lunedì 2 giugno 2014

Medio Oriente, giura il nuovo governo palestinese di unità

RAMALLAH - Ha giurato di fronte al presidente Abu Mazen nella Muqata di Ramallah il nuovo governo di unità nazionale palestinese, presieduto da Rami Hamdallah. "Oggi con la formazione di un governo di consenso nazionale - ha detto Abu Mazen - annunciamo la fine di quelle divisioni in seno al popolo palestinese che hanno molto danneggiato la nostra causa nazionale".

L'esecutivo nasce dopo la riconciliazione fra Hamas e al-Fatah ed è appoggiato dall'esterno da entrambi. Secondo le prime informazioni, i ministri incaricati da Hamdallah sono 17. Hamas si è felicitato per la formazione del nuovo governo palestinese. "E' il governo dell'intero popolo palestinese" ha detto il suo portavoce Sami Abu Zuhri.

Un altro portavoce di Hamas ha detto che quella di oggi è per gli abitanti della Striscia "una giornata di gioia". Durante la trasmissione televisiva del giuramento del nuovo governo - che mette fine ad una scissione politica fra Gaza e la Cisgiordania durata sette anni - molti caffè della città erano pieni di avventori, richiamati dall'evento.

Dopo il giuramento il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha convocato per oggi il consiglio di sicurezza del proprio governo: lo anticipa Haaretz. Un ministro nazionalista, Uri Ariel, del partito 'Focolare ebraico', ha intanto pubblicato un duro comunicato in cui accusa il presidente palestinese Abu Mazen di aver oggi costituito "un governo terroristico assieme con assassini", ossia Hamas.

Ambrosoli: il presidente Maroni sfiduci Mantovani


Corriere della Sera del 02/06/14
Elisabetta Soglio

.«L’assessore ha superato ogni limite Subito un segnale di discontinuità»
«Nelle ultime settimane, l’assessore Mantovani è andato al di là del bene e del male. Noi ci aspettiamo un grande segnale di discontinuità anche dalla sua maggioranza e dal presidente Maroni. Se non verrà sfiduciato, proporremo una mozione di sfiducia anche nei confronti del governatore». Il consigliere regionale Umberto Ambrosoli, candidato del centrosinistra alle regionali battuto appunto da Maroni, rilancia obiettivo e motivazioni della mozione che arriverà in aula il 10 giugno prossimo: «Di fronte ai fatti gravi emersi con l’inchiesta sulla sanità questa maggioranza non è stata messa in sicurezza, nè ha dato segnali di discontinuità». A cosa allude, Ambrosoli? «Parlo della vicenda dei direttori generali delle Asl e degli ospedali finiti nell’indagine. Ci sono voluti più di 10 giorni perché assessore e giunta prendessero atto della gravità di quanto emergeva dagli atti. Anzi, nelle reazioni emerge un senso di impunità inaccettabile». Alcune persone sono state rimosse. Cosa chiedeva? «Anzitutto bisogna cambiare un meccanismo per cui i direttori generali sono scelti dai partiti, sono invitati d’onore alle cene elettorali dove si fa fundraising. Per non dire della mail con cui si chiedevano loro contributi economici ai partiti che li avevano nominati. E vogliamo parlare del discorso di Mantovani ad Arconate?». Mantovani ha spiegato di essere stato frainteso e di non aver mai violato le leggi. «Io ho ascoltato quel discorso. Lui diceva di essere disponibile ad aiutare qualcuno. E nella sue reazioni in tutte queste settimane traspare la sua consapevolezza del fatto che non sarà punito per non avere detto nulla sui dg, per non aver controllato gli appalti delle varie società, per non essersi adoperato in tempo evitando di far diventare la vicenda Stamina quello che è diventato». Lei fa riferimento a cose avvenute prima dell’arrivo di questa giunta: perché attaccare Mantovani? «Perché lui e tutti loro non hanno fatto nulla per cambiare davvero». E i cambi fatti ai vertici della Regione e negli ospedali? «Ma i risultati quali sono? Se andiamo avanti così quanto a efficacia dell’azione amministrativa finiremo col dire che si stava meglio quando si stava peggio». Quale segnale di discontinuità chiedete? «Sostituire i soggetti chiamati a ruoli di responsabilità e questo è stato fatto in parte. Per il futuro, bisogna far prevalere il principio della professionalità su quello dell’appartenenza e i dg devono essere nominati in modo da togliere ai partiti questo potere». E la politica, che ruolo ha? «La politica dà l’indirizzo. Dice cosa deve fare un’azienda ospedaliera e come deve lavorare. È diventata che le nomine vengano spartite così: ma la maggioranza dei lombardi è contraria a questo sistema». Ci vuole un magistrato, come Cantone all’Expo, anche per le nomine? «Non ci vuole Cantone. Ci vuole, come chiede la nostra mozione, un meccanismo di selezione delle professionalità realizzate da soggetti diversi rispetto ai soggetti politici, che facciano vere e proprie audizioni. Loro danno una rosa di nomi e la politica a quel punto sceglie sulla base dei nomi ricevuti». Mantovani sostiene che la vostra sia una polemica molto personale. Risposta? «Se per personalistico intende il fatto che un cittadino come me si indigna vedendo il video di Arconate, la viva pure così. O se pretende che tutti tacciano di fronte alle sue non posizioni, faccia pure». Lei si aspetta che la maggioranza voti la vostra mozione di sfiducia? «Dalla maggioranza mi aspetto un’assunzione di responsabilità. Se fossero tutti contenti di Mantovani non direbbero, almeno metà di loro, che la riforma della sanità deve farla l’assessore Cantù». E se la mozione verrà bocciata? «Noi avevamo posto a Maroni alcune condizioni per evitare di presentare una mozione contro di lui. Alcuni di questi punti sono stati assecondati, ma il principale era rimuovere l’assessore alla Sanità. Quindi, se non passa quella per Mantovani, presenteremo subito dopo una mozione per sfiduciare il Governatore». Perché? «Perché è un presidente che non governa e non prende decisioni, sta facendo ordinaria amministrazione e ha grossi problemi a fare i conti con il passato: non a caso, da inizio legislatura a oggi sono state annunciate 5 comm di inchiesta volute dalla sua giunta su Aler, Stamina, Infrastrutture Lombarde, sulle partecipate, sui dg della sanità. Senza che nulla sia cambiato».

Se il premier assedia i fortini della sinistra che fu.


Corriere della Sera 02/06/14

Se lo sciopero dei dipendenti Rai contro il governo fosse stato indetto qualche giorno prima delle elezioni europee, ha assicurato Matteo Renzi dal palco del Festival dell’Economia di Trento, sarebbe stato meglio perché «avrei preso il 42,8 e non solo il 40,8%». La battuta è spietata ed è diretta contro quello che resta del glorioso «partito Rai», rimasto a lungo una delle constituency più influenti del centrosinistra. I sondaggisti raccontano addirittura che negli anni che vanno dalla metà dei 90 al 2004 per connotare gli elettori di centrodestra e centrosinistra non si usassero più i vecchi parametri identitari come imprenditore vs tuta blu oppure la frequenza alla Santa Messa ma «la fiducia in Mediaset» contrapposta «alla fiducia nella Rai». Per tutta la fase iniziale della Seconda Repubblica, se eri di sinistra confidavi nelle magnifiche sorti dell’azienda televisiva di Stato.

In parallelo all’interno di Viale Mazzini si andava creando una situazione singolare: dal 2001 fino al 2012 i vertici aziendali sono stati scelti dai governi a guida berlusconiana ma «la pancia della Rai» è rimasta sempre e comunque affezionata alle bandiere del centrosinistra. I segretari via via succedutisi a Botteghe Oscure e al Nazareno hanno guardato con grande attenzione a questa membership e hanno pescato a piene mani dal vivaio Rai per intercettare il voto romano (con Piero Badaloni, Piero Marrazzo, David Sassoli). Il primo leader che non si è appassionato al tema ma vuole addirittura emanciparsene è proprio Renzi, conscio forse che nei sondaggi di opinione la popolarità di Rai e Mediaset è scesa drasticamente al livello dei partiti e delle banche e che alla domanda «chi fa, secondo lei, servizio pubblico televisivo» molti intervistati rispondono indicando Sky o La7.

In sostanza come la sfida portata alle alte burocrazie dello Stato e alla dirigenza della Cgil è servita a Renzi per fare il pieno di voti al Nord e in particolare in Veneto, così l’opposizione frontale al partito Rai dovrebbe aiutarlo a liberarsi di un’altra di quelle «catene della sinistra» (come recita il titolo del libro di Claudio Cerasa) che sono state azioniste occulte del progressismo italiano. Come ha ribadito anche nel suo show di Trento il premier punta a «mettere la residenza» a quota 40% e per questo ha in mente un posizionamento del suo partito che alla fine produca un interclassismo dell’epoca di Internet. Per ottenere questo risultato Renzi deve far guerra alle piccole caste rosse senza rompere con la base sociale del centrosinistra e con i suoi valori tipici come l’attenzione alla scuola o la solidarietà verso gli immigrati. Non ripudia il voto di pensionati, operai, dipendenti pubblici e ceti urbani intellettuali — «la società bersaniana» — punta invece ad aggiungere al voto di sempre il consenso di fette consistenti dell’imprenditoria autonoma e del lavoro precario. Due segmenti del mercato elettorale che non amano lo Stato e tutto ciò, compresa la Rai, che rimanda ad esso. La manovra sugli 80 euro in più in busta paga è stata da questo punto di vista esemplare, porterà ristoro economico ai lavoratori dipendenti ma ha anche generato una querelle con la Cgil dimostrando così all’elettorato chi è pragmatico (lui) e chi è invece ideologico (Susanna Camusso). Idem con il tetto agli stipendi degli alti burocrati presentato come una norma desunta addirittura dalla lezione di Adriano Olivetti, un’icona della sinistra, e nei fatti una sforbiciata destinata a far capire agli elettori che l’inciucio tra il centrosinistra e i grand commis di Stato deve considerarsi archiviato.

domenica 1 giugno 2014

emozioni...


anche senza di te

"Speravo che Renzi vincesse le elezioni europee ed anche le amministrative abbinate ad esse in due Regioni e in migliaia di Comuni sparsi in tutta Italia."
Eugenio Scalfari

listino prezzi...

tariffario per i sacramenti. E' successo sulle colline pistoiesi a Villa di Baggio. Su un foglio il sacerdote ha appeso le 'tariffe': 190 euro per il matrimonio, 90 per un battesimo o per un funerale.

cinquant'anni