non sono un sociologo o un ideologo. Non posso definire perché amo il
deserto, il mare, o qualche volta l’inverno. Le amo, in maniera più
forte della ovvia maniera edonistica in cui molti uomini pensano di
amare le donne. Purtroppo, il mondo è pieno di uomini che amano il sesso
e odiano le donne. Io amo entrambi. Molti, invece, amano le donne in
maniera così fanatica da volerle cambiare completamente.
Ma il vero amore…
O, almeno, il mio tipo di amore. Quello consiste in un alto tasso di
curiosità. Curiosità, e cioè l’urgenza di mettere me stesso sotto la
pelle di qualcun altro. E immaginare cosa potrei provare se fossi lei,
se fossi lui, se fossi un gatto. Cosa significa vedere il mondo dal
punto di vista di un gatto? E non si tratta di un atteggiamento maschile
o femminile. È solo ed esclusivamente individuale. Non credo di poter
più definire, in termini di mentalità, il mascolino dal femminile.
Quando ero molto giovane, pensavo di saperlo. Ora non più. Non mi
interessa più saperlo, e non ha importanza. Dovrei costruire un confine
tra uomini e donne, tra mascolinità e femminilità? E perché mai? Per
quale obiettivo? Sociologi, antropologi, gli scienziati sono sempre
interessati ai fenomeni. Io sono invece curioso degli individui.
Curiosità. E cioè – spero – l’opposto del fanatismo.
In che cosa aiuta mettersi nella pelle degli altri? A fare la pace?
Non ho la formula per la pace universale, altrimenti sarei Gesù
Cristo. E anche in questo caso, non sono nemmeno convinto che la sua
formula fosse quella ideale. Mettersi nella pelle di un altro aiuta
entrambi, perché se si può immaginare il proprio nemico, questo potrebbe
almeno contribuire a ridurre il conflitto. E comunque, immaginare il
proprio vicino, il datore di lavoro, il proprio bambino, renderebbe la
vita interessante. Posso garantire che se una persona riuscisse a
immaginare l’altro, si mettesse dentro la pelle di un’altra,
diventerebbe anche un amante migliore. Ma immaginare costa fatica. E
qualche volta rende colpevoli. Non è, insomma, sempre un giardino pieno
di rose. Ogni volta che leggiamo Omero, la Bibbia, le fonti antiche
conosciamo tutto della natura umana. Non c’è mai stato un paradiso in
cui qualcuno è stato così terribilmente dolce con tutti.
Non è dunque un ottimista, lei, sulla natura dell’uomo?
Se la natura umana potesse cambiare, non avverrebbe prima di uno, due
milioni di anni. E non attraverso una o due rivoluzioni. A meno che
l’ingegneria genetica non inventi qualcosa. Ma io sono affascinato dalla
natura dell’uomo anche quando mi spaventa. Per tutta la vita sono stato
uno studente della natura umana, ma non ho una prescrizione per
migliorarla. Lo vede dai miei libri, non idealizzo la natura umana.
Scrivo con compassione, senza misantropia né odio della natura umana.
Scrivo con compassione, ma non di persone meravigliose. Scrivo spesso
di persone che sono molto stupide, egoiste, di scarso spessore,
non immaginative, limitate.
Per questo ama così tanto Cechov?
Sì, il mio scrittore preferito è e resta Cechov. Non solo per la sua
ironia, ma soprattutto perché esaminava come un medico, lui che era
nella realtà un medico, i dettagli, i sintomi. E forniva una diagnosi.
Anch’io cerco di descrivere, di osservare i dettagli, di fornire una
diagnosi, come un medico. A differenza di un medico, però non posso
fornire la cura. La diagnosi, però, è già un buon inizio. E, a
differenza dell’entomologo, nel mio sguardo c’è sempre molta più
pietà. Posso perdonare, insomma. Non tutto, ma abbastanza.
Cos’è quel po’ che non può perdonare?
La crudeltà condotta per il solo gusto dell’intrattenimento. E la
stupidità. E il fanatismo. Il fanatismo posso comprenderlo, ma non
perdonarlo. Non posso perdonare chi pensa che il fine – qualsiasi fine –
possa giustificare tutti i mezzi. Non posso perdonare chi pensa agli
altri come un materiale grezzo da piegare alle proprie fantasie.
Un suo vicino, il libanese Amin Maalouf, ha parlato nella sua ultima fatica letteraria, Origini,
del suo rapporto colle proprie radici definendolo “un patronimico come
patria”. Lei, invece, di se stesso come un uomo che è gravido dei suoi
genitori e dei suoi antenati. Entrambi, però, avete sentito la
necessità, qui in Medio Oriente, di definire il vostro passato…
Quasi tutti gli scrittori hanno a che fare con il passato. E quasi
sempre con più di una generazione. In quasi ogni romanzo stiamo parlando
con i morti. Come parliamo con loro, cosa dobbiamo dire loro. È lì che
siamo differenti. Nel mio caso, sono il figlio di ebrei europei che
sono stati buttati fuori dall’Europa in una maniera molto brutale e da
questo non si sono mai ripresi. Così come gli ebrei dall’Iraq o dalla
Siria o dall’Egitto, tutti quelli che sono stati sbattuti fuori dal
proprio paese. Non si sono mai ripresi. Questo paese, in un certo modo, è
un campo profughi. Anche la Palestina è un campo profughi.
Lei cosa dice, ai suoi morti?
Che non sono più arrabbiato con loro, che li capisco e che
soprattutto ora ho bisogno di presentare loro mia moglie, i miei figli e
i miei nipoti, che non li hanno mai conosciuti. Presento loro questo
paese, questa terra, che è diversa da com’era ai loro tempi o nella mia
infanzia. Quando avevo sei o sette anni, tiravo sassi contro le
pattuglie britanniche a Gerusalemme. Le prime parole che ho imparato in
inglese sono state British go home. La prima intifada di questo
paese. E quando vedo i bambini palestinesi tirare pietre penso alla mia
infanzia, penso alle somiglianze ma penso anche alle differenze. Penso a
loro con ironia, con comprensione o con deja-vu. Sono già stato lì,
insomma. Sono stato nelle loro scarpe. Ma sottolineo anche le
differenze: non ho mai voluto strappare l’Inghilterra agli inglesi e
dire che gli inglesi dovessero scomparire dalla faccia della terra. Per
questo, quando con l’immaginazione parla con un ragazzo, con una ragazza
palestinese, o con i loro genitori, dico loro che se vogliono il loro
paese, lo avranno e ne hanno tutto il diritto. Ma se vogliono un paese
in modo che io non lo abbia, allora debbono combattermi.
sabato 15 dicembre 2018
Un ricordo di Antonio
Michele Nicoletti
15 dicembre 2018Il 27 novembre scorso, nella nostra classe alla Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento, Antonio Megalizzi, assieme ad altri tre suoi colleghi e colleghe del corso, ha presentato il tema “Stato di eccezione”. Il corso era incentrato sul tema “Democratizzare la sicurezza: diritti umani, democrazia, Stato di diritto in un’età di incertezza” e per settimane abbiamo discusso di paura, angoscia, sicurezza, Stato liberale e Stato autoritario, terrorismo, tortura eccetera.
In una bellissima classe di studenti in cui gli studenti italiani si mescolano a quelli di Hong Kong e Montreal, abbiamo non solo letto frammenti di grandi classici ma discusso di convenzioni internazionali e del nostro presente. E così ci siamo interrogati su Boko Haram e Guantanamo e l’Isis intrecciandoli con Machiavelli e Hobbes, Schmitt e Arendt, Neumann e Foucault, nello sforzo di capire che cosa voglia dire “sicurezza” e come uno Stato democratico di diritto possa garantirla ai suoi cittadini. Così si sono intrecciate le storie di generazioni diverse attraversate dagli stessi problemi: la violenza, la paura, gli ideali, la Realpolitik, il diritto e la speranza. Si sono intrecciate la ricerca intellettuale e la passione civile. Vive come non mai.
In questo intreccio Antonio assieme a tante e tanti altri studenti era un protagonista costante, con il suo acume intellettuale, il fiuto politico e la profonda sensibilità civile. Quando abbiamo parlato di terrorismo, inevitabile per la mia generazione pensare alle Brigate Rosse e alla violenza omicida di chi a sangue freddo riusciva a sparare a professori inermi come Vittorio Bachelet sulle scale della sua università o Roberto Ruffilli, nostro professore a Bologna, sul pianerottolo della sua abitazione. E abbiamo ragionato sulla stessa assurda violenza del terrorismo contemporaneo che colpisce gli inermi, scelti a caso tra la folla. Non vi sono cosiddetti “ideali” che possano giustificare questo disperato cinismo.
Domenica scorsa Antonio mi aveva scritto per chiedermi un appuntamento per discutere del suo paper. Lo avevamo fissato la settimana prossima, perché questa settimana, si era scusato, non poteva, era via per lavoro. Una passione europea lo portava a Strasburgo, uno dei luoghi simbolo dell’Europa che cerca di superare la sua storia di violenza politica, la sede del Parlamento europeo e del Consiglio d’Europa tante volte evocati a lezione.
Ai mercatini di Natale di Strasburgo, Antonio è stato colpito da una violenza omicida che, di nuovo, vilmente, si è abbattuta sugli inermi. Nessuno di noi si rende conto di come – non in una discussione in classe, ma dentro la vita – questo gli sia potuto accadere. A lui così appassionato del dialogo, così curioso di capire, così critico nei confronti di una visione strumentale del potere.
A leggere i tanti, familiari e amici, che lo ricordano, si capisce quanto bene abbia dato a chi lo ha incontrato con il suo sorriso, la sua passione e generosità. Anche a noi ha dato moltissimo, nelle discussioni e nelle azioni. Grazie, Antonio.
lunedì 10 dicembre 2018
Leopoldo Elia. Il Commentatore della vita costituzionale
Stefano Ceccanti
Roma,
10 dicembre
1-
Ripartire dalle chiavi di lettura di Paladin e Lanchester
Parlare
di questo tema, pur brevemente, senza essere ripetitivi, è
estremamente difficile perché si tratta di muoversi come nani sulle
spalle di vari giganti, per un verso ovviamente Leopoldo Elia, ma per
altro verso degli altri Autori che hanno scritto su questo, in
particolare Livio Paladin nella presentazione agli Studi in onore,
editi da Giuffré nel 1999, e dai vari testi di Fulco Lanchester, in
particolare la sua relazione di apertura al convegno del 2014 su “La
Sapienza del giovane Leopoldo Elia 1948-1962” .
Paladin,
dopo aver colto come “caratteristica comune e pressoché costante”
di Elia quella dei “collegamenti tra l’attività di studioso e
l’azione dell’uomo politico”, proponeva un percorso
interpretativo in cui dopo una fase iniziale, in cui “lo studioso
ha avuto la prevalenza ma non l’esclusiva”, ne seguiva una
successiva in cui “l’uomo pubblico e il politico direttamente
coinvolto hanno gradualmente predominato” (p. XII). Anche così,
però, negli “articoli giornalistici” si confermava comunque
“l’intreccio fra la sua vastissima preparazione
costituzionalistica di base e le sollecitazioni della vita politica
quotidiana” (p. XIII).
Per
Paladin la linea interpretativa è rimasta sostanzialmente la stessa:
per un verso “recuperare le occasioni perdute dell’Assemblea
costituente con la mutilazione dell’ordine del giorno Perassi”
senza però affidare alle varie ipotesi di riforma “globali
capacità rigenerative” (pp. XXX-XXXI).
Lanchester,
invece, all’interno di questa obiettiva continuità, tenendo conto
anche degli scritti del decennio successivo, tende maggiormente a
sottolineare un certo scarto tra lo sguardo più positivo negli anni
di inizio della transizione 1991-1993 e quelli successivi più
preoccupati a causa della scomparsa del precedente sistema dei
partiti e della confusa transizione ad uno nuovo con potenziali
effetti di squilibrio del sistema stesso.
Eviterò
comunque, perché ho già presentato una relazione nel convegno
citato organizzato da Fulco Lanchester, di riparlare in questa sede
degli interventi nella palestra di “Giurisprudenza Costituzionale”
e mi concentrerò su un testo paradigmatico dell’inizio e poi,
soprattutto, su due testi degli ultimi anni.
2-
Il punto di partenza: Cronache Sociali e un testo paradigmatico che
conferma la tesi Paladin
L’inizio
è costituito dalla rivista dossettiana “Cronache Sociali”. Nel
1962 lo stesso Elia, insieme a Marcella Glisenti, cura per l’editore
Luciano Landi (San Giovanni Valdarno-Roma) un’antologia di testi
pubblicati dalla rivista tra il 1947 e il 1961. In quell’occasione
inserisce tre delle proprie note: due sono di ricostruzione di eventi
politici, una sorta di puntuale ricostruzione e decodificazione degli
eventi politici e di governo (una sorta di “pastone” di alto
profilo), mentre uno è un vero e proprio testo costituzionalistico
per così dire ‘correttivo’ e rafforzativo del Presidente del
Consiglio De Gasperi. Mentre quest’ultimo il 15 maggio 1949 per
porre una decisa barriera a destra rispetto ai monarchici aveva
distinto tra una valutazione politica ostile a eventuali mutamenti
dell’articolo 139 della Costituzione ed una giuridica astrattamente
più possibilista, m asolo direi come caso di scuola, Elia, sulla
base della teoria della Costituzione materiale e dei principi supremi
ad essa connessi, la escludeva anche sotto il profilo giuridico,
sempre che si volesse restare “nel quadro della vigente
Costituzione”, essendo appunto la forma repubblicana “nel nucleo
della Costituzione materiale dello Stato italiano” (p. 416 del
primo Tomo).
Siamo
qui evidentemente in un testo paradigmatico che conferma la chiave di
lettura di Paladin sulla chiara prevalenza dello studioso sul
politico nella prima fase, anche se lo studioso non è asettico e le
conseguenze politiche di quell’approccio sono piuttosto evidenti.
Si tratta della linea del gruppo dossettiano, in questo caso a
supporto e a rafforzamento di quella già intransigente di De
Gasperi, a non accettare spostamenti a destra del quadro politico,
contro le autorevolissime pulsioni in senso opposto, di cui ci ha
sempre parlato Pietro Scoppola.
3-
Gli ultimi anni e la verifica della tesi Lanchester
Dopo
il testo di Paladin del 1999, per verificare la tesi Lanchester
possiamo anzitutto, grazie ai contributi ripubblicati sul sito delle
Costituzioni storiche dell’Università di Torino, rileggere i
contributi successivi e individuare quelli più caratterizzanti.
Tra
questi vi è senz’altro soprattutto il testo pubblicato su “Il
Popolo” del 19 dicembre 2001 “Quel che Dossetti ci ha insegnato”
in cui Elia spiega il senso dell’intervento di Dossetti del 1994
che coglieva in Berlusconi “una figura che rappresentava allora (e
rappresenta oggi) l’esatto contrario di quel pluralismo che
significa la nuova, effettiva separazione dei poteri nelle democrazie
contemporanee”.
Vi
è poi l’introduzione al Volume edito dal Mulino nel 2005 “La
Costituzione aggredita. Forma di governo e devolution al tempo della
destra” in cui sono particolarmente interessanti due notazioni
apparentemente laterali, rispetto all’analisi critica puntuale,
piuttosto nota, delle norme del progetto approvato dalle Camere e in
attesa di essere sottoposto al referendum confermativo/oppositivo.
La
prima, nella scia di Dossetti, è sempre relativa al caso Berlusconi
e alla non contendibilità della sua leadership: “Se nel periodo
1994-2001 la stabilità dei governi non si è realizzata in termini
fisiologici, è altrettanto vero che è mancato, specie nella XIV
legislatura, qualsiasi controllo efficace sul Premier da parte dei
‘partiti personali’ affermatisi nell’area di centrodestra”
(p. 10).
La
seconda, nella comparazione con l’esperienza costituzionale
semi-presidenziale francese, segnala la sua negatività rispetto a
una possibile importazione “tenuto anche conto della minore
reattività del contesto italiano sperimentata in altre circostanze
storiche” (p. 17).
Risulta
pertanto confermata anche la tesi Lanchester: è lo sfarinamento del
soggetto partito a spingere Elia ad una maggiore cautela sulle
riforme.
4-
Una breve conclusione: né dogmatizzare né ripararsi dietro
un’impossibile asetticità
Ovviamente
come per ogni Autore a cui capita di compiere questo tragitto ben
delineato da Paladin e da Lanchester, man mano che ci si allontana
dal professore che commenta la politica e ci si avvicina al politico
che utilizza le proprie competenze di professore, è evidente che
cresca l’opinabilità dei giudizi storico-politici. E che quindi
neanche i più motivati, compresi quelli di Elia, possano essere
assolutizzati e dogmatizzati. Per questo è sempre bene non tentare
rigide attualizzazioni.
In
particolare non si può essere certi che tutti i giudizi formulati
nel vivo della lotta politica rimangano inalterati in seguito e
neppure che i pericoli per gli equilibri di sistema che possono
sembrare gravi in una fase e che poi siano magari superati non si
riaffermino in una fase successiva anche in forme diverse. Non è
affatto detto, ad esempio, che il metodo, gradito a molti, di riforme
puntuali anziché più organiche, praticato in questo periodo metta a
priori al riparo da squilibri anche profondi.
mercoledì 5 dicembre 2018
sicurezza è libertà
lunedì 3 dicembre 2018
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